Il nuovo libro di Francesco Miraglia che smaschera stereotipi, collusioni e verità scomode
Un’opera necessaria, coraggiosa e profondamente lucida. Colpevole di essere calabrese – Vittime del pregiudizio, il nuovo libro dell’avvocato e scrittore Francesco Miraglia, non è solo un saggio sulla ’Ndrangheta: è un viaggio nella complessità di una terra segnata da secolari preconcetti, e nelle vite di chi, ancora oggi, paga lo stigma di una colpevolezza assegnata ancor prima dei fatti.
Miraglia accompagna il lettore dentro un universo che coesiste accanto al nostro ma ne rappresenta l’esatto opposto: il mondo della ’Ndrangheta, radicato in vincoli di sangue, rituali segreti, codici linguistici propri e legami di appartenenza che trasformano la famiglia in una fortezza di chiusura e di fedeltà cieca a un progetto criminale.
L’autore non si limita a decifrare la struttura interna dell’organizzazione né la morale (o dichiarata amoralità) che la guida: illumina le zone grigie, gli intrecci con la società civile, con l’economia legale e con la politica, ambienti dove favori, compromessi e silenzi costruiscono solide reti di potere.
Al centro dell’opera c’è però un’altra grande verità: la presenza di vittime innocenti, uomini e donne che si trovano imprigionati nel pregiudizio collettivo secondo cui l’essere calabrese equivale, per molti, a essere automaticamente sospetti. Miraglia restituisce voce e dignità a chi vive questo fardello, raccontando storie che mostrano quanto devastante possa essere una generalizzazione quando diventa stigma sociale, esclusione o condanna.
Con uno stile diretto, documentato e insieme profondamente umano, l’autore ricostruisce un quadro che non indulge al sensazionalismo, ma analizza con rigore i meccanismi che alimentano sia il potere mafioso sia il pregiudizio anti-calabrese. Il libro richiama la responsabilità della società civile e delle istituzioni, invitando a distinguere tra colpe reali e colpe presunte, tra identità e criminalità, tra appartenenza geografica e comportamento individuale.
Colpevole di essere calabrese – Vittime del pregiudizio è un’opera che invita a guardare oltre le semplificazioni, a conoscere per comprendere e a comprendere per cambiare.
Un libro che non accusa un popolo, ma smonta un pregiudizio e denuncia con forza chi se ne serve per nascondere connivenze e interessi.
Con questo libro l’autore accompagna il lettore dentro un universo che coesiste accanto al nostro ma ne rappresenta l’esatto opposto: il mondo della ‘Ndrangheta, radicato in vincoli di sangue, rituali segreti, codici linguistici propri e legami di appartenenza che trasformano la famiglia in un baluardo di chiusura e fedeltà cieca ad un progetto criminale. L’analisi non si limita a svelare la struttura interna e i codici morali (o amoralità dichiarata) di questo sistema, ma getta luce sugli intrecci con la società civile e, soprattutto, sulle collusioni con la politica e l’economia legale, dove interessi, favori e silenzi diventano strumenti di sopravvivenza e di espansione del potere mafioso.
A Bucarest, il 27 settembre 2025, presso il Palazzo Ghica Tei, si è svolta la solenne cerimonia della Casa Principesca Andronik Cantacuzino, guidata da Sua Altezza Imperiale la Principessa Silvia Lucia Andronik. In un contesto che ha visto la presenza di autorità, rappresentanti diplomatici, nobili europei e ordini cavallereschi, Francesco Miraglia è stato insignito della prestigiosa onorificenza di Gran Ufficiale dell’Ordine Storico del Drago, una delle massime distinzioni della tradizione cavalleresca europea.
L’Ordine del Drago, fondato nel XV secolo da Sigismondo di Lussemburgo e reso celebre da Vlad II Dracul, padre di Vlad l’Impalatore, rappresenta da secoli un simbolo di coraggio, fedeltà e difesa della cristianità. La sua rinascita sotto l’egida della Casa Cantacuzino conferisce oggi a questo riconoscimento un significato non solo storico, ma anche etico e culturale.
Contestualmente, Miraglia è stato nominato membro del Consiglio per la Diplomazia con gli Stati Esteri della Casa Principesca, incarico che lo vedrà impegnato nella costruzione di ponti tra culture e istituzioni, promuovendo relazioni fondate sul dialogo, la cooperazione e la pace.
“Essere nominato Gran Ufficiale dell’Ordine del Drago – ha dichiarato Miraglia – rappresenta per me un onore immenso e una responsabilità. Non è solo un titolo, ma un impegno a portare avanti valori di giustizia, di servizio e di apertura verso il mondo. L’ingresso nel Consiglio per la Diplomazia con gli Stati Esteri è la conferma che il dialogo rimane lo strumento più potente per unire ciò che è diviso e costruire nuove vie di cooperazione. Porterò con me questo riconoscimento come una luce che guiderà il mio impegno quotidiano, certo che la vera forza della diplomazia e della giustizia risiede nella capacità di unire i popoli e le persone”.
Lugo di Vicenza, domenica 7 settembre 2025 – Una giornata di cultura, riflessione e condivisione dedicata al tema della violenza di genere e alla costruzione di percorsi di sostegno alle vittime.
Alle ore 11:15, presso Villa Piovene Porto Godi, sarà presentato il libro “Ma il problema sono io?! – La vittimizzazione secondaria ad opera del sistema giudiziario: violenza domestica e allontanamento dei figli dalle madri” (Armando Editore).
Il volume porta la firma di Francesco Miraglia e Daniela Vita, rispettivamente Presidente e Vicepresidente di ANILDD Spagna (Associazione Nazionale Invalidi del Lavoro e Disabilità Diffusa). Entrambi da anni operano in ambito legale, con un impegno costante nella difesa dei diritti delle donne vittime di violenza, dei minori e delle persone in condizione di fragilità, sia in Italia che a livello internazionale. ANILDD è un’associazione attiva nella difesa dei diritti delle vittime di violenza e delle persone in condizioni di fragilità, con progetti di sensibilizzazione e inclusione riconosciuti anche a livello internazionale.
Il libro ha già riscosso grande interesse: dopo la presentazione al Salone Internazionale del Libro di Torino, è stato ospitato in sedi istituzionali come l’Università della Calabria a Cosenza e in diverse città italiane. Al centro dell’opera vi è il tema della vittimizzazione secondaria, ossia il dolore che molte donne e madri subiscono non solo per la violenza domestica, ma anche per le risposte inadeguate e talvolta lesive del sistema giudiziario, che possono portare persino all’allontanamento dei figli dalle loro madri.
L’evento sarà presentato e organizzato da Elena Brunello (ANILDD), fondatrice del Progetto Antiviolenza360, e dall’Ing. Cav. Mauro Pusceddu, SATOR GROUPE, in collaborazione con ANILDD.
Tra i relatori e partecipanti interverranno:
Lisa Nicoletti, Psicologa Psicoterapeuta, Sessuologa ed esperta in Narcisista Patologico, che offrirà una chiave di lettura scientifica e relazionale dei fenomeni di violenza di coppia.
Sabina Cannizzaro, Presidente dell’Associazione Donne Reggine e autrice della prefazione del volume, da anni impegnata nella lotta per i diritti delle donne e per la costruzione di reti sociali e istituzionali a tutela delle vittime di violenza.
Milena Cecchetto, Consigliera Regionale, componente della Commissione Sanità, impegnata sul fronte delle politiche sociali e sanitarie per la tutela dei diritti fondamentali.
Erik Pretto, Onorevole, membro della Commissione Sanità del Governo e della Commissione Antimafia, la cui presenza sottolinea l’importanza istituzionale e politica dell’iniziativa.
Programma della giornata
ore 09:00 – Accoglienza dei relatori e dei partner di progetto
ore 10:00 – Santa Messa nella cappella privata della famiglia Conti Vergnano
ore 11:15 – Presentazione del libro “Ma il problema sono io?!”
ore 12:00–13:00 – Pranzo a buffet per i partecipanti
ore 13:30–14:00 – Presentazione dell’Accademia Ving Tsun Academy del Grand Maestro Paul Tang, con dimostrazione a cura del coordinatore nazionale (Brunico)
ore 14:30 – Presentazione a sorpresa
ore 15:00–16:00 – Presentazione di Odette Mussolin e del Team Progetto MagosDj@ con il gioco “Sulle Orme dei Condottieri”
ore 17:00 – Bagno di Gong a cura di Simone
ore 18:00 – Chiusura lavori con la sezione Progetto Antiviolenza360: musica, relax e movimento collettivo a cura di Elena Brunello e Francesco Dal Ponte, rappresentazione della disciplina Energy Bio-Dance Rebalance e formazione della Giuria della kermesse Antiviolenza360
L’iniziativa, promossa da Antiviolenza360, SATOR GROUPE e ANILDD, mira a creare una vera e propria “Community – Una tribù che baila per la Pace”, in supporto alle vittime di violenza e in linea con gli obiettivi del Gender Gap 2030 (UNI PDR 125/2022).
L’ingresso alla giornata prevede la compilazione di un modulo e un contributo simbolico di 10 euro, comprensivo di buffet e accesso a tutte le attività, destinato al sostegno delle iniziative del progetto.
Info e contatti:
Elena Brunello – Fondatrice Progetto Antiviolenza360: 351 6794452
Francesco Dal Ponte – Tesoriere: 339 3476300
Odette Mussolin – Operatrice partner
L’articolo che segue sarà pubblicato a livello internazionale sull’International Journal of Advanced Research (IJAR), una rivista scientifica che raccoglie contributi di ricerca di rilevanza per la comunità accademica mondiale. La pubblicazione su tale rivista, indicizzata nelle principali banche dati, garantisce diffusione globale e riconoscimento scientifico al lavoro svolto.
La violenza di genere, nelle sue molteplici manifestazioni, rappresenta una delle più gravi violazioni dei diritti umani del nostro tempo e continua a costituire una ferita aperta nelle nostre società. Non è soltanto una sequenza di fatti di cronaca o un elenco di reati codificati, ma un fenomeno strutturale che affonda le sue radici in secoli di disuguaglianze, pregiudizi e rapporti di potere asimmetrici. Per affrontarlo è necessario rompere il silenzio, chiamare le cose con il loro nome, imparare a riconoscerne i segnali e denunciare con chiarezza.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha descritto la violenza come l’uso intenzionale della forza fisica o del potere, reale o minacciato, capace di provocare lesioni, morte, danni psicologici, privazioni. Dentro questa definizione entrano la violenza fisica, sessuale, psicologica, economica e perfino quella digitale, fino all’atto estremo del femminicidio, l’omicidio della donna in quanto donna. Parlare di femminicidio significa riconoscere che non siamo di fronte a un omicidio qualunque, ma alla soppressione di una persona per il solo fatto di essere donna, per punirla della sua libertà, per riaffermare un controllo che si teme di perdere.
Le donne, in tutto il mondo, sono le vittime principali di questo fenomeno. La Dichiarazione ONU del 1993 sull’eliminazione della violenza contro le donne lo aveva già messo nero su bianco: qualsiasi atto di violenza basata sul genere che provochi sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche, comprese le minacce e le coercizioni, è violazione dei diritti fondamentali. Eppure, a distanza di trent’anni, i numeri continuano a raccontare una realtà drammatica. In Italia ogni anno più di cento donne vengono uccise, spesso da chi avrebbe dovuto amarle e proteggerle: partner, ex partner, familiari. Oltre 6,7 milioni di donne hanno subito nella loro vita violenze fisiche o sessuali. In Europa, una donna su tre ha sperimentato violenza maschile.
Ma dietro ogni cifra c’è un volto, una storia, una vita spezzata. Ogni femminicidio è solo l’ultima tappa di un percorso iniziato molto prima: nelle parole svalutanti, nella gelosia malata, nel controllo ossessivo, nella violenza psicologica, nell’isolamento dai propri affetti, nei ricatti economici. È un continuum che spesso dura anni, fino a quando la spirale non si chiude con la morte.
Il legislatore italiano ha cercato di intervenire. Nel 1996 lo stupro è stato finalmente riconosciuto come reato contro la persona e non più contro la moralità. Nel 2009 è arrivato il reato di stalking. Nel 2013, dopo l’ondata di femminicidi che aveva scosso l’opinione pubblica, è stato introdotto un decreto con misure urgenti. Nel 2019 il Codice Rosso ha imposto corsie preferenziali per le denunce di violenza domestica e sessuale, e nel 2023 la legge 168 ha rafforzato la protezione immediata delle vittime. Sul piano internazionale, l’Italia ha ratificato la Convenzione di Istanbul, che resta lo strumento più avanzato per prevenire, punire e proteggere.
Ma non basta. Le donne che trovano il coraggio di denunciare spesso si scontrano con la vittimizzazione secondaria: procedure lente, interrogatori umilianti, protezione insufficiente per sé e per i figli, servizi sociali impreparati. Ci sono casi in cui la vittima diventa paradossalmente imputata, giudicata per le proprie scelte o per non essere riuscita a sottrarsi prima alla violenza. È un paradosso crudele che alimenta la sfiducia e spinge molte donne a non denunciare.
Accanto alla violenza diretta c’è la violenza assistita, che segna profondamente i figli costretti a crescere in un clima di paura e sopraffazione. Secondo Save the Children sono circa 400.000 i minori coinvolti ogni anno in Italia. Per la psicologia dello sviluppo, subire o assistere a violenza produce effetti devastanti simili: ansia, regressioni, difficoltà scolastiche, rischio di riprodurre da adulti gli stessi modelli di abuso.
Le radici culturali sono profonde. Molti uomini, di fronte al percorso di emancipazione femminile, ricorrono alla violenza per riaffermare un potere patriarcale che sentono messo in discussione. La dinamica è ricorrente: controllo economico, minacce, umiliazioni, isolamento, abuso dei figli come strumento di ricatto. Ogni donna intrappolata nella spirale si pone sempre le stesse domande: “Se lo lascio dove andrò? E se davvero mi uccidesse? E se perdesse il controllo davanti ai bambini? È colpa mia?”. Queste domande diventano catene invisibili che la tengono prigioniera.
Per spezzare queste catene non basta la repressione penale, serve un cambiamento culturale. La scuola deve insegnare il rispetto, il consenso, la parità. I media devono smettere di parlare di “raptus” o di “tragedie familiari” che assolvono implicitamente l’aggressore. Servono servizi sociali preparati, case rifugio ben finanziate, percorsi di autonomia economica per le donne che decidono di uscire dalla violenza. La società intera deve farsi carico di questo problema, perché non riguarda solo le vittime, ma la qualità stessa della nostra democrazia.
Ed è qui che interviene la politica con strumenti nuovi. Alla Camera dei Deputati è in discussione un disegno di legge che introduce per la prima volta nel codice penale un reato autonomo di femminicidio. Non più solo omicidio, ma riconoscimento esplicito dell’uccisione di una donna come atto di odio, discriminazione, possesso o punizione della sua libertà. Il nuovo articolo 577-bis punisce con l’ergastolo chi commette un femminicidio, stabilendo aggravanti specifiche anche per i reati di maltrattamenti, stalking, violenza sessuale e lesioni. È previsto che il Ministro della Giustizia presenti ogni anno una relazione sullo stato di applicazione della norma, per monitorare dati e risultati. Sono introdotte inoltre nuove misure processuali per garantire la protezione immediata delle vittime, rafforzare la formazione obbligatoria di magistrati e operatori sanitari, e sostenere economicamente gli orfani di femminicidio.
Si tratta di un passo storico, che segna una svolta culturale oltre che giuridica. Inserire nel codice penale il reato di femminicidio significa dire che la società riconosce la specificità di questo crimine, che non è un omicidio qualsiasi, ma un atto contro le donne in quanto tali. È un messaggio potente, che si accompagna a misure concrete per rafforzare la protezione, ridurre la vittimizzazione secondaria e sostenere i percorsi di uscita dalla violenza.
Il cammino è ancora lungo, ma la direzione è chiara. Spezzare il silenzio, rompere il ciclo dell’abuso, proteggere i bambini, sostenere le donne, cambiare la cultura: questa è la sfida che abbiamo davanti. Non riguarda solo chi subisce violenza, ma riguarda tutti noi, la qualità delle nostre relazioni, la giustizia della nostra società, la credibilità stessa della democrazia.
Bibliografia essenziale
Miraglia, Francesco; Vita, Daniela (2025). Ma il problema sono io?! La vittimizzazione secondaria ad opera del sistema giudiziario: violenza domestica e allontanamento dei figli dalle madri. Roma: Armando Editore. Collana Politiche sociali e dintorni.
Miraglia, Francesco; Vita, Daniela (2023). Ci sono anch’io. La disabilità è una dimensione della diversità umana. Roma: Armando Editore.
Miraglia, Francesco (2024). I Malamente. Le nuove marginalità. Ragazzi messi alla prova. Roma: Armando Editore.
Miraglia, Francesco (2021). Bambini prigionieri. Roma: Armando Editore.
Miraglia, Francesco (2022). L’avvocato dei bambini. Troppo potere senza controllo…. Roma: Armando Editore.
World Health Organization (2002). World Report on Violence and Health. Geneva: WHO.
Assemblea Generale delle Nazioni Unite (1993). Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne. Risoluzione 48/104 del 20 dicembre 1993.
Consiglio d’Europa (2011). Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica.
Corte europea dei diritti dell’uomo (2009). Caso Opuz c. Turchia.
ISTAT (2015). La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia. Roma: Istituto Nazionale di Statistica.
Save the Children (2011). La violenza assistita in Italia. Rapporto con CISMAI.
Intervista a Francesco Miraglia — Relatore al IV Congresso ASI
A cura di Martina Esposito
Titolo: “Difendere i bambini è l’unico modo per salvarci tutti”
In occasione del IV Congresso nazionale dell’Associazione Sociologi Italiani — quest’anno dedicato al tema “Guerra e/o Pace: Le Società in Transizione” — Francesco Miraglia, professionista da anni in prima linea nella difesa dei diritti dei minori, ha portato sul palco la voce di chi spesso resta invisibile: l’infanzia vittima delle guerre e dei conflitti sommersi. Subito dopo il suo intervento, Martina Esposito lo ha intervistato per raccogliere e approfondire la forza del suo messaggio.
Martina Esposito: Francesco Miraglia, la sua relazione ha scosso la platea. Cosa significa parlare di infanzia in un congresso di sociologia su guerra e pace?
Francesco Miraglia: Significa non dimenticare chi non firma trattati, chi non siede nei palazzi del potere, ma paga tutto sulla propria pelle. In ogni guerra, visibile o nascosta, i bambini sono sempre i più esposti: non hanno protezioni, non hanno colpe, eppure sono i primi a subire fame, abbandono, violenze. La sociologia ci aiuta a capire come una società produce la guerra, ma anche come può prevenirla. Senza questa comprensione, ogni legge resta un pezzo di carta e ogni pace una parola senza radici.
Martina Esposito: Lei ha definito l’infanzia “il bersaglio perfetto”. Perché?
Francesco Miraglia: Perché è facile colpire chi non può difendersi. È facile fare propaganda mostrando un bambino in lacrime, ed è facile dimenticarlo quando non serve più. Un bambino che cresce tra bombe e sirene interiorizza la paura come normalità. E questa normalità diventa odio, vendetta, nuove guerre. È un ciclo che dobbiamo spezzare con la prevenzione, l’ascolto, l’educazione e la cura. Se non lo facciamo, continueremo a ereditare conflitti irrisolti.
Martina Esposito: Lei è un professionista, non un sociologo. Cosa la porta a portare questi temi in un contesto accademico?
Francesco Miraglia: La mia esperienza mi ha insegnato che non basta applicare la norma. Se non conosciamo le radici sociali della violenza, non possiamo davvero combatterla. La sociologia legge i meccanismi invisibili: la miseria, l’emarginazione, l’odio trasmesso da una generazione all’altra. La norma stabilisce il confine, ma serve la conoscenza per farla rispettare. Per questo oggi parlo qui: perché credo nell’alleanza tra pensiero e azione.
Martina Esposito: Lei ha proposto un Osservatorio nazionale. Non è un doppione di strutture già esistenti?
Francesco Miraglia: Troppo spesso ciò che esiste è inefficace o scollegato dalla realtà. L’Osservatorio che propongo dovrebbe essere un organismo vivo, in dialogo diretto con i centri di accoglienza, con i tribunali, con le famiglie. Non serve fare statistiche per un report da chiudere in un cassetto: serve vigilare, intervenire subito, proteggere concretamente. Serve che l’Italia applichi davvero le direttive internazionali, garantendo asilo, accoglienza degna e protezione reale.
Martina Esposito: Lei ha parlato anche di formazione.
Francesco Miraglia: Esatto. Non basta commuoversi: servono strumenti. Chi lavora con i minori deve conoscere le norme internazionali, saper riconoscere segni di trauma, agire senza danneggiare ulteriormente chi ha già sofferto troppo. Questo vale per giudici, forze dell’ordine, operatori sociali, insegnanti. Dobbiamo creare una cultura di tutela e di ascolto.
Martina Esposito: Se dovesse riassumere un messaggio per questo Congresso?
Francesco Miraglia: Un bambino non è un effetto collaterale. È la misura di quanto siamo davvero umani. Difendere un bambino significa salvare una società intera. E chi finge di non vedere, chi chiude gli occhi davanti a un bambino che imbraccia un fucile, tradisce se stesso prima ancora di tradire quell’infanzia.
Martina Esposito: Un’ultima domanda: dopo tanti anni di battaglie, cosa la spinge ancora a crederci?
Francesco Miraglia: La speranza che un giorno, anche solo uno di questi bambini possa dire: “Ho avuto paura, ho visto l’orrore, ma qualcuno non mi ha lasciato solo. Qualcuno mi ha difeso quando tutti mi davano per perso.”
E se anche uno solo di loro potrà addormentarsi senza più sirene, senza più fame, senza più mani violente addosso, allora ogni parola, ogni congresso, ogni lotta non sarà stata vana. Io non smetterò di usare la mia voce finché avrò fiato, perché proteggere i bambini è l’unica cosa che ci rende davvero degni di chiamarci esseri umani.
Roma, 21 giugno 2025 – Un congresso che è molto più di un incontro accademico: è una riflessione collettiva su un presente inquieto e un futuro tutto da ricostruire. Il IV Congresso Nazionale dell’ASI – Associazione Sociologi Italiani, intitolato “Guerra e/o Pace: le società in transizione – Sociologia sotto attacco?”, riunisce voci provenienti dal mondo istituzionale, religioso, accademico e della società civile per interrogarsi sulle trasformazioni in atto.
Tra i protagonisti di questa edizione spicca senza dubbio la figura di Francesco Miraglia, noto per il suo impegno nel diritto di famiglia e minorile, ma anche per una sensibilità sociologica capace di connettere la dimensione legale con quella sociale e umana. Il suo intervento sarà incentrato sul tema della guerra vista con gli occhi di un bambino, un punto di vista spesso dimenticato nei dibattiti ufficiali ma fondamentale per comprendere le ferite profonde che i conflitti lasciano sulle generazioni future.
Non è un caso che, in un congresso dedicato a temi come conflitti, migrazioni, disuguaglianze, nuove povertà e crisi della fiducia nelle istituzioni, la voce di Miraglia rappresenti un ponte tra l’aspetto normativo e quello etico: «Il diritto non può restare un recinto autoreferenziale: deve farsi strumento di riscatto per chi vive l’emarginazione, la violenza domestica, la negazione dei diritti fondamentali», ha dichiarato, richiamando la sua esperienza pluriennale come difensore dei più fragili, in particolare minori vittime di maltrattamenti e famiglie spezzate da contesti di violenza o miseria.
La sua presenza al Congresso non è solo testimonianza personale: è stimolo per sociologi, operatori sociali, dirigenti istituzionali e religiosi a non dimenticare che le leggi, senza una concreta applicazione e senza un sistema di garanzie efficaci, rimangono spesso lettera morta. In questo senso, Miraglia ha portato all’attenzione dei partecipanti casi concreti di vittimizzazione secondaria operata, talvolta, dagli stessi meccanismi giudiziari: «Non basta fare buone leggi – ha detto – bisogna avere il coraggio di farle rispettare e di denunciare ciò che non funziona, anche a costo di esporsi in prima persona».
Nel contesto di un Congresso in cui si sono alternati teologi, medici, forze dell’ordine, sociologi e rappresentanti di varie confessioni religiose, l’intervento di Miraglia ha rappresentato un richiamo alla responsabilità individuale e collettiva. I suoi argomenti non hanno risparmiato critiche a quelle prassi istituzionali che, dietro una patina di burocrazia, finiscono per sacrificare gli interessi superiori dei minori o lasciare sole le donne vittime di violenza, come raccontato anche nel suo libro “Ma il problema sono io”, dove denuncia la vittimizzazione secondaria operata, a volte, dal sistema stesso (Melania e Daniela Vita Roma, Armando e Vittore, 2015).
Il filo conduttore dell’intervento di Miraglia si è intrecciato con il tema portante della prima sessione plenaria: la transizione da uno stato di conflitto a uno di pace, non solo in senso bellico ma soprattutto nella pacificazione dei conflitti familiari e comunitari. La sua idea è chiara: «Non possiamo parlare di pace tra i popoli se non sappiamo costruirla nei nuclei più piccoli, che sono le famiglie, le comunità locali, le scuole».
Tra i relatori, accanto a Miraglia, si sono avvicendati figure di rilievo come Foad Aodi (Presidente AMSI), Anna Calò (Dirigente ASI Centro Italia), il Vescovo Luis Miguel Perea Castrillon della Chiesa Anglicana Europea, e Maria Rita Parsi, psicologa e psicoterapeuta, che hanno declinato il tema della pace e del conflitto da prospettive complementari.
Ma a fare da collante è stata proprio la visione trasversale di Miraglia: una testimonianza viva di come il diritto, quando non resta isolato, diventa parte integrante della comprensione sociologica dei fenomeni. In un tempo in cui anche la figura del sociologo viene messa in discussione da riforme legislative e da una progressiva svalutazione del sapere critico, il richiamo di Miraglia è stato un invito a non piegarsi a logiche di comodo: «La sociologia è sotto attacco? Anche la giustizia lo è. Eppure entrambi restano pilastri di una società democratica».
Alla fine, il Congresso ha lasciato una certezza: non basta interrogarsi sulle guerre e sulla pace se non si ha il coraggio di declinare questi concetti nella quotidianità delle persone. Ed è proprio qui che la figura di Francesco Miraglia diventa un simbolo di continuità tra sapere accademico e prassi concreta: un giurista che parla di sociologia, un sociologo dell’esperienza giuridica, un cittadino che difende i diritti di chi non ha voce.