Intervista a Francesco Miraglia “Le parole sono giustizia”
ospite al Salone del Libro di Torino
A cura di Alessio Romano
Torino – Una testimonianza intensa, civile, umana. Sabato 17 maggio, presso lo Spazio Calabria del Salone Internazionale del Libro di Torino, Francesco Miraglia, autore e operatore nel campo della tutela dei diritti, ha presentato due libri che affrontano frontiere sensibili del nostro tempo: “Ci sono anch’io” e “Ma il problema sono io?”, entrambi pubblicati da Armando Editore e scritti in collaborazione con Daniela Vita.
Un fumetto per raccontare i diritti delle persone con disabilità. Un saggio che dà voce alle vittime di violenza domestica e a chi subisce l’ingiustizia dopo la denuncia. Un doppio lavoro che unisce racconto e denuncia, esperienza professionale e urgenza civile.
Francesco, com’è stato tornare al Salone del Libro da autore, con due opere così impegnative?
«È stato un momento di grande impatto umano e professionale. Tornare al Salone non solo come autore, ma come portavoce di temi tanto delicati e necessari, è un’esperienza che ti segna. “Ci sono anch’io” è un fumetto che parla con linguaggio semplice ma potente dei diritti delle persone con disabilità, e si ispira alla Convenzione ONU.
“Ma il problema sono io?” invece affronta, senza sconti, il tema della violenza domestica, della violenza assistita e della vittimizzazione secondaria. Entrambi i volumi nascono dalla volontà di offrire strumenti concreti, di lettura, di comprensione e di difesa. Portarli in un contesto così importante ha rafforzato il senso del nostro lavoro.»
Nel libro “Ci sono anch’io” dai voce ai diritti delle persone con disabilità attraverso il linguaggio del fumetto. Cosa ti ha spinto a scegliere questo approccio?
«La disabilità è spesso raccontata con pietismo o invisibilità. Volevamo superare entrambi gli estremi. Il fumetto ci è sembrato il linguaggio ideale per arrivare a tutti – ragazzi, famiglie, educatori, cittadini – in modo diretto, empatico, senza rinunciare alla profondità.
Il libro si basa sulla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ma la rende accessibile, concreta. Non si tratta solo di enunciare diritti, ma di raccontare il diritto alla dignità, alla partecipazione, all’autonomia, attraverso storie e immagini che parlano alla coscienza. Questo libro vuole essere uno strumento nelle mani di chi lotta ogni giorno per essere visto, ascoltato, rispettato.»
Secondo te, qual è il legame tra disabilità e diritti umani oggi?
«Il legame è totale e inscindibile. Parlare di disabilità non significa parlare solo di sanità o assistenza, ma di diritti umani fondamentali: il diritto all’istruzione, al lavoro, alla libertà di movimento, all’accessibilità, all’amore, alla piena cittadinanza.
Troppo spesso, invece, le persone con disabilità vengono trattate come soggetti da proteggere, e non come persone da includere. Ecco perché ho scelto di raccontare questi diritti come diritti umani, universali, irrinunciabili, e non come concessioni o privilegi. Finché non cambieremo questo sguardo, continueremo a escludere, anche senza volerlo.»
Cosa significa oggi parlare di violenza sulle donne e vittimizzazione secondaria? Perché hai scelto di portare questi temi in un libro?
«Significa fare luce su ciò che accade non solo nel momento della violenza, ma dopo, quando la donna trova il coraggio di denunciare e si scontra con l’indifferenza, il sospetto, la burocrazia che la espone di nuovo al dolore.
Questo è ciò che chiamiamo vittimizzazione secondaria: un sistema che, invece di proteggere, spesso giudica, colpevolizza, minimizza. In “Ma il problema sono io?” abbiamo voluto mettere al centro proprio queste esperienze, usando casi reali, vissuti giudiziari, e trasformandoli in un racconto che è insieme denuncia e guida.
Scrivere di questi temi è un atto di responsabilità. Perché il silenzio, in certi casi, è complicità.»
Cosa ha rappresentato per te essere ospite dello stand della Regione Calabria?
«È stato un onore. Essere calabrese è parte della mia identità e motivo di orgoglio.
Portare due libri che parlano di giustizia, dignità e consapevolezza nello stand della Regione Calabria è stato per me un gesto di appartenenza e responsabilità. La mia terra mi ha formato, e restituirle qualcosa attraverso parole che difendono la dignità umana è stato emozionante.»
I tuoi progetti non nascono da soli. Vuoi raccontarci qualcosa sul lavoro di squadra che c’è dietro a questi volumi?
«Assolutamente. Nessun libro nasce in solitudine. “Ci sono anch’io” e “Ma il problema sono io?” sono frutto di un percorso condiviso.
Un sentito ringraziamento va a Daniela Vita, coautrice con cui ho costruito, passo dopo passo, ogni contenuto, ogni messaggio, ogni pagina. La nostra è stata una collaborazione autentica, fondata sulla comune volontà di dare voce a chi spesso resta invisibile.
Un grazie profondo alla Dott.ssa Sabina Cannizzaro e alla Prof.ssa Palmieri, che hanno curato con grande sensibilità e rigore le prefazioni dei volumi.
Desidero ringraziare anche Rath Bosca e Laura Dumitrana per aver curato la presentazione pubblica con attenzione, passione e professionalità.»
Che bilancio fai di questa esperienza al Salone?
«Il bilancio è più che positivo, direi umano prima ancora che professionale.
Questa giornata è stata per me la conferma che c’è un bisogno urgente di contenuti che parlino alla coscienza collettiva. Il libro, il fumetto, la parola scritta – quando ben usati – diventano strumenti potentissimi per trasformare il pensiero, per generare consapevolezza, per sostenere chi è più fragile.
È la conferma che vale la pena continuare a lavorare su progetti scomodi ma necessari.»
Nel tuo libro si parla anche dell’allontanamento dei minori nei casi di violenza. Perché hai voluto affrontare questo tema così delicato?
«Perché troppo spesso, nei casi di violenza domestica, a subire le conseguenze più gravi sono proprio i figli. L’allontanamento del minore dalla madre vittima di violenza, in nome di una presunta neutralità, rappresenta una delle forme più crudeli di vittimizzazione secondaria.
Non solo la donna non viene creduta o tutelata, ma viene anche privata del legame più sacro, quello con il proprio figlio. È una doppia punizione, un trauma per entrambi.
Parlarne significa denunciare prassi distorte, chiedere giustizia, ma anche proporre un cambiamento nel modo in cui il sistema giudiziario guarda al benessere del minore e della madre. Il mio impegno è dare voce a chi subisce tutto questo senza possibilità di difesa.»
Francesco, cosa ti porti nel cuore da questa giornata al Salone del Libro?
«Mi porto nel cuore gli sguardi silenziosi, le strette di mano sincere, la commozione condivisa senza bisogno di troppe parole.
Mi porto la consapevolezza che, anche quando si parla di temi duri e dolorosi, la cultura può unire, consolare, dare speranza.
E mi porto l’orgoglio di aver rappresentato la mia Calabria con dignità, verità e rispetto.
È stato un giorno che non dimenticherò. Un giorno in cui, più che parlare di diritti, abbiamo provato a viverli insieme.»
Due libri che parlano forte e chiaro. Due messaggi che restano. Gli autori hanno scelto, con coraggio, di non voltarsi dall’altra parte.

