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Due fratellini in affido, denuncia alla Procura di Reggio Emilia: «Possibili segnali gravissimi ignorati per mesi»

( Ferrara- Reggio Emilia 27 luglio 2026) Due bambini di appena tre e quattro anni che manifestano ripetuti comportamenti sessualizzati. Uno di loro che, secondo la denuncia, indica spontaneamente il presunto autore di atti di natura sessuale nei suoi confronti. Una relazione tecnica che parla di “trauma attuale”, di “modelli francamente negativi” e di un intervento istituzionale definito “tecnicamente ampiamente criticabile”.

È questo il quadro descritto nella denuncia-querela depositata alla Procura della Repubblica di Reggio Emilia da una madre, assistita dall’Avvocato Francesco Miraglia del Foro di Napoli Nord, che chiede di accertare se vi siano state omissioni nella tutela dei propri figli durante il periodo di affidamento.

Secondo quanto esposto nell’atto, il primo episodio risale al 27 febbraio 2026, quando, durante un incontro protetto, uno dei due bambini avrebbe manifestato un comportamento sessualizzato direttamente osservato e verbalizzato dagli operatori. Sempre secondo la denuncia, quell’episodio non avrebbe determinato alcuna segnalazione all’Autorità Giudiziaria né l’attivazione di misure immediate di protezione.

La querela riferisce inoltre che il bambino avrebbe poi indicato spontaneamente una persona come autore di comportamenti sessuali nei suoi confronti. Tale dichiarazione, riportata nella documentazione clinica, non avrebbe dato luogo, secondo l’esposto, né all’identificazione del soggetto indicato né all’avvio di immediate verifiche investigative.

Anche il fratello minore avrebbe manifestato ripetuti comportamenti sessualizzati e pronunciato espressioni ritenute incompatibili con la sua età, anch’esse documentate dagli operatori ma, secondo la denuncia, rimaste prive di adeguate iniziative di tutela.

A rafforzare il quadro richiamato nella denuncia vi è la relazione di un professionista già Direttore di Dipartimento dell’Università di Ferrara, che descrive una situazione caratterizzata da un “trauma attuale”, dalla presenza di “modelli francamente negativi” e da un intervento istituzionale ritenuto “tecnicamente ampiamente criticabile”.

Sulla base di tali elementi, la denuncia ipotizza, a vario titolo, i reati di omessa denuncia da parte di pubblici ufficiali e incaricati di pubblico servizio, maltrattamenti in concorso omissivo e ulteriori ipotesi di reato, chiedendo alla Procura l’audizione protetta del minore, l’identificazione della persona indicata dal bambino, l’acquisizione dell’intera documentazione e ogni misura necessaria a garantire la tutela dei due fratelli.

La vicenda presenta, secondo la denuncia, un ulteriore profilo di particolare rilievo. I fatti descritti, unitamente alla documentazione sanitaria e alle relazioni degli operatori, sarebbero già stati portati all’attenzione del Tribunale per i Minorenni competente. Nonostante ciò, il procedimento risulterebbe rinviato al mese di febbraio 2027, senza che siano stati nel frattempo adottati provvedimenti urgenti a tutela dei minori. Una circostanza che, qualora corrispondesse al vero, solleverebbe inevitabili interrogativi sull’effettività della tutela giudiziaria assicurata ai due bambini, a fronte di fatti che la stessa denuncia qualifica come estremamente gravi.

«Questa vicenda – dichiara l’Avvocato Francesco Miraglia – investe la credibilità dell’intero sistema di tutela dei minori. Quando sono gli stessi atti ufficiali a descrivere fatti di tale gravità, è doveroso accertare se chi era chiamato a proteggere questi bambini abbia fatto tutto ciò che la legge impone. Ancora più difficile da comprendere è che tali circostanze risultino già portate all’attenzione del Tribunale per i Minorenni e che, nonostante ciò, il procedimento sia stato rinviato fino a febbraio 2027 senza l’adozione, allo stato, di misure urgenti a tutela dei due fratellini. Se quanto denunciato dovesse trovare conferma, non ci troveremmo soltanto di fronte a eventuali responsabilità individuali, ma al possibile fallimento di un sistema che dovrebbe garantire la protezione dei più fragili. Confidiamo che la Procura svolga ogni accertamento con il massimo rigore. Ci auguriamo inoltre che anche l’Amministrazione comunale di Ferrara segua con attenzione questa vicenda e che, qualora emergessero criticità, vi sia la volontà di interrogarsi senza pregiudizi sul funzionamento dei servizi sociali. Le istituzioni si rafforzano quando cercano la verità e correggono i propri errori.»

Adesso spetterà alla Procura della Repubblica di Reggio Emilia verificare il contenuto della denuncia, acquisire la documentazione richiamata nell’esposto e accertare se i fatti denunciati trovino effettivo riscontro. Qualora le circostanze rappresentate dovessero essere confermate, la vicenda riaprirebbe inevitabilmente il dibattito sul funzionamento del sistema di tutela minorile e sulle modalità con cui vengono esercitati i poteri di protezione nei confronti dei bambini e delle persone più vulnerabili. L’auspicio della madre e del suo difensore è che venga fatta piena luce sui fatti, nell’interesse esclusivo dei minori e della collettività.

 

 

Ferrara, nove anni di affido e oggi gli incontri con la madre sono sospesi: il caso arriva al Sindaco

L’Avvocato Francesco Miraglia chiede un confronto con l’Amministrazione comunale: «Un genitore in difficoltà deve essere aiutato, non abbandonato». Il caso riapre il dibattito sul funzionamento del sistema degli affidi e dei Servizi Sociali.

 Ferrara – Un bambino lontano dalla propria famiglia da nove anni. Un affidamento eterofamiliare nato come misura temporanea di protezione e che, a distanza di quasi un decennio, è ancora in corso. Oggi gli incontri con la madre risultano sostanzialmente sospesi e la vicenda torna al centro dell’attenzione pubblica dopo che l’Avvocato Francesco Miraglia, difensore della madre, ha chiesto un incontro al Sindaco di Ferrara per sollecitare una riflessione istituzionale sul funzionamento del sistema degli affidi e sul ruolo dei Servizi Sociali.

La storia giudiziaria prende avvio nel 2018, anche se il bambino vive in affido eterofamiliare da nove anni. In tutto questo tempo la madre non ha mai rinunciato a cercare di recuperare il rapporto con il figlio. Attraverso il procedimento promosso davanti al Tribunale ha chiesto più volte che venisse avviato un concreto percorso di sostegno alla genitorialità, che fossero progressivamente ampliati gli incontri e che venisse costruito un serio progetto finalizzato al rientro del bambino nella famiglia d’origine. La donna sostiene di avere affrontato un importante percorso personale per superare le difficoltà che avevano determinato l’allontanamento e di avere sempre manifestato la volontà di ricostruire il proprio ruolo genitoriale.

Secondo quanto emerge dagli atti depositati nel procedimento, il nodo centrale della vicenda non riguarda soltanto l’allontanamento originario, ma ciò che sarebbe accaduto negli anni successivi. La difesa sostiene infatti che non sia mai stato predisposto un vero progetto di recupero della genitorialità, caratterizzato da obiettivi concreti, verifiche periodiche e da un percorso progressivo di riavvicinamento tra madre e figlio. Al contrario, gli incontri sarebbero stati progressivamente ridotti fino a risultare oggi sostanzialmente sospesi. Negli atti si evidenzia inoltre come le trascrizioni degli incontri descriverebbero un rapporto ancora caratterizzato da manifestazioni spontanee di affetto reciproco e dal desiderio del bambino di mantenere il legame con la madre, circostanze che, secondo la difesa, avrebbero dovuto costituire il punto di partenza per un graduale ricongiungimento familiare e non per un ulteriore allontanamento.

Nel ricorso vengono formulate anche numerose contestazioni sul percorso seguito dai Servizi Sociali e sulle valutazioni recepite dall’autorità giudiziaria. La difesa sostiene che le consulenze tecniche, le osservazioni difensive e le richieste istruttorie presentate nel corso del procedimento non avrebbero trovato un adeguato approfondimento e che sarebbe mancato un effettivo confronto con le criticità evidenziate dalla madre. Tra gli aspetti richiamati figurano anche l’assenza di un progetto di ricongiungimento familiare, la mancata valutazione della rete parentale e la progressiva riduzione dei contatti tra il bambino e la madre. Si tratta di questioni che saranno oggetto delle valutazioni delle competenti sedi giudiziarie.

È proprio questo, secondo il legale, il punto sul quale occorre aprire una riflessione che va oltre il singolo procedimento. L’affidamento familiare, infatti, non nasce come una misura destinata a sostituire definitivamente la famiglia d’origine, ma come uno strumento temporaneo volto a proteggere il minore mentre le istituzioni lavorano per consentire ai genitori di superare le difficoltà che hanno determinato l’allontanamento. La legge impone che, quando ciò è possibile e compatibile con l’interesse del bambino, venga costruito un percorso di sostegno alla genitorialità e di graduale ricongiungimento familiare. Per la difesa, dopo nove anni è inevitabile domandarsi quale sia stato il progetto concretamente realizzato per raggiungere questo obiettivo.

Proprio per questo motivo l’Avvocato Francesco Miraglia ha inviato una formale richiesta di incontro al Sindaco di Ferrara, chiedendo all’Amministrazione comunale di verificare, nell’ambito delle proprie competenze istituzionali, se il percorso seguito dai Servizi Sociali sia coerente con i principi che regolano l’affidamento familiare e con il dovere di favorire il recupero della famiglia d’origine. La richiesta non mira a interferire con l’attività della magistratura, ma a promuovere un confronto istituzionale sul funzionamento dei servizi pubblici e sull’effettiva attuazione delle finalità previste dalla legge.

«Questa vicenda», afferma Miraglia, «non riguarda soltanto una madre e suo figlio. Riguarda il modello di tutela dell’infanzia che il nostro Paese intende perseguire. Un genitore in difficoltà non è un genitore da abbandonare, ma una persona che le istituzioni hanno il dovere di aiutare. L’allontanamento di un bambino dovrebbe rappresentare l’inizio di un percorso di recupero della famiglia, non la sua conclusione.»

Il legale aggiunge che «dopo nove anni è legittimo chiedersi quale progetto sia stato concretamente costruito per consentire a questa madre di riabbracciare suo figlio. Se gli incontri vengono progressivamente ridotti, se manca un reale percorso di recupero della genitorialità e se il tempo diventa l’unico elemento che consolida l’allontanamento, allora è doveroso interrogarsi sul funzionamento del sistema. L’affidamento familiare è previsto dalla legge come una misura temporanea e non può trasformarsi, semplicemente con il trascorrere degli anni, in una separazione definitiva.»

Secondo Miraglia, la questione non riguarda soltanto Ferrara ma investe un tema più ampio di interesse nazionale. «I Servizi Sociali svolgono un ruolo essenziale nella tutela dei minori e nessuno mette in discussione la loro funzione. Proprio per questo è necessario verificare, caso per caso, se siano stati utilizzati tutti gli strumenti che la legge mette a disposizione per ricostruire la famiglia quando ciò è possibile. La vera tutela dell’infanzia non consiste soltanto nel proteggere un bambino da una situazione di difficoltà, ma anche nel lavorare affinché possa ritrovare la propria famiglia una volta superate le cause che avevano reso necessario l’allontanamento. Quando ciò non accade, è doveroso interrogarsi se il sistema abbia realmente perseguito l’obiettivo che il legislatore gli affida.»

La vicenda resta ora all’esame dell’autorità giudiziaria. Parallelamente, la richiesta di incontro rivolta al Sindaco di Ferrara punta ad aprire un confronto istituzionale su un interrogativo destinato ad andare oltre il singolo caso: se, nell’attuale sistema di tutela dei minori, l’affidamento familiare riesca sempre a conservare la propria natura temporanea e orientata al ricongiungimento, oppure se, in alcune situazioni, il trascorrere del tempo rischi di trasformare una misura nata per proteggere il bambino in una separazione destinata a diventare definitiva.

 

 

Ferrara: bambino di 7 anni diventato invisibile, rimballo tra servizi sociali.

Avvocato Miraglia: «Nessuno ci dà notizie»

FERRARA (20 Luglio 2022). Nessuno sa dove sia finito un bimbo di 7 anni, che da tutta la vita viene rimbalzato da una comunità a una famiglia affidataria. Tra il Comune di Ferrara, cui è stato affidato dal Tribunale dei Minorenni di Bologna, e il suo Comune di residenza (sempre nel Ferrarese), nessuno vuole assumersi la responsabilità di gestire il suo caso. E oltre a non vedere la mamma, perché nessuno dei due Servizi sociali ritiene sia compito suo dover organizzare gli incontri, al momento non si sa nemmeno dove sia finito. Stava in una famiglia affidataria, che però non lo vuole più. Dove sarà adesso?

«È una storia talmente incredibile che si fatica persino a raccontarla – sottolinea l’avvocato Miraglia, cui la madre si è rivolta e che segue questa vicenda da anni – A volte le istituzioni si accaniscono in maniera crudele contro le persone e questo bambino, che ha solo 7 anni, ne è la prova: nella sua brevissima vita ha vissuto lunghi periodi lontano dalla mamma, è stato collocato presso famiglie affidatarie, parcheggiato in una comunità fatiscente. Un calvario iniziato quando era piccolissimo e venne allontanato in quanto una psicologa e un’assistente sociale avevano intravvisto un mancato attaccamento del bambino nei confronti della mamma».

Situazione che, con il passare del tempo, gli ha creato notevoli stati d’ansia e di stress. «A lasciare sgomenti ancora di più è sapere che questo bambino piange, soffre di insonnia, supplica di tornare a casa dalla sua mamma – prosegue l’avvocato Miraglia – e scoprire che distrugge montagne di giornali per sfogare la propria rabbia. Pare sia un metodo applicato dalla sua psicologa per superare gli stati di frustrazione. Ma è mai possibile che un bambino di soli 7 anni abbia bisogno di trovare metodi per sfogare l’ansia e la rabbia? In due anni i Servizi sociali non hanno avviato alcun progetto di riavvicinamento tra madre e figlio né incontri tra loro, limitandosi a parcheggiare il bimbo in una famiglia affidataria, che tra l’altro deve essere pure cambiata. Un immobilismo e un’incompetenza da parte dei Servizi del Comune in cui risulta residente questo bambino, tale da essere sfociato in un provvedimento disciplinare nei confronti dell’assistente sociale: alle richieste della madre di avere notizie del bambino, rispondeva sempre con la medesima mail, “copincollando” lo stesso testo. Madre e figlio hanno potuto vedersi solo quattro volte e soltanto perché il bambino si è impuntato». Ebbene, in questa vicenda orribile al peggio non c’è proprio fine: il 12 maggio il Tribunale dei Minorenni di Bologna ha decretato l’affidamento del bimbo dai Servizi sociali del suo inerte Comune a quelli di Ferrara, che incredibilmente hanno risposto rimpallando la responsabilità, non assumendosene la competenza in quanto il piccolo non è lì residente. Neanche fosse un pacco postale. E in questa situazione di stallo alla madre non sono più arrivate notizie del figlio. Allo stato attuale non sa dove sia né come stia.

«Abbiamo pertanto scritto a entrambi i sindaci dei comuni interessanti  – conclude l’avvocato Miraglia – e presentato reclamo alla Corte d’Appello di Bologna. Già è incredibile che un bambino venga allontanato senza motivo e che nessuno si degni di seguire la sua vicenda (tutto per nascondere le evidenti negligenze del Servizio sociale del suo Comune). Ma è inaccettabile che per incompetenza di un’assistente sociale e per mancanza di volontà delle istituzioni, a farne le spese sia un bambino!».

 

Richiesta la nomina dell’amministratore di sostegno ad una mamma per aver chiesto gli alimenti per il figlio all’ex compagno

FERRARA (5 maggio 2022). Una vicenda particolare, per non dire assurda, ha come protagonista una donna di Ferrara: la quale si è rivolta al tribunale per ottenere le somme per il mantenimento del figlio che l’ex marito da tempo non versava. La felicità di aver vinto il procedimento si è spenta con la doccia fredda del provvedimento richiesto nei suoi confronti: il giudice e il pubblico ministero hanno chiesto che ad occuparsi di lei sia d’ora in poi un amministratore di sostegno, poiché «incapace di provvedere ai propri interessi di natura economica, si rende necessario provvedere alla nomina di un amministratore di sostegno che possa rappresentare la predetta nel compimento degli atti di quotidiana gestione». E a rincarare la dose, inspiegabilmente, il giudice dell’esecuzione avrebbe richiesto persino di sottoporre la donna a perizia medico-legale psichiatrica e alla sua segnalazione al centro di igiene mentale di Ferrara.

«Una vicenda allucinante – dichiara l’avvocato Miraglia – che vede questa donna colpita da un provvedimento inutile, che la priverebbe della possibilità di gestire il proprio denaro e di disporre della sua vita come meglio crede. E tutto sulla base del pronunciamento di un giudice che non ha mai incontrato né la signora, né noi che come studio legale la rappresentiamo. Una richiesta emessa sulla base di alcuni documenti presentati dall’ex compagno e che nulla hanno a che vedere con questa causa, intentata dalla signora per ottenere il pagamento della somma che l’ex marito non ha versato per il mantenimento di loro figlio. Causa per altro vinta proprio dalla signora stessa».

Come spesso succede la coppia, in grossa conflittualità, in sede di separazione si era denunciata a vicenda: tutte denunce che, nel caso della signora, sono cadute nel vuoto, tanto che la sua fedina penale è illibata. Ma a quanto pare il pubblico ministero avrebbe usato quelle vecchie denunce per screditare la signora agli occhi del giudice dell’esecuzione.

«In pratica la mia assistita – prosegue l’avvocato Miraglia – per aver avviato un procedimento di pignoramento verso l’ex marito che non corrispondeva il mantenimento a loro figlio, si è trovata a subire la richiesta di essere assistita da un amministratore di sostegno per gestire i suoi beni e considerata come malata psichiatrica. E senza che il giudice l’abbia mai vista in faccia e sulla base di documenti vecchi, non aggiornati e che nulla c’entrano con questo procedimento. Abbiamo scritto allora al Presidente del Tribunale di Ferrara, chiedendogli se la vicenda in questione si profili come un abuso, perpetrato ai danni di questa signora, oppure se si tratti di una prassi consolidata in tutti i procedimenti come questo. La signora, istruita e incensurata, è assolutamente in grado di intendere e volere e di provvedere a sé: in questo periodo si sta occupando a tempo pieno della madre invalida, a dimostrazione del fatto che le illazioni avanzate dal tribunale sul suo conto siano assolutamente prive di fondamento. Al Presidente del Tribunale di Ferrara chiediamo quindi di intervenire per capire su quali basi e con quali competenze il giudice dell’ esecuzione abbia ritenuto la signora passibile di procedimento psichiatrico e abbia quindi emanato un simile provvedimento, dal momento che la mia assistita non ha mai avuto un trattamento psichiatrico, non è in cura da nessun terapeuta né centro di salute mentale, ed è totalmente incensurata».

In tutta questa vicenda non si capiscono né il presupposto né la finalità di tale procedimento e ciò induce a pensare di essere davanti a un vero e proprio abuso, che si concretizza nell’esercizio anomalo da parte del giudice dell’esecuzione e del pubblico ministero del potere di incardinare un procedimento privo di fondamento e che limita in modo consistente i diritti di questa donna, senza alcuna ragione.

Ferrara, ha meno lavoro causa covid: l’ex moglie non gli fa vedere i figli

«Se non li mantieni, non li vedi». L’uomo è ricorso in tribunale

FERRARA (06 Maggio 2021). Spesso, in caso di separazioni difficili, per lo più sono le donne ad essere in difficoltà, per i maltrattamenti subiti dagli ex, per le azioni di stalking da parte loro, per i problemi economici dovuti alla difficile ripresa del lavoro dopo anni di inoccupazione a badare ai figli. Ma esistono storie di uomini maltrattati, che devono assumere la medesima importanza ed attenzione: le violenze non sono una questione di genere e il diritto ad essere genitori è paritario per entrambi. E sicuramente essere un buon genitore non dipende dal conto in banca.

A Ferrara un uomo non può vedere i suoi tre figli da Febbraio 2020, in quanto l’ex moglie glielo impedisce e non perché sia un padre violento o disattento, ma solo perché economicamente non versa abbastanza denaro.

È un artigiano, che con il terremoto avvenuto in Emilia Romagna nove anni fa aveva già cominciato a vedere una flessione nel suo lavoro. Nell’anno 2018 è stato colpito da infarto e le sue condizioni di salute stanno peggiorando, non permettendogli di lavorare come prima. La situazione, si è acuita enormemente dall’anno scorso, a causa della pandemia da Covid-19 e delle ristrettezze ad essa collegate, che si è portata via, oltre a migliaia di vittime, anche un enorme numero di posti di lavoro. 

Difficile, pertanto, per quest’uomo versare all’ex moglie, per il mantenimento dei tre figli, la cifra che lei riterrebbe congrua per il suo standard di vita. Cifra che comunque non le è necessaria per garantirle la sopravvivenza, in quanto ha un buon lavoro ben remunerato e abita in una casa di proprietà della sua famiglia, per la quale non paga né mutuo né affitto.

Ma visto che l’ex marito non versa quanto lei si aspetta, da anni gli impedisce di vedere i suoi figli, in maniera totalmente arbitraria, senza che vi sia un provvedimento legale in tal senso.

«Se non paghi abbastanza, non vedi i tuoi figli» gli ripete di continuo. Un comportamento vessatorio, l’ultimo di una lunga serie patita dall’uomo nel corso degli anni. Durante la loro relazione la donna era solita sminuirlo con offese denigratorie. La sua gelosia nei suoi confronti l’aveva anche portata a “sequestrarlo” in casa, privandolo delle chiavi del suo furgone e dell’abitazione.

Dopo la separazione, oltre a non fargli vedere i figli, la donna gli nega la possibilità di essere un genitore e di partecipare alla loro crescita: se stanno male o vengono ricoverati non lo avverte. Non lo ha invitato nemmeno alle loro cresime e non permetteva a lui di accompagnarli a scuola o andarli a prendere all’uscita.  Nel maggio 2015, rientrando dal lavoro, ha trovato che l’ex moglie aveva lasciato i loro figli con il nonno materno e con il divieto di farli prendere al padre. Chiamati i carabinieri e sporta denuncia, l’uomo attende ancora giustizia. Rivendicando quindi il diritto alla bigenitorialità, ha fatto ricorso al tribunale di Ferrara.

«Non esiste solo il problema delle mamme, ma anche quello riferito ai papà, sebbene meno noto e diffuso» dichiara l’avvocato Miraglia, al quale quest’uomo si è rivolto per poter rivedere i suoi figli «ed hanno la medesima valenza, in quanto entrambi sono genitori, con i medesimi diritti. È sbagliato estremizzare le vicende, sbilanciandole tutte verso un genitore anziché un altro, perché ci sono sia madri che padri che vivono situazioni di disagio. E questo ne è un caso concreto. Cosa ha fatto quest’uomo per essere giudicato un pessimo padre? Nulla, se non fosse che ha dovuto, suo malgrado, provvedere in misura minore al mantenimento dei figli. Ma che colpa ne ha e soprattutto la capacità genitoriale si basa sulla capacità economica? Fintantoché pagava era un buon padre, adesso che ha meno possibilità improvvisamente è diventato un pessimo genitore? Ci auguriamo che il tribunale accolga il nostro ricorso e affidi i figli ad entrambi i genitori, disciplinando gli incontri tra i ragazzi e il loro padre, secondo un principio di equità e giustizia».

Ferrara: intervento alla commissione d’inchiesta affidi.

Buongiorno,
prima di iniziare il tema che ci occupa, ringrazio prima di tutto il Presidente e i vari componenti della commissione che mi hanno dato l’opportunità di intervenire oggi.

Purtroppo, in generale tanti, troppi sono i temi che riguardano i minori e nello specifico l’operato dei servizi sociali, gli allentamenti, gli affidamenti sine die, la gestione delle strutture dirette all’accoglienza dei stessi minori e per ultimo, non per importanza il problema della giustizia minorile.

Uno dei temi che merita sicuramente un’attenta e profonda riflessione è l’applicazione dell’art. 403 cc  da parte dei servizi sociali.

L’articolo 403 cc. Dispone  che 2quando il minore è moralmente o materialmente abbandonato  o è allevato in locali insalubri o pericolosi, oppure da persone per negligenza, immoralità, ignoranza o per altri motivi incapaci di provvedere all’educazione di lui, la pubblica autorità, a mezzo degli organi di protezione dell’infanzia, lo colloca in luogo sicuro, sino a quando si possa provvedere in modo definitivo alla sua protezione2..

Il ricorso a tale articolo deve avvenire solo quando sia esclusa la possibilità di altre soluzioni e sia accertata la condizione di assoluta urgenza e di grave rischio per il minore, che richieda un intervento immediato di protezione; dell’allontanamento deve darsi tempestiva comunicazione alla competente Procura minorile per le iniziative del caso.

Primo problema: bisogna chiedersi se queste decisioni vengono prese nella piena consapevolezza della Tutela dei diritti dei minori e della salute dei stessi, tenendo o conto dei probabili futuri gravi danni conseguenti all’allentamento della famiglia di origine.

 

Infatti, una errata applicazione di tale procedura comporta delle situazioni disastrose e dannose  per il minore, per i genitori o/e ancor peggio per l’intera famiglia.

Tempo fa mi sono occupato di un caso nel ferrarese ove è bastata una semplice telefonata di un ex fidanzato che dopo essere stato lasciato dalla compagna ha telefonato ai carabinieri sostenendo che la stessa volesse suicidarsi con il figlio per fa scattare questa tremenda procedura.

Ebbene, doposoli due giorni si sono presentati 4 assistenti sociali, ed una pattuglia dei Carabinieri, l’ambulanza per all’montanare il bambino di appena 4 anni.

Solo dopo cinque o sei mesi sono iniziati gli incontri protetti tra la madre e il figlio e solo dopo 4 mesi, a seguito di continue istanze,  è stata fissata l’udienza.

Si comprende che un potere così, non può e non deve essere esercitato con superficialità, pressapochismo e spesso con incompetenza.

Ad ogni modo, un potere così autoritativo non può essere lasciato a libero arbitrio della pubblica amministrazione, ma deve essere riconosciuto esclusivamente al potere Giurisdizionale.

Purtroppo i problemi non riguardano solo il servizio sociale e le sue iniziative.

Occorre sottolineare anche l’inefficienza della Procura Minorile che spesso omette qualsiasi accertamento concreto sulle motivazioni degli allontanamenti ex art. 403 cc, che tra l’altro pochissime  volte vengono  argomentate da parte del servizio sociale.

Non voglio assolutamente in questa sede soffermarmi sul problema della giustizia minorile,  ma non si può fare a meno di sottolineare  che spesso manca una vera e propria istruttoria e che i ricorsi della Procura sono spesso dei meri dei copia incolla con le segnalazioni; nel  procedimento minorile  viene completamente dimenticato il diritto di difesa e le regole del giusto processo che dovrebbero caratterizzare ogni processo

Purtroppo, nell’affrontare queste tematiche si corre il rischio di essere addirittura banali.

E’ mai possibile che al peggior delinquente colto in flagranza di reato debbano essere garantiti, come giusto che sia, tutti i diritti previsti dal nostro ordinamento, e mi riferisco a titolo esemplificativo, alla notifica della notizia di reato, alla convalida del fermo entro dei termini stabiliti, il diritto di rispondere alle domande o di avvalersi della possibilità di non rispondere ed altro, mentre , diversamente ad un bambino viene negato ogni diritto?

Nel caso a cui ho fatto riferimento il bambino era stato portato via senza nessun concreto, di pericolo o di urgenza.

Tutto sommato ,sarebbe quanto meno normale, se accertata l’infondatezza delle motivazioni, il bambino potesse ritornare nella propria famiglia …e invece no questo non accade!!

Occorrono sempre valutazioni, percorsi (con le conseguenti lungaggini), che spesso vengono demandati agli stessi operatori che hanno attuato l’allentamento attraverso il  403 c.c..

Vi chiederete, “ammetteranno mai di aver sbagliato??? “…

La risposta è no, ed anzi l’eventuale contestazione dei genitori all’operato degli assistenti sociali verrà considerato come incapacità genitoriale.

E’ possibile ciò?

Ma è capitato ancora peggio: ad una dottoressa di Bologna è stata portata via la bambina con un 403 cc addirittura prima che nascesse.

Il problema era perché la mamma medico regolarmente sposata, il nonno materno chirurgo e la nonna materna insegnate, risultava in carico al Centro di Salute Mentale per una pregressa e datata depressione.

Incredibilmente, almeno dalle date degli atti risulta che la bambina è nata il 25 luglio, la segnalazione dell’assistente sociale avveniva in data 4 luglio, ed il decreto del TM che disponeva l’allentamento datato 10 luglio, mentre il ricorso del PM risulta del 2 agosto.

La cosa più incredibile è che tutto ciò è passato sotto il completo silenzio di tutti, ma ancora più incredibile è che la bambina è stata dichiara adottabile.

Tutto questo è normale?

Tutto questo può essere accettato?

Questi due casi sono l’esempio di un sistema malato.

Dovrebbe essere pacifico ,per quanto riguarda l’esecuzione (alquanto delicata ed invasiva) dell’art.403c.c., che lo stesso non possa essere eseguito, ogni qual volta manchino i presupposti dello stato di abbandono morale o materiale del minore, che deve essere accertato o ben evidente; quando manca l’esposizione del minore a grave pericolo per il suo benessere fisico e psichico a causa delle condizioni in cui è allevato, non può e non deve essere eseguito un all’adontamento ai sensi dell’art. 403 cc .

Il Tribunale ha l’obbligo di motivare il ratifica della richiesta del 403 cc e non appiattirsi sul ricorso del MPM o peggio accora consideralo un semplice atto amministrativo.

Ad ogni modo, in caso di allontanamento del minore, deve essere data priorità al collocamento presso parenti entro il quarto grado, piuttosto che presso estranei o istituti. Ai parenti entro il quarto grado la legge sulle adozioni riconosce un ruolo nell’ambito del procedimento che conduce alla dichiarazione di adottabilità, dovendo essere avvertiti dell’apertura del procedimento (art. 10) e potendo, con la loro presenza, escludere che il minore sia dichiarato definitivamente in stato di abbandono (artt. 11 e 12).

Altro tema che merita attenzione è la gestione delle strutture di accoglienza e delle case famiglie.

Appare surreale ma ad oggi non sappiamo con certezza nè quanti minori sono affidati ai servizi sociali, nè quanti siano collocati nelle strutture e ancora peggio quante case famiglie ci siano nel nostro territorio.

Tuttavia, la cosa grave è la quasi totale mancanza di sorveglianza, di ispezione e controllo sia sulla gestione che sullo stato dei minori collocati.

Mi sembra inverosimile che con semplici auto-certificazioni si possano aprire strutture così particolari e delicate che inevitabilmente incidono sulla vita delle persone.

Pertanto, non possiamo meravigliarci, se qualche struttura nella nostra regione, come anni fa ho denunciato pubblicamente, era gestita da un esponente delle BR che a suo tempo si era dichiarato prigioniero politico, o peggio ancora da soggetti magari imputati per maltrattamenti o addossatura per abusi sessuali.

Io ho sentito vari interventi dove molti hanno sostenuto la necessità di nuove leggi, di riforme epocali. Ebbene, io non sono tanto d’accordo su questo, viste anche le migliaia di leggi che ci sono nel nostro ordinamento.

Semplicemente, bisogna far rispettare le leggi che ci sono e soprattutto far valere il principio secondo il quale “chi sbaglia va a casa”.

E’ incredibile, che queste strutture spesso siano abbandonate a sè stesse come fossero la terra di nessuno.

La Procura dei Minori, gli assistenti sociali, il garante dell’infanzia (figura anonima a mio parere), i politici, i componenti della commissione infanzia, possono e dovrebbero fare le ispezioni, controllare la gestione, come vivono i minori.

Ebbene, per capire come anche questa situazione non funzioni per nulla, basta chiedere in primis alla Procura ed agli altri soggetti sopra indicati quante ispezioni hanno fatto in un anno, quante volte sono andati a controllare gli ambienti e la quotidianità vissuta dai minori.

Anche per quanto riguarda questo tema, mi sembra opportuno fare riferimento ad un caso concreto accaduto nella provincia di Ferrara.

Poco tempo ho depositato un esposto alla Procura di Ferrara, circostanziata e soprattutto corredata da fotografie dove si dimostrava, come si dice in Tribunale, “oltre ogni ragionevole dubbio”, la presenza di: soppalco pericolante, scarafaggi, ruggine dappertutto, muffa, docce rotte, cibi scaduti.

Se fossimo in paese normale questa struttura sarebbe stata chiusa  immediatamente ed il responsabile denunciato.

Siccome nel nostro paese il vero scandalo è paradossalmente che “nulla fa scandalo”, questa casa famiglia è aperta regolarmente e gestita sempre dalla stessa persona.

Il lato positivo è che, grazie alla mia denuncia sono stati fatti tutti i lavori di ripristino.

La cosa incredibile è che non solo a nome della mia assistita ma anche a nome di tutti gli altri ospiti ho depositato un’istanza con le foto anche presso il tribunale per i Minorenni, chiedendo che il fascicolo fosse trasmesso alla Procura per gli opportuni accertamenti, ma un giudice onorario (che fortunatamente è poi stato allontanato dal suo incarico per conflitti d’interessi),  riferiva nell’occasione che “con la questione processuale queste circostanze nulla avevano a che vedere”.

Ma ancora peggio è che i controlli da parte dei Nas, a cui mi ero rivolto, sono “casualmente” avvenuti quando i lavori di ristrutturazione erano conclusi.

Quindi tutto è passato come normale amministrazione.

Voglio precisare, che a distanza di due anni, la Procura della Repubblica di Ferrara nulla ha comunicato, quando addirittura, oltre alle foto, ho altresì depositato il preventivo lasciato in giro dai muratori che stavano effettuando i lavori dei lavori.

Sapete cosa mi hanno risposto i NAS di Bologna alle mie sollecitazioni: “noi quando siamo andati era tutto in regola…” forse bastava andarci prima, anzi bastava andarci mentre facevano i lavori, considerato che io stesso avevo provveduto a comunicarlo  agli stessi Nas.

Vado a concludere, auspicando che il tema dei minori e degli affidamenti venga affrontato seriamente da tutti senza farne una battaglia di colori odi fazioni; questo tema condizionato da conflitti di interessi, potere e tanti tanti soldi,  deve diventare per tutti una battaglia di giustizia e di vera civiltà.

Grazie a tutti.

Ferrara: tornando finalmente a casa madre e figlio collocati nella casa famiglia degli orrori

Dopo un anno di traversie di ogni genere, causate dai Servizi sociali, la donna e il suo bambino possono tornare a una vita normale
FERRARA (21 dicembre 2018). Un incubo durato un anno si è finalmente concluso per una donna di Ferrara e per il suo bambino: dopo tredici mesi di allontanamento, di famiglie affidatarie, di comunità fatiscenti, di tribunali, di stress, di vita vissuta in un limbo, il Tribunale dei minorenni di Bologna ha finalmente decretato che il piccolo possa fa ritorno nella casa dei nonni, dove potrà liberamente alloggiare anche la madre. Il bimbo, che non ha nemmeno 4 anni, potrà scartare i regali di Natale sotto l’albero a casa dei nonni materni, non più con dei genitori affidatari, non più dentro la fatiscente comunità dove era stato spostato alcuni mesi orsono. C’è voluto però un anno di caparbietà dimostrata dalla mamma del piccolo e dal suo legale, l’avvocato Francesco Miraglia, per ottenere giustizia contro i pregiudizi di una psicologa e di un’assistente sociale che, intravvedendo una disfunzionalità dell’attaccamento nella relazione tra madre e bimbo, li avevano separato a novembre dello scorso anno. Facendo patire loro sofferenze e disagi. «Ancora una volta si dimostra come il sistema dei Servizi sociali sia malato» dichiara l’avvocato Miraglia, «dove nessuno controlla, dove psicologi e assistenti sociali possono fare il bello e il cattivo tempo, disponendo a loro piacimento della vita delle persone, che però sono le persone più fragili, i bambini. Questo caso ha scoperchiato le falle del sistema, dove nessuno controlla cosa viene disposto dai Servizi sociali e come il controllo manchi anche sulle strutture di accoglienza». La donna era finita con il suo bambino all’interno della cosiddetta “casafamiglia degli orrori” di Cento, dove oltre alla ruggine, ai muri scrostati e ai fili elettrici a penzoloni, gli scarafaggi erano liberi di girare per le stanze pericolanti. «Siamo soddisfatti della felice risoluzione di questa vicenda» prosegue l’avvocato Miraglia, «ma quanti casi simili “senza voce” ci sono in Italia? Quante madri vengono allontanate dai propri figli per il “capriccio” di un’assistente sociale? Quante strutture di accoglienza ricevono contributi pubblici senza che però nessuno verifichi se siano agibili e vivibili? Ma soprattutto, chi potrà restituire un anno di serenità perduta alla mia assistita e, ancor di più, al suo bambino, che senza colpe e senza capirne il motivo, si è trovato a cambiare quattro ambienti, quattro case diverse?».
 
 

Bimbo di Ferrara allontanato senza motivo dalla madre e affidato a un’altra famiglia

Madre e figlio riuniti, da oggi insieme in una comunità
 
FERRARA (16 luglio 2018). Da oggi la mamma di Ferrara, che da novembre lotta per riavere con sé il proprio bimbo di tre anni, allontanato da lei senza un valido motivo e affidato a una coppia, si è riunita al suo figliolo. E sono entrati in una comunità – come la donna è sempre stata ben disposta ad andare – per seguire un percorso insieme. Primo passo sulla via del ritorno a vivere insieme, nella loro casa. «Tanto tuonò che piovve» commenta l’avvocato Francesco Miraglia, che segue la madre in questa lunga vicenda. «Alla fine, senza che sia cambiato nulla, il tribunale ha cambiato rotta e stabilito quello che chiedevamo da mesi: riunire madre e figlio e far seguire loro un percorso. Avevamo avuto ragione fin dall’inizio e alla fine ci è stato riconosciuto. Ma a che prezzo? Si è dovuta smuovere l’opinione pubblica, abbiamo denunciato le operatrici responsabili dell’allontanamento del bimbo per falso ideologico e falsa testimonianza, avanzato l’ipotesi di richiedere un risarcimento danni, coinvolto la politica a livello regionale. Tutto per cosa? Per ottenere quanto sostenevamo da sempre: madre e figlio non hanno problemi relazionali tra loro e possono tranquillamente vivere insieme. Potremmo anche dire ora che tutto è bene quel che finisce bene: sicuramente, però, continuerò a seguire la vicenda fino a quando questa madre non tornerà a casa con il piccolo. Solo allora considereremo definitivamente conclusa questa penosa e assurda vicenda».

Bimbo di Ferrara allontanata dalla madre per una telefonata: nuova denuncia per la psicologa e l’assistente sociale

Nuova denuncia per la psicologa e l’assistente sociale
Hanno mentito in tribunale
  
FERRARA, 7 aprile 2018. Non solo falso ideologico, bensì anche falsa testimonianza è la pesante accusa rivolta alla psicologa dei Servizi sociali in provincia di  Ferrara, responsabile dell’allontanamento da casa di un bimbo senza che vi siano motivazioni valide. Denunciata con lei anche l’assistente sociale: le due professioniste all’udienza fissata dal tribunale venerdì 6 aprile, oltre ad essersi presentate immotivatamente accompagnate da un avvocato, hanno anche rilasciato dichiarazioni non attinenti al vero. «Le loro dichiarazioni ci danno pure ragione, quando sosteniamo che la diagnosi su cui si basa l’allontanamento del bimbo dalla madre sia errata e palesemente viziata da pregiudizi» sottolinea l’avvocato Francesco Miraglia, cui la madre del piccolo si è affidata, «in quanto ammettono che il bimbo nemmeno l’hanno quasi mai visto (la madre l’hanno vista appena tre volte, una sola delle quali con il piccolo). Su cosa basano quindi il provvedimento? “Su quanto dichiarerebbero i genitori affidatari del bambino” hanno risposto. Ora, mi chiedo, quali competenze in materia di psicologia e neuropsichiatria infantile avranno mai questi signori, per fornire indicazioni sulle quali una psicologa e un’assistente sociale pronunciano una diagnosi?».
Oltre a questo, le due professioniste davanti al giudice hanno anche dichiarato il falso. I Servizi sociali hanno infatti affermato di non aver mai avviato un progetto di riavvicinamento tra madre e bambino, in quanto la signora avrebbe rifiutato di alloggiare, come prescrittole, in una casa famiglia insieme al figlio. «Ebbene, abbiamo prove documentali plurime che attestano il contrario» prosegue l’avvocato Miraglia, «in quanto la mia assistita fin da subito, pur di riavere con sé il bimbo, si era detta disposta ad accettare il provvedimento, a tal punto che abbiamo presentato il 19 dicembre un’istanza al tribunale chiedendo il collocamento di madre e bambino. Detto questo, a parte che i cittadini di Ferrara avrebbero il diritto di sapere chi abbia mai pagato gli avvocati con cui la psicologa e l’assistente sociale si sono presentante ieri in tribunale, pur non essendo necessario (noi lo ritentiamo piuttosto un’ammissione di colpa da parte loro), a parte l’ennesima denuncia presentata contro di loro da parte nostra, mi sono immediatamente rivolto sia al direttore generale dell’Asl di Ferrara che al Tribunale per i minorenni di Bologna, per chiedere la rimozione dal caso delle due professioniste. Ma soprattutto è lecito domandarsi quante persone ci siano a Ferrara che hanno subito un ingiusto allontanamento dei propri figli per diagnosi fatte alla leggera e sul “sentito dire”, che non emergono perché a differenza della mia assistita non possono permettersi a vario titolo di “lottare” contro un ingiusto provvedimento».
 

«Basta una telefonata per allontanare il figlio»

La denuncia del legale di una mamma il cui bimbo è affidato a un’altra famiglia «La donna non sapeva la motivazione e dopo mesi non è ancora stata sentita
È un sistema che distrugge, basta la segnalazione di uno qualsiasi, un vicino di casa, per far sì che un figlio sia staccato al genitore e quando chiedi risponde nessuno te le dà». Parole dure quelle di Francesco Miraglia, avvocato modenese che si sta occupando della triste vicenda di un minore (appena 3 anni) della nostra provincia, affidato ad un’altra famiglia ormai da cinque mesi e che al momento non può vedere alcun familiare.
I genitori sono separati, il minore in un primo momento stava con la madre e la famiglia di questa. Poi a far scoppiare il caso la telefonata del nuovo compagno ai carabinieri, secondo il quale la donna al telefono avrebbe minacciato il suicidio. «Una questione di gelosia, cose che poi l’uomo (querelato dalla madre, ndr) ha ritrattato, eppure secondo l’articolo 403 (intervento urgente della pubblica autorità per affidare un minore, ndr) il figlio è stato tolto alla madre, senza alcuna motivazione. Pensate che uno denunciato per furto viene processato per direttissima il giorno dopo, in questo caso la motivazione ci è stata data a distanza di mesi. Il Tribunale dei minori di Bologna – prosegue Miraglia – ha accolto le motivazioni dei servizi sociali basate su fatti travisati e non corrispondenti al vero, senza accertare la verità e affidando il minore ad un’altra famiglia».
Nel frattempo, i giorni (i mesi ormai) passano, l’avvocato scrive più volte al Tribunale di Bologna, motivando il fatto che il minore, data anche l’età, possa intanto stare con i nonni e la zia, quella che è sempre stata la sua famiglia, il suo mondo, i suoi affetti. Ma la situazione non cambia: «Inverosimile che un Tribunale dopo tutti questi mesi non si senta in dovere di fissare un’udienza per ascoltare la madre. Il piccolo non può tornare da lei, la psicologa ritiene che abbia una disfunzione di attaccamento verso la mamma, perché dopo gli incontri con lei, quando torna nella famiglia affidataria risponde male ai nuovi “genitori”: la psicologa lo ritiene legato al rapporto compromesso con la madre, ma non le è venuto in mente che forse è proprio il contrario? Che il piccolo soffre a doversi staccarsi dalla mamma e a tornare a casa da estranei? E sulla base di queste supposizioni pregiudizievoli e superficiali, non suffragate da alcun test, ha sospeso gli incontri tra la mia assistita e suo figlio».
E come – purtroppo – accade spesso in questi casi le persone coinvolte dall’altra parte trovano un muro di gomma: «Abbiamo chiesto udienza in Tribunale, abbiamo chiesto di cambiare psicologa, abbiamo chiesto un percorso alternativo che riavvicini madre e figlio, senza ottenere però alcuna risposta da nessuno. Ancor più grave il silenzio del direttore generale dell’Asl di Ferrara, del responsabile del servizio sociale referente, dell’assessore alle politiche sociale del Comune di residenza e di tutte le figure politiche coinvolte…», conclude l’avvocato. (d.b.)