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Violenza giovanile, non è emergenza ma sistema: se ne parla stasera a “Incidente Probatorio”

📺 IN DIRETTA TV – ORE 23.00

Questa sera Francesco Miraglia sarà ospite come esperto nel programma INCIDENTE PROBATORIO, in onda alle ore 23.00 sul canale FATTI DI NERA – Ch 122 del digitale terrestre.

La puntata affronterà il tema, sempre più urgente, della violenza tra i giovani, con particolare attenzione alla diffusione dell’uso di coltelli e armi bianche. Un fenomeno che non può più essere archiviato come devianza episodica, ma che presenta ormai caratteristiche strutturali, con un’espansione evidente anche nei contesti scolastici e nella quotidianità.

Il confronto partirà dai dati più recenti e da un’analisi dei fatti, per esaminare le cause profonde di questa deriva: la fragilità dei modelli educativi, l’assenza di presìdi preventivi efficaci, la progressiva normalizzazione della violenza e le responsabilità diffuse del mondo adulto e delle istituzioni.

L’obiettivo della trasmissione è superare la cronaca nera e offrire una lettura più consapevole e concreta del fenomeno, mettendo a fuoco non solo le conseguenze penali e sociali, ma anche le gravi carenze del sistema di prevenzione e di intervento.

📡 Appuntamento alle 23.00 – Diretta nazionale

Dal processo Aemilia al libro “Colpevole di essere calabrese”: quando il contesto prende il posto delle prove

Nel libro Colpevole di essere calabrese, Francesco Miraglia parte dal maxi processo Aemilia per denunciare una deriva silenziosa della giustizia italiana: il rischio che origine, contesto e appartenenza diventino criteri di giudizio al posto dei fatti e delle prove. Un’intervista che interroga il metodo, non le sentenze.

 

  • L’intervista

Perché ha sentito il bisogno di scrivere Colpevole di essere calabrese?
Perché a un certo punto ho capito che in tribunale non bastava più difendere le persone. bisognava difendere il metodo. Nel processo Aemilia ho visto qualcosa che mi ha profondamente inquietato: l’origine geografica, il cognome, il contesto familiare smettevano di essere elementi neutrali e iniziavano a pesare come fattori interpretativi. Quando succede questo, la giustizia rischia di non giudicare più i fatti, ma le identità.

 

Sta sostenendo che in Italia si venga condannati perché si è calabresi?

No, e sarebbe una semplificazione scorretta. Sto dicendo una cosa più sottile e più pericolosa: in alcuni processi complessi l’essere calabrese diventa una lente attraverso cui tutto viene letto. Un comportamento neutro diventa sospetto, una relazione familiare diventa “operativa”, un silenzio diventa strategia criminale. Non è una norma scritta, ma un riflesso culturale che incide sul giudizio.

 

Il titolo del libro è molto forte. Non teme che venga letto come una provocazione?

È una provocazione voluta, ma non gratuita.

Se avessi scelto un titolo neutro, il tema sarebbe stato addomesticato. Così invece emerge la domanda vera: siamo sicuri che, in certi procedimenti, non si stia giudicando anche l’origine delle persone, oltre ai fatti contestati? Il titolo serve a costringere il lettore a porsi questa domanda.

 

Nel libro lei è molto critico sull’uso della prova indiziaria nel processo Aemilia. Perché?
La prova indiziaria è uno strumento legittimo. Il problema è il metodo con cui viene costruita.
In diversi passaggi ho riscontrato un meccanismo pericoloso: prima si forma un’ipotesi di colpevolezza, poi si selezionano gli indizi che la confermano. È una trappola cognitiva. Quando più indizi nascono dalla stessa narrazione, sembrano concordanti, ma in realtà si rafforzano solo in apparenza.

 

Il legame familiare è stato trattato come una prova?
In alcuni casi è stato trattato come qualcosa di più di quello che è.
Il legame di sangue non è una colpa. Può assumere rilevanza solo se accompagnato da condotte specifiche, ruoli concreti, apporti causali individuali. Se invece diventa un indizio automatico, allora si scivola verso una giustizia per appartenenza, che è incompatibile con lo Stato di diritto.

 

Lei ha messo in discussione anche l’attendibilità dei collaboratori di giustizia. Non è una posizione rischiosa?

È rischioso non farlo. Il collaboratore di giustizia è una fonte delicata e interessata, proprio per questo va verificata con un rigore assoluto. Il problema nasce quando il suo racconto diventa l’ossatura del processo e i riscontri servono solo a confermare quella storia. In quel momento il controllo critico si indebolisce e il rischio di errore giudiziario aumenta.

 

Nel 2018, durante il maxi processo Aemilia, lei finì al centro di un forte dibattito pubblico per un suo intervento molto duro riportato dalla stampa. Disse che, se davvero si fosse voluta “fare la storia della ’ndrangheta a Reggio Emilia”, gli imputati avrebbero dovuto essere molti di più, includendo anche amministratori, politici e sindacati che avevano consentito a quel sistema di operare. A distanza di anni, conferma quella posizione? E ritiene che il processo abbia davvero indagato fino in fondo la cosiddetta zona grigia politico-istituzionale?

Confermo integralmente quella posizione. E la rivendico sul piano del metodo, non della polemica.
Il ragionamento era – ed è tuttora – molto semplice: se si sostiene l’esistenza di un radicamento mafioso strutturato, non ci si può fermare agli ultimi anelli della catena. Un sistema che lavora, fattura, opera nei cantieri e si muove nel tessuto economico non può esistere senza relazioni istituzionali, amministrative ed economiche.
La vera domanda è perché l’azione giudiziaria si sia concentrata soprattutto sui soggetti più esposti e meno sui livelli di intermediazione che hanno consentito a quel sistema di funzionare. Senza l’analisi della zona grigia, il rischio è una giustizia simbolica: severa verso i deboli, molto più prudente verso chi aveva potere decisionale.

 

Lei sostiene che il Nord non sia stato solo vittima della mafia, ma anche parte del problema.
Sì, perché nessuna mafia si radica senza una domanda.
Raccontare la criminalità organizzata come un fenomeno “importato” dal Sud è rassicurante, ma falso. Serve a non interrogarsi sulle responsabilità locali, sulle convenienze economiche, sulle complicità silenziose. È una narrazione che assolve il sistema.

 

Eppure i colpiti sembrano essere sempre gli stessi.

Perché sono la parte più esposta e sacrificabile.  Colpire l’ultimo anello della catena è più semplice che colpire chi ha capitale, relazioni e reputazione. Non serve parlare di complotti: basta osservare dove è più facile intervenire e dove è più costoso farlo.

 

Nel libro lei critica anche strumenti come le interdittive antimafia. Perché?
Perché, se usate senza contraddittorio effettivo e senza tempi certi di revisione, possono diventare una pena senza processo. La prevenzione è fondamentale, ma quando distrugge un’attività economica sulla base del sospetto, senza reali possibilità di difesa, produce una forma di morte civile che pone seri problemi di equilibrio costituzionale.

 

Il tema dello stigma calabrese attraversa tutto il libro.
Perché lo stigma non è solo culturale, ma produce effetti concreti.
Quando un territorio viene percepito come “naturalmente criminale”, tutto diventa giustificabile: meno investimenti, meno diritti, meno servizi. La Calabria non ha bisogno di retorica o compassione, ma di istituzioni normali che funzionino.

 

Cosa pensa della cosiddetta “restanza”?

Restare ha senso solo se è una scelta libera, non una condanna.
Senza lavoro, servizi e diritti certi, la restanza diventa solo una parola vuota. Io credo in una Calabria che resta per costruire, non per sopravvivere.

 

Difendere imputati di mafia le ha creato difficoltà personali e professionali?
Sì. In Italia chi difende viene spesso confuso con ciò che difende.
Ma la difesa non è una complicità: è una garanzia. Se si indeboliscono le garanzie nei processi scomodi, domani si indeboliranno per tutti.

 

Lei si occupa anche di diritto minorile. Vede un collegamento tra questi ambiti?
Sì, nel rischio dell’automatismo. Nei processi di mafia come negli allontanamenti dei minori vedo decisioni enormi prese con controlli spesso insufficienti. Il problema non è l’istituto, ma l’abuso di potere senza una reale responsabilità.

M.G.

La Cassazione smonta il sistema: la decadenza non può essere una scorciatoria

 

 ( Napoli 12 dicembre 2025) La Corte Suprema di Cassazione, con la sentenza n. 32004/2025, depositata il 9 dicembre 2025, segna un punto di svolta nel diritto minorile e mette in discussione prassi ormai consolidate che, negli ultimi anni, hanno finito per snaturare il significato stesso della tutela del minore.

La Suprema Corte cassa integralmente il decreto della Corte d’Appello di Napoli che aveva confermato la decadenza di entrambi i genitori dalla responsabilità genitoriale e il collocamento della figlia in comunità. Nel giudizio di legittimità la madre era difesa dall’avv. Miraglia, che ha sostenuto l’illegittimità della misura ablativa in assenza di condotte realmente pregiudizievoli e senza l’attivazione di percorsi di recupero del legame familiare.

«Questa sentenza rappresenta una boccata d’ossigeno per il diritto minorile – osserva l’avv. Miraglia – ed è un richiamo severo a pratiche che si erano pericolosamente normalizzate. La Corte di Cassazione rimette ordine e chiarisce che la decadenza dalla responsabilità genitoriale non può diventare una scorciatoia per gestire il conflitto o per semplificare situazioni complesse».

Ma il dato realmente rilevante non è l’esito del giudizio, bensì la demolizione argomentativa di un modello decisionale fondato su automatismi, scorciatoie e motivazioni apparenti.

La Cassazione afferma un principio destinato a incidere profondamente sulla giurisprudenza futura: la decadenza ex art. 330 c.c. è una misura estrema, non una risposta ordinaria al conflitto familiare. Non è una sanzione, non è uno strumento di gestione del disagio, non è una soluzione amministrativa alle difficoltà educative o relazionali. È una misura ablativa che può essere adottata esclusivamente in presenza di condotte genitoriali gravi, concrete e realmente pregiudizievoli, accertate in modo rigoroso e accompagnate da una prognosi negativa sull’effettiva possibilità di recupero della genitorialità.

«La Suprema Corte afferma un principio fondamentale – sottolinea ancora l’avv. Miraglia –: senza condotte gravi, concrete e realmente pregiudizievoli, lo Stato non può sostituirsi ai genitori né recidere i legami familiari. Il rifiuto del minore, le difficoltà relazionali, la fragilità emotiva degli adulti non sono colpe giuridiche. Sono segnali di disagio che impongono sostegno, non espulsione».

Nel caso esaminato, tutto questo mancava.

La Corte smonta senza ambiguità le motivazioni per relationem, generiche e stereotipate, l’uso improprio del comportamento processuale del genitore come argomento di prova, l’adesione passiva e acritica alle conclusioni della consulenza tecnica d’ufficio, la totale assenza di una valutazione concreta sulle possibilità di recupero del rapporto genitori–figlia e il mancato ascolto della minore in grado di appello, in violazione dei principi costituzionali e delle convenzioni internazionali.

Di particolare impatto è il passaggio in cui la Cassazione chiarisce che le difficoltà dei genitori nel comprendere o accompagnare il percorso identitario del figlio, anche con riferimento all’orientamento sessuale, non equivalgono automaticamente a maltrattamento o violenza psicologica. La distanza emotiva, l’inadeguatezza, la confusione non sono, di per sé, colpe giuridiche. Il diritto non può trasformare ogni fragilità relazionale in una causa di espulsione della famiglia.

Ancora più severo è il giudizio sul ruolo dei servizi sociali. La Corte evidenzia come non sia stato attivato alcun serio tentativo di sostegno, mediazione o riavvicinamento. Nessun progetto personalizzato, nessun percorso graduale, nessuna alternativa concreta alla misura più drastica. Il collocamento in comunità si è trasformato, di fatto, in una soluzione definitiva per inerzia istituzionale.

«È particolarmente significativo – evidenzia l’avv. Miraglia – il richiamo al ruolo dei servizi sociali, che non possono limitarsi a gestire l’allontanamento, ma hanno il dovere di lavorare attivamente per il recupero del rapporto genitori–figli. Senza progetti, senza percorsi, senza tentativi reali di riavvicinamento, il sistema fallisce la propria funzione di tutela».

Il messaggio che emerge è chiaro e non lascia spazio a interpretazioni: la tutela del minore non coincide con l’allontanamento dalla famiglia; la protezione non è sinonimo di recisione dei legami; il giudice non può limitarsi a ratificare relazioni tecniche, ma deve governare il processo decisionale, assumendosene pienamente la responsabilità.

«Questa decisione – conclude l’avv. Miraglia – manda un messaggio chiaro a tutti gli operatori: basta automatismi, basta motivazioni di facciata, basta deleghe in bianco alle consulenze tecniche. Il diritto minorile non è un diritto dell’emergenza permanente, ma un diritto di responsabilità, proporzionalità e garanzie. È un segnale forte, nella direzione giusta».

Non si tratta solo di una cassazione con rinvio.

È una presa di posizione netta.

Ed è un avvertimento all’intero sistema.

Processo Aemilia, oltre la narrazione ufficiale: Miraglia presenta a Oradea “Colpevole di essere calabrese”

Il 5 dicembre 2025, alla Biblioteca Județeană “Gheorghe Șincai” Bihor di Oradea, sarà presentato il nuovo libro di Francesco Miraglia, “Colpevole di essere calabrese. Vittime del pregiudizio”, pubblicato da Koinè Nuove Edizioni. Si tratta di un appuntamento atteso non soltanto per l’interesse intorno al volume, ma anche per la qualità del confronto accademico che l’Università di Oradea ha voluto costruire intorno all’autore e ai temi affrontati nel libro.

Il lavoro di Miraglia si concentra su ciò che non è stato raccontato del processo Aemilia, proponendo una lettura lucida e controcorrente delle sue ricadute sociali. Non ne mette in discussione l’impianto giudiziario, bensì osserva come la narrazione mediatica e culturale che lo ha accompagnato abbia generato un clima di sospetto generalizzato verso l’identità calabrese. In questo senso, il libro svela “l’altra faccia dell’Aemilia”: quella delle persone che hanno subito etichettamenti, discriminazioni e stigmatizzazioni nonostante fossero estranee ai fatti, trasformandosi in vittime di un pregiudizio collettivo alimentato più dalla semplificazione che dall’analisi.

La presentazione di Oradea si preannuncia come un momento di confronto di altissimo profilo. Accanto a Miraglia interverranno figure accademiche di rara competenza: Florina Morozan, docente di Diritto civile e voce autorevole nel panorama giuridico romeno, offrirà una lettura comparata del fenomeno del pregiudizio istituzionale, mettendo in relazione le dinamiche italiane con quelle di altri sistemi europei. Rath Bosca Laura Dumitrana, specialista in Diritto di famiglia, approfondirà il ruolo che gli stereotipi possono assumere nella percezione dei nuclei familiari e dei loro diritti, mostrando quanto l’etichettamento possa incidere anche su contesti apparentemente lontani dal tema dell’Aemilia.

Un contributo di particolare rilievo verrà da Liviu Lascu, professore di Diritto penale dell’Università Agorà di Oradea, già Primo Procuratore della Procura militare di Cluj e autore della prefazione del libro. La sua prospettiva tecnica, maturata sia nella pratica investigativa sia nella cattedra universitaria, consente di collocare l’opera di Miraglia all’interno di un discorso più ampio, che riguarda il modo in cui le società europee costruiscono la narrazione della criminalità organizzata. Arricchirà il dialogo anche Bogdan Bodea, studioso dei processi sociali e delle dinamiche del consenso, offrendo un’interpretazione delle derive mediatiche che hanno accompagnato il processo Aemilia e dei loro effetti sulla percezione pubblica.

L’incontro, dunque, non sarà una semplice presentazione editoriale, ma un’occasione per riportare al centro del dibattito un tema spesso affrontato in modo superficiale: la relazione fra diritto, informazione e identità collettiva. Attraverso il confronto con studiosi che hanno scelto di misurarsi con l’opera di Miraglia, Oradea diventa il luogo in cui la riflessione intorno al pregiudizio assume una dimensione internazionale, valorizzando un percorso di ricerca che sta ricevendo crescente attenzione fuori dall’Italia.

Il libro di Miraglia non si limita a raccontare una vicenda giudiziaria; mette ordine in un meccanismo sociale complesso, mostra come il potere del racconto pubblico sia in grado di creare categorie, etichette e sospetti, e restituisce voce a chi ne è stato travolto. L’appuntamento del 5 dicembre offrirà l’opportunità di discutere tutto questo con un parterre accademico di assoluto livello, confermando la centralità del tema e l’autorevolezza del lavoro dell’autore.

 

Il libro Ma il problema sono io?, sulla vittimizzazione secondaria, sta diventando un progetto concreto.

Per l’Ambasciatrice della Colombia in Italia, Ligia Margarita Quessep Bitar, rappresenta uno strumento immediato per comprendere le difficoltà che molte famiglie colombiane affrontano in Italia. Per i cittadini colombiani, un punto di riferimento utile per orientarsi e tutelarsi.

Per me e per Daniela Vita significa trasformare un’analisi critica in un percorso istituzionale reale, con l’obiettivo di rafforzare la protezione delle donne e dei minori e prevenire la vittimizzazione secondaria.

Un libro che diventa progetto. Un progetto che diventa tutela.

Francesco Miraglia al Convegno sulla Violenza di Genere: “Difendere i diritti umani significa intervenire prima che sia troppo tardi”

di tutela di donne e minori. Un tema che ha approfondito nel libro “Ma il problema sono io?!”, scritto insieme a Daniela Vita, che analizza con rigore le distorsioni del sistema giudiziario: dalle decisioni che ignorano la violenza domestica, alla colpevolizzazione delle madri, fino ai casi di allontanamento dei figli dalle donne che denunciano.
“Ci sono donne che devono sopravvivere due volte: alla violenza e al sistema che dovrebbe proteggerle. È una distorsione che non possiamo più permetterci”, afferma Miraglia.
“Quando chi denuncia viene trattato come un problema, significa che il sistema ha smesso di funzionare.”
Il libro “Ma il problema sono io?!” rappresenta un atto di denuncia ma anche una proposta di cambiamento: riformare le prassi, eliminare automatismi pericolosi, garantire protocolli realmente orientati alla tutela delle vittime e dei loro figli. Un messaggio che si integra perfettamente con il focus del convegno e con l’urgenza di costruire un modello di protezione più responsabile, competente e trasparente.
“La tutela dei diritti umani non è una dichiarazione di principio. È un obbligo operativo. Se non arriva in tempo, se non è proporzionata, se non protegge davvero, allora non è tutela”, conclude Miraglia.

25 novembre: la voce delle donne, il coraggio della verità – A Melito di Porto Salvo la Fidapa BPW Italy presenta Ma il problema sono io?!”

Melito di Porto Salvo (RC), 25 novembre 2025 – Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

Il 25 novembre non è una data come le altre. È il giorno in cui il mondo si ferma per dire basta alla violenza sulle donne, per ricordare chi non c’è più e per dare forza a chi ogni giorno combatte per la propria dignità e libertà. In questa cornice di impegno e consapevolezza, la FIDAPA BPW Italy – Sezione di Melito di Porto Salvo, con il patrocinio del Comune di Melito di Porto Salvo, promuove un incontro dal forte impatto civile ed emotivo: la presentazione del libro “Ma il problema sono io?!” di Francesco Miraglia e Daniela Vita (Armando Editore).

Un titolo che interroga e provoca, raccontando il dramma sommerso della vittimizzazione secondaria, quella che nasce non solo dalla violenza domestica ma anche dalle risposte distorte e indifferenti del sistema giudiziario e dei servizi sociali. Donne che, dopo aver denunciato, si ritrovano isolate, screditate, private dei figli e del diritto alla verità. È questa la seconda violenza: quella istituzionale, invisibile, ma devastante.

Il volume, già presentato al Salone Internazionale del Libro di Torino nel maggio 2025, ha raccolto ampio consenso per il suo linguaggio diretto, la forza delle testimonianze e la capacità di denunciare le distorsioni di un sistema che troppo spesso tradisce le sue stesse finalità di tutela.

L’evento, in programma martedì 25 novembre alle ore 17:30 presso la Sala Consiliare Comunale di Melito di Porto Salvo (Viale Rimembranze, 19), vedrà i saluti del Sindaco Annunziato Nastasi e della Presidente Fidapa BPW Italy – Sez. di Melito di Porto Salvo, Pina Punturieri. A moderare sarà Emilia Pino, socia Fidapa. Interverranno gli autori Daniela Vita e Francesco Miraglia, insieme a Francesca Pensavalle, referente del gruppo “Violenza di genere” della sezione Fidapa locale.

Con questo incontro la Fidapa di Melito di Porto Salvo intende lanciare un messaggio chiaro: la violenza contro le donne non è una questione privata ma una ferita collettiva che riguarda l’intera società. Per questo, la cultura, la denuncia e la solidarietà devono diventare strumenti concreti di cambiamento.

Francesco Miraglia, coautore del volume, dichiara: «Ogni volta che una donna viene lasciata sola dopo aver chiesto aiuto, lo Stato fallisce. La violenza non finisce con una denuncia: spesso continua nelle aule di giustizia, nei servizi, nelle decisioni che le tolgono i figli e la dignità. Il 25 novembre deve essere un grido, non una ricorrenza. Bisogna cambiare le regole, non solo ricordare le vittime.»

Daniela Vita,  coautrice, aggiunge: «Le donne che subiscono violenza vivono una doppia condanna: quella inferta dal maltrattante e quella di un sistema che spesso non le crede, non le ascolta, le giudica. Restituire fiducia, empatia e giustizia è il primo passo per ricostruire la loro vita. Parlare di queste storie significa dare voce a chi non ce l’ha più.»

“Ma il problema sono io?!” è più di un libro: è una voce che rompe il silenzio, un atto di accusa verso un sistema che troppo spesso colpevolizza le vittime invece di proteggerle, e al tempo stesso un inno alla resistenza, alla verità e al coraggio delle donne.

FIDAPA BPW ITALY – Sezione di Melito di Porto Salvo
Dice NO alla violenza. Sempre. Ovunque. Data: Martedì 25 novembre 2025 – Ore 17:30
Luogo: Sala Consiliare Comunale, Viale Rimembranze 19 – Melito di Porto Salvo (RC)
Ingresso libero – Evento aperto al pubblico

Colpevole di essere calabrese

Il nuovo libro di Francesco Miraglia che smaschera stereotipi, collusioni e verità scomode

Un’opera necessaria, coraggiosa e profondamente lucida. Colpevole di essere calabrese – Vittime del pregiudizio, il nuovo libro dell’avvocato e scrittore Francesco Miraglia, non è solo un saggio sulla ’Ndrangheta: è un viaggio nella complessità di una terra segnata da secolari preconcetti, e nelle vite di chi, ancora oggi, paga lo stigma di una colpevolezza assegnata ancor prima dei fatti.

Miraglia accompagna il lettore dentro un universo che coesiste accanto al nostro ma ne rappresenta l’esatto opposto: il mondo della ’Ndrangheta, radicato in vincoli di sangue, rituali segreti, codici linguistici propri e legami di appartenenza che trasformano la famiglia in una fortezza di chiusura e di fedeltà cieca a un progetto criminale.
L’autore non si limita a decifrare la struttura interna dell’organizzazione né la morale (o dichiarata amoralità) che la guida: illumina le zone grigie, gli intrecci con la società civile, con l’economia legale e con la politica, ambienti dove favori, compromessi e silenzi costruiscono solide reti di potere.

Al centro dell’opera c’è però un’altra grande verità: la presenza di vittime innocenti, uomini e donne che si trovano imprigionati nel pregiudizio collettivo secondo cui l’essere calabrese equivale, per molti, a essere automaticamente sospetti. Miraglia restituisce voce e dignità a chi vive questo fardello, raccontando storie che mostrano quanto devastante possa essere una generalizzazione quando diventa stigma sociale, esclusione o condanna.

Con uno stile diretto, documentato e insieme profondamente umano, l’autore ricostruisce un quadro che non indulge al sensazionalismo, ma analizza con rigore i meccanismi che alimentano sia il potere mafioso sia il pregiudizio anti-calabrese. Il libro richiama la responsabilità della società civile e delle istituzioni, invitando a distinguere tra colpe reali e colpe presunte, tra identità e criminalità, tra appartenenza geografica e comportamento individuale.

Colpevole di essere calabrese – Vittime del pregiudizio è un’opera che invita a guardare oltre le semplificazioni, a conoscere per comprendere e a comprendere per cambiare.
Un libro che non accusa un popolo, ma smonta un pregiudizio e denuncia con forza chi se ne serve per nascondere connivenze e interessi.

Novità Editoriale: Colpevole di essere calabrese

Con questo libro l’autore accompagna il lettore dentro un universo che coesiste accanto al nostro ma ne rappresenta l’esatto opposto: il mondo della ‘Ndrangheta, radicato in vincoli di sangue, rituali segreti, codici linguistici propri e legami di appartenenza che trasformano la famiglia in un baluardo di chiusura e fedeltà cieca ad un progetto criminale. L’analisi non si limita a svelare la struttura interna e i codici morali (o amoralità dichiarata) di questo sistema, ma getta luce sugli intrecci con la società civile e, soprattutto, sulle collusioni con la politica e l’economia legale, dove interessi, favori e silenzi diventano strumenti di sopravvivenza e di espansione del potere mafioso.

La mamma brasiliana non perde la figlia: il Tribunale di Torino dichiara il non luogo a provvedere sull’adottabilità e restituisce dignità alla famiglia d’origine

(Torino 12 novembre ) Una storia di dolore,   distanza e incomprensione culturale si conclude con un pronunciamento che restituisce umanità e giustizia. Il Tribunale per i Minorenni del Piemonte e Valle d’Aosta ha infatti dichiarato il non luogo a provvedere sulla richiesta di adottabilità di una bambina di due anni, disponendone l’affidamento ai familiari materni. Una decisione che segna un punto di svolta nel modo di intendere la tutela dei minori e riafferma con forza il principio secondo cui l’adozione deve rappresentare una soluzione estrema, mai un automatismo.

La sentenza giunge al termine di un percorso lungo e complesso, che ha visto una madre di origine brasiliana affrontare un sistema che troppo spesso non ha saputo comprenderla né accompagnarla. Giunta in Italia in condizioni di grande fragilità personale e sociale, la donna si è trovata immersa in un contesto istituzionale rigido e distante, dove le sue difficoltà linguistiche e culturali sono state scambiate per inadeguatezza. Nessuno, in realtà, le ha mai spiegato davvero cosa stava accadendo, quali diritti avesse, né come poter intraprendere un vero percorso di recupero e sostegno.

Come ha sottolineato l’Avv. Miraglia, difensore della madre:  «Questa sentenza dimostra che la verità e la giustizia esistono anche nei procedimenti più complessi. La madre brasiliana ha subito un pregiudizio evidente, perché nessuno le ha mai spiegato davvero cosa stava accadendo, e la sua diversità culturale è stata fraintesa come incapacità. Il Tribunale ha riconosciuto che il legame familiare, se autentico e solido, è la prima forma di tutela per un bambino. È un risultato che restituisce dignità a una madre, ma anche fiducia nel sistema, quando è capace di correggere i propri errori. Ogni donna, qualunque sia la sua origine, ha diritto a essere compresa prima di essere giudicata».

Le parole dell’Avv. Miraglia sintetizzano il senso profondo di questa vicenda: la necessità di una giustizia minorile che unisca rigore e sensibilità, che non si limiti a valutare, ma sappia ascoltare, comprendere e includere.

La differenza culturale, linguistica e di vissuto non può e non deve diventare un ostacolo, ma un elemento da interpretare con attenzione e rispetto. La tutela del minore passa anche attraverso la tutela della madre, del suo mondo e della sua identità.

Con il non luogo a provvedere sull’adottabilità, il Tribunale ha riconosciuto la piena idoneità dei parenti materni a occuparsi della bambina, assicurandole continuità affettiva e stabilità relazionale. È una pronuncia che valorizza la famiglia naturale e che riafferma la necessità di un approccio più umano, interculturale e competente nei procedimenti minorili.

Il caso della mamma brasiliana diventa così un simbolo di riscatto e consapevolezza, un esempio di come la giustizia, quando si apre all’ascolto e all’empatia, possa restituire dignità alle persone e senso alle istituzioni