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Brescia: la piccola Angela può rimanere con la mamma

La bimba era stata affidata al padre  in nome della presunta Sindrome da alienazione genitoriale. Avvocato Miraglia: “Sentenza che farà giurisprudenza”
BRESCIA (5 Ottobre 2019). Per lei si erano mossi comitati e pagine social, il suo caso la scorsa primavera aveva fatto scalpore e indignato tutta Italia: la piccola Angela, una ragazzina bresciana di dieci anni, in seguito alla separazione conflittuale tra i genitori era stata allontanata dalla mamma e affidata a un padre, la cui condotta aveva non pochi lati oscuri, in nome di una presunta sindrome non acclarata dalla comunità scientifica, la controversa PAS (Sindrome da Alienazione Parentale), secondo la quale uno dei genitori compromette il rapporto dei figli con l’altro, parlandone male, tracciandone un pessimo ritratto. Sulla base di questa presunta sindrome questa bambina è stata costretta a soffrire per la mancanza della mamma e per la costrizione a frequentare un padre che proprio non voleva vedere. Il tribunale di Brescia non si era limitato soltanto ad etichettare la madre come “alienante” della figura paterna, ma aveva vietato persino che mamma e figlia si parlassero e abbracciassero, sebbene si vedessero tutti i giorni all’interno della scuola che entrambe, per studio e per lavoro, frequentano. E tutto questo nonostante i Servizi sociali fossero concordi nel ritenere la signora una mamma attenta e amorevole: il tribunale di Brescia, però, aveva dato credito a un perito di dubbie capacità, già vent’anni fa oggetto di un’interpellanza al Senato per il suo operato alquanto dubbio. «Una sentenza se non storica, per lo meno importante quella assunta dalla Corte di Appello di Brescia, perché mette da parte sindromi e presunte malattie, ponendo al centro esclusivamente il benessere del minore» dichiara l’avvocato Miraglia, che aveva messo in luce questo controverso caso. La Corte infatti sentenziando il ritorno della piccola Angela con la madre ha enunciato che «per la minore parlano le relazioni dei Servizi sociali, che danno prova di una vera sofferenza della stessa, che va indagata e non classificata»: per la prima volta, quindi, viene tenuta in considerazione la sofferenza dei bambini nell’essere strappati di punto in bianco dai loro genitori. «La Corte d’Appello ha avallato principi fondamentali che potranno essere tenuti in considerazione per future sentenze» prosegue l’avvocato Miraglia. «Siamo pertanto molto soddisfatti e invitiamo i tribunali a guardarsi bene da consulenti che pur di sostenere un’associazione o una teoria, causano soltanto danni ai bambini. I bimbi vanno invece aiutati! Questa sentenza non favorisce un genitore a discapito dell’altro, ma pone al centro della decisione esclusivamente il benessere del minore. Il punto focale della decisione è, come deve essere, solamente il bambino».

Il Tribunale di Brescia affida un bambina al padre violento

Adduce come motivazione la controversa PAS (Sindrome da Alienazione Parentale)

BRESCIA (4 aprile 2019). Sindrome da Alienazione Parentale o Pas, una condizione secondo la quale un genitore scredita a tal punto l’altro, che i figli, quasi avessero subito un lavaggio del cervello, non vogliono più avere a che fare con esso, lo giudicano negativamente, non vogliono rapportarsi con lui né vederlo.  Una presunta sindrome, ancora non riconosciuta sul piano scientifico. Eppure su questa si è basato il Tribunale di Brescia nello strappare una bambina di dieci anni alla madre cui è sempre stata affidata dopo la separazione dei genitori, per disporne l’affidamento al padre. Un uomo violento, già ricoverato in Psichiatria, e incapace di prendersi cura della bambina, che tra l’altro, terrorizzata da lui e dalla sua violenza, si rifiuta di vederlo fino a star male. Nulla di tutto questo è stato tenuto in considerazione dal tribunale di Brescia, che si è limitato soltanto ad etichettare la madre come “alienante” della figura paterna, a tal punto da vietare persino che mamma e figlia si parlino e abbraccino, sebbene si vedano tutti i giorni all’interno della scuola che entrambe, per studio e per lavoro, frequentano. Quando si incrociano lungo i corridoi e nel cortile devono fingere di non conoscersi: ma è possibile? «Eppure il comportamento alienante di questa madre è stato ampiamente smentito dalle perizie» sottolinea l’avvocato Francesco Miraglia, che tutela la madre e la sua bambina. «Anzi, la madre, come è stato provato anche dagli stessi assistenti sociali e dai periti, si è sempre adoperata perché la bambina continuasse a mantenere un rapporto con il papà. Per tutta risposta l’uomo l’ha accusata di manipolare la figlia contro di lui». Il padre è un convinto assertore della teoria della Pas, molto attivo su questo versante anche sui social. «L’abuso del termine alienazione parentale sta diventando un’arma nelle mani di quei genitori che vogliono sollevarsi dalle proprie responsabilità» prosegue l’avvocato Miraglia, «assumendo loro stessi comportamenti alienanti, pregiudizievoli e manipolatori, a discapito della stabilità emotiva dei figli». Bastava invece leggere le parole che la bambina ha pronunciato a uno psicologo per comprendere il reale motivo di tanto rifiuto a frequentare il padre: da piccola lui la picchiava senza motivo, le diceva che la mamma non le voleva bene e queste parole le hanno fatto tanto male. Anche adesso la sgrida con cattiveria e non si occupa di lei: nel corso delle vacanze, ad esempio, ne affida le cure totalmente a sua cugina. «L’imposizione della frequentazione del padre ha generato un profondo disagio emotivo e uno stato di ansia ogniqualvolta la bambina deve incontrarlo» conclude l’avvocato Miraglia. «Costringerla ora a lasciare la propria casa e la mamma, per vivere unicamente e costantemente con il padre, potrebbe arrecale un danno psicologico inimmaginabile. Lasciarle il tempo di affrontare gli incontri con il padre spontaneamente, senza imposizioni, sarebbe certamente più efficace per un loro graduale, progressivo riavvicinamento. Il tribunale di Brescia deve rivedere il suo pronunciamento prima che sia troppo tardi per la salute fisica e psicologica di questa bambina, tenendo ben in considerazione lo stato psichico di quell’uomo invece di far finta.

 

Tredicenne effeminato allontanato da casa. I servizi sociali al Tribunale: “denunciate la madre, va in tv e sui giornali”

PADOVA. Ha raccontato la sua verità ai giornali e in televisione. Ha raccontato come i Servizi sociali le abbiano tolto la potestà genitoriale del figlio tredicenne perché troppo effeminato. Ha lottato per tenere con sé suo figlio, che rischia l’allontanamento da casa e di passare anni in comunità per gli atteggiamenti che terrebbe a scuola. Ebbene, questa donna padovana adesso rischia di venire denunciata. E chi chiede al tribunale di assumere tale provvedimento sono nientemeno che i Servizi sociali che stanno seguendo la sua vicenda. Le sue esternazioni pubbliche, sui giornali come in televisione, comprometterebbero il rapporto tra l’equipe che segue suo figlio e il ragazzino stesso, questa la motivazione. Che ha mandato su tutte le furie la madre, in primis, e il suo legale, l’avvocato Francesco Miraglia, che invoca l’intervento dell’assessore regionale ai Servizi sociali, Manuela Lanzarin.
«Trovo inammissibile che l’equipe dei Sevizi sociali pubblici, che sta seguendo questa delicata vicenda e che dovrebbe collaborare con la famiglia per il bene del ragazzino» sottolinea l’avvocato Miraglia, «chieda invece al tribunale di assumere provvedimenti giuridici contro la madre. Ma il mondo va a rovescio? Adesso un cittadino deve difendersi dalle istituzioni che sarebbero chiamate invece ad aiutarlo? Come potrà, questa madre, fidarsi ancora degli operatori dei Servizi sociali se questi vorrebbero vederla in un’aula di tribunale a difendersi dalle loro accuse di sovraesposizione mediatica, quando in realtà ha raccontato solo la propria verità, com’era nei suoi diritti?
La vicenda, alquanto delicata, vede un tredicenne, seguito dai Servizi sociali territoriali che fanno riferimento all’Ulss 6 Euganea, venire allontanato dalla famiglia (vive con la madre e due sorelle) per degli atteggiamenti effeminati che utilizzerebbe come provocazione nelle relazioni con gli adulti, anche in ambito scolastico. Il ragazzino non è stato ancora separato dai familiari soltanto perché finora nessuna comunità ha accettato di accoglierlo, a quanto direbbero i Servizi sociali. La madre, tramite il proprio legale, ha impugnato tale provvedimento e martedì scorso ha presentato una memoria difensiva. Il tribunale nel frattempo ha sentito anche il ragazzino, il quale ha ribadito che lui una famiglia ce l’ha e non vuole esserne separato.
«L’allontanamento da casa è l’estrema ratio» prosegue l’avvocato Miraglia «quando sussista una grave situazione di violenza e di abbandono oppure quando siano fallite tutte le possibilità di dialogo e trattativa. In questo caso non vediamo come sarà possibile per la madre tornare a colloquiare con questi Servizi sociali, dall’atteggiamento alquanto intimidatorio, e pertanto auspichiamo l’intervento dell’assessore regionale ai Servizi sociali, anche per scongiurare che questa situazione, ormai inasprita ed esacerbata, porti come estrema soluzione l’allontanamento del ragazzo da casa. E’ inconcepibile, poi, che un cittadino debba difendersi dalle istituzioni e soprattutto è inaccettabile che i Servizi sociali utilizzino l’intimidazione per far tacere la madre. Siamo arrivati al punto che un cittadino può soltanto dire che va tutto bene, che i Servizi sociali svolgono un ottimo lavoro, e se osa mettere in luce gli aspetti problematici, invece di venire ascoltato ed aiutato, rischia una denuncia».

Tribunale di Brescia, ragazzo finalmente in famiglia

Il ragazzo della Val Trompia resterà a casa. Il giudice ha deciso di accettare la volontà del bambino

Finalmente giustizia per il bambino di Lumezzane che era scappato per ben quattro volte dalla comunità per tornare in famiglia. Nell’ultimo decreto, il Tribunale ha deciso di ascoltare la sua volontà e permettergli di rimanere a casa con la mamma.

Molto soddisfatto l’avvocato della mamma, Francesco Miraglia del foro di Roma: ”Quanto è successo è l’ennesima dimostrazione che la nostra giustizia minorile non è a misura di bambino. Sarebbe bastato tener conto fin da subito della volontà del bambino, in conformità con le convenzioni internazionali sulla tutela dei fanciulli, ed aiutarlo nella sua famiglia per evitare anche le ingenti somme di denaro pubblico spese per mantenerlo nella comunità residenziale, ma soprattutto le enormi sofferenze e disagi arrecati alla famiglia e al minore stesso.” La vicenda era nata alcuni anni fa nell’ambito di una separazione conflittuale. A seguito di valutazioni psicologiche eseguite in totale contrasto con le dichiarazioni del bambino (e, in ultima analisi, con la realtà dei fatti) il minore era stato affidato alla zia. Il bambino, dopo che le sue continue richieste di stare con la mamma erano state disattese dal Tribunale, era scappato per tornare a casa. Il Tribunale a questo punto avrebbe dovuto comprendere che tale collocazione era la migliore per il minore, ma il giudice onorario decise di metterlo in comunità, ignorando la Convenzione di New York sul Fanciullo. Le decisioni di allontanare il bambino per collocarlo dalla zia, e successivamente in comunità, erano state influenzate notevolmente da una psicologa, le cui valutazioni vennero clamorosamente smentite dalla realtà dopo pochi mesi, alla prima fuga del ragazzo dalla comunità. Inspiegabilmente, forse per avvalorare le sue conclusioni, alcuni mesi fa la psicologa organizzò una seduta con il bambino e i suoi fratelli, seduta che aveva notevolmente turbato il ragazzo, al punto che la madre aveva presentato un esposto all’Ordine sul comportamento di questa psicologa. Oggi, per fortuna, la psicologa non si occupa più di questo caso, anche se non sembra sia stata emessa alcuna misura cautelare in attesa della decisione dell’Ordine degli psicologi. Secondo il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani: “Finalmente è stata fatta giustizia, e questo ragazzo potrà finalmente godere dei suoi affetti famigliari, ma ci auguriamo che l’Ordine prenda in seria considerazione l’esposto sulla psicologa, per prevenire ulteriori violazioni dei diritti dei minori e sanare qualsiasi possibile ingiustizia pregressa. Auspichiamo anche che i giudici del tribunale ripristinino il loro status di periti dei periti, e impediscano che le valutazioni psichiatriche e psicologiche possano causare altri danni ad altri bambini.” http://www.google.it/url?

il ragazzo disabile di Lumezzane resta famiglia

E’ incredibile che una cosa così ovvia debba essere il frutto dell’intervento di un avvocato ed una associazione umanitaria tanto da meritare la pubblicazione di un articolo.
 
Il ragazzo disabile di Lumezzane resta in famiglia
Solo poco tempo fa si temeva un suo ricovero coatto: ora potrà restare a casa. Ha vinto l’ascolto e il buon senso
Brescia. Si sta risolvendo positivamente la vicenda del  ragazzo non udente di Lumezzane. Il giudice ha deciso che potrà essere collocato presso la madre e seguire un percorso presso l’Ente Nazionale Sordi Onlus di Brescia. Solo poche settimane fa avevamo ricevuto la lettera disperata della mamma che chiedeva il nostro aiuto per Gianni (nome di fantasia): “L’assistente sociale mi ha già detto che se Gianni rifiuterà di andare in struttura dovranno intervenire i carabinieri, e che se non andiamo all’incontro ci avrebbero mandato i carabinieri a casa. Siamo terrorizzati. Mio figlio è sordo e il suo livello scolastico è molto carente, ma è un ragazzo buono e vuole solo farsi una vita come tutti gli altri. Aiutatemi.”
Questa mattina il giudice tutelare ha emesso un decreto in cui accetta le proposte dell’amministratore di sostegno di: “– procedere con la dimissione di Gianni dalla comunità per disabili […]; – mantenere Gianni, almeno fino all’esito della CTU ed alle successive indicazione in merito del G.T., presso l’abitazione della madre sig.ra […]; – segnalare Gianni all’A.S.L. di Lumezzane per la scelta di un Medico di Medicina Generale a Lumezzane; – segnalare Gianni all’Ente Nazionale Sordi Onlus di Brescia per eventuale supporto ed incremento della comunicazione verbale; – continuare con la consulenza del C.P.S. per Gianni come indicato dal servizio nella relazione del 06.05.2015.”
L’avvocato di Gianni e della mamma, Francesco Miraglia del foro di Modena, ha commentato: “Al di là del caso concreto e degli aspetti giuridici della vicenda, penso che questa vicenda è la dimostrazione che a volte il buon senso e l’aspetto umano fanno di più di un farmaco e di una sentenza.…”.
Il clima è quindi totalmente cambiato rispetto ad alcune settimane fa, anche da parte dei servizi sociali, che sembrano ora più propensi a tutelare gli affetti famigliari ascoltando in primis la volontà di Gianni di fare un percorso sostenuto dall’affetto della sua famiglia e non in una fredda comunità, scartando certe assurde teorie psichiatriche che prediligono l’allontanamento dalla famiglia e sistemi invasivi e coercitivi per il “trattamento” del disagio. Forse ora Gianni potrà rifarsi una vita.
“Ci auguriamo che questa vicenda abbia insegnato ai Servizi Sociali che certe procedure e pratiche psichiatriche invasive e coercitive sono dannose e degradanti, e che forse anche la situazione apparentemente più complessa e delicata può essere risolta con l’ascolto e la comprensione piuttosto che con la forza.” Ha commentato Mariella Brunelli del Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani Onlus. “Il nostro comitato si batte da anni contro gli abusi di psicofarmaci sui bambini e gli allontanamenti facili dalle famiglie sulla base di perizie e valutazioni psichiatriche. Se vostro figlio, figlia, nipote, fratello, sorella o parente sono stati danneggiati da tali valutazioni psicologiche o psichiatriche vi preghiamo di mandarci la documentazione completa sulla vicenda.”
Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani Onlus

L'incredibile storia di Alessandro, il bimbo invisibile

Figlio di una madre in gravi difficoltà, viene preso in casa da una coppia di Brescia. Gli assistenti sociali dicono loro che tutto è a posto. Invece…

– Credits: Olycom

Non è un mistero che la giustizia minorile italiana si trasformi spesso in un inferno. Ma la storia del piccolo Alessandro, che il 17 aprile farà sei anni, è anche peggio. È infatti la storia di un’ingiustizia totale, che grida vendetta. Dove l’insensibilità degli uomini e l’apparente indifferenza dei tribunali sembrano concentrarsi all’unico scopo di devastare la vita a un innocente.
Tutto comincia a Castrezzato
Tutto comincia nel giugno 2009 a Castrezzato, un centro di 7 mila anime in provincia di Brescia. Qui vivono Ilario ed Evelina Butti: lui operaio, lei casalinga. I due conoscono una famiglia che fa volontariato, e questa segnala loro il triste caso di una madre romena sola, in gravi difficoltà economiche, con un bimbo di appena due mesi: Alessandro.
Ilario ed Evelina titubano: “All’inizio non volevamo prendere in casa il bambino” racconta a Panorama.it il signor Butti. “Ci pareva un impegno forse troppo gravoso. Nel 2009 io avevo 44 anni, mia moglie 43. Poi ci siamo fatti forza e abbiamo deciso che era giusto, un nostro dovere morale. Abbiamo parlato più volte con l’assistente sociale, che ci ha garantito avrebbe avviato ogni procedura per l’affido temporaneo”.
I Butti? Gente semplice…
Alessandro entra così a casa dei Butti. Viene nutrito, rivestito, accudito, curato. È un bimbo dolce, allegro, sereno. L’affetto inevitabilmente cresce, diventa amore. Ilario ed Evelina si trasformano con facilità in padre e madre. Anche perché il tempo passa: un anno, due, tre… Gli assistenti sociali si fanno vivi poche volte, due o tre al massimo.
Gente semplice, i Butti non si interrogano sul perché non arrivi loro nemmeno un documento dal Tribunale dei minori; non sanno nemmeno che, in quanto genitori affidatari, avrebbero diritto a un compenso di 400 euro mensili, più l’assicurazione speciale per il piccolo Alessandro. Non si fanno domande, i Butti. Quel che conta, per loro, è solo quella piccola presenza, che diventa grande ogni giorno di più.
Il problema è che Alessandro è un “bambino invisibile”. Non c’è alcuna procedura legale aperta per il suo affidamento. “I Butti sono gente semplice” conferma il loro avvocato, il modenese Francesco Miraglia, suo malgrado divenuto uno specialista in storie di questo tipo. “Vanno avanti per tre anni, convinti soltanto di fare bene. Si affezionano infinitamente al bimbo. Ma non fanno mai domande, né istanza al Tribunale dei minori per una sua adozione”.
Quando lo fanno, nel giugno 2011, è troppo tardi. Ed è inutile perfino che la vera madre di Alessandro sia d’accordo ad affidare loro il figlio. Perché intanto il Tribunale dei minori è andato avanti con un altro procedimento, e nel giugno 2012 decide che Alessandro è sì “adottabile”, ma non da loro.
Il bambino portato via
Il 19 settembre 2012 avviene il disastro finale: quattro auto della Polizia locale e gli assistenti sociali si presentano a casa dei Burtti, prelevano Alessandro, disperato e febbricitante, e lo portano via. Il bimbo invisibile per la legge, a quel punto diventa davvero invisibile, perché nessuno di quanti lo amano lo vedrà mai più.
“Quel distacco è stata la cosa più terribile e triste della nostra vita” dice il signor Butti, e si commuove. “Mi domando continuamente che cosa abbia pensato Alessandro in quel momento, e non c’è giorno che con mia moglie non ci chiediamo come stia, dove stia, chi sia con lui…”.
A determinare l’intervento e la separazione traumatica non sono di sicuro né certificazioni di abusi, né maltrattamenti. I signori Butti sono brava gente. La causa è una perizia psichiatrica sui due mancati genitori, che sorprendentemente certifica un carattere ombroso per Ilario e addirittura una personalità schizoide per Evelina. È un’analisi molto improbabile, per chi parli con loro, e comunque paradossale dal punto di vista legale, visto che per tre anni i due hanno comunque tenuto con loro il bambino.
E non serve a nulla che i Butti corrano a farsi fare una perizia di parte, che certifica che sono due persone normali, perbene… Nulla. Il tribunale va avanti. Di Alessandro non si sa più nulla. L’avvocato Miraglia è critico: “Si doveva evidentemente sanare una situazione illegittima, andata avanti per tanto, troppo tempo. Si è scelta questa strada, nell’indifferenza per le sorti affettive del piccolo Alessandro e di quelli che ormai chiamava papà e mamma”.
Tutti i ricorsi rigettati
Rigettato dal Tribunale, il ricorso dei Butti è stato poi respinto anche dalla Corte d’appello: “Evidentemente non devono avere nemmeno letto la nostra perizia psichiatrica” lamenta il signor Butti. Ma il processo va avanti. La coppia, disperata, ora è arrivata in Cassazione: l’ultima udienza si è tenuta l’11 novembre scorso. “Da allora non abbiamo ancora saputo nulla” dice Ilario.
Nell’attesa dei supremi giudici, resta una domanda senza risposta: la giustizia minorile, quella stessa che per oltre tre anni ha paradossalmente dimenticato il “bambino invisibile”, abbandonandolo nelle mani di una coppia che poi non ha ritenuto meritoria di affido, non dovrebbe tenere conto soprattutto dell’interesse dei minori? E chi potrà mai restituire una parvenza di normalità alla vita povero Alessandro? Ci sarà mai chi porrà rimedio a questo ennesimo, disastroso disastro?

 
 
http://www.panorama.it/news/in-giustizia/lincredibile-storia-alessandro-bimbo-invisibile/

Tornano a casa i bambini sottratti mentre giocavano in strada

Mantova. Il Tribunale per i minorenni di Brescia ha disposto con decreto la “liberazione” di due bambini di un comune della Destra Secchia (Mantova) che nel marzo del 2013 erano stati allontanati dai genitori perché trovati per strada dai carabinieri del comando locale. I genitori, seguiti dall’avvocato Francesco Miraglia e da un’associazione di Verona, sono riusciti a chiarire i fatti e pochi giorni fa i bambini sono stati riportati a casa.
La vicenda ha inizio quando i bambini vengono trovati a dire dei Carabinieri su “una strada pubblica, infreddoliti e con abbigliamento non adeguato alla stagione”. In realtà i bambini giocavano per strada mentre i genitori erano a fare la spesa in un vicino supermercato.
Immediatamente gli stessi minori venivano trasferiti d’urgenza in una comunità per minori a oltre 30 chilometri di distanza. I genitori tornati a casa e non trovando i bambini si rivolgevano ai carabinieri e scoprivano che i loro figli erano stati allontanati. La vicenda si sarebbe potuta concludere con un po’ di buon senso, ma ormai la macchina amministrativa era partita. Nessuno obbietta qui sul comportamento scorretto dei genitori nel caso di specie, ma di fatto questi bambini sono stati relegati in una struttura, lontano dai loro cari, subendo un trauma che non potranno più dimenticare, senza aver subito alcun abuso e senza dei reali pregiudizi accertati. La mancanza di qualsiasi reale pericolo per i minori, come poi puntualmente accertato dal Tribunale, si sarebbe potuta appurare anche senza la sottrazione. A nostro avviso nella decisione hanno pesato molto le valutazioni soggettive di natura psicologica che purtroppo impregnano la giustizia minorile e i servizi sociali, e che sono alla base di molti, troppi, di questi “errori”. Qui le origini dei genitori hanno certamente influito sulla decisione, e forse sono stati giudicati per il loro aspetto e per la loro pelle, senza reali elementi oggettivi, salvo l’evento certamente riprovevole di presunto “abbandono”.
Secondo l’avvocato Miraglia: «La vicenda solleva innumerevoli dubbi su certi allontanamenti e sull’articolo 403 del codice civile che presenta degli aspetti di incostituzionalità, perché consente l’allontanamento di un minore senza l’intervento dell’autorità giudiziaria. Constatiamo ancora una volta la superficialità con cui vengono prese delle decisioni gravissime a “tutela” dei minori che poi, in caso di errore, a causa della lentezza della giustizia italiana, si trascinano per anni causando danni insanabili ai minori sottratti ingiustamente. La giustizia minorile andrebbe riformata.»
Questi genitori possono dirsi “fortunati” di aver risolto la vicenda in un solo anno perché la media è di circa due o tre anni. È giunta l’ora di ammettere che in Italia esiste lo scandalo degli allontanamenti facili con circa 32.000 bambini sottratti alle famiglie, rispetto ai 7.700 della Francia per esempio. Secondo una ricerca della regione Piemonte la percentuale di bambini sottratti senza motivi gravi o accertati è di circa il 70% e anche altre ricerche rivelano dei dati preoccupanti. A questo si aggiunge il giro d’affari delle strutture per minori che va da 2 a 4 miliardi di euro l’anno con rette da 100 a 400 euro AL GIORNO per bambino, il che solleva dei forti sospetti sui motivi alla base di questi numeri allarmanti. Recentemente anche l’on. Michela Vittoria Brambilla, presidente della commissione bicamerale per l’infanzia e l’adolescenza, nella conferenza stampa di presentazione di un disegno di legge che chiede maggiori controlli sugli affidi, sulle case famiglia e sul fenomeno degli “allontanamenti facili” ha dichiarato: «Ho avuto davvero tante, tante, tante segnalazioni come presidente delle commissione infanzia e adolescenza.»
Ci auguriamo che questo disegno di legge venga approvato presto e che porti chiarezza e giustizia in un settore in cui, a nostro avviso, tramite valutazioni soggettive e opinabili, psichiatri, psicologi e assistenti sociali spesso inducono il Tribunale dei minori a prendere provvedimenti drastici e drammatici, sottraendo i figli alla famiglia, collocandoli nelle comunità, mettendoli poi sotto indagine, analisi e quant’altro. Nel caso dell’articolo 403 possono farlo senza neppure chiedere al giudice. Noi sosteniamo che la sottrazione dovrebbe avvenire solo sulla base di fatti gravi ed accertati o solo dopo l’acquisizione di prove oggettive attendibili, che le perizie e relazioni di natura psicologica-psichiatrica dovrebbero avere solo valore di opinione e che si dovrebbe procedere ad accertare i fatti prima che possa avvenire la sottrazione dei bambini alla famiglia.
 
CCDU Onlus