Author: Francesco Miraglia

  • Sort Blog:
  • All
  • Articoli Recenti
  • Comunicati stampa
  • Evidenza
  • In Evidenza
  • L'inchiesta
  • L'indiscreto
  • La giustizia e la mala giustizia
  • La Vetrina
  • Le vostre storie
  • Minori
  • Primo Piano
  • Principale home
  • Psichiatria
  • Scelta di campo
  • Sentenze
  • Senza categoria

Caso Bibbiano: un po’ di chiarezza sulla vicenda e i reati commessi dagli imputati

Qualche mese fa si è tenuta l’udienza preliminare riguardante il caso Bibbiano. La sentenza ha determinato la condanna di Claudio Foti, psicologo e psicoterapeuta del centro studi Hansel e Gretel, l’assoluzione di  Beatrice Benati, nonché il rinvio a giudizio di vari operatori sociali e impiegati nella Pubblica Amministrazione. Le accuse riguardano tentato delitto, violenza privata, frode processuale, abuso d’ufficio e concorso di persone nel reato, alle quali si aggiungono diverse aggravanti.

Le indagini relative al presente caso sono iniziate alla fine dell’estate del 2018, a seguito dell’aumento del numero di denunce riguardanti possibili abusi sessuali e violenze ai danni di minori in carico ai servizi sociali dell’Unione Val d’Enza, un consorzio di sette comuni emiliani di cui fa parte anche Bibbiano. L’inchiesta, che ha avuto ampia risonanza mediatica sotto il nome di “Angeli e Demoni”, ha portato alla luce un sistema illecito di affidamento di minori nel comune, attuato attraverso la manipolazione delle testimonianze dei bambini da parte degli operatori sociali. Molti aspetti della vicenda sono ancora poco chiari.

Per fare un po’ di chiarezza, la psicologa Benati è stata chiamata a rispondere dei reati di tentata violenza e di violenza privata (art. 610 del codice penale) nei confronti di una minore, alla quale avrebbe fatto credere di essere vittima di abusi da parte del compagno della madre. A questo proposito, avrebbe poi cercato di convincere la signora a non intraprendere una convivenza con il fidanzato, minacciandola di dare la figlia in affido qualora non avesse interrotto la frequentazione (condizione si è effettivamente verificata durante le vacanze natalizie). Il delitto sarebbe stato aggravato dall’abuso delle circostanze di tempo, luogo e persona (art. 61, n. 5, 9 e 11 c.p.) dal momento che la mamma sarebbe stata psicologicamente debole e non in grado di difendersi, oltre che dall’abuso di autorità dovuto al ruolo di assistente sociale di riferimento e dall’abuso di poteri derivanti dal pubblico servizio esercitato. Tuttavia, non è stata rinvenuta prova concreta delle minacce lamentate dall’accusa, nemmeno nelle stesse dichiarazioni della madre (parte offesa). La stessa minore aveva accettato senza proteste la proposta di trascorrere in affido le vacanze di Natale, per altro senza che fossero precluse le visite e i contatti con i familiari. Ne consegue che la Benati si è limitata a svolgere il proprio lavoro, propendendo per la soluzione che le sue valutazioni da professionista ritenevano migliore per la minore. In considerazione del fatto che già il GIP in sede cautelare non aveva riscontrato gravità indiziaria, l’imputata, che aveva fatto domanda di rito abbreviato, è stata assolta con formula ampia poiché il fatto non sussiste.

Lo stesso non si può dire per Foti. Accusato in primo luogo di frode processuale, è stato chiamato a rispondere per aver alterato lo stato psicologico ed emotivo di una minore con l’obiettivo di ingannare il CTU e il Tribunale dei Minorenni di Bologna nel procedimento atto a valutare la responsabilità genitoriale dei suoi familiari. Nello specifico, lo psicoterapeuta avrebbe convinto la minore di subire molestie da parte del padre, radicando in lei il rifiuto di incontrarlo. A tal proposito, si sono verificate diverse incongruenze tra le dichiarazioni rilasciate dai consulenti del PM e da quelli della Difesa, i quali, in seguito, non solo non hanno minimamente tentato di giustificare la sincerità delle loro affermazioni, ma hanno addirittura mostrato di essere a conoscenza della loro scorrettezza. Vi è poi la prova, dall’analisi della trascrizione delle sedute, della mutazione dello stato psicologico della minore, che ha sviluppato nel tempo un forte odio nei confronti del padre, pur specificando di non avere alcuna certezza in merito agli episodi di abuso che sarebbe stata spinta a ricordare. Tuttavia, l’evidenza del disturbo psicologico causato nella paziente, l’intenzionalità delle difformità nelle dichiarazioni dei consulenti della Difesa e la certa conoscenza del procedimento civile in corso da parte di Foti, pur essendo elementi necessari per determinare il compimento del reato, non sono sufficienti per la condanna dell’imputato: infatti, sembra che abbia voluto solamente rimarcare le sue abilità di psicoterapeuta, in grado di riportare alla luce ricordi anche a distanza di anni, quasi come se si trattasse di un atto di personale virtuosismo piuttosto di una voluta frode.

Assolto da tale accusa, è stato comunque condannato per l’inflizione di lesioni personali gravi nella suddetta minore, provocate da un errato uso della tecnica EMDR. Quest’ultima utilizza i movimenti oculari o altre forme di stimolazione alternata destro/sinistra al fine di perseguire il recupero di ricordi già presenti nella memoria del paziente, ma oscurati in quanto traumatici. Considerato questo presupposto, l’applicazione di tale tecnica nel presente caso risulta inappropriata, in quanto la minore non ha mai affermato con certezza l’avvenimento di un eventuale abuso. La stessa presidente dell’associazione “EMDR Italia” ha confermato la violazione dei protocolli EMDR da parte di Foti, oltre a sottolineare l’inappropriatezza del ripetuto intervento dell’imputato nel corso delle sedute, che formulava ipotesi, interpretava e faceva domande incalzanti e suggestive per ottenere a tutti i costi le risposte attese dalla paziente. È da sottolineare, poi, che non sono stati per nulla trattati i numerosi eventi drammatici che hanno effettivamente segnato la crescita della minore e che potevano essere ragionevolmente considerati la reale causa del suo disagio. Questo errato modo di procedere avrebbe provocato un disturbo di personalità borderline e un disturbo depressivo con ansia, nonostante la difesa abbia minimizzato la lesione sostenendo che si trattasse piuttosto di un “disturbo post-traumatico da stress” (senza tuttavia negarla). In accordo all’art. 41 c.p. (concorso di cause), è accertata la materialità del reato, a cui si aggiunge la sussistenza dell’agire doloso (volontarietà delle lesioni cagionate) nella forma del dolo diretto (ovvero nel caso in cui le conseguenze della propria condotta, benché non perseguite intenzionalmente, siano certe o altamente probabili). Infatti, le competenze tecnico-professionali e l’esperienza di FOTI non lasciano spazio al dubbio della sua inconsapevolezza.

L’imputato risulta condannato anche per aver partecipato, quale concorrente extraneus, al reato di abuso di ufficio. Infatti, le sedute di terapia da lui organizzate venivano condotte presso i locali pubblici de “La Cura” a Bibbiano, affidati alla società e centro studi S.I.E. srl/Hansel e Gretel ONLUS (di cui l’imputato era rispettivamente amministratore delegato e direttore scientifico) in assenza di regolare appalto (in violazione della normativa in tema di affidamenti pubblici ed in particolare in violazione dell’art. 36 c.2 lett. a) e b) D.Lgs 50/2016). Infatti, gli operatori dell’Unione avrebbero dovuto adottare un provvedimento di affidamento diretto sottosoglia per i primi tre anni di servizio e, successivamente, attribuirlo attraverso una regolare procedura di evidenza pubblica, ma nessuno dei due procedimenti è stato attuato. La Difesa ha giustificato tale condotta attraverso l’istituto della co-progettazione, consentito in alternativa alla tradizionale gara d’appalto dalla L. 328/2000. Tuttavia, solo la ristrutturazione dell’allestimento dei locali è stata determinata legalmente in questo modo, mentre il servizio di psicoterapia veniva effettuato dalla Hansel e Gretel senza alcun atto formale che ne dimostri l’affidamento (oltre al fatto che la Hansel e Gretel, divenuta poi una società di capitali, la S.I.E. S.r.l., non avrebbe potuto prendere parte all’istituto di co-progettazione poiché era più un’organizzazione non lucrativa). Il concorso di Foti è confermato dai rapporti privilegiati che intratteneva con gli altri imputati, stretti negli anni grazie alla condivisione della medesima base ideologica e che hanno portato alla realizzazione di progetti comuni (l’associazione “Rompere il Silenzio – Far Crescere il Futuro” e il progetto “Utopia” per l’accoglienza di minori vittime di maltrattamenti e abusi”). È poi evidente che lo psicoterapeuta fosse perfettamente consapevole dell’illegittimità del sistema di pagamento delle sedute, congegnato appositamente per mascherare un’ingiustificata erogazione di denaro pubblico agli psicoterapeuti della Hansel e Gretel. Infatti, la psicoterapia è una prerogativa esclusiva dell’ASL, quindi non esternalizzabile ad un ente locale, in particolar modo laddove non esista una procedura ad evidenza pubblica sull’affidamento del servizio. In particolare, gli psicoterapeuti proponevano il prezzo di 135€ per 45 minuti di seduta, ben superiore alla media (anche in rispetto a quello applicato nella loro di sede di Moncalieri), pagato attraverso l’interposizione fittizia delle famiglie affidatarie, obbligate a fare un bonifico una volta ricevuto il contributo dell’affido (a cui veniva aggiunto il prezzo della seduta). Da ciò se ne ricava il cospicuo profitto assicurato alla società dell’imputato, nonché l’altrettanto consistente danno economico per la Pubblica Amministrazione.

Dopo aver richiesto il rito abbreviato, Foti è stato condannato a 4 anni di reclusione, oltre all’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni e alla sospensione dall’esercizio della professione di psicologo e psicoterapeuta per 2 anni. Non si sono verificate circostanze attenuanti della pena in quanto l’imputato non ha mai dimostrato segni di resipiscenza e, anzi, ha mantenuto per l’intera durata del processo un comportamento censurabile, tentando perfino di ingannare il PM manipolando prove e testimonianze.

Oltre alla condanna di Foti e all’assoluzione della Benati, il Giudice ha sentenziato il rinvio a giudizio per diversi operatori dei servizi sociali e impiegati della Pubblica Amministrazione per una “complessa, continuativa e insistita attività illecita legata al delicato tema degli affidi di minorenni” di competenza dell’Unione dei Comuni della Val d’Enza. È ricavabile dagli atti anche il coinvolgimento del sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, che ha sempre promosso il progetto “La Cura”, anche a livello nazionale davanti ad autorità ecclesiastiche e alla Commissione Infanzia in Senato, ed era consapevole fin dall’inizio dell’affidamento “di fatto” del servizio di psicoterapia.

Il percorso per portare alla luce l’intera verità della faccenda e la responsabilità degli effettivi colpevoli è ancora lungo e tale sentenza non è che la prima parte di un processo ancora da portare a termine. Tuttavia, è bastevole a dimostrare la riprovevole condotta proprio di chi dovrebbe essere in prima linea per la tutela e l’aiuto dei più fragili. L’errata applicazione delle tecniche terapeutiche ha provocato danni irreversibili nei pazienti, quali l’incapacità di ricostruire la propria storia passata, la propria identità, la relazioni con i genitori e il proprio ruolo nei rapporti con l’Altro. La psicoterapia dovrebbe aiutare a risignificare la storia della propria vita e migliorare il benessere personale; questa storia dimostra il sovvertimento dell’obiettivo principale del trattamento terapeutico, trasformandolo da pratica curativa ad una violenza ingiustificata, oltre alla diffusione di un errato pregiudizio nei confronti di quello che invece è stato studiato per essere un mezzo efficace e benefico. Proprio per questo fare chiarezza sulla vicenda è fondamentale, così che venga ristabilita la fiducia in un sistema di assistenza che è in realtà fondamentale per la tutela delle famiglie e dell’intera cittadinanza.

Malata psichiatrica violentata in comunità: indagini archiviate

Quando il caso arriva al procuratore dopo due anni la comunità è già chiusa

Avvocato Miraglia: «Gli operatori saranno pur da qualche parte: cercateli!»

TIVOLI (25 Febbraio 2022). Una donna affetta da grave disabilità psichiatrica è stata picchiata e violentata all’interno della comunità terapeutica in cui era alloggiata, in provincia di Roma. I fatti risalgono a gennaio 2019, ma la doccia fredda alla madre e alla sorella, sue amministratrici di sostegno, è arrivata la scorsa settimana: caso archiviato. Il fatto più incredibile riguarda le motivazioni addotte dal procuratore che ha mandato tutto in archiviazione senza avviare una decisa indagine: quando ad aprile 2021 la pratica è giunta sul suo tavolo e ha inviato le forze dell’ordine a collocare microfoni e telecamere per svolgere delle intercettazioni ambientali, la comunità era già stata chiusa. E tanti saluti: caso archiviato senza colpevoli, visto che essendo la vittima “psicologicamente  fragile e non idonea a rendere adeguata testimonianza” ci sarebbero solo “fragili indizi, insufficienti per sostenere in giudizio l’accusa”.

«Resta però una vittima senza giustizia» commenta l’avvocato Miraglia, incaricato del caso dalla famiglia della donna. «Una vittima di serie B: se non si fosse trattata di una persona fragile affetta da patologie psichiatriche, sicuramente le indagini sarebbero state avviate celermente, attivando magari anche le procedure della legge Codice Rosso a tutela delle donne. Invece siccome la donna non riesce ad esprimersi chiaramente e la comunità era già stata chiusa, la Procura presso il tribunale di Tivoli non ha proceduto con uno straccio di indagini».

La donna, che oggi ha 37 anni, viveva appunto in una comunità terapeutica: a gennaio 2019 quando madre e sorella, le sue amministratrici di sostegno, la vanno a trovare, notano subito i lividi e capiscono che qualcosa di terribile le è capitato, sebbene lei fatichi a spiegare cosa. Corrono immediatamente al pronto soccorso, dove vengono riscontrati gli abusi. Le donne sporgono quindi denuncia per abbandono di incapace, lesioni aggravate e violenza sessuale aggravata, ma sul tavolo del procuratore la pratica arriverà soltanto ad aprile del 2021. La comunità è stata nel frattempo chiusa, pertanto, quando le forze dell’ordine incaricate di provvedere alle intercettazioni ambientali arrivano alla porta del struttura, la trovano serrata. E la Procura archivia il caso.

«Non credo che la comunità fosse gestita da fantasmi»  prosegue l’avvocato Miraglia, «quindi saranno pur da qualche parte, ci sarà stato un gestore, un responsabile al quale chiedere informazioni sui nomi degli operatori sanitari impiegati all’epoca, da sentire almeno a sommarie informazioni testimoniali. Riscontriamo un grave pregiudizio nei confronti di questa donna, particolarmente fragile e a maggior ragione bisognosa di aiuto, sostegno e comprensione. Invitiamo pertanto la Procura a riaprire il caso e a procedere con le indagini: tutti meritano di ottenere giustizia».

 

 

 

 

Milano: denuncia l’ex compagno per presunti abusi su i due figli le tolgono i bambini

 Avvocato Miraglia:  «Ma a chi giova tutto questo?»

 MILANO (25 febbraio 2022). Una madre attenta e premurosa si è accorta subito che certi atteggiamenti troppo “sessualizzati” della sua figlia maggiore, che all’epoca aveva appena 4 anni, non rientravano nel concetto di “normalità” e andando a fondo ha scoperto, dal racconto dei bambini, che il padre presumibilmente abusava di loro. Con grande coraggio ha denunciato il compagno e si è allontanata da casa per mettere al sicuro i suoi due figli di 4 e 2 anni, ma con quale risultato? A parte una prima archiviazione del caso, la cosa altrettanto grave è che le hanno tolto i bambini per collocarli in una comunità. Bambini traumatizzati e così piccini lontani da casa stanno davvero molto male: hanno frequenti incubi la notte e bagnano il letto nel sonno. «Ma a chi giova tutto questo?» domanda l’avvocato Miraglia, cui la donna si è rivolta. «In questa situazione non si sta aiutando proprio nessuno. Quando le donne non denunciano i mariti abusanti vengono per lo più ritenute corresponsabili e denunciate a loro volta: quando invece con grande coraggio la querela la sporgono, si trovano private dei figli. Ma che giustizia è?». Necessita ora, per la tranquillità dei due bambini, che rientrino al più presto a casa dalla mamma. Tre anni fa la donna si era accorta che la bambina aveva comportamenti troppo sessualizzati, troppo espliciti con gli adulti di sesso maschile, e che era coinvolto anche il fratellino più piccolo. Una prima denuncia contro il marito è caduta nel vuoto in quanto è stata archiviata e l’uomo, pertanto, ha continuato a vedere i figlioletti. Ripetendosi però gli abusi, la donna si era recata al pronto soccorso e i medici da lì, sentita la bambina, avevano inviato segnalazione all’autorità giudiziaria. Da allora all’uomo è stato impedito di vedere i bambini da solo, ma purtroppo pure alla madre è vietato stare coi figli. «L’allontanamento dei bambini dalla mamma non sta loro giovando» prosegue l’avvocato Miraglia, «manifestano profondo disagio, che non fa che peggiorare la loro già fragile condizione psicologica determinata dagli abusi. Ma soprattutto perché punire questa donna che ha solo cercato di mettere in salvo i suoi bambini? Se al padre è stato impedito di vedere i figli, forse un fondo di verità sugli abusi c’è: ma la mamma, invece, non ha fatto nulla. Ancora più incredibile è stata la decisione del Tribunale per i minorenni di Milano che ha disposto l’allontanamento e gli incontri protetti madre/figli.

Tutto questo a chi giova!!!!

Lo Studio Legale Miraglia, apre una sede Madrid !

Secondo quanto è affermato in un report dell’organizzazione internazionale Save the Children, tra il 10 e il 20% della popolazione in Spagna ha sofferto di un certo tipo di abuso sessuale in età infantile. Le vittime, in genere, soffrono di maltrattamenti per circa 4 anni, solo il 15% delle scuole in cui i bambini riportano le loro esperienze informano le autorità competenti e circa il 70% dei casi che vengono trattati a livello legale giungono ad un processo orale. Secondo quanto è affermato nella relazione, il numero dei minorenni implicati è quadruplicato nell’ultimo decennio. Nonostante ciò, soltanto 5 regioni autonome hanno un servizio libero e accessibile a tutti per le vittime di abuso e, malgrado la presenza dei servizi per la protezione infantile, nel 2007 sono stati registrati 800000 casi di violenza domestica. Nell’ultimo anno, sono stati circa 50000 i bambini presi in carico dall’assistenza statale, un numero consistente dovuto principalmente al fallimento dei programmi di supporto famigliare. In Spagna i bambini possono essere presi in carico dai servizi come misura precauzionale, un fatto che accade quattro volte più frequentemente della vicina Francia. La decisione di allontanare i figli dai genitori non è determinata dai giudici, ma dagli operatori sociali e spesso è quasi irreversibile, dal momento che le famiglie devono affrontare lunghe battaglie per riavere indietro i loro bambini. Le decisioni dei servizi sociali hanno conseguenze devastanti non solo per i genitori, spesso già finanziariamente indeboliti da un divorzio, ma anche per i bambini, che devono crescere in case-famiglia. Queste ultime sono per l’80% strutture private, alcune delle quali sotto indagine poiché oggetto di molteplici scandali. Anche se il sistema di assistenza per l’infanzia è regionale, il problema è percepito nell’intero Paese.

Per tutti questi motivi, lo studio legale Miraglia, specializzato in diritto minorile e di famiglia, già rinomato in Italia sia in ambito civile che penale, aprirà una nuova sede aMadrid, in Spagna. Infatti, la frequenza dei maltrattamenti infantili, unita alla tendenza a sottostimarli e all’atteggiamento di incredulità e silenzio diffuso in questo stato, lo rendono un’area di particolare interesse per lo studio, da anni impegnato nella difesa dei nuclei familiari e dei bambini, proprio per la loro condizione di estrema fragilità. In virtù della lunga esperienza sul territorio italiano e della varietà dei casi che ha dovuto trattare, lo studio è pronto ad assumere una dimensione internazionale, creando una succursale all’estero che si possa occupare di casi nuovi, di complessità diversa e su uno sfondo culturale differente, ma con l’esperienza e la dedizione già nota e confermata dal lavoro sul campo italiano.

Bologna: una madre vittima dei servizi sociali: una storia di errori che hanno rovinato una famiglia

Il caso di Angela (nome di fantasia), una mamma di 46 anni, è l’ennesima triste vicenda dovuta al malfunzionamento dei servizi sociali e alle errate valutazioni dei loro operatori. La signora ha convissuto 12 anni con Roberto (nome di fantasia), una convivenza che non esita a definire “molto sofferta”, durante la quale è stata più volte vittima dell’atteggiamento aggressivo del compagno, al punto da doversi rivolgere ad un centro antiviolenza. Nonostante ciò, la coppia ha avuto due figli, Luca e Martina (nomi di fantasia), classe 2000 e 2004, che hanno assistito per anni alle dolorose dinamiche familiari. La famiglia è stata presa in carico dal servizio sociale di Bologna, ma invece di trovare aiuto e conforto in questa istituzione, la signora ha dovuto denunciare nel tempo fatti spiacevoli dovuti alla condotta errata degli operatori, caratterizzata da disattenzioni, valutazioni superficiali e scarso interessamento al caso. Tra le principali accuse rivolte agli assistenti sociali vi è la falsificazione dei fatti commessa nell’ultima redazione stilata, nella quale Anna denuncia una “palese distorsione della realtà”, con l’omissione di elementi fondamentali e la messa in evidenza di falsi particolari che la pongono in cattiva luce e ne delineano un’immagine non attendibile.

I rapporti con gli assistenti sociali per Angela non sono mai stati facili. Nelle loro valutazioni, la descrivono eccessivamente aggressiva, provocatrice e bugiarda, “ostacolante e non collaboratrice”, nonché disattenta nei confronti dei figli. Tuttavia, i servizi sociali hanno sempre omesso di specificare la precaria condizione in cui Roberto ha lasciato la compagna; infatti, la signora e i figli sono stati sfrattati in quanto lui ha smesso di pagare l’affitto e, come se non bastasse, Angela ha anche dovuto successivamente interrompere il supporto domiciliare che le era stato concesso poiché in concomitanza con il suo orario di lavoro. La signora denuncia, poi, il mancato rispetto da parte del servizio sociale dell’ordine di protezione emesso a sua tutela, in base al quale il padre dei bambini non poteva avvicinarsi a lei, dal momento che l’aveva precedentemente violentata e picchiata. Gli assistenti, ignorandolo, costringevano la donna a compiere il percorso di valutazione genitoriale insieme al compagno, con suo grande disagio e fatica. L’atteggiamento violento di Roberto è continuato nonostante l’ordinanza, tanto che Angela doveva necessariamente lasciare i figli a un incrocio della strada al momento dell’incontro con il padre, per non entrare in contatto con lui. Questo fatto, segnalato in procura anche dal maresciallo dei carabinieri in carica, non era legale in quanto il servizio avrebbe dovuto obbligatoriamente assicurare la presenza di un educatore. Nonostante l’aggressività del compagno e le spiacevoli circostanze, la signora non ha mai smesso di permettere ai bambini di vederlo, dovendo rinunciare anche al nuovo lavoro da badante per poter garantire gli incontri. Si trattava di un impiego fondamentale per l’economia familiare poiché era l’unica fonte di sostentamento della famiglia, in quanto Roberto non versava più gli assegni per il mantenimento dei figli come imposto dal giudice. Angela si è vista costretta a fare domanda per accedere al banco alimentare, richiesta tuttavia negata dai servizi sociali, rifiuto (riguardante anche la domanda di sostegno psicologico ed economico) del quale non si fa mai menzione nei documenti ufficiali. Infatti, invece di ricevere un aiuto, era stata indirizzata alla distribuzione alimentare della Caritas, cosa di cui non ci sarebbe stato il bisogno se la signora avesse avuto la possibilità di lavorare invece di essere costretta ad abbandonare l’impiego per rispettare gli orari imposti dai servizi. Inoltre, nonostante le sue numerose sollecitazioni, inefficace e quasi nullo è stato il supporto psicologico per la figlia Martina, di cui gli assistenti sottolineano i problemi di apprendimento già alle elementari, senza però specificare che erano probabilmente attribuibili alla convivenza con il padre violento. Sembra che per Martina il rapporto con il papà sia sempre stato problematico: la madre sostiene che, anche dopo la sua separazione dal compagno, la figlia era sempre alterata dopo gli incontri con Roberto e che non ha mai ricevuto l’aiuto di cui necessitava, benché suggerito anche dal pediatra. Infatti, la bambina tornava dalla madre profondamente arrabbiata nei suoi confronti, accusandola di avere distrutto la famiglia e sostenendo, sotto sollecitazione del papà, che la colpa della separazione fosse unicamente sua. L’atteggiamento aggressivo di Martina nei confronti di Angela si è aggravato al punto da far sì che gli assistenti sociali collocassero i figli presso il padre, che fece loro cambiare immediatamente scuola e medico di riferimento, senza discuterne con l’ex compagna prima e senza informarla a cose fatte. Pare, infatti, che lei l’abbia scoperto andando a prendere un giorno Martina a scuola e non trovandola. Gli assistenti avrebbero poi gestito la situazione come se la collocazione dei figli presso il padre fosse un affidamento esclusivo, imponendo a lei di vederli solamente tramite incontri protetti, nonostante Roberto avesse già subito una condanna per violenza sessuale e maltrattamenti gravi in famiglia. La signora ha denunciato l’omissione da parte dei servizi sociali nelle loro relazioni della mancata garanzia degli incontri e dell’infelicità dei figli, a cui mancava la madre e che non erano contenti della scelta fatta. Nel periodo di permanenza dei bambini dal padre, le condizioni di Martina sono notevolmente peggiorate, specialmente sul piano scolastico: Angela dichiara di esserne stata informata direttamente dall’istituto frequentato dalla figlia (di cui lei non era comunque a conoscenza poiché tenuta all’oscuro anche delle scuole frequentate dai suoi ragazzi), benché le dichiarazioni degli assistenti sociali smentissero la realtà dei fatti sostenendo un miglioramento della ragazza da quando abitava presso Roberto. I problemi di Martina non erano limitati all’apprendimento, ma erano anche e soprattutto comportamentali: a scuola era spesso assente, mostrava un atteggiamento irrispettoso e violento e frequentava ragazzi che consumavano sostanze, facendone uso talvolta anche lei stessa. I servizi sociali, tuttavia, non hanno mai ammesso le molteplici segnalazioni della madre a questo proposito e, dopo un incontro a scuola con lei e gli insegnanti, non hanno comunque preso nessun provvedimento a favore della figlia. La situazione non è quindi migliorata, al punto che la ragazza ha chiamato la madre disperata perché voleva tornare da lei, dicendole che le era impedito dal padre, dalle assistenti sociali e dalla psicologa, da cui era stata indotta in passato a credere che la mamma fosse inadeguata a prendersi cura di lei e di suo fratello, nonché spinta a rilasciare dichiarazioni in favore del padre, senza tuttavia credere a ciò che diceva. Benché Angela abbia cercato più volte di contattare i servizi per poter riavere i figli, dal 2018 al 2020 è rimasta senza assistente sociale di riferimento, così da dover necessariamente lasciare la situazione in stallo, nonostante la grande sofferenza sia da parte sua che dei suoi ragazzi. Non sapendo, infatti, a chi rivolgersi, era del tutto impotente e impossibilitata a prendere qualsiasi tipo di iniziativa, dal momento che non poteva consultarsi con nessuno e non vi era alcun referente a cui chiedere il permesso. Un cambiamento è avvenuto soltanto a luglio 2020, quando ha avuto la possibilità di trascorrere due settimane con Martina. Insieme alla madre, Martina ha riacquistato serenità, ma il loro riavvicinamento non è stato privo di domande drammatiche, che hanno portato alla luce le false informazioni riguardanti Angela che gli assistenti sociali hanno riferito ai bambini negli anni, come se fosse stata intenzionalmente una mamma cattiva e assente, che trascurava i figli e non si preoccupava del loro stato di salute. Inoltre, pare che gli operatori non abbiano mai consegnato ai ragazzi i regali che la signora preparava per loro in occasione degli incontri e che abbiano addirittura consigliato a Martina, sprovvista di carta d’identità, di dichiarare che la madre era morta per poterla ottenere più agilmente. Davanti a queste dichiarazioni e al pianto disperato della figlia, Angela si è recata col suo legale presso la sede dei servizi sociali, dove è stata ricevuta dalla dirigente, che si è scusata dell’operato delle colleghe e ha promesso di stilare una nuova relazione per il Tribunale dei Minori al fine di dichiarare la volontà di Martina di tornare a vivere presso la madre e di segnalare le lacune e gli errori dei precedenti assistenti. Questo documento, tuttavia, non è mai stato scritto. L’assistente sociale deputata a seguire il caso è cambiata nuovamente e le procedure sono ricominciate dall’inizio, nonostante l’insofferenza della ragazza e la mancata volontà di ristabilire un calendario di incontri. Inoltre, allontanata ancora una volta dalla madre, Martina è stata nuovamente costretta a mentirle in favore del padre, nel frattempo condannato penalmente. Infatti, se lei fosse ritornata con Angela, Roberto avrebbe perso la collocazione della figlia minorenne presso di lui e sarebbe finito in carcere. Dopo essere tornata presso il papà, senza la possibilità di vedere la mamma con continuità, sembra che la ragazza sia nuovamente peggiorata nel comportamento.

Angela ha segnalato più volte l’abbandono dei suoi figli da parte del servizio sociale, l’impossibilità di comunicare con gli assistenti e l’omissione e la falsificazione delle informazioni da parte degli operatori sia nelle relazioni che nelle comunicazioni tra i membri familiari. Ha raccontato la sua storia su Facebook, ricevendo il sostegno di moltissime persone e la conferma di non essere l’unica a subire questi maltrattamenti. A suo favore sono state fatte varie interpellanze anche da parte delle onorevoli Veronica Giannone e Mariateresa Bellucci. Nonostante ciò, a seguito della relazione del 20 agosto 2021, dalla cui lettura ha potuto evincere l’errato racconto della sua vicenda e la falsa descrizione della sua situazione, Angela si è trovata costretta ad esporre denuncia nei confronti degli operatori del Servizio Sociale Tutela Minori del Quartiere Savena e Santo Stefano di Bologna per i reati di abuso di ufficio, lesioni personali, violenza privata, nonché di falsità ideologica in certificati commessa da persone esercenti un servizio di pubblica necessità e di false dichiarazioni all’autorità giudiziaria. Infatti, a pochi giorni dal compimento della maggiore età della figlia più giovane, non ha potuto che constatare amaramente di non essere riuscita a salvare nessuno dei suoi bambini e di non aver nemmeno potuto preservare Martina dall’acquisire il medesimo comportamento aggressivo del padre, cosa su cui era stata messa in guardia da più persone e per la quale Angela prova oggi un forte rammarico. La signora si è sempre battuta senza mai arrendersi, nonostante non riuscisse ad ottenere alcun progresso con il passare del tempo, e racconta oggi, senza più piangere ma con parole che ben esprimono la sua profonda sofferenza, che i suoi figli “sono il prodotto delle istituzioni”, dalle quali non ha mai ricevuto alcun aiuto e, anzi, delle quali è stata fin dall’inizio soltanto una vittima.

Servizi sociali di Milano: operatore fa una videochiamata alla mamma seduto sul wc


La donna lo denuncia


MILANO (3 Febbraio 2022). La pandemia ha reso incontri da remoto e videochiamate strumenti di comunicazione, anche istituzionale, d’uso comune e lo smart working ha fatto sì che il lavoro spesso abbia invaso la sfera domestica delle persone. Ma quello che è capitato a una giovane donna milanese è a dir poco sconcertante: alcuni giorni orsono ha ricevuto una videochiamata dall’assistente sociale che si occupa del suo caso mentre questi se ne stava beatamente seduto sulla tazza del wc. Il tono della telefonata era poi alquanto imbarazzante: più che parlare dell’estensione degli orari di visita tra madre e figlio l’assistente sociale era più interessato a indagare sulle relazioni sentimentali della donna. Circostanza che non avrebbe nulla a che vedere con il rapporto con il figlio e con la richiesta di aumentare le visite inoltrata dalla donna. La giovane si è rivolta quindi ai carabinieri per denunciare l’assistente sociale, anche perché costui si è più volte ostinato a non aumentare gli incontri madre/figlio nonostante il tribunale abbia imposto l’aumento della frequenza degli incontri tra la donna e il suo bambino, che si trova in affidamento presso una famiglia. «E anche su questo aspetto nutriamo grossi, grossissimi dubbi – interviene l’avvocato Miraglia al quale la donna si è affidata – in quanto il Comune di Milano ha affidato a una cooperativa l’incarico di reclutare le famiglie alle quali affidare i minori che il tribunale ritiene di allontanare temporaneamente da casa propria. Ma sembrerebbe che la coppia che ospita il piccolo sia strettamente legata con la cooperativa in questione. Tant’è che questo bambino continua ad essere tenuto lontano dalla madre senza motivo e contro le disposizioni del tribunale. Non vorremmo si trattasse di un ennesimo caso di adozione mascherata».

A frapporsi tra lei e il figlioletto è appunto questo assistente sociale, che continua a disattendere le disposizioni del giudice, che ha stabilito un aumento degli incontri tra madre e figlio e ha pure sollecitato l’invio da parte di Servizi sociali della relazione sul bambino, che non è ancora pervenuta sul tavolo del giudice. Quando poi la madre del bimbo chiede spiegazioni, si sente immancabilmente rispondere dall’operatore che è lui a decidere le visite in base al caso e in una relazione ha persino scritto che è il bambino a non voler tonare a casa, mentre il bimbo chiede continuamente di poter stare con la madre. «Perché allontanare il bambino dalla sua mamma allora? – prosegue l’avvocato Miraglia. – Non si tratta forse di un affidamento “sine die”, che non vedrà mai la fine e che di fatto è un meccanismo per occultare una vera e propria adozione? Un sospetto alimentato ulteriormente dal fatto che questo bambino sin da subito è stato obbligato a chiamare mamma e papà la coppia affidataria. Che poi l’assistente sociale si permetta di assumere comportamenti disdicevoli nei confronti della madre del piccolo questo non fa che aggravare ancor di più una situazione già dubbia e sospetta di suo. Doppiamente irrispettoso quindi l’atteggiamento dell’assistente sociale: se da un lato tiene la donna separata ingiustificatamente dal proprio figlio, come si è permesso poi di effettuare una videochiamata di lavoro seduto in bagno? E di quel tenore, per di più! Chiediamo che il Comune indaghi bene sulle persone alle quali affida un servizio delicato come appunto sono i Servizi sociali».

Sul caso interviene anche la professoressa Vincenza Palmieri, consulente tecnico forense della mamma. «Le relazioni – false, falsificate o alterate – sono, purtroppo, all’origine di tale grande male – commenta la professoressa Palmieri. – E se poi queste sono il risultato di incontri e colloqui gestiti in maniera arbitraria e privi dell’applicazione anche dei più elementari principi deontologici, non se ne deve tener conto in Tribunale. I professionisti dell’aiuto, autorizzati dalla vigente normativa a tenere colloqui e consulenze anche on-line, devono comunque rispettare ogni altro criterio previsto dalla prassi e dalle norme proprie della professione, che possono e devono garantire serietà e verità. Queste relazioni, che non sono il risultato di un lavoro serio e scrupoloso, rappresentano il grimaldello diffamatorio per continuare a tenere i bambini lontani dai propri genitori».

L’Aquila: psicologa di una minore la prepara all’udienza dove accusa il padre poi discute il caso come Giudice

Avvocato Miraglia: come dice Cetto La Qualunque “Ma è legale questa cosa?”

L’AQUILA (25 Gennaio 2022). La battuta è presa in prestito dalla comicità di Antonio Abanese, ma c’è purtroppo ben poco da ridere: un uomo è sotto processo per presunte molestie nei confronti della figlia maggiore, la quale è stata affidata a una comunità mentre i due fratellini minori vivono in altre due case diverse: il più piccolo da quando è nato non ha mai visto il padre, perché a questi genitori viene impedito di vedere i bambini da due anni. La madre è indagata di favoreggiamento e tutto perché si è dato  ascolto alla ragazzina che nonostante i suoi 14 anni ha problemi di neurosviluppo che la rendono, di fatto, ancora una bambina e che sarebbe stata influenzata dalle amichette, che l’avrebbero convinta a inventar tutto come ripicca per non aver ottenuto in regalo il telefonino tanto desiderato. A dare credito alla ragazzina invece è la psicologa che però, oltre a seguirla come paziente in terapia, l’ha preparata per l’udienza in Tribunale Penale ed ha persino fatto parte del Collegio Giudicante al Tribunale dei Minorenni de L’Aquila dove la famiglia vive. E parrebbe essere pure responsabile di alcune case famiglia. Un pasticcio giuridico mai sentito, nel quale ci sono cinque vittime e una persona che interviene in triplice veste a stravolgere le loro esistenze. «E appunto ci si chiede “Ma è legale questa cosa?” – dichiara l’avvocato Miraglia, al quale i genitori della giovane si sono affidati – e soprattutto è l’unico, sfortunato caso oppure al Tribunale per i Minorenni de L’Aquila le cose funzionano sempre cosi? Siamo di fronte a una svista clamorosa o a un vero e proprio caso di mala giustizia?».

La ragazzina è molto fragile e un paio d’anni fa avrebbe riferito di essere stata molestata dal padre, un giorno in cui la madre era assente, in verità cambiando spesso versione sulla vicenda. È emerso poi che erano state le amichette a convincerla (lei è molto influenzabile) ad accusare il genitore, come ripicca per non aver ricevuto il telefono cellulare richiesto e desiderato. La giovane è stata allontanata subito da casa e affidata a una comunità, così come i due fratellini minori, visto che il padre è stato rinviato a giudizio e la madre indagata per favoreggiamento. Il caso è approdato in Tribunale per i Minorenni che addirittura dispone l’apertura dello stato di abbandono dei minori senza  che ancora nessuna colpevolezza sia stata riconosciuta in capo  ai genitori.

Ad ogni modo il  Tribunale per i Minorenni, basandosi  di fatto su le semplici dichiarazioni di questa ragazzina ha disposto “l’eliminazione “ dei genitori: la ragazzina è stata destinata a vivere presso una famiglia affidataria, un fratello è stato affidato al nonno materno, l’altro ai nonni paterni. Famigliari che abitano persino in regioni diverse. «Come se tutto ciò non fosse abbastanza grave – prosegue l’avvocato Miraglia – emerge che la decisione del Tribunale per i Minorenni  si poggi su un vizio di forma gravissimo: uno dei magistrati che hanno sentenziato era nientemeno la psicoterapeuta che segue professionalmente la ragazzina e che, tra l’altro, l’aveva pure preparata ad affrontare l’udienza nella quale era stata sentita nel corso dell’incidente probatorio. La psicologa avrebbe preso parte infine al collegio giudicante in qualità di giudice onorario: circostanza di una gravità inaudita».

Per sua stessa ammissione la terapeuta avrebbe “informato tempestivamente il Presidente e il Collegio di conoscere la minore e di quale natura fosse la conoscenza” ma gli altri Giudici, mancando uno di loro per motivi personali e “in considerazione dell’urgenza del caso” hanno ritenuto che “non sussistesse incompatibilità e fosse sufficiente che non intervenisse nella discussione, limitandosi all’ascolto ed alla condivisione”. La terapeuta avrebbe quindi espresso “solo l’adesione alla deliberazione”.

Come dire: c’ero ma dormivo o ancora meglio come le tre scimmiette della garzanti: non vedo , non sento e non parlo ma intanto decido!!!

«L’avvocato curatore della minore e dei suoi fratellini, pur chiamata a tutelare i loro interessi, pare svicolare dalla presa di posizione su questa vicenda – conclude l’avvocato Miraglia – ma noi proseguiremo cercando verità e giustizia e soprattutto un giudizio imparziale, rivolgendoci agli organi competenti. Auspichiamo che vogliano altresì fare chiarezza sulla vicenda anche il Consiglio Superiore della Magistratura e il ministero della Giustizia: questo doppio anzi triplo ruolo mina la terzietà del Collegio Giudicante, che ha deciso delle vite dei bambini stravolgendole, con le conseguenze che questo comporta e comporterà».

Sarà l’unico caso a L’Aquila?

Ferrara: bimbo costretto a distruggere una montagna di giornali per combattere l’ansia

Da quasi due anni non gli fanno vedere la mamma. Per i Servizi sociali è “sereno”

FERRARA (21 gennaio 2022). A volte le istituzioni si accaniscono in maniera crudele e sistematica contro le persone: a Ferrara questo accade nei confronti di un bambino che oggi ha 7 anni e che nella sua brevissima vita ha vissuto lunghissimi periodi lontano dalla mamma, è stato collocato presso famiglie affidatarie, parcheggiato in una comunità degli orrori, ha vissuto saltuariamente con lei. Un calvario iniziato quando il bimbo era piccolissimo ed era stato allontanato in quanto una psicologa e un’assistente sociale vedevano un eccessivo attaccamento tra mamma e bambino. All’inizio erano stati alloggiati in una comunità fatiscente, dove sui pavimenti scorrazzavano allegramente gli scarafaggi e senza che per mesi di loro i Servizi sociali si occupassero, nemmeno per un percorso di sostegno alla genitorialità che li facesse tornare a casa insieme. La donna era stata costretta a perdere il lavoro perché da quella comunità non le consentivano di allontanarsi. È solo per la caparbietà di questa donna e dell’avvocato Miraglia al quale si era rivolta che nel 2018 era riuscita ad uscire da quella comunità orribile e ad avere il figlio con sé. «Ma dopo un paio d’anni le istituzioni glielo hanno tolto nuovamente – commenta l’avvocato Miraglia – questa volta però affidandolo ad un’altra famiglia. Quello che sconcerta è che per quasi un anno i Servizi sociali non hanno fatto vedere questo bambino alla mamma e nel corso del 2021 si sono potuti vedere soltanto tre volte e solo perché il bambino aveva manifestato uno stato di disagio e agitazione tali da costringere le assistenti sociali ad organizzare degli incontri con la madre. A lasciare sgomenti ancora di più è sapere che questo bambino piange, soffre di insonnia, implora e supplica di tornare a casa dalla sua mamma che con lui è sempre stata più che amorevole e scoprire dai suoi racconti che distrugge montagne di giornali per sfogare la propria rabbia. Pare sia un metodo applicato dalla psicologa per superare gli stati di frustrazione, ma ci chiediamo: è possibile che un bambino di soli 7 anni abbia bisogno di metodi per sfogare l’ansia, la frustrazione e la rabbia? Un bambino di 7 anni dovrebbe stare a casa con la propria mamma e i nonni amorevoli. Un bambino di 7 anni dovrebbe stare con i suoi giocattoli, con i suoi cani a cui è affezionatissimo, con i suoi compagni di scuola. A questo bambino due anni fa è stato negato tutto ciò, è stato strappato dalla sua vita senza neanche fargli portare via da casa un effetto personale che gli desse sicurezza e lo rasserenasse nei momenti di sconforto. Sbattuto in una famiglia affidataria senza spiegazioni, senza motivo: è comprensibile che si senta perduto». E come per la volta precedente neanche questa volta i Servizi sociali si sono attivati per mettere in atto un percorso di sostegno alla genitorialità, al rapporto madre-figlio. Niente. Addirittura in due anni mamma e bimbo si sono visti soltanto tre volte, in aperta e chiara violazione della legge. «L’istituto dell’affidamento – continua l’avvocato Miraglia –è di per sé temporaneo e solo fino a quando non si vengono a creare le condizioni, attraverso un preciso percorso, per collocare il bambino presso la propria abitazione e la famiglia di origine. In questo caso è stato disatteso, ma è chiarissimo che il bambino stia soffrendo e non è certamente la situazione ideale per lui. Abbiamo presentato ricorso urgente affinché torni a casa, ma vorremmo sapere che fine ha fatto l’eventuale provvedimento che il Tribunale per i minorenni di Bologna dovrebbe aver emesso all’udienza di tre mesi fa. Vorremmo sapere che cosa stanno facendo i Servizi sociali per riavvicinare questo bambino alla mamma: l’unica cosa che intanto hanno risposto è che stanno lavorando in ottemperanza alle disposizione del Tribunale e soprattutto che i momenti di riavvicinamento alla mamma sono organizzati in base ai tempi e ai desideri del bambino. Come è possibile? Cosa deve fare questo bambino oltre a stracciare montagne di carta, non dormire, piangere e implorare per dimostrare che il suo reale desiderio è di tornare a casa con la sua mamma?».

 

 

 

Il business degli amministratori di sostegno non si arresta

Dopo sette anni in comunità una giovane continua ad autolesionarsi e a mangiare le proprie feci, ma non le consentono di tornare a casa

Perugia-Roma (16 Dicembre 2021). Un nuovo business vede coinvolti gli amministratori di sostegno, nominati per difendere i diritti di persone fragili e incapaci di intendere e volere: ma emergono sempre nuovi casi nei quali queste persone vengono confinate all’interno di strutture e comunità, senza che qualcuno si occupi realmente di loro.

«Un caso era emerso l’anno scorso in provincia di Lecco, grazie a un programma televisivo, mentre più recentemente si è rivolto al mio studio il figlio di un’anziana di Ancona – racconta l’avvocato Miraglia. – E ora il padre di una giovane donna di Roma si è ritrovato a vivere il medesimo incubo: dopo sette anni trascorsi in una struttura di Perugia la figlia sta sempre male, senza contare che per per tutti gli anni nei quali la giovane, oggi 25enne, è stata ricoverata all’interno della struttura, la Regione Lazio ha speso quasi un milione di euro di soldi pubblici. A chi fa bene una situazione simile?».

La ragazza ha seri problemi psichiatrici e nel 2014 è stata inserita in una comunità terapeutica di Perugia: nel 2015 il giudice tutelare del Tribunale ha nominato per lei un amministratore di sostegno. Negli anni la ragazza ha rifiutato spesso di vedere il padre e i nonni paterni, senza che la struttura terapeutica abbia mai cercato di intervenire ad agevolare gli incontri, motivando il diniego come volontà della ragazza. Abbastanza inspiegabilmente se da un lato per lei è stato nominato un amministratore di sostegno perché incapace di provvedere per sé, dall’altro invece è lasciata libera di decidere se incontrare o meno i familiari.

Oltre a questo è certo che la permanenza in comunità non le stia portando alcun giovamento: continua a procurarsi delle lesioni ed è stata vista ingurgitare le proprie feci. «Se la finalità del trattamento è quella di un reinserimento all’interno della famiglia di origine – prosegue l’avvocato Miraglia – non si comprende come in oltre sette anni di ricovero questa giovane non sia ancora pronta, con le dovute precauzioni del caso, a tornare presso la dimora del padre, che sarebbe assolutamente capace di prendersi cura della figlia. Continua, poi, a rimanere ricoverata in provincia di Perugia, molto lontana dalla casa dei familiari, che faticano quindi ad andarla a trovare. Sul territorio romano esistono, invece, numerosi centri diurni che potrebbero occuparsi della ragazza di giorno, con rientro presso il domicilio alla sera e l’eventuale assistenza di operatori specializzati».

E guarda caso, dopo un lungo periodo in cui dichiarava di non voler sentire il padre, la giovane ha accettato di riprendere i contatti telefonici: emblematico che tale apertura si sia verificata subito dopo che il padre ha depositato richiesta di collocarla presso di sé. È comprensibile quindi che i familiari nutrano dei sospetti in ordine all’effettiva volontà della ragazza di non voler avere contatti con loro.

Ancora più incredibile è quanto hanno sostenuto gli operatori della struttura in cui si trova la ragazza. Gli stessi sottolineano di agire in trasparenza e di rispettare la volontà della paziente, ma vari sono stati gli episodi di autolesionismo da parte della giovane, che è arrivata a mangiare i propri esprimenti: a loro dire per dimostrare il suo disagio.

Alla luce di tutto questo risulta quindi incomprensibile la decisione del Tribunale di rigettare la richiesta di rientro a Roma, motivandola con il rifiuto della ragazza ad andare dal padre e dai nonni e perché, a detta dell’amministratore di sostegno, non sarebbe tutelante un trasferimento nella sua città d’origine. «Mi domando se a Roma non esistano strutture idonee e se solo gli operatori di Perugia sono più capaci di quelli romani» prosegue l’avvocato Miraglia. «Non vorrei che ancora una volta il dio danaro la facesse da padrone. Ancora più discutibile è il comportamento del Presidente della Regione Lazio, al quale il padre, attraverso il sottoscritto, si è rivolto per avere spiegazioni sul perché la figlia non potesse essere eventualmente collocata in una struttura a Roma, vicina alla famiglia, oppure direttamente a casa del padre: circostanza che farebbe risparmiare il pagamento della retta mensile. A questo punto, oltre ad auspicare un riscontro con il Presidente Nicola Zingaretti, ci chiediamo a chi giova tutto questo?».

Reggio Emilia: Processo Angeli e Demoni

Tribunale di Reggio Emilia: condannato a 4 anni lo psicoterapeuta Foti; 17 imputati rinviati a giudizio. Orgoglioso di essere considerato il ” grande accusatore” del sistema degli affidi illeciti. Sarà ancora un raffreddore???