Evidenza

Violentata una minorenne in un centro di recupero: confermata in appello a 5 anni di reclusione per un altro ospite all’epoca 43enne

ANCONA (4 Giugno 2021). Confermata anche dalla Corte d’Appello di Ancona la condanna di un uomo per lo stupro di una minorenne, avvenuto tre anni fa all’interno della comunità di recupero dalle dipendenze in cui entrambi erano alloggiati. L’uomo, che nel dicembre 2018 aveva 43 anni ed era ricoverato nella struttura per la sua dipendenza da alcol, ha usato violenza nei confronti della ragazzina, all’epoca diciassettenne, approfittando della sua condizione di inferiorità dovuta alla giovanissima età. Oltre al fatto che, nel momento in cui ha fatto irruzione nella sua stanza, la ragazzina stava dormendo. Una violenza che si è consumata senza che nessuno degli operatori addetti alla sorveglianza, pur presenti nel reparto in quel momento, si fosse accorto di nulla e fosse pertanto intervenuto in suo aiuto. La ragazzina aveva avuto il coraggio di denunciare tutto a un’operatrice sociosanitaria della comunità, che aveva notato in lei un atteggiamento strano e che le aveva quindi chiesto cosa le fosse capitato. Tra l’altro l’uomo, consumata la violenza, si era pure presentato per alcune notti successive nella stanza della giovane, che però in quelle occasioni era riuscita ad allontanarlo. Ne era seguita quindi un’inchiesta, con la relativa condanna dell’uomo in primo grado a cinque anni di reclusione. Condanna confermata da una recente sentenza emessa questa settimana dalla Corte d’Appello di Ancona.

«Soddisfatti della conferma della sentenza» commenta l’avvocato Miraglia, che difende il padre della ragazzina costituitosi parte civile, «procederemo ora con la richiesta di risarcimento dei danni morali e materiali sia al colpevole della violenza che al responsabile della struttura di recupero, che non ha saputo sorvegliare e prendersi cura adeguatamente della minore. C’è anche da sottolineare – e quindi mi rivolgo al ministro della Salute Roberto Speranza – come siano pochissime  i luoghi che possono aiutare i minori senza contattare che potrebbero essere aiutati a casa loro.

i. Purtroppo la stragrande maggioranza delle volte i minori vengono inseriti in strutture riabilitative nelle quali sono alloggiati anche gli adulti che, come si evince dal caso in questione, possono dimostrarsi assai pericolosi. Sarebbe pertanto opportuno cominciare a pensare di realizzare strutture dedicate esclusivamente all’accoglienza di minori affetti da dipendenze, soggetti particolarmente fragili e vulnerabili».

 

Verona: il piccolo Marco affidato definitivamente ai nonni

Dopo tre anni finisce l’odissea del piccolo che i Servizi sociali volevano far adottare ad altra famiglia

VERONA (25 Aprile 2021). Dopo tre anni finisce l’odissea del piccolo Marco, che i Servizi sociali volevano far adottare ad altra famiglia: il Tribunale per i minorenni di Venezia ha decretato che il bambino, che ora ha cinque anni e mezzo, venga affidato ai nonni materni, con i quali è tornato a vivere. Il tribunale ha anche stabilito che i Servizi sociali si attivino per riavvicinalo alla mamma.

«Finalmente dopo tre anni si conclude la tragica vicenda di questo bambino» dichiara l’avvocato Miraglia, al quale si erano affidati i nonni per riavere il piccolo con sé. «Non possiamo che essere soddisfatti del fatto che il Tribunale per i minorenni abbia accolto le nostre istanze e che abbia fatto tornare Marco nella sua casa, dai nonni, dove era accudito amorevolmente. Ci sono voluti però tre anni di sofferenze, per arrivare ad affermare quanto noi abbiamo sempre sostenuto fino dal primo giorno: Marco stava bene con i nonni materni. Tre anni persi, tre anni nei quali il bambino è vissuto lontano dall’affetto della sua famiglia, senza motivo, sballottato tra comunità e famiglie affidatarie. Abbiamo avuto mandato di valutare ora un’azione civile di risarcimento danni nei confronti dell’assistente sociale e soprattutto della psicologa che ha determinato l’allontanamento del bambino e questo lungo e doloroso iter giudiziario».

Il piccolo Marco era stato allontanato fin dalla nascita dalla madre, che aveva all’epoca problemi di tossicodipendenza: viveva con i nonni, ma gli assistenti sociali di Verona lo hanno allontanato da casa, affidandolo ad un’altra famiglia e chiedendo che venisse dichiara adottabile, sostenendo che la nonna, che era stata incapace di tenere lontana la propria figlia dalla droga, non poteva essere un’educatrice adeguata. Incuranti del fatto che una famiglia il bambino l’avesse, amorevole e in grado di occuparsi di lui.

Per il piccolo Marco c’era stata una grande mobilitazione: manifestazioni in piazza, volantini sulle vetrine dei negozi. Del caso si era interessato anche l’ex ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana.

«Adesso il tribunale ha ufficializzato l’affidamento alla nonna materna, che ne è la tutrice provvisoria» prosegue l’avvocato Miraglia, «incaricando i Servizi sociali di elaborare un percorso di sostegno in favore della madre, volto a favorire il possibile rapporto con il piccolo. Questo per noi è motivo di grande soddisfazione e ci auguriamo che per i Servizi sociali questa vicenda sia d’esempio a non giudicare preventivamente le persone, ma di valutarle e conoscerle, prima di allontanare un bambino dalla sua famiglia e di farlo dichiarare adottabile». Un ringraziamento va a tutta la citta di Verona che sin dall’inizio ha mostrato partecipazione, sostengo e sensibilità per il piccolo Marco e la sua famiglia. 

Cassino: squalificante mettere sul piano politico la vicenda delle due bambine strappate alla zia

Cassino  (20 Aprile 2021).  Nella giornata di ieri, è stato pubblicato, su un quotidiano locale un articolo dal titolo “Le bimbe tolte alla zia e quel fallo da cartellino rosso di una “certa destra”, a firma del già vice sindaco di Cassino.

Visto che si ritorna ad intervenire sulla vicenda delle bambine che i Servizi sociali hanno strappato due settimane fa alla zia e che attraverso alcuni mass media si stia operando una difesa d’ufficio del sindaco stesso e degli assistenti sociali, non possiamo esimerci dall’intervenire, anche noi, in quanto legali della zia, per chiarire ulteriormente alcuni passaggi e rispedire al mittente alcune, gratuite, accuse.

 

Corre l’obbligo innanzitutto di precisare che il Tribunale per i minorenni di Roma non ha confermato l’operato dei Servizi sociali di Cassino e non è vero che non abbia rilevato elementi per sconfessare l’operato delle assistenti sociali, dal momento che l’udienza è fissata per il prossimo 5 Maggio.

Pertanto chi si sente in dovere di intervenire, almeno abbia la compiacenza di informarsi sulle cose, altrimenti farebbe bene a tacere.

 

Accusare poi lo Studio Miraglia di strumentalizzare la vicenda di queste due bambine per questione politica, non trova riscontro alcuno e la trasparenza e trasversalità con il quale operiamo è sotto gli occhi di tutti. Da anni interveniamo a tutela di minori, indipendentemente dal colore politico delle amministrazioni che emanano dei provvedimenti di allontanamento ingiustificati. E quando ci si riferisce al “caso Bibbiano” è per indicare il metodo adottato da più e più Comuni, purtroppo, di allontanare i bambini per affidarli a case famiglia che magari hanno rapporti poco trasparenti con le amministrazioni stesse oppure con gli assistenti sociali che vi operano. E a questo proposito il sindaco di Cassino ci spieghi che rapporti ha con gli assistenti sociali che hanno deciso di allontanare queste due bambine, i quali pare vengano forniti da un consorzio e non sono nemmeno alle dirette dipendenze del municipio.

 

Costoro hanno applicato in questa vicenda l’articolo 403 del Codice civile, il quale recita: “Quando il minore si trova in una condizione di grave pericolo per la propria integrità fisica e psichica la pubblica autorità, a mezzo degli organi di protezione dell’infanzia, lo colloca in luogo sicuro sino a quando si possa provvedere in modo definitivo alla sua protezione”. Ci debbono dire, questi signori, che grave pericolo correvano queste due bambine, dal momento che la motivazione che i Servizi sociali hanno addotto nella relazione presentata al Tribunale per i minorenni di Roma è l’eccesso di possesso e un atteggiamento della zia ritenuto troppo critico verso l’operato degli assistenti sociali.

Tra l’altro fu il sindaco per primo ad intervenire dicendo di non conoscere la vicenda e, come cittadini, siamo sdegnati dal fatto che il tutore delle bambine non sappia cosa si decida dei minori a lui affidati, né conosca i motivi di un allontanamento così brutale. Ma quando firma un provvedimento, lo fa senza chiedere, senza controllare?

 

La vicenda sicuramente la ben conosce chi, come noi, ci è addentro pertanto, chi si è lanciato in una accorata difesa del sindaco, sarebbe stato opportuno che avesse un minimo di conoscenza dei fatti. Porre la vicenda, poi, sul piano politico è squalificante e non centra l’obiettivo della questione: il sindaco non ha certo bisogno di una difesa d’ufficio. Chi agisce con le sue responsabilità deve essere forte solo della propria decisione, del proprio buon operato.

 

Quanto a noi, legali dello Studio Miraglia, dire che agiamo per interessi o posizioni meramente politiche è oltremodo ingiusto e offensivo. Gli avvocati non si schierano: gli avvocati rispondono al mandato ricevuto dai loro assistiti e agiscono in loro difesa. Respingiamo pertanto ogni infondata accusa di partigianeria politica: soprattutto quando si parla di bambini, non ci sono colori o schieramenti o interessi politici. Ci sono solo i diritti delle persone, persone fragili e indifese.

Cassino. bimbe sottratte alla zia. Il Sindaco tace i motivi

FROSINONE (14 Aprile 2021). «Abbiamo letto la replica del Sindaco di Cassino, Enzo Salera, al caso delle due bambine sottratte alla zia che abbiamo sollevato nei giorni scorsi: riteniamo che abbia perso un’occasione per stare zitto» dichiara l’avvocato Miraglia, che tutela la zia delle due bambine, le quali, affidate a lei dal tribunale, all’improvviso e senza motivo apparente sono state condotte in una casa famiglia. «Colpisce la cifra dei minori, un centinaio, che si vanta di far seguire ai suoi Servizi sociali» prosegue l’avvocato Miraglia. «Un po’ altina visto che Cassino è un Comune di medie dimensioni, annoverando suppergiù 36 mila abitanti. Il suo comunicato, comunque, tutto diceva tranne i motivi per i quali i Servizi sociali hanno sottratto alla zia le due bambine, che con lei vivevano serene. A parte che anziché una nota stampa, poteva convocare la zia in Municipio per parlare direttamente con lei, ci deve spiegare e illustrare quali sarebbero le sue mancanze, tali da non consentire che le bambine avessero una “crescita educativa, fisica e psicologica normale”».

Quello che pare evidente, ancora una volta, è che il Sindaco nulla sappia di tutta questa vicenda e che soprattutto si sia di fronte ad un abuso di potere. «Ricordiamo al Sindaco» prosegue ancora l’avvocato Miraglia, «al quale diciamo che, grazie, ma non ci servono lezioni su come sono organizzati i  Servizi sociali, ebbene ricordiamo che l’unica possibilità per la Pubblica Amministrazione di sostituirsi all’Autorità Giudiziaria, che le consenta di allontanare di impeto dei minori dalla casa e dalla famiglia in cui vivono, è che sussistano dei gravi e imminenti pericoli per la loro incolumità.

 

Ma quale pericolo ci poteva essere se queste bambine sono brave a scuola, serene e che quel giorno la zia le aveva accompagnante in municipio a un incontro i genitori, oltretutto per pura iniziativa arbitraria degli operatori sociali, pulite e ben vestite? Invece di lanciarsi in una difesa d’ufficio nei confronti dei suoi assistenti sociali, ci spieghi i motivi che hanno portato a questo allontanamento coatto.

 

E soprattutto, visto l’elevato numero di casi di minori che il Comune dice di seguire, ci illustri quante e quali convenzioni siano in essere con le case famiglia  e le comunità di accoglienza; quanto spende, in denaro pubblico, il Comune di Cassino per alloggiare i minori allontanatati da casa e nello specifico quanto costano queste due bambine alla collettività. Soldi che potevano essere tranquillante risparmiati. Ci si conceda poi un’ultima affermazione: siamo stati contattati da diversi cittadini di Cassino, che ci hanno raccontato come episodi di allontanamento in tutto simili a quello di queste bambine sarebbero già avvenuti, e non un paio di volte soltanto, e come parrebbe esserci pure un procedimento penale in corso per gli ambigui rapporti che gli operatori sociali avrebbero intrattenuto con strutture di accoglienza. Diciamo che se il  Sindaco vuole parlare, ha diversi argomenti da illustrare a questa zia e ai suoi concittadini».

Poste italiane condannata a risarcire un cliente derubato di 11 mila euro

Gli impiegati non si erano accorti che l’assegno incassato da un truffatore era palesemente falso.
MODENA (27 Marzo 2021).Sentenza che farà giurisprudenza quella emessa giovedì dal Tribunale di Modena contro Poste Italiane, riconosciuta colpevole di non essersi accorta di avere fatto incassare a un truffatore un assegno palesemente falso. Con il quale, ad uno Sportello postale di Oderzo (Treviso), aveva sottratto 11 mila euro ad un uomo che lo aveva contattato per l’acquisto di un’auto. Al povero malcapitato ci sono voluti sei anni di battaglie legali, ma alla fine si è visto riconoscere la ragione e anche la cifra sottrattagli, con tanto di interessi, oltre al risarcimento delle spese legali e di quelle affrontate per la perizia tecnica.

«La sentenza ribadisce il principio di diritto secondo cui la diligenza richiesta a chi svolge l’ attività bancaria è caratterizzata dal maggior grado di attenzione e di prudenza» dichiara l’avvocato Miraglia, al quale il derubato si è rivolto per ottenere giustizia «e riconosce il diritto ai clienti di Poste Italiane ad essere tutelati dai tentativi di truffa. Nessuno, che affidi i suoi risparmi alle Poste, deve vivere con il perenne terrore di vedersi svuotare il conto da una qualunque persona si presenti a incassare un assegno emesso falsamente a suo nome».

I fatti risalgono al 2015: la vittima del raggiro aveva contattato il truffatore, intenzionata ad acquistare l’auto che costui metteva in vendita al prezzo di 11 mila euro. Nel corso della trattativa, quale garanzia, gli aveva spedito via mail la foto dell’assegno che aveva emesso a suo nome. Poi però l’affare non era andato in porto, poiché il venditore aveva fatto perdere le proprie tracce. L’acquirente credeva fosse finita lì, sennonché poco dopo si è accorto che dal suo conto postale mancavano 11 mila euro, prelevati dal truffatore tramite assegno a uno sportello del Trevigiano.

Poste Italiane ha inizialmente respinto ogni addebito di responsabilità, ma dopo sei anni di battaglie legali l’uomo si è visto riconoscere la ragione: la perizia tecnica aveva infatti messo in luce quanto l’assegno, che il truffatore aveva riprodotto e incassato, fosse chiaramente falso, privo dei contrassegni di sicurezza anti-contraffazione e difforme persino nei caratteri tipografici rispetto a quelli emessi dalle Poste. L’impiegato, pertanto, avrebbe dovuto accorgersi immediatamente che si trattava di un raggiro.

«Proprio sulla base di questa palese contraffazione, il Tribunale ha riconosciuto al mio cliente la completa restituzione della cifra, interessi compresi» conclude l’avvocato Miraglia.

 

Bibbiano è un vero e proprio sistema e i casi ancora irrisolti sono centinaia

Intanto una coppia ha ottenuto la revoca dell’adottabilità della figlioletta e la ripresa delle visite con lei

Se qualcuno indagasse, decine di bambini tornerebbero finalmente nelle loro case

BIBBIANO (26 Marzo 2021). I casi riconducibili a un sistema Bibbiano sono centinaia, ma passano sotto silenzio, perché nessuno li indaga, nessuno li approfondisce, nessuno si impegna a fare chiarezza. Decine e decine di bambini vivono allontanati ingiustamente dalle loro famiglie, per essere affidati ad altri genitori. Finalmente in uno di questi casi si è aperto uno spiraglio di speranza e la Corte d’appello di Bologna ha riconosciuto l’ infondatezza del provvedimento del Tribunale per i Minorenni che con superficialità e approssimazione aveva disposto l’ adottabilità di questa bambina.

«I casi di Bibbiano non sono soltanto i sette di cui si parla» commenta l’ Avv. Miraglia, ai quali i genitori della bambina si sono affidati «e che il tribunale afferma di avere risolto con il ritorno dei minori alle loro famiglie. Come nel caso dei miei assistiti, sono decine e decine i casi che giacciono senza revisione: se non ci fossimo rivolti alla Corte d’Appello questa bambina sarebbe stata adottata da un’altra famiglia, invece di vivere con i genitori naturali, come è sacrosanto diritto di ogni bambino». La piccola è figlia di una giovane coppia, che aveva avuto in passato problemi di tossicodipendenza, ma al momento della nascita della loro figlioletta nel 2016 aveva cambiato vita: la mamma ha seguito un percorso di recupero, anche psicologico, mentre il padre si è totalmente disintossicato e ha trovato un lavoro stabile. Attorno alla coppia c’è una rete familiare disposta ad aiutare i genitori e la loro figlioletta. Invece la bimba è stata loro strappata e dichiarata adottabile, sebbene non ce ne fossero le condizioni.

Anche in questo caso il “modus operandi” e i protagonisti sono sempre gli stessi, già coinvolti come imputati nell’inchiesta denominata “Angeli e Demoni”.

“E pensare che c’è chi ha liquidato la vicenda di Bibbiano etichettandola come “un piccolo raffreddore”: ma qui, se qualcuno si prendesse l’ impegno di andare a fondo e di analizzare tutti i casi sommersi, si troverebbe davanti a un’epidemia nazionale. Sono centinaia i casi ancora aperti, in tutta Italia e che debbono essere esaminati: ci auguriamo che adesso qualcuno si decida a verificare, caso per caso, su che presupposti si siano basati i provvedimenti di allontanamento dei minori».

Milano: ragazza allontanata dai servizi sociali per abusi sessuali, il Tribunale assolve il padre, il fatto non sussiste

La ragazza, ora ventenne, è in una comunità, imbottita di psicofarmaci invece di essere aiutata

MILANO (19 Marzo 2021). Fine di un incubo per un uomo di Milano: dopo tre anni è stato scagionato dall’accusa infamante, quanto falsa, di avere abusato della figlia minorenne. La quale, tolta all’epoca alla famiglia, è passata da una comunità all’altra e da un reparto psichiatrico a un altro, imbottita di psicofarmaci, che la rendono un automa.

«Una storia dolorosa e assurda, che ha due vittime innocenti» sottolineano i legali dello Studio Miraglia, che hanno difeso l’uomo. «Da una parte c’è un uomo che per tre lunghi anni ha subito l’onta dell’accusa di aver abusato della figlia: accuse del tutto infondate. Però ha trascorso tre anni di stress e preoccupazione, durante i quali si è isolato da tutti per la vergogna di un’accusa infamante e ha smesso di lavorare. Dall’altro c’è la figlia, una ragazza oggi ventenne, che i Servizi sociali hanno allontanato dalla famiglia, ma che le istituzioni non hanno saputo aiutare: è stata spostata di comunità in comunità, ha subito diversi trattamenti sanitari obbligatori e ora, a quanto è stato riferito ai genitori, è talmente imbottita di psicofarmaci da risultare irriconoscibile. Loro non l’hanno più vista: gli è sempre stato detto che era lei a non volerli vedere. E adesso che è maggiorenne, è uscita dal circuito della tutela minorile e il suo destino non interessa più a nessuno. È parcheggiata in un limbo burocratico, senza che qualcuno si prenda a cuore le sue sorti. Imbottita di psicofarmaci per farla rimanere tranquilla in attesa che qualcuno decida il suo destino. Chi risarcirà queste persone, questa famiglia, per le ingiustizie subite?».

La storia è inverosimile, ma nessuno ha provato a dimostrarne l’evidente infondatezza.

Tutto comincia nel 2018, quando uno degli insegnanti della ragazzina, allora diciassettenne, rivela alla preside che la giovane gli ha confidato di essere vittima di abusi da parte del padre. Scatta quindi la segnalazione alle autorità e il Tribunale per i minorenni di Milano ne dispone l’allontanamento da casa: l’uomo intanto viene indagato e imputato e sarà costretto a difendersi dalla terribile accusa, nonostante i racconti della figlia paiano decisamente improbabili e quindi falsi: la giovane sarebbe stata prelevata dal padre dal proprio letto, che divideva con la madre, mentre dormiva, e sarebbe stata portata sul divano per essere poi riportata a letto, senza che né lei né nessuno dei familiari presenti in casa si svegliassero  e notassero qualcosa. La giovane riferirà di aver vissuto tutto come un sogno. Pur in assenza di prove di abusi fisici, il padre invece di venire immediatamente scagionato, è stato rinviato a giudizio.

«Ci sono voluti tre anni perché la verità finalmente venisse portata alla luce e le accuse cadessero» proseguono i legali dello Studio Miraglia, «tant’è che al processo è stato scagionato e prosciolto dalle accuse. Ma a parte il dolore, la preoccupazione, lo stravolgimento della vita che quest’uomo e la sua famiglia hanno subito, il destino cui è andata incontro la ragazza è stato altrettanto terribile: sballottata da una struttura ad un’altra fino alla maggiore età, quando ormai le istituzioni non sono più obbligate ad occuparsene». Ma i solerti assistenti sociali che hanno attivato tutta la procedura per allontanarla e metterla in sicurezza da un presunto padre orco, alla fine non si sono preoccupati minimamente della sua sorte, della sua salute. Questa ragazza era palesemente disturbata e andava curata, non allontanata dalla famiglia e poi dimenticata da tutti.

«Mai essere superficiali quando si tratta di tutela dei minori» proseguono gli avvocati, «però i provvedimenti devono essere motivati e supportati da prove certe. In questo caso la superficialità con cui hanno agito gli assistenti sociali e non solo ha cagionato solo dolore e causato problemi ben maggiori: che abbiano agito per leggerezza o in malafede, sta di fatto che sarebbe il caso che o si formassero e informassero adeguatamente oppure che cambiassero lavoro».

Francesco Miraglia ospite l’8 marzo al Premio internazionale buone pratiche per ” il coraggio delle donne”

” Il riconoscimento andrà a Linda Gla, autrice del libro “L’amore è più forte della legge”. Francesco Miraglia sarà ospite l’8 marzo, alle 19, alla consegna del Premio internazionale Buone pratiche per “Il coraggio delle donne”: quest’anno la consegna del riconoscimento, promosso da NewsReminder in collaborazione con il Parlamento Europeo – Ufficio Italia, avverrà in modalità on line, su piattaforma Zoom. A ricevere il premio saranno Sabrina Lembo, autrice del libro “Anche io ho denunciato” con la prefazione di Maria Grazia Cucinotta, e Linda Gla, che ha narrato la sua vicenda personale e giudiziaria nel volume “L’amore è più forte della legge” con la prefazione di Vincenza Palmieri e i commenti curati da Francesco Miraglia, esperto di Diritto di Famiglia e di Diritto Minorile.

«La vicenda di Linda Gla è l’emblema del paradosso che le donne vittime di violenza, quando si rivolgono alle istituzioni in cerca di aiuto, vivono nel nostro Paese» dichiara Francesco Miraglia. «Ho seguito la vicenda di questa donna, così come quella di tante altre in diverse regioni d’Italia, dove si consuma il medesimo grado di ingiustizia: non appena si rivolgono ai Servizi sociali per fuggire da una vita di abusi, violenze e soprusi, spesso vengono loro tolti i figli, che finiscono rinchiusi in case famiglia. Ma, fatto ancor più incredibile, stiamo assistendo sempre più spesso a Tribunali che stabiliscono per queste donne le visite ai loro figli con il contagocce. Il mondo, a quanto pare, sta andando alla rovescia».

“L’amore è più forte della legge” è la storia vera di Linda Gla, che ha subito a lungo violenze fisiche e psicologiche in famiglia: ma quando ha trovato il coraggio e si è ribellata, è stata rinchiusa in un centro antiviolenza insieme ai suoi figli. E sarà l’inizio di un nuovo calvario: rinchiusi per essere liberi, Linda Gla e i suoi figli hanno scoperto le contraddizioni di un sistema che avrebbe dovuto proteggerli e che invece li ha schiacciati. Il libro evidenzia le lacune del sistema e l’ignoranza degli attori chiamati a far funzionare gli ingranaggi della giustizia, che finiscono spesso per agire in contraddizione con la legge stessa. Oggi Linda Gla  ha scelto di combattere a tutela delle persone vittime di violenza.

«Si fa un gran parlare in questi giorni di modificare il linguaggio con cui si identificano le donne» prosegue Francesco Miraglia «e ritengo che si possa anche partire da lì per innescare un doveroso cambiamento di mentalità: ma poi nel concreto mancano le giuste azioni di solidarietà e aiuto alle donne vittime di violenza. Se passa il messaggio che rivolgendosi alla giustizia si finisce con il perdere  i propri figli, quante altre donne preferiranno scegliere la via del martirio, della sopportazione delle violenze domestiche, con il rischio di morire uccise pur di non denunciaree rimanere così con i loro bambini? È giusto e doveroso un cambiamento di linguaggio e di mentalità, ma è più logico e urgente avviare un’attenta e concreta politica a tutela della donna».

Neonata di Torino strappata alla madre dopo il parto dai servizi sociali senza motivo

 I servizi sociali sospendono gli incontri coi genitori, si sostituiscono ai giudice. «Se la scelta non è legalmente motivata, hanno commesso un reato penale» dichiara il legale dei genitori. TORINO (25 Febbraio 2021). Non basta averla strappata alla mamma, ancora quasi con il cordone ombelicale attaccato a lei: la piccina di Torino, allontanata immotivatamente dai genitori subito dopo la nascita, adesso non può più vederli né incontrarli per un mese. Che per una bambina così piccola equivale a un’eternità. I Servizi sociali si sono arrogati il diritto di assumere tale decisione, sostenendo che sia la “norma” in caso di affidamento a una coppia idonea alla possibile adozione. Ma il Tribunale per i minorenni non ha emanato alcun provvedimento in tal senso e i Servizi sociali, di fatto, si sarebbero sostituiti all’Autorità giudiziaria. «Se non dimostreranno che la scelta è legalmente motivata, significa che hanno commesso un reato penale e agiremo di conseguenza» dichiara il legale dello Studio Miraglia, che si sta occupando del caso, cui si sono affidati i due giovani genitori.

La bambina è nata a dicembre, ma non ha mai conosciuto il calore della sua famiglia di origine e non perché l’abbiano rifiutata oppure maltrattata. Giudicati inadeguati a prescindere, i due giovani genitori della piccola non hanno potuto mai dimostrare il contrario, non avendo mai avuto la bambina con sé. Possono soltanto vederla periodicamente, in un luogo protetto, secondo un preciso calendario prestabilito. Ma nei giorni scorsi, come un fulmine a ciel sereno, i Servizi sociali hanno comunicato loro la sospensione degli incontri per un intero mese. Il motivo sarebbe che, testuali parole, “è usuale sospendere gli incontri in luogo protetto con i familiari per un periodo, solitamente un mese, al momento dell’abbinamento del minore con una coppia affidataria avente i requisiti per l’adozione, al fine di permettere al minore e alla coppia la conoscenza reciproca”. «I Servizi sociali avrebbero, per loro stessa ammissione, chiesto autorizzazione al Tribunale per i minorenni» prosegue il legale dello Studio Miraglia, «ma non hanno avuto riscontro: e invece di attenderlo o di sollecitarlo, lo hanno assunto come un “silenzio assenso”, sospendendo di propria iniziativa gli incontri sia con i genitori che con i nonni. Ciò che affermano i Servizi sociali su questa prassi non solo è abnorme, ma pure contrario ad ogni principio normativo diretto alla tutela del minore, in particolar modo della legge 184/83, che sancisce chiaramente e indiscutibilmente che “il minore ha diritto di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia”. Chiedo quindi ai Servizi sociali di farci sapere a quale norma si riferiscono per sospendere cosi di punto in bianco

 

gli incontri con i genitori e con i nonni e per arrogarsi il diritto di sostituirsi all’Autorità Giudiziaria. Tra l’altro, chiunque eserciti attività che esula dai propri poteri, è perseguibile penalmente. In questa vicenda il Tribunale per i minorenni non interviene, e questo è inaccettabile, in quanto consente, di fatto, ai Servizi sociali di fare il bello e il cattivo tempo, sulla pelle di una neonata che non può stare con la propria famiglia, ma è destinata invece, senza comprovato motivo, ad essere adottata da estranei».

Minori trattati come carne da “Macello”

Il giudice dispone per loro la comunità: a prelevarle con la forza arrivano i carabinieri, che le minacciano con arroganza come fossero criminali

Torino (24 febbraio 2021). Nemmeno fossero delle criminali: in venti, tra assistenti sociali e carabinieri, qualche giorno fa hanno tentato di prelevare con la forza due ragazzine di 14 e 11 anni di Ivrea e portarle in una comunità, togliendole alla madre con cui vogliono stare, e al padre, cui sono affidate ma dal quale sono fuggite perché maltrattate. Le ragazze, al momento del blitz, si trovavano in auto con i nonni e si sono dovute asserragliare dentro la vettura per un’ora prima che le forze dell’ordine e le assistenti sociali demordessero dal loro intento. Ma è stata una tregua temporanea: i carabinieri hanno successivamente fatto irruzione nell’abitazione della mamma per ben due giorni di seguito, piazzandosi dentro casa per ore nel tentativo di convincerle ad andare in comunità. Strazianti le urla e le suppliche della più piccola, mentre implorava i carabinieri di lasciarla con la mamma. Irrefrenabile e inconsolabile il suo pianto. Per il momento hanno desistito: ma quanto durerà?

Le ragazze non vanno più a scuola, hanno paura ad uscire di casa, temendo di venire prelevate con la forza e portate in comunità. Urge quindi che il tribunale dei minorenni di Torino annulli il suo provvedimento, emanato senza tenere in minima considerazione il racconto delle due ragazzine, che parlano di maltrattamenti da parte del padre, al quale appunto sono state affidate. E perché poi? Quale sarebbe la colpa della loro mamma? Nessuna.

In realtà i fratelli sono tre: oltre alle due ragazzine di 14 e 11 anni, c’è anche un fratellino che di anni ne ha 10. I loro genitori si sono separati, magari con una certa frizione tra loro. Ma quello che è capitato alla donna ha dell’incredibile: tre anni fa inizia ad essere perseguitata dalla nuova compagna dell’ex marito, con azioni talmente pesanti che costei sarà giudicata colpevole e condannata a 2 anni e mezzo per stalking.

E qui accade l’inverosimile: il tribunale affida i tre ragazzi al padre, consentendo alla donna di vederli periodicamente. Come se venire perseguitati fosse una colpa e facesse di questa donna una pessima madre. Ma i bambini dal padre non si trovano bene e lo dicono alla mamma, lo ripetono alle assistenti sociali e lo ribadiscono anche davanti al giudice del Tribunale per i minorenni di Torino, che li convoca per ascoltarli. Parlano di maltrattamenti fisici e psicologici e chiedono di poter stare con la madre. Ed ecco che la giustizia balzana, messa in atto spesso dai tribunali dei minori, che tutti ascoltano tranne che i bambini, assume un provvedimento ai limiti dell’incredibile: il maschietto dovrà stare con il padre, le sorelle in una comunità. E per portare i ragazzi a destinazione, sono intervenuti i carabinieri in forze, trattando le due ragazzine come le peggiori dei criminali, solo perché si rifiutavano di seguirli per restare con la mamma.

«Chiediamo di revocare questo ingiusto provvedimento emanato del Tribunale dei minorenni» dichiara l’avv. Miraglia, al quale la madre si è rivolta. «Si fa un gran parlare dell’importanza di ascoltare i minori, di tenere in considerazione i loro desideri, ma in questo caso si è scelto di ignorare le parole dei ragazzi e di sbatterli in comunità, allontanandoli da quanto conoscono e amano. Ma ancora più incredibile è l’atteggiamento tenuto dagli operatori delle forze dell’ordine, parcheggiati in casa dei nostri assistiti per due giorni a spaventare i ragazzi, minacciando la madre, senza un briciolo di sensibilità ma con tanta arroganza. Sono in nostro possesso dei video eloquenti, che comprovano il comportamento dei carabinieri intervenuti e che sarà nostra cura inoltrare al Comando provinciale dell’Arma per le opportune valutazioni in merito. Da parte sua il Tribunale per i minorenni ancora una volta dimostra d’essere inadeguato e non pensa a come risolvere il problema né ascolta i minori, ma si limita a passare un colpo di spugna su tutto, allontanandoli dalle famiglie per rinchiuderli in una comunità: è come mandare degli agnelli in un macello».

Studio Legale Miraglia