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Bimbo di Ferrara allontanato senza motivo dalla madre e dato in affidamento a un’altra famiglia

I Genitori affidatari sconfessano psicologa e assistente sociale
Al bimbo manca la mamma e vorrebbe tornare da lei
 
 
FERRARA, 25 giugno 2018. Persino i genitori affidatari, che da novembre accudiscono un bimbo di tre anni strappato alla sua mamma di Ferrara, sconfessano la psicologa e l’assistente sociale che hanno avviato il procedimento. La famiglia che ha avuto in affidamento il piccolo, contrariamente a quanto riferito anche in tribunale dalle due professioniste, cercherebbe la mamma, si comporta bene, ha un linguaggio appropriato. Anzi, appena giunto a casa loro mostrava di sentire la mancanza della madre, tanto da non riuscire a dormire fino a tarda note, rimanendo a fissare il soffitto con gli occhi sbarrati. Era arrivato persino, in un attacco di nostalgia, ad affacciarsi alla finestra a salutare in maniera immaginaria la mamma: un modo tutto suo per cercare di abituarsi all’idea di non vederla più. Ad impedirglielo è la disposizione emanata dal tribunale dei minorenni di Bologna sulla base della relazione presentata dalla psicologa e dall’assistente sociale del Comune di residenza, che avrebbero intravisto delle disfunzionalità dell’attaccamento nella relazione tra madre e bimbo, non suffragate però da alcun test né alcuna prova scientifica. Si sarebbero basate su quanto affermato dai genitori affidatari – hanno detto – ma questi, sentiti in tribunale all’inizio di giugno, hanno raccontato una verità tutta diversa. «Questo suffraga ancora una volta quanto asseriamo da mesi ovvero che il piccolo stava benissimo con la mamma e adesso la cerca e le vuole bene. Perché allora continuare a tenerli separati?» commenta l’avvocato Francesco Miraglia, che tutela la madre ferrarese. «Queste operatrici non devono più occuparsi di questo caso» prosegue il legale «e se il procedimento non sarà annullato, riterremo responsabili di eventuali danni patiti dal bimbo sia loro che l’azienda Usl di Ferrara e il Comune di residenza».
Le due professioniste sono già state nel frattempo denunciate dalla madre del piccolo tramite l’avvocato Miraglia: falso ideologico e falsa testimonianza sono le accuse rivolte alla psicologa dei Servizi sociali di Ferrara. Denunciata con lei anche l’assistente sociale: le due professioniste, all’udienza fissata dal tribunale venerdì 6 aprile scorso, hanno rilasciato dichiarazioni non attinenti al vero.

Obbligato a vedere il padre violento , pena il trasferimento in una comunità: clamorosa marcia indientro

Clamorosa marcia indietro del tribunale dei minori di Bolzano: il ragazzo vedrà il papà solo dopo che entrambi avranno seguito un percorso psicologico
 
BOLZANO (9 giugno 2018). Pareva urgente obbligarlo a vedere quel padre che lui insisteva a non voler incontrare. Minacciato persino di venire allontanato dalla mamma e spedito in casa famiglia se non avesse ottemperato alle disposizioni del tribunale, era disposto a vivere con estranei piuttosto che rivedere il padre che – continuava ad insistere il ragazzino – era stato violento con la madre, ma anche con lui.
«Ebbene il tribunale dei minori di Bolzano alla fine ha assunto la decisione che da mesi proponevamo: lasciare il ragazzino con la madre e far seguire un percorso psicologico tanto al bimbo che al padre, per consentire che si riavvicinino con serenità». Soddisfatto l’avvocato Francesco Miraglia, che ha assunto la tutela legale del ragazzino e della madre, la più felice sicuramente, dopo mesi di battaglie. Il caso ha avuto una notevole risonanza, anche a livello mediatico oltre che politico: è stato oggetto, infatti, di un’interrogazione che il consigliere Andreas Pöder, del partito Bürger Union für Südtirol, ha presentato al Consiglio regionale del Trentino–Alto Adige. «Questo collegio di giudici ha compreso la situazione» prosegue l’avvocato Miraglia, «andando oltre la fredda e rigida prassi burocratica, si è soffermato ad “ascoltare” il ragazzo e le sue richieste. Da mesi ripetevamo fosse esagerato costringerlo ad incontrare il padre, arrivando persino a minacciarlo di strapparlo alla madre per portarlo in una comunità, come aveva disposto in precedenza il medesimo tribunale, che ora, con questo provvedimento, sicuramente sconfessa se stesso o per lo meno fa sorgere delle perplessità sull’operato del primo giudice e sulla sua decisione così grave e imperiosa. Al di là della soddisfazione per il felice esito della vicenda, su quest’ultimo aspetto va fatta sicuramente chiarezza».

Se all’improvviso ti strappano tuo figlio

È mattina presto, Laura (la chiameremo così) risponde al telefono: è un carabiniere che le comunica di doversi presentare immediatamente in caserma; lei chiede il perché, “mio figlio dorme”, dice; “deve venire subito, le spiegheremo”, il messaggio perentorio. “Lo prendo dal letto, gli metto il giubbino sul pigiama, le scarpe e corro”, racconta Laura, lucidissima nel suo dolore. Non appena arriva un carabiniere prende con se’ il bimbo di neanche tre anni, “così la mamma parla con calma”, dice. Laura è incredula, pronta ad ascoltare. “Mi dicono: il bambino in questo momento è già stato portato via, lei stia calma e collabori. Io sto malissimo, non capisco: davanti a me si presentano due assistenti sociali e due operatori del 118; mi dicono che se non collaboro è pronto un tso”.
L’incubo a volte bussa la mattina presto a casa quando ancora dormi, ma non stai sognando.
È il 13 ottobre 2017. Solo due mesi dopo Laura verrà a conoscenza delle motivazioni del “rapimento”, come lo chiama lei e solo cinquanta giorni dopo riabbraccerà suo figlio in un incontro protetto, dove lei non deve dire di stare male – come ovvio che sia per qualsiasi mamma che si trovi privata del proprio figlio piccolissimo – perché sennò “dicono che sono depressa, che non sono adeguata, mi ha consigliato l’avvocato così”.
Il legale di Laura è Francesco Miraglia che – ci dice – di casi come questo – terribili, disumani – ne accoglie 4 o 5 la settimana. In cinque mesi Laura ha incontrato suo figlio solo quattro volte: “È regredito tantissimo, a volte faccio fatica a capire cosa dice, piange quando mi vede, mi chiede perché non lo porto con me, mi dice che mi vuole bene. È come se si sentisse in colpa nei miei confronti”.
Ma perché è avvenuto questo allontanamento e in questo modo? Ricostruiamo la vicenda.
A far scattare l’allontanamento, una segnalazione di un amico che Laura conosce da 15 anni, ma che frequenta più assiduamente da poco, dopo essersi finalmente liberata dalla relazione violenta con il padre del piccolo. L’amico vorrebbe costruire una famiglia e le confida di essere innamorato di lei da sempre; la donna chiede di non correre, “magari accadrà, gli dico, ma adesso devo pensare a mio figlio e non riesco a buttarmi in un’altra relazione”. L’amico comincia a non sopportare più questa situazione, per lui di limbo, forse inizia a essere geloso di questo figlio a cui Laura pensa più che a lui. E così per vendetta chiama i carabinieri per dire che Laura è depressa e minaccia di suicidarsi. È il 9 ottobre; Laura non sa nulla: lui, immediatamente, si rende conto di avere fatto una sciocchezza pericolosa e due giorni dopo ritratta tutto. Ma ormai la macchina infernale è partita. I carabinieri non tengono conto della marcia indietro.
Ed è così che il 13 ottobre, attraverso un provvedimento del Tribunale dei minorenni di Bologna, viene allontanato in modo violento il bimbo da sua madre e spedito immediatamente a una famiglia affidataria di cui Laura non conosce l’identità e con cui non può interagire. L’avvocato Miraglia ha da subito inoltrato osservazioni al Tribunale di Bologna segnalando come la diagnosi di disturbi comportamentali della psicologa a seguito di un solo incontro avuto con Laura e il bambino, fosse del tutto arbitraria e infondata. La madre, infatti, non era mai stata segnalata ai servizi sociali in precedenza (abita in una località del Ferrarese) e – come scrive Miraglia – “a meno che la dottoressa non abbia la palla di vetro” è certo che abbia tradito la sua deontologia. Proprio all’inizio del mese di aprile, per questi ed altri motivi, il legale ha presentato denuncia ufficiale per falso ideologico.
“In questi mesi ho seguito un iter di sostegno alla genitorialità, mi sono sottoposta a vari test psicologici e non si è risolto niente”, racconta Laura. Che si chiede: “Io non capisco perché me l’hanno rapito in questo modo, perché non sono venuti a casa mia mille volte al giorno a vedere come stava il bambino, se avevano bisogno di chiarire dei dubbi, perché non hanno chiesto alla pediatra che lo segue da quando è nato, perché non hanno chiesto in giro? Perché ci hanno fatto questo? Se anche riuscirò ad avere di nuovo mio figlio con me, sarà un altro bimbo: sarà spaventato, circospetto, e non il bambino solare e sereno che ho lasciato! Mio figlio era sereno, socievole, allegro, educato: passavamo tanto tempo insieme e dalle assistenti sociali mi sono anche sentita dire che stare troppo tempo con lui era segno di morbosità…”.
A chiarire la situazione, mostrandone ancor di più la gravità, sono delle registrazioni che la madre ha fatto durante gli incontri protetti col bambino dalle quali si evincono versioni totalmente diverse dei fatti da quelle raccontate da psicologa e assistente sociale, che hanno in alcuni casi specifici, distorto incomprensibilmente la realtà. Si parla ad esempio, di una volta in cui il bambino (che ormai aveva tolto il pannolino), durante un incontro – forse perché in ansia – si era fatto la pipì addosso, cosa di cui anche la psicologa si era resa conto benché nella relazione sostenesse che fosse stata la mamma ad accompagnarlo in bagno e probabilmente a bagnarlo per evidenziarne il disagio.
“Mi dicono che mio figlio fa un sacco di capricci, rifiuta di lavarsi, gli danno delle gocce per dormire perché si sveglia in continuazione… Non si può descrivere il dolore che provo. Dicono che dopo gli incontri con me mostra disagio, ma se lui piange, a nessuno viene in mente che forse vuole solo stare con la sua mamma?”.

Macerata: Soffre lontano dalla madre

Soffre lontano dalla mamma: ma nessuno lo ascolta
Nonostante le lettere dell’avvocato, i servizi non hanno chiamato la mamma per fare quanto disposto dal
Tribunale. Intanto il bambino soffre lontano dalla mamma: forse pensa di essere stato abbandonato
Ancona. Si è conclusa ieri con un nulla di fatto l’udienza presso il Tribunale dei minorenni di Ancona sul
caso di una mamma cui è stato tolto il figlio nel lontano 2015, quando aveva solo 4 anni. Nell’ultimo
Decreto, il Tribunale aveva chiesto ai Servizi Sociali di sostenere la mamma al fine di favorire il ripristino
del rapporto figlio-madre, ma il decreto non è stato eseguito.
In seguito al mancato adempimento del Decreto, nell’udienza i Servizi Sociali avrebbero cercato di
giustificarsi sostenendo che la responsabilità ricadeva in seno alla mamma. In realtà la mamma, tramite lo
studio legale dell’avvocato Francesco Miraglia del foro di Roma, ha chiesto a più riprese un incontro per
circa 3 mesi. I Servizi Sociali si sarebbero mostrati sordi e noncuranti alle richieste ricevute dalla mamma.
Le PEC inviate dall’avvocato sono state consegnate al Giudice.
“Non comprendiamo il comportamento dei servizi sociali nei confronti di questa famiglia.” Denuncia Fabio
Lucentini, esponente locale del Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani (CCDU Onlus). “Secondo la legge,
il minore ha diritto a essere educato e crescere nell’ambito della propria famiglia. Fatta eccezione per casi
particolarmente gravi, come maltrattamenti e abusi sessuali, si dovrebbe favorire la rimozione di qualsiasi
ostacolo e garantire la continuità dei rapporti familiari a tutela del minore stesso. Assistiamo sempre più
spesso, invece, alla tragedia di minori sottratti alle loro famiglie per motivi futili, sulla base di valutazioni
riconducibili alla cultura psichiatrica che identificherebbero i genitori come ‘inadatti’. Queste valutazioni
non sono sostenute da alcun test oggettivo e ripetibile, ma vengono spesso prese troppo sul serio, trascurando
del tutto l’aspetto umano e, come ebbe modo di dire l’attore e autore premio Nobel Dario Fo, ‘trattare i
bambini come fascicoli’. In Italia, meno del venti percento delle sottrazioni di minori dalle loro famiglie è
motivata da gravi problemi, alimentando nell’opinione pubblica il sospetto che dietro a queste palesi
violazioni dei diritti umani ci sia il business delle case famiglia. Ci attiveremo in tutte le sedi appropriate per sanare questa situazione.

Bambini costretti a vedere genitori violenti, presentata interrogazione

Interrogazione del Bürger Union für Südtirol sul tema dei bambini costretti a vedere i genitori violenti. CCDU: “speriamo si faccia chiarezza”
Il consigliere Andreas Pöder del partito Bürger Union für Südtirol ha presentato un’interrogazione sulla vicenda riportata dalla stampa locale del ragazzo che sarebbe stato intimidito affinché incontrasse il padre oggetto di una sentenza di patteggiamento per maltrattamenti in famiglia.
Le minacce subite da questo ragazzo erano state denunciate dall’avvocato della madre, Francesco Miraglia, che, in particolare, aveva segnalato un episodio in cui una dottoressa di un Centro Terapeutico privato di Bolzano avrebbe detto al bambino: “O incontri tuo padre o il Giudice mi ha detto di riferirti che andrai in un istituto”. In seguito all’esposto, il Presidente del Tribunale per i minorenni aveva informato l’avvocato che il giudice in questione era stato rimosso dal caso. Non siamo a conoscenza di eventuali provvedimenti sulla dottoressa in questione.
Nell’interrogazione si ricorda che recentemente i media hanno riportato vari tentativi di pressione psicologica sui bambini che non volevano incontrare i genitori violenti. Infatti, questo è solo l’ultimo caso riportato dalla stampa. Ricordiamo ad esempio il caso del bambino che si voleva costringere a vedere il padre, in seguito condannato, nonostante fosse accusato di violenza sul bambino incluso lo spegnimento di una sigaretta sul suo braccio. Nell’interrogazione il consigliere chiede se la Giunta è a conoscenza dei fatti e quali misure sono state intraprese in merito.
Siamo molto soddisfatti di questa interrogazione che tenta di far luce su un fenomeno poco conosciuto.” Sostiene Paolo Roat, Responsabile Nazionale Tutela Minori del Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani Onlus.In certi ambienti medici e persino nei tribunali e nei servizi di tutela minori si è insinuata una teoria psichiatrica secondo la quale quando un bambino rifiuta di vedere uno dei genitori è affetto da una presunta patologia indotta dall’altro genitore. Invece di osservare la situazione e ascoltare la famiglia, e soprattutto il bambino, si tende acriticamente ad addossare le colpe al genitore collocatario. Ci auguriamo che questa inchiesta possa far luce su questa vicenda ma soprattutto avviare dei protocolli inclusivi e rispettosi dei diritti umani che includano un ascolto del minore onesto e scevro da pregiudizi.”

 

«Basta una telefonata per allontanare il figlio»

La denuncia del legale di una mamma il cui bimbo è affidato a un’altra famiglia «La donna non sapeva la motivazione e dopo mesi non è ancora stata sentita
È un sistema che distrugge, basta la segnalazione di uno qualsiasi, un vicino di casa, per far sì che un figlio sia staccato al genitore e quando chiedi risponde nessuno te le dà». Parole dure quelle di Francesco Miraglia, avvocato modenese che si sta occupando della triste vicenda di un minore (appena 3 anni) della nostra provincia, affidato ad un’altra famiglia ormai da cinque mesi e che al momento non può vedere alcun familiare.
I genitori sono separati, il minore in un primo momento stava con la madre e la famiglia di questa. Poi a far scoppiare il caso la telefonata del nuovo compagno ai carabinieri, secondo il quale la donna al telefono avrebbe minacciato il suicidio. «Una questione di gelosia, cose che poi l’uomo (querelato dalla madre, ndr) ha ritrattato, eppure secondo l’articolo 403 (intervento urgente della pubblica autorità per affidare un minore, ndr) il figlio è stato tolto alla madre, senza alcuna motivazione. Pensate che uno denunciato per furto viene processato per direttissima il giorno dopo, in questo caso la motivazione ci è stata data a distanza di mesi. Il Tribunale dei minori di Bologna – prosegue Miraglia – ha accolto le motivazioni dei servizi sociali basate su fatti travisati e non corrispondenti al vero, senza accertare la verità e affidando il minore ad un’altra famiglia».
Nel frattempo, i giorni (i mesi ormai) passano, l’avvocato scrive più volte al Tribunale di Bologna, motivando il fatto che il minore, data anche l’età, possa intanto stare con i nonni e la zia, quella che è sempre stata la sua famiglia, il suo mondo, i suoi affetti. Ma la situazione non cambia: «Inverosimile che un Tribunale dopo tutti questi mesi non si senta in dovere di fissare un’udienza per ascoltare la madre. Il piccolo non può tornare da lei, la psicologa ritiene che abbia una disfunzione di attaccamento verso la mamma, perché dopo gli incontri con lei, quando torna nella famiglia affidataria risponde male ai nuovi “genitori”: la psicologa lo ritiene legato al rapporto compromesso con la madre, ma non le è venuto in mente che forse è proprio il contrario? Che il piccolo soffre a doversi staccarsi dalla mamma e a tornare a casa da estranei? E sulla base di queste supposizioni pregiudizievoli e superficiali, non suffragate da alcun test, ha sospeso gli incontri tra la mia assistita e suo figlio».
E come – purtroppo – accade spesso in questi casi le persone coinvolte dall’altra parte trovano un muro di gomma: «Abbiamo chiesto udienza in Tribunale, abbiamo chiesto di cambiare psicologa, abbiamo chiesto un percorso alternativo che riavvicini madre e figlio, senza ottenere però alcuna risposta da nessuno. Ancor più grave il silenzio del direttore generale dell’Asl di Ferrara, del responsabile del servizio sociale referente, dell’assessore alle politiche sociale del Comune di residenza e di tutte le figure politiche coinvolte…», conclude l’avvocato. (d.b.)

Giudice toglie i figli a una donna vittima di violenze: ricusato

Nel frattempo, appunto, il giudice è stato ricusato dal caso. Non ha sortito nessun effetto, inoltre, la lettera inviata alla presidente Boldrini. «La sua segreteria mi ha contattato dicendomi che la presidente altro in più non poteva fare se non sensibilizzare la cittadinanza sul tema della violenza contro le donne tramite convegni, come sta già facendo», conclude l’avvocato Miraglia.
Il giudice Gaetano Appierto di Pordenone non solo aveva tolto i figli a una donna vittima delle ripetute violenze da parte del marito, che si era rivolta a lui per cercare di fermare quell’uomo che aveva sposato, ma che si era trasformato in un aguzzino. Non solo quindi non le aveva creduto, ma l’aveva persino denunciata per diffamazione a mezzo stampa. L’avvocato della donna, Francesco Miraglia, aveva pertanto chiesto la ricusazione del giudice, in quanto non più imparziale: e così è stato. All’udienza fissata per il prossimo 23 febbraio, in cui si dibatterà l’annullamento della sentenza con cui i due bambini sono stati allontanati dalla mamma, una professionista di Pordenone, ci sarà un altro magistrato.«Questo è uno dei classici casi in cui la giustizia si fa forte con i deboli» sottolinea l’avvocato Miraglia «i quali, se non hanno risorse, coraggio, testardaggine e costanza per andare contro le sentenze inique, finiscono con il subire dei provvedimenti ingiusti. Ma nel caso di questa madre si è assistito a qualcosa di ben più grave: non soltanto il giudice non le ha creduto, nonostante i referti dimostrassero chiaramente come il marito, picchiandola, le avesse rotto sia la mandibola che un timpano (l’uomo, nel frattempo, è stato condannato in via definitiva per lesioni aggravate), ma le ha anche tolto i figli. Lei, vittima che si era rivolta alla magistratura per ottenere giustizia, si era trovata umiliata e persino allontanata dai suoi due bambini, costretti a vivere in una comunità…».

L’avvocato Miraglia continua così: «Nonostante si fosse sempre dimostrata madre amorevole e attenta, come sottolineato pure dagli operatori della casa famiglia. Che fosse pertanto solo una ritorsione ci è stato confermato anche dall’assistente sociale. Ma il giudice non si è fermato: quando la mia cliente si era sfogata attraverso una lettera pubblica, inviata alla presidente della Camera, Laura Boldrini, a cercare in lei un appoggio, il magistrato l’ha denunciata per diffamazione a mezzo stampa. Ha denunciato una vittima, una donna vittima di violenza, una donna che si era rivolta a lui in fiducia. Siccome il procedimento porta lo stesso numero di quello avviato dal marito di lei, che l’ha a sua volta denunciata per il medesimo motivo, sottoporrò la questione al Consiglio Superiore della Magistratura, per verificare se questo giudice si sia accordato con l’imputato per fare causa comune contro la mia assistita. Che ricordo, in tutta questa vicenda, è la vittima».

"Presidente Boldrini, rivoglio i miei figli"

Madre di Pordenone, vittima di un marito violento, si vede portare via i figli
 
PORDENONE. Che Stato di giustizia è quello in cui una donna, vittima di indicibili violenze da parte di un marito che non ha esitato a picchiarla a tal punto da romperle un timpano e la mandibola, si veda pure togliere i figli da un giudice che ravvisa nella vicenda una “conflittualità” tra la coppia? Si parla tanto di femminicidi, di violenza domestica in cui le vittime sono le donne: ma quando alcune di loro trovano la forza e il coraggio di denunciare gli abusi, si ritrovano a dover lottare contro le istituzioni, che le privano dei figli. Doppiamente vittime, quando mai riusciranno a rasserenarsi e a vivere la vita felice che meriterebbero? Ecco perché una di loro ha preso carta e penna e ha scritto direttamente alla presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini, invocando un suo intervento, come rappresentante dello Stato in primis, ma anche come donna.
«A questo punto le donne perché dovrebbero continuare a denunciare i loro aguzzini» dichiara l’avocato Francesco Miraglia, cui la signora si è rivolta, disperata, per avere tutela legale, «se poi trovano giudici come Gaetano Appierto, che a questa madre, che porta addosso i segni della violenza di un marito già condannato, in virtù della “conflittualità” insorta con il coniuge, allontana i figli da lei e li confina in una casa famiglia, da cui non è dato sapere se e quando usciranno mai, né quando potrà rivederli».
Lo stesso magistrato si è reso protagonista di fatti alquanto discussi: a marzo, mentre discuteva di una causa di separazione, avendo disposto che la figlia della coppia dovesse frequentare la scuola scelta dal padre, la madre angosciata si è allontanata e si è tagliata i polsi in bagno. Mentre a settembre ha deliberato in favore di una ventiseienne, da anni fuori corso all’università, che pretendeva la “paghetta” di mantenimento da parte del padre.
«Si parla tanto di tutela delle donne» prosegue l’avvocato Miraglia, «ma tutto si traduce in mere chiacchiere, venendosi purtroppo ad innescare un circuito vizioso in cui alla denuncia contro un partner violento si applica il concetto di conflittualità in famiglia, cui consegue l’allontanamento dei figli da casa. Potrei raccontarne a decine di casi simili. E’ necessario un cambio di tendenza, un’inversione di rotta e che le istituzioni preposte diano un segnale e vigilino su casi come questi, che si profilano come abusi».
 
Di seguito la lettera scritta dalla madre di Pordenone alla Presidente della Camera.
 
 
«Gentile Presidente Laura Boldrini,
sento il bisogno di rivolgermi direttamente a Lei in quanto spesso si è presentata come paladina dei diritti fondamentali delle persone ma soprattutto dei diritti della donna di essere rispettata nella dignità di donna e di madre.
Mi dispiace che spesso e volentieri quando si parla di violenza sulla donna si predichi bene e si razzoli male.
Si preparano convegni, cerimonie, si consegnano premi e riconoscimenti, ma ogni giorno donne come me sono costrette a subire violenze, maltrattamenti e angherie dai propri compagni e per quanto mi riguarda da mio marito.
Devo constatare, purtroppo, che la più grande violenza che ho subito è proprio da quelle istituzioni preposte a far valere i propri diritti, fare giustizia ed a dare dignità.
Sono una dirigente sposata con un imprenditore, madre di due bambini di 11 e 2 anni.
Da più di tre anni subisco violenze fatte da schiaffi, pugni, calci, timpano rotto e mandibola fratturata e soprattutto violenza psicologica e stalking.
Lo stesso destino, purtroppo, è stato riservato da mio marito anche ai due nostri figli.
Ho cercato di poter difendere me stessa e difendere i miei figli prima personalmente e poi denunciando alle forze dell’ordine prima, alla Procura della Repubblica dopo, ma ancora una volta, come accade sempre più spesso nel nostro paese le istituzioni sono forti con i deboli e deboli con i forti.
Mi sono rivolta al Giudice dott. Appierto del Tribunale di Pordenone per essere tutelata e il risultato è stato che non sono state prese in considerazione né le mie denunce fatte, né la condanna subita da mio marito.
 In altre parole, lo stesso Giudice, ha giustificato le botte di mio marito come se fosse normale che un marito possa mandare in ospedale la propria moglie.
Ancora più grave è che quel Giudice ha disposto anche l’allontanamento da me dei miei bambini che da due giorni si trovano in una Comunità e che ad oggi non so quando potrò vederli e abbracciarli.
Io sicuramente arriverò a farmene una ragione di questo stato, ma quando un giorno i miei figli mi chiederanno spiegazioni sul perché sono stati allontanati dalla propria casa e dalla propria mamma, cosa gli risponderò?
Chiedo a Lei Presidentessa, sempre in prima linea, di essere aiutata nel rispondere ai miei figli.
Con osservanza» 

Miraglia: «Indagini superficiali»

 

Strali dal legale di Valerio sul caso del teste morto e “resuscitato”

REGGIO EMILIA. Il caso del presunto ricattato Salvatore Soda dato per morto dai carabinieri e “resuscitato” a fine udienza per bocca del teste Domenico D’Urzo – che lo aveva incontrato poco tempo fa – tiene ancora banco ai margini del processo Aemilia. Un “giallo” innescato dal maresciallo dei carabinieri Emilio Veroni (del Nucleo investigativo di Modena) rispondendo nel controesame a una domanda dell’avvocato Pasqualino Miraglia, difensore di Antonio Valerio che con altri tre è nei guai per questa estorsione. Ora, a scagliarsi contro le ricostruzioni degli investigatori, è Francesco Miraglia, anch’egli legale di Valerio. «Non solo prove indiziarie, ma adesso pure le presunte persone offese che non vengono mai sentite perché date per morte, ma che invece potrebbero essere vive e vegete» scrive in un comunicato Miraglia. «L’ennesima riprova che il processo Aemilia, che si sta svolgendo su presunte estorsioni legate alla ’ndrangheta calabrese a Reggio Emilia, pare tanto basato su indagini superficiali e approssimative. Ne ha dato notizia anche la stampa, della presunta vittima, Salvatore Soda, che i carabinieri non avrebbero sentito come teste in quanto sarebbe morto, ma che un amico, all’udienza di sabato, dice di aver visto non più tardi di dieci giorni fa. Ma come si fa a non appurare se la vittima sia viva oppure no? Il presidente del collegio ha incaricato di verificare questa morte presunta, e ben vengano indagini supplementari: ma non sarebbe stato meglio farle prima? Chissà che adesso, almeno, riusciremo a sapere se le pesanti accuse rivolte al mio assistito, Antonio Valerio, siano o meno fondate su basi accertate. Come mi pare, invece, finora non sia stato. Senza contare che già il maresciallo sentito sabato ha smentito il capo di imputazione nel quale si parlava di un feroce pestaggio, da parte del mio assistito. È talmente grottesco che ci sarebbe da sorridere se non fosse che un processo sommario e indiziario come questo, oltre a costare tempo e denaro pubblico, si sta giocando sulla pelle delle persone accusate, tra cui appunto il mio

cliente. Il grande processo di mafia sbandierato anche mediaticamente come un grande evento, pare sgonfiarsi ad ogni udienza sempre di più. Se non si arriverà ad alcuna condanna – come mi auguro per il mio cliente – il processo Aemilia avrà forse il merito di aver fatto resuscitare trali dal legale di Valerio sul caso del teste morto e “resuscitato”

Padova, troppo effeminato: portano via il ragazzino alla madre

“Troppo effeminato”, tredicenne tolto alla madre. E a Padova scoppia la polemica – Repubblica.it

PADOVA. “Tende in tutti i modi ad affermare che è diverso e ostenta atteggiamenti effeminati in modo provocatorio”. Parole con cui il Tribunale dei Minori definisce il comportamento di un ragazzino di 13 anni della provincia di Padova. Parole che incidono pesantemente sulla sua vita perché ora quell’adolescente non potrà più stare con la sua mamma. L’atteggiamento ‘ambiguo’, secondo la relazione dei Servizi sociali, sarebbe dovuto al fatto che “il suo mondo affettivo risulta legato quasi esclusivamente a figure femminili e la relazione con la madre appare connotata da aspetti di dipendenza, soprattutto riferendosi a relazioni diadiche con conseguente  difficoltà di identificazione sessuale”.
La notizia è stata pubblicata dal “Mattino di Padova”. Secondo il quotidiano, in alcune occasioni il ragazzo era andato a scuola con gli occhi truccati, lo smalto sulle unghie e brillantini sul viso, contestano nella relazione che ha generato il decreto di allontanamento dal nucleo familiare. Ma la madre ribatte, sostenendo che si trattava di una festa di Halloween.
Il disagio in questa famiglia parte da lontano. C’è un’accusa di abusi sessuali da parte del padre. Il processo si conclude con un’assoluzione per l’uomo, anche se nella sentenza si dice che “non c’è motivo di dubitare dei fatti raccontati dal bambino”. Tutto e il contrario di tutto, in una girandola di accuse in cui la vittima è sempre una: lui, con i suoi 13 anni.
Da quei presunti abusi sessuali scaturisce il primo affidamento a una comunità diurna, dalle 7 alle 19. I responsabili della struttura notano gli atteggiamenti effeminati del ragazzino, li segnalano ai servizi sociali e così prende corpo un secondo provvedimento dei giudici. Quello del definitivo allontanamento dalla madre.
“Trovo scandalosa la decisione di allontanare un

ragazzino solo per l’atteggiamento effeminato”, dice l’avvocato Francesco Miraglia, specializzato in diritto di famiglia. “Mi sembra un provvedimento di pura discriminazione”. La decisione del Tribunale dei Minori è stata impugnata dal legale che annuncia battaglia.