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Ferrara, ha meno lavoro causa covid: l’ex moglie non gli fa vedere i figli

«Se non li mantieni, non li vedi». L’uomo è ricorso in tribunale

FERRARA (06 Maggio 2021). Spesso, in caso di separazioni difficili, per lo più sono le donne ad essere in difficoltà, per i maltrattamenti subiti dagli ex, per le azioni di stalking da parte loro, per i problemi economici dovuti alla difficile ripresa del lavoro dopo anni di inoccupazione a badare ai figli. Ma esistono storie di uomini maltrattati, che devono assumere la medesima importanza ed attenzione: le violenze non sono una questione di genere e il diritto ad essere genitori è paritario per entrambi. E sicuramente essere un buon genitore non dipende dal conto in banca.

A Ferrara un uomo non può vedere i suoi tre figli da Febbraio 2020, in quanto l’ex moglie glielo impedisce e non perché sia un padre violento o disattento, ma solo perché economicamente non versa abbastanza denaro.

È un artigiano, che con il terremoto avvenuto in Emilia Romagna nove anni fa aveva già cominciato a vedere una flessione nel suo lavoro. Nell’anno 2018 è stato colpito da infarto e le sue condizioni di salute stanno peggiorando, non permettendogli di lavorare come prima. La situazione, si è acuita enormemente dall’anno scorso, a causa della pandemia da Covid-19 e delle ristrettezze ad essa collegate, che si è portata via, oltre a migliaia di vittime, anche un enorme numero di posti di lavoro. 

Difficile, pertanto, per quest’uomo versare all’ex moglie, per il mantenimento dei tre figli, la cifra che lei riterrebbe congrua per il suo standard di vita. Cifra che comunque non le è necessaria per garantirle la sopravvivenza, in quanto ha un buon lavoro ben remunerato e abita in una casa di proprietà della sua famiglia, per la quale non paga né mutuo né affitto.

Ma visto che l’ex marito non versa quanto lei si aspetta, da anni gli impedisce di vedere i suoi figli, in maniera totalmente arbitraria, senza che vi sia un provvedimento legale in tal senso.

«Se non paghi abbastanza, non vedi i tuoi figli» gli ripete di continuo. Un comportamento vessatorio, l’ultimo di una lunga serie patita dall’uomo nel corso degli anni. Durante la loro relazione la donna era solita sminuirlo con offese denigratorie. La sua gelosia nei suoi confronti l’aveva anche portata a “sequestrarlo” in casa, privandolo delle chiavi del suo furgone e dell’abitazione.

Dopo la separazione, oltre a non fargli vedere i figli, la donna gli nega la possibilità di essere un genitore e di partecipare alla loro crescita: se stanno male o vengono ricoverati non lo avverte. Non lo ha invitato nemmeno alle loro cresime e non permetteva a lui di accompagnarli a scuola o andarli a prendere all’uscita.  Nel maggio 2015, rientrando dal lavoro, ha trovato che l’ex moglie aveva lasciato i loro figli con il nonno materno e con il divieto di farli prendere al padre. Chiamati i carabinieri e sporta denuncia, l’uomo attende ancora giustizia. Rivendicando quindi il diritto alla bigenitorialità, ha fatto ricorso al tribunale di Ferrara.

«Non esiste solo il problema delle mamme, ma anche quello riferito ai papà, sebbene meno noto e diffuso» dichiara l’avvocato Miraglia, al quale quest’uomo si è rivolto per poter rivedere i suoi figli «ed hanno la medesima valenza, in quanto entrambi sono genitori, con i medesimi diritti. È sbagliato estremizzare le vicende, sbilanciandole tutte verso un genitore anziché un altro, perché ci sono sia madri che padri che vivono situazioni di disagio. E questo ne è un caso concreto. Cosa ha fatto quest’uomo per essere giudicato un pessimo padre? Nulla, se non fosse che ha dovuto, suo malgrado, provvedere in misura minore al mantenimento dei figli. Ma che colpa ne ha e soprattutto la capacità genitoriale si basa sulla capacità economica? Fintantoché pagava era un buon padre, adesso che ha meno possibilità improvvisamente è diventato un pessimo genitore? Ci auguriamo che il tribunale accolga il nostro ricorso e affidi i figli ad entrambi i genitori, disciplinando gli incontri tra i ragazzi e il loro padre, secondo un principio di equità e giustizia».

Ferrara: intervento alla commissione d’inchiesta affidi.

Buongiorno,
prima di iniziare il tema che ci occupa, ringrazio prima di tutto il Presidente e i vari componenti della commissione che mi hanno dato l’opportunità di intervenire oggi.

Purtroppo, in generale tanti, troppi sono i temi che riguardano i minori e nello specifico l’operato dei servizi sociali, gli allentamenti, gli affidamenti sine die, la gestione delle strutture dirette all’accoglienza dei stessi minori e per ultimo, non per importanza il problema della giustizia minorile.

Uno dei temi che merita sicuramente un’attenta e profonda riflessione è l’applicazione dell’art. 403 cc  da parte dei servizi sociali.

L’articolo 403 cc. Dispone  che 2quando il minore è moralmente o materialmente abbandonato  o è allevato in locali insalubri o pericolosi, oppure da persone per negligenza, immoralità, ignoranza o per altri motivi incapaci di provvedere all’educazione di lui, la pubblica autorità, a mezzo degli organi di protezione dell’infanzia, lo colloca in luogo sicuro, sino a quando si possa provvedere in modo definitivo alla sua protezione2..

Il ricorso a tale articolo deve avvenire solo quando sia esclusa la possibilità di altre soluzioni e sia accertata la condizione di assoluta urgenza e di grave rischio per il minore, che richieda un intervento immediato di protezione; dell’allontanamento deve darsi tempestiva comunicazione alla competente Procura minorile per le iniziative del caso.

Primo problema: bisogna chiedersi se queste decisioni vengono prese nella piena consapevolezza della Tutela dei diritti dei minori e della salute dei stessi, tenendo o conto dei probabili futuri gravi danni conseguenti all’allentamento della famiglia di origine.

 

Infatti, una errata applicazione di tale procedura comporta delle situazioni disastrose e dannose  per il minore, per i genitori o/e ancor peggio per l’intera famiglia.

Tempo fa mi sono occupato di un caso nel ferrarese ove è bastata una semplice telefonata di un ex fidanzato che dopo essere stato lasciato dalla compagna ha telefonato ai carabinieri sostenendo che la stessa volesse suicidarsi con il figlio per fa scattare questa tremenda procedura.

Ebbene, doposoli due giorni si sono presentati 4 assistenti sociali, ed una pattuglia dei Carabinieri, l’ambulanza per all’montanare il bambino di appena 4 anni.

Solo dopo cinque o sei mesi sono iniziati gli incontri protetti tra la madre e il figlio e solo dopo 4 mesi, a seguito di continue istanze,  è stata fissata l’udienza.

Si comprende che un potere così, non può e non deve essere esercitato con superficialità, pressapochismo e spesso con incompetenza.

Ad ogni modo, un potere così autoritativo non può essere lasciato a libero arbitrio della pubblica amministrazione, ma deve essere riconosciuto esclusivamente al potere Giurisdizionale.

Purtroppo i problemi non riguardano solo il servizio sociale e le sue iniziative.

Occorre sottolineare anche l’inefficienza della Procura Minorile che spesso omette qualsiasi accertamento concreto sulle motivazioni degli allontanamenti ex art. 403 cc, che tra l’altro pochissime  volte vengono  argomentate da parte del servizio sociale.

Non voglio assolutamente in questa sede soffermarmi sul problema della giustizia minorile,  ma non si può fare a meno di sottolineare  che spesso manca una vera e propria istruttoria e che i ricorsi della Procura sono spesso dei meri dei copia incolla con le segnalazioni; nel  procedimento minorile  viene completamente dimenticato il diritto di difesa e le regole del giusto processo che dovrebbero caratterizzare ogni processo

Purtroppo, nell’affrontare queste tematiche si corre il rischio di essere addirittura banali.

E’ mai possibile che al peggior delinquente colto in flagranza di reato debbano essere garantiti, come giusto che sia, tutti i diritti previsti dal nostro ordinamento, e mi riferisco a titolo esemplificativo, alla notifica della notizia di reato, alla convalida del fermo entro dei termini stabiliti, il diritto di rispondere alle domande o di avvalersi della possibilità di non rispondere ed altro, mentre , diversamente ad un bambino viene negato ogni diritto?

Nel caso a cui ho fatto riferimento il bambino era stato portato via senza nessun concreto, di pericolo o di urgenza.

Tutto sommato ,sarebbe quanto meno normale, se accertata l’infondatezza delle motivazioni, il bambino potesse ritornare nella propria famiglia …e invece no questo non accade!!

Occorrono sempre valutazioni, percorsi (con le conseguenti lungaggini), che spesso vengono demandati agli stessi operatori che hanno attuato l’allentamento attraverso il  403 c.c..

Vi chiederete, “ammetteranno mai di aver sbagliato??? “…

La risposta è no, ed anzi l’eventuale contestazione dei genitori all’operato degli assistenti sociali verrà considerato come incapacità genitoriale.

E’ possibile ciò?

Ma è capitato ancora peggio: ad una dottoressa di Bologna è stata portata via la bambina con un 403 cc addirittura prima che nascesse.

Il problema era perché la mamma medico regolarmente sposata, il nonno materno chirurgo e la nonna materna insegnate, risultava in carico al Centro di Salute Mentale per una pregressa e datata depressione.

Incredibilmente, almeno dalle date degli atti risulta che la bambina è nata il 25 luglio, la segnalazione dell’assistente sociale avveniva in data 4 luglio, ed il decreto del TM che disponeva l’allentamento datato 10 luglio, mentre il ricorso del PM risulta del 2 agosto.

La cosa più incredibile è che tutto ciò è passato sotto il completo silenzio di tutti, ma ancora più incredibile è che la bambina è stata dichiara adottabile.

Tutto questo è normale?

Tutto questo può essere accettato?

Questi due casi sono l’esempio di un sistema malato.

Dovrebbe essere pacifico ,per quanto riguarda l’esecuzione (alquanto delicata ed invasiva) dell’art.403c.c., che lo stesso non possa essere eseguito, ogni qual volta manchino i presupposti dello stato di abbandono morale o materiale del minore, che deve essere accertato o ben evidente; quando manca l’esposizione del minore a grave pericolo per il suo benessere fisico e psichico a causa delle condizioni in cui è allevato, non può e non deve essere eseguito un all’adontamento ai sensi dell’art. 403 cc .

Il Tribunale ha l’obbligo di motivare il ratifica della richiesta del 403 cc e non appiattirsi sul ricorso del MPM o peggio accora consideralo un semplice atto amministrativo.

Ad ogni modo, in caso di allontanamento del minore, deve essere data priorità al collocamento presso parenti entro il quarto grado, piuttosto che presso estranei o istituti. Ai parenti entro il quarto grado la legge sulle adozioni riconosce un ruolo nell’ambito del procedimento che conduce alla dichiarazione di adottabilità, dovendo essere avvertiti dell’apertura del procedimento (art. 10) e potendo, con la loro presenza, escludere che il minore sia dichiarato definitivamente in stato di abbandono (artt. 11 e 12).

Altro tema che merita attenzione è la gestione delle strutture di accoglienza e delle case famiglie.

Appare surreale ma ad oggi non sappiamo con certezza nè quanti minori sono affidati ai servizi sociali, nè quanti siano collocati nelle strutture e ancora peggio quante case famiglie ci siano nel nostro territorio.

Tuttavia, la cosa grave è la quasi totale mancanza di sorveglianza, di ispezione e controllo sia sulla gestione che sullo stato dei minori collocati.

Mi sembra inverosimile che con semplici auto-certificazioni si possano aprire strutture così particolari e delicate che inevitabilmente incidono sulla vita delle persone.

Pertanto, non possiamo meravigliarci, se qualche struttura nella nostra regione, come anni fa ho denunciato pubblicamente, era gestita da un esponente delle BR che a suo tempo si era dichiarato prigioniero politico, o peggio ancora da soggetti magari imputati per maltrattamenti o addossatura per abusi sessuali.

Io ho sentito vari interventi dove molti hanno sostenuto la necessità di nuove leggi, di riforme epocali. Ebbene, io non sono tanto d’accordo su questo, viste anche le migliaia di leggi che ci sono nel nostro ordinamento.

Semplicemente, bisogna far rispettare le leggi che ci sono e soprattutto far valere il principio secondo il quale “chi sbaglia va a casa”.

E’ incredibile, che queste strutture spesso siano abbandonate a sè stesse come fossero la terra di nessuno.

La Procura dei Minori, gli assistenti sociali, il garante dell’infanzia (figura anonima a mio parere), i politici, i componenti della commissione infanzia, possono e dovrebbero fare le ispezioni, controllare la gestione, come vivono i minori.

Ebbene, per capire come anche questa situazione non funzioni per nulla, basta chiedere in primis alla Procura ed agli altri soggetti sopra indicati quante ispezioni hanno fatto in un anno, quante volte sono andati a controllare gli ambienti e la quotidianità vissuta dai minori.

Anche per quanto riguarda questo tema, mi sembra opportuno fare riferimento ad un caso concreto accaduto nella provincia di Ferrara.

Poco tempo ho depositato un esposto alla Procura di Ferrara, circostanziata e soprattutto corredata da fotografie dove si dimostrava, come si dice in Tribunale, “oltre ogni ragionevole dubbio”, la presenza di: soppalco pericolante, scarafaggi, ruggine dappertutto, muffa, docce rotte, cibi scaduti.

Se fossimo in paese normale questa struttura sarebbe stata chiusa  immediatamente ed il responsabile denunciato.

Siccome nel nostro paese il vero scandalo è paradossalmente che “nulla fa scandalo”, questa casa famiglia è aperta regolarmente e gestita sempre dalla stessa persona.

Il lato positivo è che, grazie alla mia denuncia sono stati fatti tutti i lavori di ripristino.

La cosa incredibile è che non solo a nome della mia assistita ma anche a nome di tutti gli altri ospiti ho depositato un’istanza con le foto anche presso il tribunale per i Minorenni, chiedendo che il fascicolo fosse trasmesso alla Procura per gli opportuni accertamenti, ma un giudice onorario (che fortunatamente è poi stato allontanato dal suo incarico per conflitti d’interessi),  riferiva nell’occasione che “con la questione processuale queste circostanze nulla avevano a che vedere”.

Ma ancora peggio è che i controlli da parte dei Nas, a cui mi ero rivolto, sono “casualmente” avvenuti quando i lavori di ristrutturazione erano conclusi.

Quindi tutto è passato come normale amministrazione.

Voglio precisare, che a distanza di due anni, la Procura della Repubblica di Ferrara nulla ha comunicato, quando addirittura, oltre alle foto, ho altresì depositato il preventivo lasciato in giro dai muratori che stavano effettuando i lavori dei lavori.

Sapete cosa mi hanno risposto i NAS di Bologna alle mie sollecitazioni: “noi quando siamo andati era tutto in regola…” forse bastava andarci prima, anzi bastava andarci mentre facevano i lavori, considerato che io stesso avevo provveduto a comunicarlo  agli stessi Nas.

Vado a concludere, auspicando che il tema dei minori e degli affidamenti venga affrontato seriamente da tutti senza farne una battaglia di colori odi fazioni; questo tema condizionato da conflitti di interessi, potere e tanti tanti soldi,  deve diventare per tutti una battaglia di giustizia e di vera civiltà.

Grazie a tutti.

Ferrara: tornando finalmente a casa madre e figlio collocati nella casa famiglia degli orrori

Dopo un anno di traversie di ogni genere, causate dai Servizi sociali, la donna e il suo bambino possono tornare a una vita normale
FERRARA (21 dicembre 2018). Un incubo durato un anno si è finalmente concluso per una donna di Ferrara e per il suo bambino: dopo tredici mesi di allontanamento, di famiglie affidatarie, di comunità fatiscenti, di tribunali, di stress, di vita vissuta in un limbo, il Tribunale dei minorenni di Bologna ha finalmente decretato che il piccolo possa fa ritorno nella casa dei nonni, dove potrà liberamente alloggiare anche la madre. Il bimbo, che non ha nemmeno 4 anni, potrà scartare i regali di Natale sotto l’albero a casa dei nonni materni, non più con dei genitori affidatari, non più dentro la fatiscente comunità dove era stato spostato alcuni mesi orsono. C’è voluto però un anno di caparbietà dimostrata dalla mamma del piccolo e dal suo legale, l’avvocato Francesco Miraglia, per ottenere giustizia contro i pregiudizi di una psicologa e di un’assistente sociale che, intravvedendo una disfunzionalità dell’attaccamento nella relazione tra madre e bimbo, li avevano separato a novembre dello scorso anno. Facendo patire loro sofferenze e disagi. «Ancora una volta si dimostra come il sistema dei Servizi sociali sia malato» dichiara l’avvocato Miraglia, «dove nessuno controlla, dove psicologi e assistenti sociali possono fare il bello e il cattivo tempo, disponendo a loro piacimento della vita delle persone, che però sono le persone più fragili, i bambini. Questo caso ha scoperchiato le falle del sistema, dove nessuno controlla cosa viene disposto dai Servizi sociali e come il controllo manchi anche sulle strutture di accoglienza». La donna era finita con il suo bambino all’interno della cosiddetta “casafamiglia degli orrori” di Cento, dove oltre alla ruggine, ai muri scrostati e ai fili elettrici a penzoloni, gli scarafaggi erano liberi di girare per le stanze pericolanti. «Siamo soddisfatti della felice risoluzione di questa vicenda» prosegue l’avvocato Miraglia, «ma quanti casi simili “senza voce” ci sono in Italia? Quante madri vengono allontanate dai propri figli per il “capriccio” di un’assistente sociale? Quante strutture di accoglienza ricevono contributi pubblici senza che però nessuno verifichi se siano agibili e vivibili? Ma soprattutto, chi potrà restituire un anno di serenità perduta alla mia assistita e, ancor di più, al suo bambino, che senza colpe e senza capirne il motivo, si è trovato a cambiare quattro ambienti, quattro case diverse?».
 
 

Rimosse la psicologa e l'assistente sociale responsabili del procedimento, la madre le cita per danni

Bimbo di Ferrara allontanato senza motivo dalla madre e affidato a un’altra famiglia
 
 
FERRARA (27 Settembre 2018). Sono state “promosse” la psicologa e l’assistente sociale, responsabili dell’ingiusto e inutile allontanamento di un bimbo dalla propria madre, e sono state assegnate altrove. Non si occupano più del caso e questo per la madre è già un sollievo. Ma la vicenda è tutt’altro che vicina dall’essere risolta. Innanzitutto la donna le ha citate per danni, per l’immotivata decisione assunta di dare dapprima il piccolo in affidamento e poi di alloggiarlo insieme con lei in una comunità, sebbene il loro contesto familiare fosse amorevole e idoneo. In secondo luogo le due professioniste sono state spostate, ma il caso è ancora pendente: l’Asl di Ferrara non risponde, madre e figlio vivono in comunità a spese della collettività e soprattutto senza un percorso di sostegno (se ma fosse necessario) né possibilità di condurre una vita normale. Trovandosi di fatto “reclusa” dentro la struttura, la donna è stata costretta ad abbandonare il proprio lavoro. Dovesse uscire domani, come manterrebbe se stessa e il suo bambino?
La vicenda è nata male e rischia di finire peggio per pasticci, anzi per colpevoli comportamenti della psicologa e dell’assistente sociale, che adesso sarà un giudice a dover valutare.
«Le due professioniste sono talmente brave da essere state “promosse”» commenta l’avvocato Francesco Miraglia, che da sempre segue la vicenda come legale della madre del piccolo. «Dovrebbero ringraziarci, per aver messo in luce il loro operato, mi verrebbe da dire sarcastico. Se per lo meno le due operatrici, che hanno dimostrato gravi pregiudizi e negligenze, non seguono più il caso della mia assistita e di suo figlio, purtroppo però sono rimasti in un limbo da cui nessuno li fa uscire. Le ripetute richieste all’Asl di Ferrara di conoscere se madre e bambino debbano stare in comunità per seguire un percorso terapeutico non hanno trovato risposta, né a noi e nemmeno al tribunale. Mamma e figlio restano pertanto parcheggiati nella struttura, senza conoscerne il motivo. Non potevamo quindi che citare in giudizio per danno le due professioniste e le amministrazioni pubbliche da cui dipendono. In attesa di rivederle in tribunale, urge però che qualcuno prenda seriamente in mano il caso e lo conduca a termine, per il bene del bambino. Non osiamo immaginare come l’allontanamento dalla madre per essere affidato a un’altra famiglia prima e adesso la vita da “recluso” in una comun

Bimbo di Ferrara allontanato senza motivo dalla madre e affidato a un’altra famiglia

Madre e figlio riuniti, da oggi insieme in una comunità
 
FERRARA (16 luglio 2018). Da oggi la mamma di Ferrara, che da novembre lotta per riavere con sé il proprio bimbo di tre anni, allontanato da lei senza un valido motivo e affidato a una coppia, si è riunita al suo figliolo. E sono entrati in una comunità – come la donna è sempre stata ben disposta ad andare – per seguire un percorso insieme. Primo passo sulla via del ritorno a vivere insieme, nella loro casa. «Tanto tuonò che piovve» commenta l’avvocato Francesco Miraglia, che segue la madre in questa lunga vicenda. «Alla fine, senza che sia cambiato nulla, il tribunale ha cambiato rotta e stabilito quello che chiedevamo da mesi: riunire madre e figlio e far seguire loro un percorso. Avevamo avuto ragione fin dall’inizio e alla fine ci è stato riconosciuto. Ma a che prezzo? Si è dovuta smuovere l’opinione pubblica, abbiamo denunciato le operatrici responsabili dell’allontanamento del bimbo per falso ideologico e falsa testimonianza, avanzato l’ipotesi di richiedere un risarcimento danni, coinvolto la politica a livello regionale. Tutto per cosa? Per ottenere quanto sostenevamo da sempre: madre e figlio non hanno problemi relazionali tra loro e possono tranquillamente vivere insieme. Potremmo anche dire ora che tutto è bene quel che finisce bene: sicuramente, però, continuerò a seguire la vicenda fino a quando questa madre non tornerà a casa con il piccolo. Solo allora considereremo definitivamente conclusa questa penosa e assurda vicenda».

Bimbo di Ferrara allontanata dalla madre per una telefonata: nuova denuncia per la psicologa e l’assistente sociale

Nuova denuncia per la psicologa e l’assistente sociale
Hanno mentito in tribunale
  
FERRARA, 7 aprile 2018. Non solo falso ideologico, bensì anche falsa testimonianza è la pesante accusa rivolta alla psicologa dei Servizi sociali in provincia di  Ferrara, responsabile dell’allontanamento da casa di un bimbo senza che vi siano motivazioni valide. Denunciata con lei anche l’assistente sociale: le due professioniste all’udienza fissata dal tribunale venerdì 6 aprile, oltre ad essersi presentate immotivatamente accompagnate da un avvocato, hanno anche rilasciato dichiarazioni non attinenti al vero. «Le loro dichiarazioni ci danno pure ragione, quando sosteniamo che la diagnosi su cui si basa l’allontanamento del bimbo dalla madre sia errata e palesemente viziata da pregiudizi» sottolinea l’avvocato Francesco Miraglia, cui la madre del piccolo si è affidata, «in quanto ammettono che il bimbo nemmeno l’hanno quasi mai visto (la madre l’hanno vista appena tre volte, una sola delle quali con il piccolo). Su cosa basano quindi il provvedimento? “Su quanto dichiarerebbero i genitori affidatari del bambino” hanno risposto. Ora, mi chiedo, quali competenze in materia di psicologia e neuropsichiatria infantile avranno mai questi signori, per fornire indicazioni sulle quali una psicologa e un’assistente sociale pronunciano una diagnosi?».
Oltre a questo, le due professioniste davanti al giudice hanno anche dichiarato il falso. I Servizi sociali hanno infatti affermato di non aver mai avviato un progetto di riavvicinamento tra madre e bambino, in quanto la signora avrebbe rifiutato di alloggiare, come prescrittole, in una casa famiglia insieme al figlio. «Ebbene, abbiamo prove documentali plurime che attestano il contrario» prosegue l’avvocato Miraglia, «in quanto la mia assistita fin da subito, pur di riavere con sé il bimbo, si era detta disposta ad accettare il provvedimento, a tal punto che abbiamo presentato il 19 dicembre un’istanza al tribunale chiedendo il collocamento di madre e bambino. Detto questo, a parte che i cittadini di Ferrara avrebbero il diritto di sapere chi abbia mai pagato gli avvocati con cui la psicologa e l’assistente sociale si sono presentante ieri in tribunale, pur non essendo necessario (noi lo ritentiamo piuttosto un’ammissione di colpa da parte loro), a parte l’ennesima denuncia presentata contro di loro da parte nostra, mi sono immediatamente rivolto sia al direttore generale dell’Asl di Ferrara che al Tribunale per i minorenni di Bologna, per chiedere la rimozione dal caso delle due professioniste. Ma soprattutto è lecito domandarsi quante persone ci siano a Ferrara che hanno subito un ingiusto allontanamento dei propri figli per diagnosi fatte alla leggera e sul “sentito dire”, che non emergono perché a differenza della mia assistita non possono permettersi a vario titolo di “lottare” contro un ingiusto provvedimento».
 

«Basta una telefonata per allontanare il figlio»

La denuncia del legale di una mamma il cui bimbo è affidato a un’altra famiglia «La donna non sapeva la motivazione e dopo mesi non è ancora stata sentita
È un sistema che distrugge, basta la segnalazione di uno qualsiasi, un vicino di casa, per far sì che un figlio sia staccato al genitore e quando chiedi risponde nessuno te le dà». Parole dure quelle di Francesco Miraglia, avvocato modenese che si sta occupando della triste vicenda di un minore (appena 3 anni) della nostra provincia, affidato ad un’altra famiglia ormai da cinque mesi e che al momento non può vedere alcun familiare.
I genitori sono separati, il minore in un primo momento stava con la madre e la famiglia di questa. Poi a far scoppiare il caso la telefonata del nuovo compagno ai carabinieri, secondo il quale la donna al telefono avrebbe minacciato il suicidio. «Una questione di gelosia, cose che poi l’uomo (querelato dalla madre, ndr) ha ritrattato, eppure secondo l’articolo 403 (intervento urgente della pubblica autorità per affidare un minore, ndr) il figlio è stato tolto alla madre, senza alcuna motivazione. Pensate che uno denunciato per furto viene processato per direttissima il giorno dopo, in questo caso la motivazione ci è stata data a distanza di mesi. Il Tribunale dei minori di Bologna – prosegue Miraglia – ha accolto le motivazioni dei servizi sociali basate su fatti travisati e non corrispondenti al vero, senza accertare la verità e affidando il minore ad un’altra famiglia».
Nel frattempo, i giorni (i mesi ormai) passano, l’avvocato scrive più volte al Tribunale di Bologna, motivando il fatto che il minore, data anche l’età, possa intanto stare con i nonni e la zia, quella che è sempre stata la sua famiglia, il suo mondo, i suoi affetti. Ma la situazione non cambia: «Inverosimile che un Tribunale dopo tutti questi mesi non si senta in dovere di fissare un’udienza per ascoltare la madre. Il piccolo non può tornare da lei, la psicologa ritiene che abbia una disfunzione di attaccamento verso la mamma, perché dopo gli incontri con lei, quando torna nella famiglia affidataria risponde male ai nuovi “genitori”: la psicologa lo ritiene legato al rapporto compromesso con la madre, ma non le è venuto in mente che forse è proprio il contrario? Che il piccolo soffre a doversi staccarsi dalla mamma e a tornare a casa da estranei? E sulla base di queste supposizioni pregiudizievoli e superficiali, non suffragate da alcun test, ha sospeso gli incontri tra la mia assistita e suo figlio».
E come – purtroppo – accade spesso in questi casi le persone coinvolte dall’altra parte trovano un muro di gomma: «Abbiamo chiesto udienza in Tribunale, abbiamo chiesto di cambiare psicologa, abbiamo chiesto un percorso alternativo che riavvicini madre e figlio, senza ottenere però alcuna risposta da nessuno. Ancor più grave il silenzio del direttore generale dell’Asl di Ferrara, del responsabile del servizio sociale referente, dell’assessore alle politiche sociale del Comune di residenza e di tutte le figure politiche coinvolte…», conclude l’avvocato. (d.b.)

L’avvocato Miraglia: a chi giova tutto questo?

Bimbo di Ferrara allontanato senza motivo dalla madre e dato in affidamento a un’altra famiglia. I pregiudizi di una psicologa stanno gravemente nuocendo alla stabilità del piccolo
 
FERRARA, 16 marzo 2018. Ha strappato un bimbo alla madre, che pure lo amava e lo accudiva al meglio, affidandolo a un’altra famiglia. Senza motivo apparente, anzi, motivando la decisione con presunte disfunzionalità dell’attaccamento tra madre e bimbo, non suffragate da alcun test, alcuna prova scientifica, niente. Puro pregiudizio. Solo che il comportamento superficiale di una psicologa dei Servizi sociali di Ferrara sta danneggiando seriamente la serenità del piccino, di tre anni appena.
«Il Tribunale dei minori di Bologna ha accolto le motivazioni dei Servizi sociali basati su fatti travisati e non corrispondenti al vero, senza accertare la verità» sottolinea l’avvocato Francesco Miraglia, che difende la madre, «emettendo a novembre un provvedimento di allontanamento da casa e affidamento del bimbo a un’altra famiglia».
Pur avendo la madre immediatamente presentato ricorso, ad oggi, dopo quattro mesi, non è giunta nessuna risposta né dal Tribunale né dall’Asl e il piccolo continua a rimanere lontano dalla mamma, dai nonni e dalla zia, che erano la sua famiglia, il suo mondo, i suoi affetti. Perché? Senza motivo apparente.
«Inverosimile che un Tribunale dopo tutti questi mesi, non si senta in dovere di fissare un’udienza per ascoltare la madre» prosegue l’avvocato Miraglia. «Il piccolo non può tornare da lei perché la psicologa ritiene che abbia una disfunzione di attaccamento verso la mamma, perché dopo gli incontri con lei, quando torna nella famiglia affidataria, risponde male ai nuovi “genitori”: la psicologa lo ritiene legato al rapporto compromesso con la madre, ma non le è venuto in mente che forse è proprio il contrario? Che il piccolo soffre a doversi staccarsi dalla mamma e a tornare a casa da estranei?  E sulla base di queste supposizioni pregiudizievoli e superficiali, non suffragate da alcun test, ha sospeso gli incontri tra la mia assistita e il suo bambino. Abbiamo chiesto udienza in tribunale, abbiamo chiesto di cambiare psicologa, abbiamo chiesto un percorso alternativo che riavvicini madre e figlio, senza ottenere però alcuna risposta da nessuno. A chi giova allora tutto questo? Al piccolo no di sicuro, sebbene tutto questo sarebbe stato fatto per il suo bene. Quale bene? Quanto ancora dovrà soffrire questo bambino prima che qualcuno intervenga?».
Ancora più grave è il silenzio del Direttore Generale dell’ASL di Ferrara, Il responsabile del servizio sociale referente, dell’assessore alle politiche sociale del comune di residenza del Presidente della Regione, dell’Assessore alle Politiche Sociali della Regione.
Mi viene un dubbio, forse ad elezioni finite poco interessano i diritti delle persone …..
 

Minori vittime dei divorzi: l'appello di Chiara, "Aiutatemi, conosco i miei diritti"

Minori vittime dei divorzi: l’appello di Chiara, “Aiutatemi, conosco i miei diritti”
In Italia, sono più di 19 mila i minori ospitati nelle strutture di accoglienza. A dichiararlo è l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza. Fra questi ci sarebbe anche Chiara, l’adolescente di Ferrara che si nega al provvedimento del giudice di trasferirsi in una casa-famiglia
03 dicembre 2015

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ROMA – “In tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza sia delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, l’interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente”. Così recita l’articolo 3 della Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, ratificata dall’Italia il 27 maggio del 1991. Il luogo in cui la “preminenza” dell’interesse del minore viene compromessa maggiormente è la famiglia. A segnalarlo è l’AGIA, l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, all’interno della relazione presentata a maggio del 2015 in Parlamento.
Il rapporto del Garante. Delle 506 segnalazioni ricevute nel 2014  –  non dissimili dai dati raccolti nel biennio precedente  –  si registra una “netta prevalenza di casi inerenti alla conflittualità familiare”. Si tratta soprattutto di “coppie gravemente conflittuali”. Dalla prima raccolta dati sperimentale, elaborata dall’AGIA in collaborazione con le 29 Procure della Repubblica, si evince che, fino al 2014, gli ospiti minorenni presenti nelle strutture del territorio nazionale sono 19.245.
Il disperato appello di una 14enne. In una di queste strutture è stata destinata anche Chiara, nome di fantasia scelto per tutelare la privacy dell’adolescente di Ferrara, vittima della diatriba giudiziaria tra i genitori che le sta impedendo di vivere serenamente, privandola della possibilità di studiare e di danzare. Chiara è una ballerina da quando era piccola. Oggi ha 14 anni e danzare, per lei, è molto più di un sogno: è una ragione di vita. A dimostrarlo sono le parole che la minore ha rivolto al Garante per l’Infanzia. Un appello disperato: “Aiutatemi. Conosco i miei diritti”.
Il minore dice “No!” al provvedimento del giudice. Quattro ore le sono servite per chiarire la sua posizione, quando il 25 novembre scorso è stata convocata in Questura a Ferrara, dove ha incontrato la tutrice e l’assistente sociale che si stanno occupando del caso. In quest’occasione, l’adolescente si è opposta al provvedimento dell’autorità giudiziaria, che prevede l’allontanamento dalla madre e il trasferimento della minore a Roma, presso una casa-famiglia, ribadendo la volontà di perseguire il suo sogno di ballerina a Milano.
Vita da reclusa: niente scuola né danza. Un sogno, però, al momento infranto. Infatti, Chiara vive reclusa in casa oramai da tre mesi. I mancati nullaosta non le consentono di andare a scuola e, sebbene dimostri particolare dedizione, tanto da tenersi aggiornata sui programmi scolastici per mezzo del web, questa condizione non le assicura il diritto allo studio né una vita serena e normale, come dovrebbe essere quella di una ragazzina della sua età.
La danza e le lingue: un sogno spezzato. La giovane promessa della danza ferrarese vede sfumare gli obiettivi che si era prefissata per quest’anno: frequentare una prestigiosa scuola di danza a Milano (dopo aver conseguito l’ammissione) e iscriversi a un liceo linguistico per imparare l’inglese e il francese, che  –  come lei stessa sottolinea nell’appello  –  “serviranno per la carriera da danzatrice”. Ad oggi, però, le vicende giudiziarie tra i genitori, seguite dal Tribunale di Roma, non le consentono di portare a compimento i suoi desideri e la costringono a vivere nell’angoscia.
La testimonianza del legale. “La ragazza teme ogni squillo del campanello, terrorizzata che la portino di forza nella capitale”, scrive Francesco Miraglia, legale della madre, all’interno della lettera aperta inviata al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e al ministro della Giustizia, Andrea Orlando. E continua: “Sta vivendo peggio che se fosse stata condannata alla detenzione carceraria, senza però aver commesso reato alcuno. Può dirsi una colpa quella di essere nata da due genitori che non vanno d’accordo?”. L’avvocato fa sapere anche che “il giudice, nonostante la minore lo abbia richiesto, si è rifiutato di incontrarla personalmente”.
La solidarietà del web e degli amici. La stessa Chiara si interroga sul motivo di tali privazioni: “Ho sempre studiato e ho sempre preso bellissimi voti. Non capisco perché mi si dovrebbe punire in questo modo”. In difesa della minore si è schierato il CCDU, il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani (https://www. ccdu. org/comunicati/ferrara-circa-200-giovane-ballerina), presente durante la manifestazione dello scorso 21 novembre nella città estense. Anche il web si è mobilitato in suo favore: sono oltre cinquemila i sostenitori del gruppo pubblico, presente su Facebook, “Amici della giovane promessa ferrarese della danza”.
Art. 34 e art. 3 della Costituzione. Risulta evidente, nella storia di Chiara, che il tempo della giustizia sia diverso da quello dell’esistenza, ancor più quando  –  come nel suo caso  –  una innocente, minore, paga a carissimo prezzo gli errori altrui, subendo una condizione disumana che la vede privata a soli 14 anni del diritto allo studio, sancito dall’art. 34 della Costituzione, e della libertà di avere un sogno (diventare una ballerina professionista) come invece le assicurerebbe l’art. 3 che stabilisce l’impegno della Repubblica a “rimuovere gli ostacoli, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.
 
 
http://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2015/12/03/news/minori_vittime_dei_divorzi_l_appello_di_chiara_aiutatemi_conosco_i_miei_diritti_-128734162/

Appello a Mattarella per la ballerina contesa

 
GIOVANE PROMESSA DELLA DANZA CHIUSA IN CASA: VORREBBE STUDIARE A MILANO, IL TRIBUNALE LE IMPONE ROMA
 
SIAMO SICURI CHE LA GIUSTIZIA FACCIA IL BENE DEI BAMBINI.
Lettera aperta dell’avvocato Francesco Miraglia al presidente della Repubblica Sergio Mattarella
 
e al ministro della Giustizia Andrea Orlando
ROMA. C’è una ragazzina, una ballerina di 14 anni che vive a Ferrara con la madre: sogna di danzare alla Scala di Milano, ha ottenuto di essere ammessa a una scuola di danza milanese. Potrebbe coronare il suo sogno, ma una diatriba tra i genitori ha coinvolto il Tribunale di Roma, il quale ha stabilito che la giovane debba allontanarsi dalla mamma e frequentare una scuola romana. Lei si rifiuta e si chiude in casa, la madre viene denunciata penalmente per non aver ottemperato alle disposizioni del giudice, la ragazza teme ogni squillo del campanello, terrorizzata che la portino di forza nella capitale. A nulla è valsa la nomina da parte del Tribunale di una tutrice, col compito di convincerla a trasferirsi a Roma. La giovane è ferma nella sua volontà di studiare Milano. E’ giustizia, questa? Si sta facendo davvero il bene di questa ragazzina? Seguo il caso in qualità di difensore della madre e mi rivolgo direttamente a lei, presidente Mattarella, come presidente del Consiglio superiore della Magistratura, invocando la Sua attenzione a che la giustizia venga amministrata in modo equo e che non si dimostri, come purtroppo succede molte volte, forte con i deboli e debole con i forti. E questa è una di quelle volte.
Mi rivolgo anche a lei, ministro Orlando, affinché intervenga a far sì che il dicastero che lei amministra sia veramente “giusto”. Lo faccio con il rispetto dell’istituzione che lei rappresenta e con il rispetto per la legge che io, in qualità di avvocato, ogni giorno sono chiamato a onorare. Ma ciò che si sta facendo a questa ragazzina non è giustizia.
Sta vivendo peggio che se fosse stata condannata alla detenzione carceraria, senza però aver commesso reato alcuno. Può dirsi una colpa quella di essere nata da due genitori che non vanno d’accordo? Può dirsi colpevole di aver vissuto sempre con una madre, ballerina a sua volta, che l’ha iniziata e indirizzata alla danza, che la giovane ha dimostrato di adorare di amore vero e non per imposizione materna?
A Roma non vuole andare e nessun’altra scuola può accettarne l’iscrizione senza il nulla osta del Tribunale. Lei pertanto sta perdendo giornate di studio prezioso.  Cosa ha risolto questo provvedimento? Di accrescere il grave stato di ansia che la ragazzina sta vivendo e il suo allontanamento dal mondo che tanto ama. Chiede solo di ballare dove vuole, lei come i cinquemila e oltre membri del gruppo Facebook che la sostiene. Perché, egregio ministro, questo caso ha suscitato l’indignazione popolare: perché non anche all’interno delle aule di Tribunale? Se è vero che il sentimento comune non sempre è in linea con quanto viene stabilito dalla legge, la quale va sempre e comunque rispettata, in questo caso non si ravvisano reati, né maltrattamenti che imporrebbero – quelli sì – il giusto allontanamento della giovane dalla casa materna. Non è questo il caso, ma a pagare, come spesso silenziosamente e lontano dal clamore dei media e dei social network accade a tanti bambini strappati alle famiglie, è soltanto una ragazzina di 14 anni, che non vuole nulla dalla vita se non poter ballare.
Spero che il mio appello non resti inascoltato e che magari Lei, ministro Orlando, possa interessarsi a questa vicenda e decida di convocarci, per ascoltare dalle sue stesse parole lo strazio e l’angoscia che questa ragazzina sta vivendo.
 
 
Avvocato Francesco Miraglia