Primo Piano

Ditta di Modena condannata per un infortunio sul lavoro occorso ad un suo dipendente

MODENA (9 Giugno 2021). Dopo sette anni è stata condannata una importante ditta di lattoneria modenese, ritenuta dai giudici del Tribunale di Modena, sia nel procedimento civile che penale, colpevole dell’infortunio sul lavoro avvenuto a Nonantola il primo maggio 2014 ai danni di un giovane operaio di 26 anni di origine albanese, precipitato da un tetto, da un’altezza di 8 metri. L’uomo ha riportato delle lesioni soprattutto a carico della faccia e di un arto, che lo rendono invalido per oltre il 60%. Mentre il Tribunale penale ha condannato i tre responsabili della ditta, a 2 mesi di reclusione, la sezione Lavoro del Tribunale civile ha condannato l’azienda a risarcire l’operaio con una cifra di 448.500 euro. «Siamo ancora una volta a raccontare episodi di infortuni sul lavoro» dichiara l’avvocato Miraglia, che da sei anni difende il giovane operaio rimasto ferito. «Questa volta, per pura causalità, l’operaio non ha perso la vita, sebbene sia rimasto gravemente invalido. La sentenza è importante perché stabilisce, in sede giudiziaria, la responsabilità civile dell’ impresa e la responsabilità penale dei preposti del datore di lavoro. Con questa sentenza viene riconosciuta pertanto la responsabilità del datore di lavoro nell’aver omesso di garantire la sicurezza del proprio dipendente. In ogni caso per legge i titolari delle aziende sono responsabili dell’incolumità dei loro lavoratori e devono garantire l’applicazione dei presidi di sicurezza previsti per norma».

<< Visti i tanti casi, purtroppo anche mortali, ritengo che l’ Italia debba fare di più in materia di sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro.>>, conclude l’ Avv. Miraglia,

Era il primo maggio 2014 e su Nonantola si era da poco abbattuto un tornado. L’operaio era salito su un tetto per rimuovere una grondaia sporgente, ed è stato accertato nel corso del processo che il datore di lavoro non avesse rispettato le prescrizioni del POS in materia di sicurezza del luogo di lavoro. Infatti, nel corso delle operazioni di rimozione della grondaia, l’uomo era caduto da un altezza di 8 metri, fratturandosi la testa e la faccia, tanto da rimanere tutt’oggi sfigurato e perdendo completamente la vista  dall’ occhio dx.

Per estrema maggiore chiarezza, la ditta è stata assolta dall’illecito amministrativo contestato nel processo penale perché il fatto non costituisce reato.

La ditta  è stata  invece condannata nel processo celebratosi davanti al giudice del lavoro.

Violentata una minorenne in un centro di recupero: confermata in appello a 5 anni di reclusione per un altro ospite all’epoca 43enne

ANCONA (4 Giugno 2021). Confermata anche dalla Corte d’Appello di Ancona la condanna di un uomo per lo stupro di una minorenne, avvenuto tre anni fa all’interno della comunità di recupero dalle dipendenze in cui entrambi erano alloggiati. L’uomo, che nel dicembre 2018 aveva 43 anni ed era ricoverato nella struttura per la sua dipendenza da alcol, ha usato violenza nei confronti della ragazzina, all’epoca diciassettenne, approfittando della sua condizione di inferiorità dovuta alla giovanissima età. Oltre al fatto che, nel momento in cui ha fatto irruzione nella sua stanza, la ragazzina stava dormendo. Una violenza che si è consumata senza che nessuno degli operatori addetti alla sorveglianza, pur presenti nel reparto in quel momento, si fosse accorto di nulla e fosse pertanto intervenuto in suo aiuto. La ragazzina aveva avuto il coraggio di denunciare tutto a un’operatrice sociosanitaria della comunità, che aveva notato in lei un atteggiamento strano e che le aveva quindi chiesto cosa le fosse capitato. Tra l’altro l’uomo, consumata la violenza, si era pure presentato per alcune notti successive nella stanza della giovane, che però in quelle occasioni era riuscita ad allontanarlo. Ne era seguita quindi un’inchiesta, con la relativa condanna dell’uomo in primo grado a cinque anni di reclusione. Condanna confermata da una recente sentenza emessa questa settimana dalla Corte d’Appello di Ancona.

«Soddisfatti della conferma della sentenza» commenta l’avvocato Miraglia, che difende il padre della ragazzina costituitosi parte civile, «procederemo ora con la richiesta di risarcimento dei danni morali e materiali sia al colpevole della violenza che al responsabile della struttura di recupero, che non ha saputo sorvegliare e prendersi cura adeguatamente della minore. C’è anche da sottolineare – e quindi mi rivolgo al ministro della Salute Roberto Speranza – come siano pochissime  i luoghi che possono aiutare i minori senza contattare che potrebbero essere aiutati a casa loro.

i. Purtroppo la stragrande maggioranza delle volte i minori vengono inseriti in strutture riabilitative nelle quali sono alloggiati anche gli adulti che, come si evince dal caso in questione, possono dimostrarsi assai pericolosi. Sarebbe pertanto opportuno cominciare a pensare di realizzare strutture dedicate esclusivamente all’accoglienza di minori affetti da dipendenze, soggetti particolarmente fragili e vulnerabili».

 

Avvocatessa Bolognese vive in comunità con la sua bambina di un anno

AVVOCATESSA BOLOGNESE VIVE IN UNA COMUNITÀ CON LA SUA BAMBINA DI UN ANNO

 

Timore per la bimba: dopo aver trascorso l’intera sua piccola vita in ospedale per problemi di salute, avrebbe bisogno di tranquillità e di un ambiente quanto più sterile possibile

 

BOLOGNA (01 Giugno 2021). Incomprensibile la decisione assunta dai Servizi sociali bolognesi nei confronti di una donna, uno stimato avvocato, e della sua bambina, che il suo anno di vita lo ha trascorso interamente in ospedale, per gravi problemi di salute: sono costrette a vivere in una comunità, senza che però vi sia la necessità di metterle in salvo da un immediato pericolo o che necessitino di un qualsivoglia aiuto. Il motivo che ha spinto gli assistenti sociali ad assumere un simile provvedimento, è stata “l’opposizione alle terapie e ai suggerimenti del personale sanitario, l’atteggiamento polemico verso gli operatori e l’aver impedito le cure necessarie alla salute della piccola”. Motivazione che non rispecchia in alcun modo la vicenda come si è svolta nella realtà dei fatti.

L’avvocatessa vive sola e poco più di un anno fa ha dato alla luce una bambina, che ha mostrato fin da subito grossi problemi di salute e la necessità di essere sottoposta, a poche settimane di vita, al primo di una lunga serie di interventi chirurgici.

La bimba, infatti, ha subito ben sei interventi, tre dei quali a cuore aperto. L’evento che ha scatenato il procedimento è stato quando, dopo la quinta operazione, la madre si è opposta al trasferimento della figlia nel reparto di pediatria, sostenendo che la piccola stesse ancora troppo male per essere collocata in un reparto non specializzato. E infatti la bambina, le cui condizioni sono peggiorate sensibilmente, è stata sottoposta d’urgenza ad un ulteriore intervento. La madre quindi ci aveva visto giusto, aveva capito che qualcosa non andava, a dispetto di quanto affermavano i medici. Sta di fatto, però, che per questa sua “opposizione”, pur comprovatamente motivata, è stata segnalata ai Servizi sociali, che hanno provveduto a formalizzare la presa in carico di madre e figlia, collocandole, una volta che la piccola è stata dimessa dall’ospedale, in una comunità di accoglienza.

«Un contesto che non si addice alle necessità della piccola» dichiara l’avvocato Miraglia, al quale si è rivolta la donna, «la quale, a causa delle patologie di cui soffre, seppure al momento stabile, rischia di contrarre delle infezioni e conseguentemente di aggravare di nuovo la propria condizione di salute. È evidente che il collocamento presso la dimora della madre sarebbe la soluzione più consona alle esigenze di questa bambina».

Non si capisce quindi il motivo per il quale questa donna non possa ritornare nella tranquillità di casa propria, anche perché all’interno della comunità madre e figlia sono alloggiate senza che sia stato predisposto per loro un progetto di sostegno, un percorso di qualunque tipo. Parcheggiate e basta. «L’attuale collocazione» prosegue l’avvocato Miraglia «non è quindi giustificata né dal punto di vista dei fatti né dal punto di vista del diritto. A cosa serve una simile collocazione in comunità? Sarebbe importante che il Tribunale per i minorenni dell’Emilia Romagna spiegasse quale sia l’obiettivo di tale collocamento: è pacifico che la mancata risposta non fa che avvelare quella tesi che sostiene che siffatte collocazioni siano parte integrante di quel mercato fatto sulla pelle dei bambini».

La donna ha presentato quindi istanza urgente al Tribunale per i minorenni di Bologna, confidando che venga accolta quanto prima possibile, nell’interesse della salute di una piccina così fragile, che per tutta la sua vita ha conosciuto solo ambienti estranei e asettici e mai il calore della propria casa.

 

Emerge un nuovo caso legato a Bibbiano

La Corte d’Appello di Bologna ribalta le disposizioni del Tribunale per i minorenni e stabilisce il riavvicinamento di una ragazzina alla sua famiglia. BIBBIANO (28 Maggio 2021). Un nuovo caso riconducibile al sistema Bibbiano è emerso grazie al recente decreto della Corte d’Appello di Bologna, che ha ribaltato il precedente provvedimento di allontanamento emesso dal Tribunale per i minorenni dell’Emilia Romagna, il quale aveva accolto le relazioni dei Servizi sociali dell’unione Val d’Enza, tristemente noti per l’inchiesta “Angeli e demoni” e il conseguente processo sulle irregolarità degli affidi di minori. È il caso di una ragazzina, ora quattordicenne, e che all’età di tre anni era stata affidata agli zii paterni, con i quali è cresciuta fino a quando i Servizi sociali hanno accolto la richiesta avanzata dai genitori di riprenderla con sé.

La bambina, seguita nel frattempo da Hansel  e Gretel è stata nuovamente allontanata da loro dopo tre anni, per presunti abusi sessuali da parte dei genitori (le accuse sono state, però, archiviate per mancanza di elementi probanti).Ma inspiegabilmente, invece di essere affidata nuovamente agli zii con cui era cresciuta, è andata a vivere presso una famiglia affidataria, la quale non si è dimostrata all’altezza del compito affidatole: la madre affidataria due anni fa aveva accompagnato la ragazzina a una seduta con la psicologa e l’ha lasciata lì, l’ha abbandonata asserendo di non volersi più occupare di lei. Il Tribunale comunque l’ha affidata nuovamente a questa famiglia, ma da allora gli zii hanno richiesto di riaverla con sé. «La Corte di Appello di Bologna ha accolto la richiesta» dichiara l’avvocato Miraglia, legale degli zii della ragazzina, «ribaltando totalmente la decisione emanata nel mese di novembre 2019 dal Tribunale per i minorenni dell’Emilia Romagna: la minore dovrà riavvicinarsi gradatamente agli zii paterni, al fine di tornare a vivere con loro, e le capacità della famiglia affidataria dovranno essere esaminate». Lo stesso tutore della ragazzina aveva ritenuto che il suo affidamento eterofamigliare non rispondesse a una buona prassi e che le modalità applicate fossero improprie, non avendo valutato il rapporto della bambina con la famiglia di origine. E la Corte d’Appello ha accolto la sua istanza. «Bibbiano non è un semplice “raffreddore”, come qualcuno ha avuto modo di dire» prosegue l’avvocato Miraglia, «bensì un vero sistema, che coinvolge molto più dei nove casi inseriti nell’inchiesta “Angeli e demoni”, come noi abbiamo sempre sostenuto, e sui quali è necessario far luce. Questa decisione smentisce totalmente il Tribunale per i Minorenni, alla faccia di chi, in nome e per conto del Tribunale stesso, ha affermato che tutti i casi giacenti fossero stati esaminati e non fossero emerse irregolarità».

Sorelline di Cassino tornano dalla zia

Il Tribunale per i minorenni di Roma ne ha disposto il rientro a casa, togliendo al sindaco il ruolo di tutore. FROSINONE (7 Maggio 2021). Le sorelline di Cassino tornano a casa dalla zia: il Tribunale per i minorenni di Roma, riunitosi in Camera di Consiglio, ha stabilito che non vi erano motivi di grave pericolo tali da rendere necessario allontanare all’improvviso le due bambine, di 8 e 11 anni, da casa della zia materna, alla quale erano affidate, per farle alloggiare dallo scorso 6 aprile in una Casa famiglia. Ricusando, di fatto, quando asserito dal tutore e dai Servizi sociali di Cassino, i quali avevano motivato la decisione di allontanare le due minori ritenendo “potessero essere in pericolo per le reazioni  spropositate per eccesso di possesso manifestate dalla zia”. Pertanto il Tribunale ha revocato l’allontanamento delle minori dalla Casa famiglia e ne ha disposto il rientro presso la zia materna, che ne è attualmente affidataria.

Il Tribunale ha altresì sostituito il tutore provvisorio ovvero il sindaco di Cassino, nominando un avvocato al suo posto.

«Ogni commento sarebbe superfluo, abbiamo già detto tutto nel corso di questo mese» commenta l’avvocato Miraglia, al quale la zia si era affidata.

È  trascorso appunto un mese intero, per ritornare al punto di partenza: se i Servizi sociali avessero ben operato, avrebbero risparmiato alle bambine e alla loro zia tanto dolore.

Verona: il piccolo Marco affidato definitivamente ai nonni

Dopo tre anni finisce l’odissea del piccolo che i Servizi sociali volevano far adottare ad altra famiglia

VERONA (25 Aprile 2021). Dopo tre anni finisce l’odissea del piccolo Marco, che i Servizi sociali volevano far adottare ad altra famiglia: il Tribunale per i minorenni di Venezia ha decretato che il bambino, che ora ha cinque anni e mezzo, venga affidato ai nonni materni, con i quali è tornato a vivere. Il tribunale ha anche stabilito che i Servizi sociali si attivino per riavvicinalo alla mamma.

«Finalmente dopo tre anni si conclude la tragica vicenda di questo bambino» dichiara l’avvocato Miraglia, al quale si erano affidati i nonni per riavere il piccolo con sé. «Non possiamo che essere soddisfatti del fatto che il Tribunale per i minorenni abbia accolto le nostre istanze e che abbia fatto tornare Marco nella sua casa, dai nonni, dove era accudito amorevolmente. Ci sono voluti però tre anni di sofferenze, per arrivare ad affermare quanto noi abbiamo sempre sostenuto fino dal primo giorno: Marco stava bene con i nonni materni. Tre anni persi, tre anni nei quali il bambino è vissuto lontano dall’affetto della sua famiglia, senza motivo, sballottato tra comunità e famiglie affidatarie. Abbiamo avuto mandato di valutare ora un’azione civile di risarcimento danni nei confronti dell’assistente sociale e soprattutto della psicologa che ha determinato l’allontanamento del bambino e questo lungo e doloroso iter giudiziario».

Il piccolo Marco era stato allontanato fin dalla nascita dalla madre, che aveva all’epoca problemi di tossicodipendenza: viveva con i nonni, ma gli assistenti sociali di Verona lo hanno allontanato da casa, affidandolo ad un’altra famiglia e chiedendo che venisse dichiara adottabile, sostenendo che la nonna, che era stata incapace di tenere lontana la propria figlia dalla droga, non poteva essere un’educatrice adeguata. Incuranti del fatto che una famiglia il bambino l’avesse, amorevole e in grado di occuparsi di lui.

Per il piccolo Marco c’era stata una grande mobilitazione: manifestazioni in piazza, volantini sulle vetrine dei negozi. Del caso si era interessato anche l’ex ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana.

«Adesso il tribunale ha ufficializzato l’affidamento alla nonna materna, che ne è la tutrice provvisoria» prosegue l’avvocato Miraglia, «incaricando i Servizi sociali di elaborare un percorso di sostegno in favore della madre, volto a favorire il possibile rapporto con il piccolo. Questo per noi è motivo di grande soddisfazione e ci auguriamo che per i Servizi sociali questa vicenda sia d’esempio a non giudicare preventivamente le persone, ma di valutarle e conoscerle, prima di allontanare un bambino dalla sua famiglia e di farlo dichiarare adottabile». Un ringraziamento va a tutta la citta di Verona che sin dall’inizio ha mostrato partecipazione, sostengo e sensibilità per il piccolo Marco e la sua famiglia. 

Cassino, bimbe strappate alla zia. Il motivo è l’eccesso di possesso

FROSINONE, BIMBE STRAPPATE ALLA ZIA: IL MOTIVO È  L’ECCESSO DI POSSESSO
Avvocato Miraglia: «La ministra per la Famiglia intervenga immediatamente».
Cassino (15 Aprile 2021). Finalmente si è venuti a conoscenza dei “gravi” motivi che hanno portato all’allontanamento, martedì 6 Aprile a Cassino, di due bambine dalla loro zia cui erano affidate:  sarebbero in pericolo di “eccesso di possesso”. Stando almeno alla relazione che i Servizi sociali di Cassino hanno presentato al Tribunale per i minorenni di Roma. «Niente maltrattamenti, quindi» dichiara l’avvocato Miraglia, che tutela la zia e le due bambine, «nessuna violenza, né segni di abbandono o di incuria. Niente di tutto questo. La “colpa” della zia sarebbe quella di aver messo le nipotine in pericolo di “eccesso di possesso” e di assumere “atteggiamenti denigratori nei confronti del personale” dei Servizi sociali. Tutto ciò non può che farci indignare: ma è mai possibile che un provvedimento di urgenza, che la legge sancisce appositamente per mettere al riparo i minori da pericoli imminenti per la loro incolumità, quindi per la loro salute e la loro vita, vengano assunti perché  la zia si dimostra troppo premurosa con le nipotine e critica verso l’operato dei Servizi sociali? Adesso se critichi gli assistenti sociali questi ti portano via i bambini? Il provvedimento d’urgenza, adottato per allontanare le bambine dalla zia, sancito dall’articolo 403 del Codice civile, si applica in caso di estrema urgenza e per tutelare i minori, non per salvaguardare il buon nome degli operatori sociali. A questo punto non possiamo che chiedere che questi assistenti sociali smettano di occuparsi di minori e soprattutto chiediamo un intervento urgente dal parte della ministra della Famiglia, Elena Bonetti. Purtroppo, come siamo soliti ormai dire, “Bibbiano è solo la punta di un iceberg”, ben radicato e profondo nel sistema degli affidi e dei collocamenti dei minori nelle comunità e nelle case fam

Frosinone: i servizi sociali “rapiscono” due bambine affidate alla zia

Senza motivo sono state portate in una comunità. La zia denuncia gli assistenti sociali per sottrazione di minore

FROSINONE (9 Aprile 2021). Ha dell’incredibile quanto accaduto lunedì a due sorelline di 8 e 11 anni, che vivono in provincia di Frosinone e che da tre anni sono affidate alla zia materna: convinte di andare a un incontro protetto con il padre, sono state invece “rapite” dagli assistenti sociali, che le hanno portate in una comunità nascosta. Sarebbe logico se questo fosse avvenuto in un contesto familiare degradato, se le bambine fossero state in grave pericolo o vivessero in un contesto di abbandono morale e materiale. Invece da tre anni sono affidate alla zia, con cui hanno uno splendido rapporto e alla quale sono molto affezionate. Frequentano la scuola con ottimo profitto e al pomeriggio la zia ha sempre garantito loro la frequenza ad attività ludiche e sportive.

Non solo. Diversi mesi fa la zia si era rivolta all’Istituto Nazionale di Pedagogia Familiare affinché le bambine ricevessero una valutazione pedagogica e un programma didattico personalizzato, per consentir loro di essere seguite nel migliore dei modi anche dal punto di vista della formazione scolastica: perché acquisissero una buona metodologia di studio e raggiungessero gli obiettivi previsti con soddisfazione e autostima. La zia, dunque, ha curato sia l’ordinario che lo straordinario delle bambine, avvalendosi anche dell’ausilio di una equipe di professionisti.

Il team dell’Istituto – che seguiva le bambine – ne aveva rilevato l’estrema necessità di stabilizzarsi e di vivere serenamente quell’equilibrio familiare che finalmente avevano trovato con la famiglia della zia dopo aver vissuto una condizione di grave disagio. Dopo le indicibili sofferenze a cui erano state sottoposte, infatti, avevano trovato stabilità e calore familiare.

Bambine brave e finalmente serene, quindi; ecco perché risulta ad oggi incomprensibile il motivo per il quale lunedì pomeriggio sono state allontanate dalla zia all’improvviso e senza che, per altro, vi sia un provvedimento da parte del Tribunale per i minorenni di Roma. Al quale la zia, attraverso lo studio legale Miraglia, si è rivolta ora, chiedendo di dichiarare illegittimo l’allontanamento delle sue nipotine.

Non ultimo, la donna ha denunciato gli assistenti sociali del Comune del Frusinate in cui risiede per abuso di potere e sottrazione di minori: quando si è rivolta a loro, incredula, chiedendo il motivo per cui le nipoti le fossero state strappate così, senza preavviso, senza un abito di ricambio, senza i loro libri di scuola, convinte di andare a trovare il papà, si è sentita rispondere che adesso sono loro i tutori delle bimbe e che possono disporre come meglio credono, avendo “pieni poteri e diritti decisionali”. «Ma chi glieli ha attributi questi poteri?» domanda l’avvocato Miraglia «dal momento che manca un provvedimento e che fu il giudice tutelare, nel 2018, ad aver affidato alla zia materna le due ragazzine, ritenendola la situazione idonea per la loro crescita serena e facendo decadere la potestà di entrambi i genitori: la mamma soffre di disordini psicologici e psichiatrici, il padre non riesce ad occuparsi delle figlie e si è sposato con una donna che, per sua stessa ammissione, è alquanto severa e molto poco amorevole con le bambine.

La Prof.ssa Palmieri, si unisce alla preoccupazione espressa dall’Avv. Miraglia, rappresentando – proprio sulla base delle osservazioni effettuate presso il proprio Istituto – l’estremo bisogno di certezze familiari e di equilibrio da parte delle bambine. «Questo “rapimento” rappresenta, infatti, un fatto pericoloso per la loro salute psichica: il distacco improvviso e forzato dai primi affetti sperimentatati in famiglia, dopo tante sofferenze, le scaraventa in un rischio involutivo-patologico grave. Chi ha operato tale scelta scellerata lo ha fatto non considerando le importanti conseguenze che già nel breve periodo si verificano sulla salute mentale delle bambine.
Ecco perché è necessario che queste tornino immediatamente agli affetti familiari; ecco perché è fondamentale che la zia possa riabbracciarle presto, raccontando loro che è stato solo un brutto sogno e che nessuno tornerà più a spezzare quella serena stabilità che si era appena cominciata a costruire».

Le due sorelline devono tornare a casa dalla zia. Ci auguriamo che il Tribunale per i minorenni di Roma voglia mettere immediatamente mano al loro fascicolo e che la Procura minorile prenda le distanze da questi operatori, altrimenti saremo davanti ad un doppio abuso. Purtroppo sembra che si sia una “Bibbiano” pure a Frosinone».

Milano: ragazza allontanata dai servizi sociali per abusi sessuali, il Tribunale assolve il padre, il fatto non sussiste

La ragazza, ora ventenne, è in una comunità, imbottita di psicofarmaci invece di essere aiutata

MILANO (19 Marzo 2021). Fine di un incubo per un uomo di Milano: dopo tre anni è stato scagionato dall’accusa infamante, quanto falsa, di avere abusato della figlia minorenne. La quale, tolta all’epoca alla famiglia, è passata da una comunità all’altra e da un reparto psichiatrico a un altro, imbottita di psicofarmaci, che la rendono un automa.

«Una storia dolorosa e assurda, che ha due vittime innocenti» sottolineano i legali dello Studio Miraglia, che hanno difeso l’uomo. «Da una parte c’è un uomo che per tre lunghi anni ha subito l’onta dell’accusa di aver abusato della figlia: accuse del tutto infondate. Però ha trascorso tre anni di stress e preoccupazione, durante i quali si è isolato da tutti per la vergogna di un’accusa infamante e ha smesso di lavorare. Dall’altro c’è la figlia, una ragazza oggi ventenne, che i Servizi sociali hanno allontanato dalla famiglia, ma che le istituzioni non hanno saputo aiutare: è stata spostata di comunità in comunità, ha subito diversi trattamenti sanitari obbligatori e ora, a quanto è stato riferito ai genitori, è talmente imbottita di psicofarmaci da risultare irriconoscibile. Loro non l’hanno più vista: gli è sempre stato detto che era lei a non volerli vedere. E adesso che è maggiorenne, è uscita dal circuito della tutela minorile e il suo destino non interessa più a nessuno. È parcheggiata in un limbo burocratico, senza che qualcuno si prenda a cuore le sue sorti. Imbottita di psicofarmaci per farla rimanere tranquilla in attesa che qualcuno decida il suo destino. Chi risarcirà queste persone, questa famiglia, per le ingiustizie subite?».

La storia è inverosimile, ma nessuno ha provato a dimostrarne l’evidente infondatezza.

Tutto comincia nel 2018, quando uno degli insegnanti della ragazzina, allora diciassettenne, rivela alla preside che la giovane gli ha confidato di essere vittima di abusi da parte del padre. Scatta quindi la segnalazione alle autorità e il Tribunale per i minorenni di Milano ne dispone l’allontanamento da casa: l’uomo intanto viene indagato e imputato e sarà costretto a difendersi dalla terribile accusa, nonostante i racconti della figlia paiano decisamente improbabili e quindi falsi: la giovane sarebbe stata prelevata dal padre dal proprio letto, che divideva con la madre, mentre dormiva, e sarebbe stata portata sul divano per essere poi riportata a letto, senza che né lei né nessuno dei familiari presenti in casa si svegliassero  e notassero qualcosa. La giovane riferirà di aver vissuto tutto come un sogno. Pur in assenza di prove di abusi fisici, il padre invece di venire immediatamente scagionato, è stato rinviato a giudizio.

«Ci sono voluti tre anni perché la verità finalmente venisse portata alla luce e le accuse cadessero» proseguono i legali dello Studio Miraglia, «tant’è che al processo è stato scagionato e prosciolto dalle accuse. Ma a parte il dolore, la preoccupazione, lo stravolgimento della vita che quest’uomo e la sua famiglia hanno subito, il destino cui è andata incontro la ragazza è stato altrettanto terribile: sballottata da una struttura ad un’altra fino alla maggiore età, quando ormai le istituzioni non sono più obbligate ad occuparsene». Ma i solerti assistenti sociali che hanno attivato tutta la procedura per allontanarla e metterla in sicurezza da un presunto padre orco, alla fine non si sono preoccupati minimamente della sua sorte, della sua salute. Questa ragazza era palesemente disturbata e andava curata, non allontanata dalla famiglia e poi dimenticata da tutti.

«Mai essere superficiali quando si tratta di tutela dei minori» proseguono gli avvocati, «però i provvedimenti devono essere motivati e supportati da prove certe. In questo caso la superficialità con cui hanno agito gli assistenti sociali e non solo ha cagionato solo dolore e causato problemi ben maggiori: che abbiano agito per leggerezza o in malafede, sta di fatto che sarebbe il caso che o si formassero e informassero adeguatamente oppure che cambiassero lavoro».

Neonata di Torino strappata alla madre dopo il parto dai servizi sociali senza motivo

 I servizi sociali sospendono gli incontri coi genitori, si sostituiscono ai giudice. «Se la scelta non è legalmente motivata, hanno commesso un reato penale» dichiara il legale dei genitori. TORINO (25 Febbraio 2021). Non basta averla strappata alla mamma, ancora quasi con il cordone ombelicale attaccato a lei: la piccina di Torino, allontanata immotivatamente dai genitori subito dopo la nascita, adesso non può più vederli né incontrarli per un mese. Che per una bambina così piccola equivale a un’eternità. I Servizi sociali si sono arrogati il diritto di assumere tale decisione, sostenendo che sia la “norma” in caso di affidamento a una coppia idonea alla possibile adozione. Ma il Tribunale per i minorenni non ha emanato alcun provvedimento in tal senso e i Servizi sociali, di fatto, si sarebbero sostituiti all’Autorità giudiziaria. «Se non dimostreranno che la scelta è legalmente motivata, significa che hanno commesso un reato penale e agiremo di conseguenza» dichiara il legale dello Studio Miraglia, che si sta occupando del caso, cui si sono affidati i due giovani genitori.

La bambina è nata a dicembre, ma non ha mai conosciuto il calore della sua famiglia di origine e non perché l’abbiano rifiutata oppure maltrattata. Giudicati inadeguati a prescindere, i due giovani genitori della piccola non hanno potuto mai dimostrare il contrario, non avendo mai avuto la bambina con sé. Possono soltanto vederla periodicamente, in un luogo protetto, secondo un preciso calendario prestabilito. Ma nei giorni scorsi, come un fulmine a ciel sereno, i Servizi sociali hanno comunicato loro la sospensione degli incontri per un intero mese. Il motivo sarebbe che, testuali parole, “è usuale sospendere gli incontri in luogo protetto con i familiari per un periodo, solitamente un mese, al momento dell’abbinamento del minore con una coppia affidataria avente i requisiti per l’adozione, al fine di permettere al minore e alla coppia la conoscenza reciproca”. «I Servizi sociali avrebbero, per loro stessa ammissione, chiesto autorizzazione al Tribunale per i minorenni» prosegue il legale dello Studio Miraglia, «ma non hanno avuto riscontro: e invece di attenderlo o di sollecitarlo, lo hanno assunto come un “silenzio assenso”, sospendendo di propria iniziativa gli incontri sia con i genitori che con i nonni. Ciò che affermano i Servizi sociali su questa prassi non solo è abnorme, ma pure contrario ad ogni principio normativo diretto alla tutela del minore, in particolar modo della legge 184/83, che sancisce chiaramente e indiscutibilmente che “il minore ha diritto di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia”. Chiedo quindi ai Servizi sociali di farci sapere a quale norma si riferiscono per sospendere cosi di punto in bianco

 

gli incontri con i genitori e con i nonni e per arrogarsi il diritto di sostituirsi all’Autorità Giudiziaria. Tra l’altro, chiunque eserciti attività che esula dai propri poteri, è perseguibile penalmente. In questa vicenda il Tribunale per i minorenni non interviene, e questo è inaccettabile, in quanto consente, di fatto, ai Servizi sociali di fare il bello e il cattivo tempo, sulla pelle di una neonata che non può stare con la propria famiglia, ma è destinata invece, senza comprovato motivo, ad essere adottata da estranei».