Melito di Porto Salvo (RC), 25 novembre 2025 – Giornata internazionale contro la violenza sulle donne
Il 25 novembre non è una data come le altre. È il giorno in cui il mondo si ferma per dire basta alla violenza sulle donne, per ricordare chi non c’è più e per dare forza a chi ogni giorno combatte per la propria dignità e libertà. In questa cornice di impegno e consapevolezza, la FIDAPA BPW Italy – Sezione di Melito di Porto Salvo, con il patrocinio del Comune di Melito di Porto Salvo, promuove un incontro dal forte impatto civile ed emotivo: la presentazione del libro “Ma il problema sono io?!” di Francesco Miraglia e Daniela Vita (Armando Editore).
Un titolo che interroga e provoca, raccontando il dramma sommerso della vittimizzazione secondaria, quella che nasce non solo dalla violenza domestica ma anche dalle risposte distorte e indifferenti del sistema giudiziario e dei servizi sociali. Donne che, dopo aver denunciato, si ritrovano isolate, screditate, private dei figli e del diritto alla verità. È questa la seconda violenza: quella istituzionale, invisibile, ma devastante.
Il volume, già presentato al Salone Internazionale del Libro di Torino nel maggio 2025, ha raccolto ampio consenso per il suo linguaggio diretto, la forza delle testimonianze e la capacità di denunciare le distorsioni di un sistema che troppo spesso tradisce le sue stesse finalità di tutela.
L’evento, in programma martedì 25 novembre alle ore 17:30 presso la Sala Consiliare Comunale di Melito di Porto Salvo (Viale Rimembranze, 19), vedrà i saluti del Sindaco Annunziato Nastasi e della Presidente Fidapa BPW Italy – Sez. di Melito di Porto Salvo, Pina Punturieri. A moderare sarà Emilia Pino, socia Fidapa. Interverranno gli autori Daniela Vita e Francesco Miraglia, insieme a Francesca Pensavalle, referente del gruppo “Violenza di genere” della sezione Fidapa locale.
Con questo incontro la Fidapa di Melito di Porto Salvo intende lanciare un messaggio chiaro: la violenza contro le donne non è una questione privata ma una ferita collettiva che riguarda l’intera società. Per questo, la cultura, la denuncia e la solidarietà devono diventare strumenti concreti di cambiamento.
Francesco Miraglia, coautore del volume, dichiara: «Ogni volta che una donna viene lasciata sola dopo aver chiesto aiuto, lo Stato fallisce. La violenza non finisce con una denuncia: spesso continua nelle aule di giustizia, nei servizi, nelle decisioni che le tolgono i figli e la dignità. Il 25 novembre deve essere un grido, non una ricorrenza. Bisogna cambiare le regole, non solo ricordare le vittime.»
Daniela Vita, coautrice, aggiunge: «Le donne che subiscono violenza vivono una doppia condanna: quella inferta dal maltrattante e quella di un sistema che spesso non le crede, non le ascolta, le giudica. Restituire fiducia, empatia e giustizia è il primo passo per ricostruire la loro vita. Parlare di queste storie significa dare voce a chi non ce l’ha più.»
“Ma il problema sono io?!” è più di un libro: è una voce che rompe il silenzio, un atto di accusa verso un sistema che troppo spesso colpevolizza le vittime invece di proteggerle, e al tempo stesso un inno alla resistenza, alla verità e al coraggio delle donne.
FIDAPA BPW ITALY – Sezione di Melito di Porto Salvo
Dice NO alla violenza. Sempre. Ovunque. Data: Martedì 25 novembre 2025 – Ore 17:30
Luogo: Sala Consiliare Comunale, Viale Rimembranze 19 – Melito di Porto Salvo (RC)
Ingresso libero – Evento aperto al pubblico
Il nuovo libro di Francesco Miraglia che smaschera stereotipi, collusioni e verità scomode
Un’opera necessaria, coraggiosa e profondamente lucida. Colpevole di essere calabrese – Vittime del pregiudizio, il nuovo libro dell’avvocato e scrittore Francesco Miraglia, non è solo un saggio sulla ’Ndrangheta: è un viaggio nella complessità di una terra segnata da secolari preconcetti, e nelle vite di chi, ancora oggi, paga lo stigma di una colpevolezza assegnata ancor prima dei fatti.
Miraglia accompagna il lettore dentro un universo che coesiste accanto al nostro ma ne rappresenta l’esatto opposto: il mondo della ’Ndrangheta, radicato in vincoli di sangue, rituali segreti, codici linguistici propri e legami di appartenenza che trasformano la famiglia in una fortezza di chiusura e di fedeltà cieca a un progetto criminale.
L’autore non si limita a decifrare la struttura interna dell’organizzazione né la morale (o dichiarata amoralità) che la guida: illumina le zone grigie, gli intrecci con la società civile, con l’economia legale e con la politica, ambienti dove favori, compromessi e silenzi costruiscono solide reti di potere.
Al centro dell’opera c’è però un’altra grande verità: la presenza di vittime innocenti, uomini e donne che si trovano imprigionati nel pregiudizio collettivo secondo cui l’essere calabrese equivale, per molti, a essere automaticamente sospetti. Miraglia restituisce voce e dignità a chi vive questo fardello, raccontando storie che mostrano quanto devastante possa essere una generalizzazione quando diventa stigma sociale, esclusione o condanna.
Con uno stile diretto, documentato e insieme profondamente umano, l’autore ricostruisce un quadro che non indulge al sensazionalismo, ma analizza con rigore i meccanismi che alimentano sia il potere mafioso sia il pregiudizio anti-calabrese. Il libro richiama la responsabilità della società civile e delle istituzioni, invitando a distinguere tra colpe reali e colpe presunte, tra identità e criminalità, tra appartenenza geografica e comportamento individuale.
Colpevole di essere calabrese – Vittime del pregiudizio è un’opera che invita a guardare oltre le semplificazioni, a conoscere per comprendere e a comprendere per cambiare.
Un libro che non accusa un popolo, ma smonta un pregiudizio e denuncia con forza chi se ne serve per nascondere connivenze e interessi.
Con questo libro l’autore accompagna il lettore dentro un universo che coesiste accanto al nostro ma ne rappresenta l’esatto opposto: il mondo della ‘Ndrangheta, radicato in vincoli di sangue, rituali segreti, codici linguistici propri e legami di appartenenza che trasformano la famiglia in un baluardo di chiusura e fedeltà cieca ad un progetto criminale. L’analisi non si limita a svelare la struttura interna e i codici morali (o amoralità dichiarata) di questo sistema, ma getta luce sugli intrecci con la società civile e, soprattutto, sulle collusioni con la politica e l’economia legale, dove interessi, favori e silenzi diventano strumenti di sopravvivenza e di espansione del potere mafioso.
(Torino 12 novembre ) Una storia di dolore, distanza e incomprensione culturale si conclude con un pronunciamento che restituisce umanità e giustizia. Il Tribunale per i Minorenni del Piemonte e Valle d’Aosta ha infatti dichiarato il non luogo a provvedere sulla richiesta di adottabilità di una bambina di due anni, disponendone l’affidamento ai familiari materni. Una decisione che segna un punto di svolta nel modo di intendere la tutela dei minori e riafferma con forza il principio secondo cui l’adozione deve rappresentare una soluzione estrema, mai un automatismo.
La sentenza giunge al termine di un percorso lungo e complesso, che ha visto una madre di origine brasiliana affrontare un sistema che troppo spesso non ha saputo comprenderla né accompagnarla. Giunta in Italia in condizioni di grande fragilità personale e sociale, la donna si è trovata immersa in un contesto istituzionale rigido e distante, dove le sue difficoltà linguistiche e culturali sono state scambiate per inadeguatezza. Nessuno, in realtà, le ha mai spiegato davvero cosa stava accadendo, quali diritti avesse, né come poter intraprendere un vero percorso di recupero e sostegno.
Come ha sottolineato l’Avv. Miraglia, difensore della madre: «Questa sentenza dimostra che la verità e la giustizia esistono anche nei procedimenti più complessi. La madre brasiliana ha subito un pregiudizio evidente, perché nessuno le ha mai spiegato davvero cosa stava accadendo, e la sua diversità culturale è stata fraintesa come incapacità. Il Tribunale ha riconosciuto che il legame familiare, se autentico e solido, è la prima forma di tutela per un bambino. È un risultato che restituisce dignità a una madre, ma anche fiducia nel sistema, quando è capace di correggere i propri errori. Ogni donna, qualunque sia la sua origine, ha diritto a essere compresa prima di essere giudicata».
Le parole dell’Avv. Miraglia sintetizzano il senso profondo di questa vicenda: la necessità di una giustizia minorile che unisca rigore e sensibilità, che non si limiti a valutare, ma sappia ascoltare, comprendere e includere.
La differenza culturale, linguistica e di vissuto non può e non deve diventare un ostacolo, ma un elemento da interpretare con attenzione e rispetto. La tutela del minore passa anche attraverso la tutela della madre, del suo mondo e della sua identità.
Con il non luogo a provvedere sull’adottabilità, il Tribunale ha riconosciuto la piena idoneità dei parenti materni a occuparsi della bambina, assicurandole continuità affettiva e stabilità relazionale. È una pronuncia che valorizza la famiglia naturale e che riafferma la necessità di un approccio più umano, interculturale e competente nei procedimenti minorili.
Il caso della mamma brasiliana diventa così un simbolo di riscatto e consapevolezza, un esempio di come la giustizia, quando si apre all’ascolto e all’empatia, possa restituire dignità alle persone e senso alle istituzioni
A Bucarest, il 27 settembre 2025, presso il Palazzo Ghica Tei, si è svolta la solenne cerimonia della Casa Principesca Andronik Cantacuzino, guidata da Sua Altezza Imperiale la Principessa Silvia Lucia Andronik. In un contesto che ha visto la presenza di autorità, rappresentanti diplomatici, nobili europei e ordini cavallereschi, Francesco Miraglia è stato insignito della prestigiosa onorificenza di Gran Ufficiale dell’Ordine Storico del Drago, una delle massime distinzioni della tradizione cavalleresca europea.
L’Ordine del Drago, fondato nel XV secolo da Sigismondo di Lussemburgo e reso celebre da Vlad II Dracul, padre di Vlad l’Impalatore, rappresenta da secoli un simbolo di coraggio, fedeltà e difesa della cristianità. La sua rinascita sotto l’egida della Casa Cantacuzino conferisce oggi a questo riconoscimento un significato non solo storico, ma anche etico e culturale.
Contestualmente, Miraglia è stato nominato membro del Consiglio per la Diplomazia con gli Stati Esteri della Casa Principesca, incarico che lo vedrà impegnato nella costruzione di ponti tra culture e istituzioni, promuovendo relazioni fondate sul dialogo, la cooperazione e la pace.
“Essere nominato Gran Ufficiale dell’Ordine del Drago – ha dichiarato Miraglia – rappresenta per me un onore immenso e una responsabilità. Non è solo un titolo, ma un impegno a portare avanti valori di giustizia, di servizio e di apertura verso il mondo. L’ingresso nel Consiglio per la Diplomazia con gli Stati Esteri è la conferma che il dialogo rimane lo strumento più potente per unire ciò che è diviso e costruire nuove vie di cooperazione. Porterò con me questo riconoscimento come una luce che guiderà il mio impegno quotidiano, certo che la vera forza della diplomazia e della giustizia risiede nella capacità di unire i popoli e le persone”.
Lugo di Vicenza, 10 settembre 2025 – Nella splendida cornice di Villa Piovene Porto Godi si è svolta una giornata intensa di riflessione e partecipazione in occasione della presentazione del volume “Ma il problema sono io?! – La vittimizzazione secondaria ad opera del sistema giudiziario: violenza domestica e allontanamento dei figli dalle madri” (Armando Editore), scritto dall’avvocato Francesco Miraglia insieme a Daniela Vita. Fin dal mattino la villa ha accolto un pubblico numeroso, composto da cittadini, operatori, rappresentanti istituzionali e del mondo associativo, che hanno seguito con emozione e attenzione le parole dell’autore. L’evento, promosso da Antiviolenza360, SATOR GROUPE e ANILDD, non è stato soltanto la presentazione di un libro, ma un vero e proprio momento di incontro e condivisione, in cui storie, voci e sguardi si sono intrecciati dando vita a una comunità viva e partecipe.
Nel suo intervento Francesco Miraglia ha toccato corde profonde, ricordando come la violenza di genere non possa essere ridotta a un fatto privato, ma rappresenti una ferita sociale e culturale che affonda le radici in secoli di patriarcato. «Non è il gesto isolato di un singolo uomo, ma il prodotto di un sistema che considera ancora la donna un essere subordinato» ha affermato con forza, raccogliendo la partecipazione commossa della platea. Le sue parole hanno portato al centro dell’attenzione il dramma della vittimizzazione secondaria: donne che, dopo aver trovato il coraggio di denunciare, vengono additate come “conflittuali” o “manipolatrici”, fino ad arrivare a essere private dei loro figli. Una realtà paradossale e crudele che dà voce all’amara domanda che dà il titolo al libro: “Ma il problema sono io?!”.
Il richiamo alle recenti novità legislative, dal Codice Rosso alla legge Roccella fino al nuovo art. 577-bis c.p. che introduce il reato autonomo di femminicidio, è stato accompagnato da un’analisi lucida ma appassionata: conquiste importanti sulla carta, ma ancora troppo deboli nella loro concreta applicazione. «Una legge sulla carta non salva nessuna vita. I tre giorni del Codice Rosso, in troppi tribunali, diventano dieci, venti, trenta. Nei procedimenti civili, chi denuncia violenza continua a rischiare di perdere i figli. È qui che il sistema fallisce, ed è qui che nasce la vittimizzazione secondaria» ha denunciato Miraglia, provocando un silenzio denso e carico di consapevolezza tra i presenti.
La giornata si è chiusa con un appello vibrante, che ha coinvolto tutti i presenti in un’unica responsabilità condivisa: «Il problema non sono le vittime, ma un sistema che ancora oggi non sa riconoscere e tutelare fino in fondo la dignità delle donne e dei bambini. È nostra responsabilità cambiare questa storia. La vera domanda non è più Ma il problema sono io?!, ma Che cosa possiamo fare tutti noi, insieme, per spezzare questa catena?».
Accanto all’autore, hanno dato il loro contributo figure istituzionali e associative come Lisa Nicoletti, Sabina Cannizzaro, Milena Cecchetto ed Erik Pretto, che con i loro interventi hanno arricchito un dialogo corale, reso ancora più intenso dai momenti culturali e comunitari che hanno scandito la giornata. Il clima che si è respirato a Lugo di Vicenza è stato quello di un impegno collettivo, sincero e partecipato: la dimostrazione che la lotta alla violenza di genere non appartiene solo alle aule di giustizia, ma riguarda tutti noi, come cittadini e come comunità.
L’appuntamento a Villa Piovene Porto Godi ha confermato la forza e l’impatto del libro di Miraglia e Vita, già accolto con attenzione in tutta Italia. Non un semplice volume giuridico, ma una testimonianza viva, capace di trasformare il dolore in consapevolezza, la denuncia in azione, il silenzio in voce. Una giornata che non è stata soltanto un evento culturale, ma un vero momento di risveglio collettivo, che ha scosso cuori e coscienze lasciando una traccia profonda.
Lugo di Vicenza, domenica 7 settembre 2025 – Una giornata di cultura, riflessione e condivisione dedicata al tema della violenza di genere e alla costruzione di percorsi di sostegno alle vittime.
Alle ore 11:15, presso Villa Piovene Porto Godi, sarà presentato il libro “Ma il problema sono io?! – La vittimizzazione secondaria ad opera del sistema giudiziario: violenza domestica e allontanamento dei figli dalle madri” (Armando Editore).
Il volume porta la firma di Francesco Miraglia e Daniela Vita, rispettivamente Presidente e Vicepresidente di ANILDD Spagna (Associazione Nazionale Invalidi del Lavoro e Disabilità Diffusa). Entrambi da anni operano in ambito legale, con un impegno costante nella difesa dei diritti delle donne vittime di violenza, dei minori e delle persone in condizione di fragilità, sia in Italia che a livello internazionale. ANILDD è un’associazione attiva nella difesa dei diritti delle vittime di violenza e delle persone in condizioni di fragilità, con progetti di sensibilizzazione e inclusione riconosciuti anche a livello internazionale.
Il libro ha già riscosso grande interesse: dopo la presentazione al Salone Internazionale del Libro di Torino, è stato ospitato in sedi istituzionali come l’Università della Calabria a Cosenza e in diverse città italiane. Al centro dell’opera vi è il tema della vittimizzazione secondaria, ossia il dolore che molte donne e madri subiscono non solo per la violenza domestica, ma anche per le risposte inadeguate e talvolta lesive del sistema giudiziario, che possono portare persino all’allontanamento dei figli dalle loro madri.
L’evento sarà presentato e organizzato da Elena Brunello (ANILDD), fondatrice del Progetto Antiviolenza360, e dall’Ing. Cav. Mauro Pusceddu, SATOR GROUPE, in collaborazione con ANILDD.
Tra i relatori e partecipanti interverranno:
Lisa Nicoletti, Psicologa Psicoterapeuta, Sessuologa ed esperta in Narcisista Patologico, che offrirà una chiave di lettura scientifica e relazionale dei fenomeni di violenza di coppia.
Sabina Cannizzaro, Presidente dell’Associazione Donne Reggine e autrice della prefazione del volume, da anni impegnata nella lotta per i diritti delle donne e per la costruzione di reti sociali e istituzionali a tutela delle vittime di violenza.
Milena Cecchetto, Consigliera Regionale, componente della Commissione Sanità, impegnata sul fronte delle politiche sociali e sanitarie per la tutela dei diritti fondamentali.
Erik Pretto, Onorevole, membro della Commissione Sanità del Governo e della Commissione Antimafia, la cui presenza sottolinea l’importanza istituzionale e politica dell’iniziativa.
Programma della giornata
ore 09:00 – Accoglienza dei relatori e dei partner di progetto
ore 10:00 – Santa Messa nella cappella privata della famiglia Conti Vergnano
ore 11:15 – Presentazione del libro “Ma il problema sono io?!”
ore 12:00–13:00 – Pranzo a buffet per i partecipanti
ore 13:30–14:00 – Presentazione dell’Accademia Ving Tsun Academy del Grand Maestro Paul Tang, con dimostrazione a cura del coordinatore nazionale (Brunico)
ore 14:30 – Presentazione a sorpresa
ore 15:00–16:00 – Presentazione di Odette Mussolin e del Team Progetto MagosDj@ con il gioco “Sulle Orme dei Condottieri”
ore 17:00 – Bagno di Gong a cura di Simone
ore 18:00 – Chiusura lavori con la sezione Progetto Antiviolenza360: musica, relax e movimento collettivo a cura di Elena Brunello e Francesco Dal Ponte, rappresentazione della disciplina Energy Bio-Dance Rebalance e formazione della Giuria della kermesse Antiviolenza360
L’iniziativa, promossa da Antiviolenza360, SATOR GROUPE e ANILDD, mira a creare una vera e propria “Community – Una tribù che baila per la Pace”, in supporto alle vittime di violenza e in linea con gli obiettivi del Gender Gap 2030 (UNI PDR 125/2022).
L’ingresso alla giornata prevede la compilazione di un modulo e un contributo simbolico di 10 euro, comprensivo di buffet e accesso a tutte le attività, destinato al sostegno delle iniziative del progetto.
Info e contatti:
Elena Brunello – Fondatrice Progetto Antiviolenza360: 351 6794452
Francesco Dal Ponte – Tesoriere: 339 3476300
Odette Mussolin – Operatrice partner
L’articolo che segue sarà pubblicato a livello internazionale sull’International Journal of Advanced Research (IJAR), una rivista scientifica che raccoglie contributi di ricerca di rilevanza per la comunità accademica mondiale. La pubblicazione su tale rivista, indicizzata nelle principali banche dati, garantisce diffusione globale e riconoscimento scientifico al lavoro svolto.
La violenza di genere, nelle sue molteplici manifestazioni, rappresenta una delle più gravi violazioni dei diritti umani del nostro tempo e continua a costituire una ferita aperta nelle nostre società. Non è soltanto una sequenza di fatti di cronaca o un elenco di reati codificati, ma un fenomeno strutturale che affonda le sue radici in secoli di disuguaglianze, pregiudizi e rapporti di potere asimmetrici. Per affrontarlo è necessario rompere il silenzio, chiamare le cose con il loro nome, imparare a riconoscerne i segnali e denunciare con chiarezza.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha descritto la violenza come l’uso intenzionale della forza fisica o del potere, reale o minacciato, capace di provocare lesioni, morte, danni psicologici, privazioni. Dentro questa definizione entrano la violenza fisica, sessuale, psicologica, economica e perfino quella digitale, fino all’atto estremo del femminicidio, l’omicidio della donna in quanto donna. Parlare di femminicidio significa riconoscere che non siamo di fronte a un omicidio qualunque, ma alla soppressione di una persona per il solo fatto di essere donna, per punirla della sua libertà, per riaffermare un controllo che si teme di perdere.
Le donne, in tutto il mondo, sono le vittime principali di questo fenomeno. La Dichiarazione ONU del 1993 sull’eliminazione della violenza contro le donne lo aveva già messo nero su bianco: qualsiasi atto di violenza basata sul genere che provochi sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche, comprese le minacce e le coercizioni, è violazione dei diritti fondamentali. Eppure, a distanza di trent’anni, i numeri continuano a raccontare una realtà drammatica. In Italia ogni anno più di cento donne vengono uccise, spesso da chi avrebbe dovuto amarle e proteggerle: partner, ex partner, familiari. Oltre 6,7 milioni di donne hanno subito nella loro vita violenze fisiche o sessuali. In Europa, una donna su tre ha sperimentato violenza maschile.
Ma dietro ogni cifra c’è un volto, una storia, una vita spezzata. Ogni femminicidio è solo l’ultima tappa di un percorso iniziato molto prima: nelle parole svalutanti, nella gelosia malata, nel controllo ossessivo, nella violenza psicologica, nell’isolamento dai propri affetti, nei ricatti economici. È un continuum che spesso dura anni, fino a quando la spirale non si chiude con la morte.
Il legislatore italiano ha cercato di intervenire. Nel 1996 lo stupro è stato finalmente riconosciuto come reato contro la persona e non più contro la moralità. Nel 2009 è arrivato il reato di stalking. Nel 2013, dopo l’ondata di femminicidi che aveva scosso l’opinione pubblica, è stato introdotto un decreto con misure urgenti. Nel 2019 il Codice Rosso ha imposto corsie preferenziali per le denunce di violenza domestica e sessuale, e nel 2023 la legge 168 ha rafforzato la protezione immediata delle vittime. Sul piano internazionale, l’Italia ha ratificato la Convenzione di Istanbul, che resta lo strumento più avanzato per prevenire, punire e proteggere.
Ma non basta. Le donne che trovano il coraggio di denunciare spesso si scontrano con la vittimizzazione secondaria: procedure lente, interrogatori umilianti, protezione insufficiente per sé e per i figli, servizi sociali impreparati. Ci sono casi in cui la vittima diventa paradossalmente imputata, giudicata per le proprie scelte o per non essere riuscita a sottrarsi prima alla violenza. È un paradosso crudele che alimenta la sfiducia e spinge molte donne a non denunciare.
Accanto alla violenza diretta c’è la violenza assistita, che segna profondamente i figli costretti a crescere in un clima di paura e sopraffazione. Secondo Save the Children sono circa 400.000 i minori coinvolti ogni anno in Italia. Per la psicologia dello sviluppo, subire o assistere a violenza produce effetti devastanti simili: ansia, regressioni, difficoltà scolastiche, rischio di riprodurre da adulti gli stessi modelli di abuso.
Le radici culturali sono profonde. Molti uomini, di fronte al percorso di emancipazione femminile, ricorrono alla violenza per riaffermare un potere patriarcale che sentono messo in discussione. La dinamica è ricorrente: controllo economico, minacce, umiliazioni, isolamento, abuso dei figli come strumento di ricatto. Ogni donna intrappolata nella spirale si pone sempre le stesse domande: “Se lo lascio dove andrò? E se davvero mi uccidesse? E se perdesse il controllo davanti ai bambini? È colpa mia?”. Queste domande diventano catene invisibili che la tengono prigioniera.
Per spezzare queste catene non basta la repressione penale, serve un cambiamento culturale. La scuola deve insegnare il rispetto, il consenso, la parità. I media devono smettere di parlare di “raptus” o di “tragedie familiari” che assolvono implicitamente l’aggressore. Servono servizi sociali preparati, case rifugio ben finanziate, percorsi di autonomia economica per le donne che decidono di uscire dalla violenza. La società intera deve farsi carico di questo problema, perché non riguarda solo le vittime, ma la qualità stessa della nostra democrazia.
Ed è qui che interviene la politica con strumenti nuovi. Alla Camera dei Deputati è in discussione un disegno di legge che introduce per la prima volta nel codice penale un reato autonomo di femminicidio. Non più solo omicidio, ma riconoscimento esplicito dell’uccisione di una donna come atto di odio, discriminazione, possesso o punizione della sua libertà. Il nuovo articolo 577-bis punisce con l’ergastolo chi commette un femminicidio, stabilendo aggravanti specifiche anche per i reati di maltrattamenti, stalking, violenza sessuale e lesioni. È previsto che il Ministro della Giustizia presenti ogni anno una relazione sullo stato di applicazione della norma, per monitorare dati e risultati. Sono introdotte inoltre nuove misure processuali per garantire la protezione immediata delle vittime, rafforzare la formazione obbligatoria di magistrati e operatori sanitari, e sostenere economicamente gli orfani di femminicidio.
Si tratta di un passo storico, che segna una svolta culturale oltre che giuridica. Inserire nel codice penale il reato di femminicidio significa dire che la società riconosce la specificità di questo crimine, che non è un omicidio qualsiasi, ma un atto contro le donne in quanto tali. È un messaggio potente, che si accompagna a misure concrete per rafforzare la protezione, ridurre la vittimizzazione secondaria e sostenere i percorsi di uscita dalla violenza.
Il cammino è ancora lungo, ma la direzione è chiara. Spezzare il silenzio, rompere il ciclo dell’abuso, proteggere i bambini, sostenere le donne, cambiare la cultura: questa è la sfida che abbiamo davanti. Non riguarda solo chi subisce violenza, ma riguarda tutti noi, la qualità delle nostre relazioni, la giustizia della nostra società, la credibilità stessa della democrazia.
Bibliografia essenziale
Miraglia, Francesco; Vita, Daniela (2025). Ma il problema sono io?! La vittimizzazione secondaria ad opera del sistema giudiziario: violenza domestica e allontanamento dei figli dalle madri. Roma: Armando Editore. Collana Politiche sociali e dintorni.
Miraglia, Francesco; Vita, Daniela (2023). Ci sono anch’io. La disabilità è una dimensione della diversità umana. Roma: Armando Editore.
Miraglia, Francesco (2024). I Malamente. Le nuove marginalità. Ragazzi messi alla prova. Roma: Armando Editore.
Miraglia, Francesco (2021). Bambini prigionieri. Roma: Armando Editore.
Miraglia, Francesco (2022). L’avvocato dei bambini. Troppo potere senza controllo…. Roma: Armando Editore.
World Health Organization (2002). World Report on Violence and Health. Geneva: WHO.
Assemblea Generale delle Nazioni Unite (1993). Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne. Risoluzione 48/104 del 20 dicembre 1993.
Consiglio d’Europa (2011). Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica.
Corte europea dei diritti dell’uomo (2009). Caso Opuz c. Turchia.
ISTAT (2015). La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia. Roma: Istituto Nazionale di Statistica.
Save the Children (2011). La violenza assistita in Italia. Rapporto con CISMAI.