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Cambia sesso e diventa donna: non le fanno più vedere il figlio

L’avvocato Miraglia: «Gravissimo atto di discriminazione a Milano»
MILANO (30  Aprile 2020). Sta pagando a caro prezzo la decisione assunta di cambiare sesso, una donna che per il Tribunale dei Minorenni di Milano è il padre di un ragazzino di otto anni: da otto mesi gli viene negato di vedere e sentire il proprio figlio. Non sa nemmeno dove stia né come stia, non ha sue notizie nemmeno via mail, non può neppure telefonargli. Senza una motivazione plausibile se non quella, sottintesa, di avere nel frattempo cambiato sesso ed essere diventato una donna. Una transizione che il bambino ha accettato, ma a quanto pare molto meno l’assistente sociale che segue il caso, la quale ha interrotto ogni tipo di rapporto tra i due da quando il padre, ormai donna, si sarebbe presentato agli incontri abbigliato con vestiti femminili.
Il bambino è nato otto anni fa da una coppia di genitori, che nel frattempo si è separata in maniera conflittuale: motivo degli inconciliabili dissapori tra gli ex coniugi anche la decisione assunta dal marito di sottoporsi al cambio del sesso. Il tribunale ordinario, nel corso della separazione, aveva ordinato che il bambino continuasse a vedere entrambi i genitori, affidando il piccolo alla madre e stabilendo che il padre potesse vederlo all’interno di uno spazio neutro. Passò quindi la competenza della regolamentazione dei rapporti tra padre e figlio al Tribunale dei Minorenni, il quale però, con pregiudizio inspiegabile, improvvisamente ha bloccato gli incontri e persino le telefonate tra i due.
«Un atteggiamento discriminatorio, negligente ed altamente pregiudizievole, quello attuato dal Servizio sociale nei confronti della signora» commenta l’avvocato Francesco Miraglia, al quale il padre, ormai donna, si è rivolto. «La mia assistita non sa nemmeno dove si trovi il figlio né conosce le sue condizioni di salute (il piccolo è affetto da una forma di autismo), con gravissimo pregiudizio per il bambino e violazione di ogni legge nazionale ed internazionale a tutela dei diritti fondamentali di genitori e minori! I dati attualmente disponibili non suffragano i timori circa il fatto che le problematiche identitarie di un genitore influiscano in termini negativi sullo sviluppo del figlio. Per contro, sono ampiamente documentabili gli effetti perturbanti ingenerati dell’interruzione dei contatti tra un bambino e il proprio genitore, di qualunque sesso esso sia. Ci siamo quindi appellati con un’istanza urgente al Tribunale dei Minorenni affinché questa donna continui a vedere e a sentire il proprio figlio. E vogliamo vedere chi si prenderà a cuore questo caso, anche dal punto di vista politico: se con indosso i pantaloni come genitore andava bene, con la gonna improvvisamente è diventato pessimo? Vogliamo affermare davvero questo principio, che si basa su stereotipi di genere? E’ urgente che si attivi un dibattito che regolamenti in maniera chiara i diritti dei genitori separati transessuali, che hanno pari dignità e diritti di essere trattati e riconosciuti al pari di chiunque altro».

A 3 anni tolto a chi  l'ha cresciuto «Così  si abitua all'adozione»

14.12.2018

Forse, non è stata la festa magica che hanno avuto i suoi «fratelli piovuti dal cielo», quelli con cui ha vissuto dai suoi 8 mesi fino a quando il Tribunale dei minori di Venezia, in ottobre, ha messo sulla sua vita il timbro di «bambino in stato di adottabilità». Marco (nome di fantasia) ha solo 3 anni ed è già un numero: per i giudici lagunari è il «caso» 118 del 2018.
È di Verona e anche in Comune, così come all’Ulss 9, c’è un fascicolo a suo nome gonfio di carte. E’ nato da una ventenne con seri problemi di salute a cui i giudici hanno sospeso ancora nel 2016 la «responsabilità genitoriale» in quanto incapace di occuparsi del figlio (inesistente pure il papà che non l’ha riconosciuto ed è scappato appena nato). Ha due nonni materni (ancora giovani, under 60, e quindi con un’età compatibile per crescere il nipote), uniche figure positive nella sua già difficile vita: due mesi fa le assistenti sociali hanno avviato l’iter concluso in modo drammatico, con la sentenza di adottabilità del piccolo.
«Doveva andare diversamente e invece è stato un incubo», si disperano i familairi del piccolo Marco attraverso il loro avvocato, Francesco Miraglia di Roma, «abbiamo presentato ricorso in appello a Venezia, a gennaio ci sarà l’udienza, intanto ce l’hanno portato via perchè, hanno detto, si deve abituare al distacco. Ma scherziamo? Ma si gioca così con i bambini? Non è orfano, ha una mamma che si sta curando per tornare prima o poi ad occuparsi di lui e, non dovesse farcela, ci siamo noi, i suoi nonni, che non chiediamo altro che averlo in affido». Poi, l’urlo disperato: «Vogliamo assolutamente riabbracciare il nostro nipotino, vogliamo crescerlo e fargli capire che una famiglia ce l’ha, chi può pensare che sia più felice con degli estranei che con noi, che sia meglio per lui fare il Natale in Comunità che in casa tra i suoi affetti, i suoi giochi, le sue abitudini? Ma cosa costava lasciarlo tranquillo, povero bambino, almeno sotto le feste e aspettare il ricorso di gennaio? Ci sono i suoi regali di Santa Lucia ad aspettarlo in salotto, e anche quelli del 25 dicembre, glieli daremo, deve essere per forza così…». La storia di Marco è complicata. Attraverso un tira-molla durato mesi passato attraverso varie fasi – dalla giovane mamma giudicata «inadeguata» nel ruolo genitoriale, al collocamento nella famiglia disponibile ad accudirlo fino a soluzione dello stato di emergenza, dai nonni che hanno chiesto al Tribunale di essere scelti come affidatari del nipote fino invece alla nomina di un tutore legale – il risultato è che Marco è rimasto «da solo», a tre anni, schiacciato dalla sentenza numero 118 del 2018: è in Comunità, da alcuni giorni ormai, in attesa di adozione.
Ieri, la grande festa dei giocattoli di Santa Lucia, se l’è passata lì, in mezzo ad altri «casi» come il suo: via dalla sua casa, dai suoi tre fratellini «affidatari» e da quelli che ha imparato a chiamare «mamma e papà», senza i suoi nonni, lontano da tutti i suoi punti di riferimento. L’avvocato Miraglia è agguerrito. «A Venezia hanno giustificato la scelta spiegando che così il bambino si abitua all’adozione. Ma scherziamo?», sbotta, «il Tribunale dei minorenni strappa un piccolo di tre anni ai nonni e alla famiglia affidataria e lo mette in Comunità perchè così si tempra e comincia a capire quale sarà il suo destino? Ma questa è cattiveria pura, questa è crudeltà, questa non è tutela dei minori ma un modo per opprimerli». Poi, in un crescendo di rabbia: «Qual è la ratio nella scelta di stravolgere la vita di una creatura nata già sotto una stella poco buona, finalmente messa in sicurezza grazie a dei genitori affidatari e in stretto contatto con i nonni materni, sbattendolo in una struttura educativa?». Miraglia non usa mezzi termini: «La cosa più incredibile è che tutto ruota attorno al giudizio dei Servizi sociali di Comune e Ulss che hanno giudicato la nonna incapace di occuparsi di lui perchè vent’anni fa non è stata una madre ferma e autorevole con la figlia. Sembra una barzelletta se non fosse che di mezzo c’è il piccino che fino a ieri dormiva nel suo letto e oggi si trova circondato da perfetti sconosciuti».
L’avvocato conclude puntando il dito contro «Tribunale dei minorenni nato con lo scopo di tutelare i bambini e non con quello di opprimerli. Questa vicenda è una beffa per tutti: i nonni avevano chiesto aiuto all’assessorato per un sostegno e la risposta è stata invece quella di dare il piccolo ad una famiglia, con la quale per fortuna hanno da subito instaurato buoni rapporti. Poi, altra decisione improvvisa: Marco con i genitori collocatari non può stare per sempre, non può neanche tornare dalla nonna perchè appunto non ha mostrato polso fermo con la figlia vent’anni fa, quindi non resta che la comunità “così si abitua prima a staccarsi da loro, visto che una volta adottato non li rivedrà mai più”». L’assessore comunale al Sociale Bertacco è altrettanto amareggiato: «Ciò che ha fatto il Tribunale di Venezia è crudele, si trattava di aspettare l’appello. Il bimbo non può certo star bene dove è adesso, sbattuto di qua e di là a 3 anni, ma che modo di agire è questo?». L’avvocato Miraglia gli risponde invitandolo a recitare il mea culpa e lancia un appello al sindaco Sboarina «perché si informi su ciò che accade nella sua civilissima città».