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“Bibbiano è tutta Italia”: l’avvocato Miraglia del Foro di Madrid interviene sul sistema di abusi e affidi illeciti

Sabato 26 marzo, a Milano, presso Auditorum Gaber di P.zza Duca  Da Costa n° 3,  Francesco  Miraglia , anche autore del libro L’Avvocato dei Bambini, edito da Armando editori.  da poco in tutte le librerie. parteciperà al convegno “Bibbiano è tutta Italia”, un’occasione per riflettere sui fatti avvenuti nel Reggiano e sulla pervasività di un sistema corrotto e criminale, costruito sulla pelle dei bambini e dei loro genitori. Insieme a lui parteciperanno avvocati provenienti da tutta Italia, nonché rappresentanti di diverse associazioni e delle istituzioni. Il caso di Bibbiano, infatti, non è un “unicum”: affidi illeciti, abusi di potere e d’ufficio da parte di operatori sociali e psicoterapeuti accadono ovunque, spesso nell’indifferenza della società, che resta solitamente non o dis-informata. Un’analisi e una discussione del fenomeno divengono sempre più urgenti, per capire quali siano gli ingranaggi corrotti all’interno di questo meccanismo illegale, realizzato e portato avanti con lo scopo di ottenere cospicui ritorni economici. Chi sono i responsabili? Come mai episodi simili si sono ripetuti più volte senza che vi fosse alcun controllo? Gli operatori sociali e gli psicoterapeuti dovrebbero essere i primi a difendere i più deboli, proprio in virtù della missione che orienta la loro professione. L’avvocato Miraglia, iscritto al Foro di Madrid, si è sempre esposto contro il malfunzionamento del sistema e ha sempre denunciato il maltrattamento dei più indifesi: sarà presente al convegno organizzato a Milano per portare alla luce i fatti e stimolare una riflessione critica partendo dal parere degli esperti, nella speranza che il dibattito possa avere risonanza e incoraggiare la realizzazione di misure che impediscano ulteriori abusi e maltrattamenti.

Milano: denuncia l’ex compagno per presunti abusi su i due figli le tolgono i bambini

 Avvocato Miraglia:  «Ma a chi giova tutto questo?»

 MILANO (25 febbraio 2022). Una madre attenta e premurosa si è accorta subito che certi atteggiamenti troppo “sessualizzati” della sua figlia maggiore, che all’epoca aveva appena 4 anni, non rientravano nel concetto di “normalità” e andando a fondo ha scoperto, dal racconto dei bambini, che il padre presumibilmente abusava di loro. Con grande coraggio ha denunciato il compagno e si è allontanata da casa per mettere al sicuro i suoi due figli di 4 e 2 anni, ma con quale risultato? A parte una prima archiviazione del caso, la cosa altrettanto grave è che le hanno tolto i bambini per collocarli in una comunità. Bambini traumatizzati e così piccini lontani da casa stanno davvero molto male: hanno frequenti incubi la notte e bagnano il letto nel sonno. «Ma a chi giova tutto questo?» domanda l’avvocato Miraglia, cui la donna si è rivolta. «In questa situazione non si sta aiutando proprio nessuno. Quando le donne non denunciano i mariti abusanti vengono per lo più ritenute corresponsabili e denunciate a loro volta: quando invece con grande coraggio la querela la sporgono, si trovano private dei figli. Ma che giustizia è?». Necessita ora, per la tranquillità dei due bambini, che rientrino al più presto a casa dalla mamma. Tre anni fa la donna si era accorta che la bambina aveva comportamenti troppo sessualizzati, troppo espliciti con gli adulti di sesso maschile, e che era coinvolto anche il fratellino più piccolo. Una prima denuncia contro il marito è caduta nel vuoto in quanto è stata archiviata e l’uomo, pertanto, ha continuato a vedere i figlioletti. Ripetendosi però gli abusi, la donna si era recata al pronto soccorso e i medici da lì, sentita la bambina, avevano inviato segnalazione all’autorità giudiziaria. Da allora all’uomo è stato impedito di vedere i bambini da solo, ma purtroppo pure alla madre è vietato stare coi figli. «L’allontanamento dei bambini dalla mamma non sta loro giovando» prosegue l’avvocato Miraglia, «manifestano profondo disagio, che non fa che peggiorare la loro già fragile condizione psicologica determinata dagli abusi. Ma soprattutto perché punire questa donna che ha solo cercato di mettere in salvo i suoi bambini? Se al padre è stato impedito di vedere i figli, forse un fondo di verità sugli abusi c’è: ma la mamma, invece, non ha fatto nulla. Ancora più incredibile è stata la decisione del Tribunale per i minorenni di Milano che ha disposto l’allontanamento e gli incontri protetti madre/figli.

Tutto questo a chi giova!!!!

Dopo anni in affidamento ragazzina presenta gravi turbe psichiche

I genitori querelano i Servizi sociali per maltrattamenti e circonvenzione d’incapace

MILANO (10 Dicembre 2021). Accusa il padre di ogni nefandezza possibile, scappa dalla comunità e dice di voler andare a stare con un rapper americano che asserisce di conoscere: una ragazzina di 12 e 9 mesi anni ospite di una comunità milanese è chiaramente in stato di profonda crisi e disagio. Prima di entrare in comunità un paio di anni fà era una ragazzina normalissima, che adorava i genitori, specialmente il padre. Che adesso non vuol nemmeno vedere. Cosa è successo in quella comunità da farla cambiare così tanto? «È stata sporta una denuncia per circonvenzione d’incapace – racconta l’avvocato Miraglia, legale dei genitori – e ne sarà presentata una anche per maltrattamenti: se la ragazzina da tre anni e 6 mesi si trova in comunità e da un anno le viene impedito di vedere i genitori, è chiaro che non può certamente essere incolpata la famiglia e che sono i Servizi sociali i responsabili di questo cambiamento, grave e pericoloso».

Tutto comunica quando la madre si confida con un’assistente sociale, asserendo che il marito la maltratta. I Servizi sociali, dopo la denuncia chiedono ed ottengono l’allontanamento  delle ragazzine e vengono collocate in una comunità. Nel frattempo il padre viene scagionato in Cassazione da ogni accusa, risultata priva di fondamento, e mentre una figlia rientra a casa, l’altra resta in comunità. «Comprovata l’innocenza del padre – prosegue l’avvocato Miraglia – abbiamo informato i Servizi sociali: eravamo alla vigilia di un incontro tra la ragazzina e i genitori, che fino a qualche giorno prima era entusiasta di rivederli dopo tanto tempo. Ma è stata enorme la sorpresa nell’apprendere che la bambina si rifiutava improvvisamente di vedere il papà, insultandolo, raccontando di avere paura di lui, di ricordare episodi orribili. Poche ore sono bastate per cambiare così l’atteggiamento di una persona?». Verrebbe quasi da pensare che i Servizi sociali, per giustificare il loro errato operato, l’abbiano plagiata mettendola contro la famiglia?

L’influenza del Servizio sociale sulla ragazzina ha portato ad un inesorabile e costante allontanamento della minore dai genitori: il servizio, anziché agevolare i rapporti tra la ragazzina e la famiglia di origine, ha tentato in ogni modo possibile di allontanare e spaventare la minore, che ha sviluppato atteggiamenti oppositivi nei confronti dei genitori, che in tanto mesi di lontananza nulla possono averle fatto. «E se fin qui è plausibile la circonvenzione d’incapace – conclude l’avvocato Miraglia – si profila il maltrattamento per quanto questa ragazzina ha manifestato recentemente: una bambina tranquilla si è trasformata in una persona ingestibile, per stessa ammissione dei Servizi sociali. Quando parla ormai delira ed è arrivata a fuggire  più dalla comunità affermando di voler andare a vivere con un rapper americano che dice di conoscere. È chiaro che la bambina sia malata e a farla ammalare sono stati i Servizi sociali, la comunità e soprattutto la lontananza della sua famiglia. In altre parole i miei assistiti avevano una figlia sana per ritrovarsi una figlia gravemente ammalata. Chi pagherà per tutto questo?».

Penso che sia giunto il momento di dire basta a queste situazioni di sofferenza e strumentalizzazioni in nome di una presunta tutela dei minori. Ci auguriamo di un immediato intervento del Tribunale per i minori prontamente informato sullo stato precario di questa bambina e dell’operato del servizio sociale.

Il Tribunale per i Minorenni di Milano avrà il coraggio di mettere in discussione l’operatore del servizio sociale magari trasmettendo gli atti alla Procura della Repubblica o come temiamo addosserà la colpa ai genitori che non vedono la figlia da quasi un anno?

Ai posterei ardua sentenza!!!

 

Milano: ragazza allontanata dai servizi sociali per abusi sessuali, il Tribunale assolve il padre, il fatto non sussiste

La ragazza, ora ventenne, è in una comunità, imbottita di psicofarmaci invece di essere aiutata

MILANO (19 Marzo 2021). Fine di un incubo per un uomo di Milano: dopo tre anni è stato scagionato dall’accusa infamante, quanto falsa, di avere abusato della figlia minorenne. La quale, tolta all’epoca alla famiglia, è passata da una comunità all’altra e da un reparto psichiatrico a un altro, imbottita di psicofarmaci, che la rendono un automa.

«Una storia dolorosa e assurda, che ha due vittime innocenti» sottolineano i legali dello Studio Miraglia, che hanno difeso l’uomo. «Da una parte c’è un uomo che per tre lunghi anni ha subito l’onta dell’accusa di aver abusato della figlia: accuse del tutto infondate. Però ha trascorso tre anni di stress e preoccupazione, durante i quali si è isolato da tutti per la vergogna di un’accusa infamante e ha smesso di lavorare. Dall’altro c’è la figlia, una ragazza oggi ventenne, che i Servizi sociali hanno allontanato dalla famiglia, ma che le istituzioni non hanno saputo aiutare: è stata spostata di comunità in comunità, ha subito diversi trattamenti sanitari obbligatori e ora, a quanto è stato riferito ai genitori, è talmente imbottita di psicofarmaci da risultare irriconoscibile. Loro non l’hanno più vista: gli è sempre stato detto che era lei a non volerli vedere. E adesso che è maggiorenne, è uscita dal circuito della tutela minorile e il suo destino non interessa più a nessuno. È parcheggiata in un limbo burocratico, senza che qualcuno si prenda a cuore le sue sorti. Imbottita di psicofarmaci per farla rimanere tranquilla in attesa che qualcuno decida il suo destino. Chi risarcirà queste persone, questa famiglia, per le ingiustizie subite?».

La storia è inverosimile, ma nessuno ha provato a dimostrarne l’evidente infondatezza.

Tutto comincia nel 2018, quando uno degli insegnanti della ragazzina, allora diciassettenne, rivela alla preside che la giovane gli ha confidato di essere vittima di abusi da parte del padre. Scatta quindi la segnalazione alle autorità e il Tribunale per i minorenni di Milano ne dispone l’allontanamento da casa: l’uomo intanto viene indagato e imputato e sarà costretto a difendersi dalla terribile accusa, nonostante i racconti della figlia paiano decisamente improbabili e quindi falsi: la giovane sarebbe stata prelevata dal padre dal proprio letto, che divideva con la madre, mentre dormiva, e sarebbe stata portata sul divano per essere poi riportata a letto, senza che né lei né nessuno dei familiari presenti in casa si svegliassero  e notassero qualcosa. La giovane riferirà di aver vissuto tutto come un sogno. Pur in assenza di prove di abusi fisici, il padre invece di venire immediatamente scagionato, è stato rinviato a giudizio.

«Ci sono voluti tre anni perché la verità finalmente venisse portata alla luce e le accuse cadessero» proseguono i legali dello Studio Miraglia, «tant’è che al processo è stato scagionato e prosciolto dalle accuse. Ma a parte il dolore, la preoccupazione, lo stravolgimento della vita che quest’uomo e la sua famiglia hanno subito, il destino cui è andata incontro la ragazza è stato altrettanto terribile: sballottata da una struttura ad un’altra fino alla maggiore età, quando ormai le istituzioni non sono più obbligate ad occuparsene». Ma i solerti assistenti sociali che hanno attivato tutta la procedura per allontanarla e metterla in sicurezza da un presunto padre orco, alla fine non si sono preoccupati minimamente della sua sorte, della sua salute. Questa ragazza era palesemente disturbata e andava curata, non allontanata dalla famiglia e poi dimenticata da tutti.

«Mai essere superficiali quando si tratta di tutela dei minori» proseguono gli avvocati, «però i provvedimenti devono essere motivati e supportati da prove certe. In questo caso la superficialità con cui hanno agito gli assistenti sociali e non solo ha cagionato solo dolore e causato problemi ben maggiori: che abbiano agito per leggerezza o in malafede, sta di fatto che sarebbe il caso che o si formassero e informassero adeguatamente oppure che cambiassero lavoro».

Cambia sesso e diventa donna: non le fanno più vedere il figlio

L’avvocato Miraglia: «Gravissimo atto di discriminazione a Milano»
MILANO (30  Aprile 2020). Sta pagando a caro prezzo la decisione assunta di cambiare sesso, una donna che per il Tribunale dei Minorenni di Milano è il padre di un ragazzino di otto anni: da otto mesi gli viene negato di vedere e sentire il proprio figlio. Non sa nemmeno dove stia né come stia, non ha sue notizie nemmeno via mail, non può neppure telefonargli. Senza una motivazione plausibile se non quella, sottintesa, di avere nel frattempo cambiato sesso ed essere diventato una donna. Una transizione che il bambino ha accettato, ma a quanto pare molto meno l’assistente sociale che segue il caso, la quale ha interrotto ogni tipo di rapporto tra i due da quando il padre, ormai donna, si sarebbe presentato agli incontri abbigliato con vestiti femminili.
Il bambino è nato otto anni fa da una coppia di genitori, che nel frattempo si è separata in maniera conflittuale: motivo degli inconciliabili dissapori tra gli ex coniugi anche la decisione assunta dal marito di sottoporsi al cambio del sesso. Il tribunale ordinario, nel corso della separazione, aveva ordinato che il bambino continuasse a vedere entrambi i genitori, affidando il piccolo alla madre e stabilendo che il padre potesse vederlo all’interno di uno spazio neutro. Passò quindi la competenza della regolamentazione dei rapporti tra padre e figlio al Tribunale dei Minorenni, il quale però, con pregiudizio inspiegabile, improvvisamente ha bloccato gli incontri e persino le telefonate tra i due.
«Un atteggiamento discriminatorio, negligente ed altamente pregiudizievole, quello attuato dal Servizio sociale nei confronti della signora» commenta l’avvocato Francesco Miraglia, al quale il padre, ormai donna, si è rivolto. «La mia assistita non sa nemmeno dove si trovi il figlio né conosce le sue condizioni di salute (il piccolo è affetto da una forma di autismo), con gravissimo pregiudizio per il bambino e violazione di ogni legge nazionale ed internazionale a tutela dei diritti fondamentali di genitori e minori! I dati attualmente disponibili non suffragano i timori circa il fatto che le problematiche identitarie di un genitore influiscano in termini negativi sullo sviluppo del figlio. Per contro, sono ampiamente documentabili gli effetti perturbanti ingenerati dell’interruzione dei contatti tra un bambino e il proprio genitore, di qualunque sesso esso sia. Ci siamo quindi appellati con un’istanza urgente al Tribunale dei Minorenni affinché questa donna continui a vedere e a sentire il proprio figlio. E vogliamo vedere chi si prenderà a cuore questo caso, anche dal punto di vista politico: se con indosso i pantaloni come genitore andava bene, con la gonna improvvisamente è diventato pessimo? Vogliamo affermare davvero questo principio, che si basa su stereotipi di genere? E’ urgente che si attivi un dibattito che regolamenti in maniera chiara i diritti dei genitori separati transessuali, che hanno pari dignità e diritti di essere trattati e riconosciuti al pari di chiunque altro».

Tenta il suicidio pur di tornare in carcere

Milano.Ci Risiamo. Giacomo ragazzo 17enne  residente in un comune dell’interland Milanese, già conosciuto all’opinione pubblica in quanto nel mese di giugno scorso era scappato da una comunità in provincia di Pavia, è  scappato nuovamente.
I primi giorni di agosto, dal Beccaria veniva trasferito in una ennesima comunità in provincia di Mantova,  alcuni giorni fa era scappato dalla comunità e si era quindi presentato al Beccaria chiedendo di poter terminare la sua pena in carcere. Il PM di turno invece non lo ha ascoltato e ha disposto il riaccompagnamento a forza in comunità tramite le forze dell’ordine. Poche ore dopo essere stato riaccompagnato in comunità Giacomo  si è auto-lesionato come estrema richiesta di aiuto per poter uscire dalla comunità e tornare in carcere.
Oggi, dopo questo gesto estremo, le sue richieste sono state accolte.
“Senza entrare in alcun modo in merito alla responsabilità del mio assistito, un ragazzo poco più che 17enne, credo che il fatto che un ragazzo “preferisca” commettere un gesto estremo per costringere l’autorità giudiziaria a riportarlo in carcere pur di non restare in comunità la dica lunga sul funzionamento di queste comunità. La dice lunga anche su come la giustizia minorile non funzioni. Non può succedere che un ragazzo allontanato dai propri genitori per opera dei servizi sociali di San Donato sia abbandonato a sé stesso. Ha oltre modo dell’incredibile il fatto che i servizi sociali che si sono occupati del minore da quando aveva 12 anni non abbiamo mai proposto un percorso serio, competente e tutelante, senza per altro permettere ai genitori di intervenire nelle decisioni della vita del figlio. Spero che le istituzioni e il sindaco di San Donato sappiano dare delle risposte e non trincerarsi dietro a mere difese d’ufficio come sino ad oggi. Spero vivamente che gli operatori referenti facciano un esame di coscienza sul loro operato, affinché da ora in poi vengano applicati percorsi studiati ad hoc soprattutto di fronte a problematiche così gravi e con diversi profili da tutelare ed approfondire. Altrimenti il vero “fallimento” resterà quello delle istituzioni.” Sostiene l’avvocato Francesco Miraglia che difende il ragazzo e la famiglia.
Il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani (CCDU) Onlus si occupa da tempo della vicenda di Giorgio (nome di fantasia), sia quando era stato collocato in una comunità psichiatrica contro la sua volontà sia quando era stato sbolognato alla famiglia dopo essere stato rovinato.
Prima del collocamento in comunità psichiatrica, Giorgio era sì un ragazzo difficile perché proveniente da un’adozione dalla Russia, ma non si drogava né spacciava. Invece, poco dopo le dimissioni, la mamma ci aveva contattati dicendoci che Giorgio prima era un ragazzo difficile ma non faceva uso di sostanze e non fumava, avevamo alcune speranze di poterlo aiutare; ora siamo disperati: dopo l’intervento dei Servizi Sociali di San Donato Milanese e dei neuropsichiatri della UONPIA con il collocamento in comunità, nostro figlio è peggiorato.
La mamma di Giorgio ha deciso di lanciare l’ennesimo appello alle autorità: “È importante conoscere l’intera storia di nostro figlio per poterlo aiutare seriamente. Viene continuamente sballottato tra i diversi operatori e gli vengono somministrati e sospesi psicofarmaci senza nessuna progettualità. Vi prego di permetterci di proporre un progetto valido per lui. Se non siete in grado di aiutarlo almeno permettete a noi di farlo.”
Secondo Paolo Roat Responsabile Nazionale Tutela Minori del Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani (CCDU) Onlus: “I protocolli e le procedure in atto nella tutela minorile si sono dimostrate fallimentari. Non è un problema della società moderna, né un problema dei ragazzi di oggi: il problema è la mancanza di soluzioni efficaci per gestire e risolvere il disagio giovanile. In mancanza di soluzioni ci rivolge all’approccio psichiatrico che non fa altro che sedare il disagio con dei metodi coercitivi e con gli psicofarmaci. Anche con Giorgio stanno sbagliando di nuovo: lo stanno sedando invece di capirlo e aiutarlo. Ma il disagio non va sedato, il disagio va compreso e risolto. Le soluzioni ci sono. Possiamo aiutare questi ragazzi!”

16enne arrestato per furto comincia a fumare e spacciare da quando sta in comunità

I ragazzi ospiti delle comunità vengono davvero aiutati?
Sedicenne milanese arrestato per furto: ha iniziato a fumare e spacciare da quando sta in comunità

MILANO. Recentemente il fenomeno delle baby gang è tornato alla ribalta: i quartieri “bene” di Napoli da due mesi sono sotto assedio da parte di bande di adolescenti, che aggrediscono senza motivo i coetanei, derubandoli e accoltellandoli. Un’escalation di violenza.

Qualche giorno fa un’altra adolescente romana, appena diciottenne, Pamela Mastropietro, è stata uccisa e fatta a pezzi: il suo corpo è stato trovato dentro due valigie nelle campagne marchigiane. Prima di sparire era scappata dalla comunità di recupero in cui era entrata per l’ennesima volta per cercare di risolvere i suoi problemi. Alla famiglia sono rimasti il dolore e tante domande: perché si è allontanata dalla comunità e perché nessuno si sia accorto della sua fuga.
A Milano invece un sedicenne è stato arrestato alcuni giorni fa per spaccio di droga: era ospite anche lui di una comunità: sono anni che entra ed esce da queste strutture e prima di frequentarle non fumava né spacciava.
«Ma nel nostro Paese chi aiuta davvero gli adolescenti ?» si interroga il suo avvocato, Francesco Miraglia. Da anni il legale, esperto in Diritto minorile, si batte contro gli inutili allontanamenti di bambini e ragazzi dalle famiglie di origine qualora non vi siano gravi motivazioni. Si è trovato spesso a scontrarsi contro i Servizi sociali e le comunità di alloggio, non sempre di specchiata onorabilità e che sovente sembrano non avere a cuore e come priorità il benessere dei ragazzi.
«Il mio cliente ha solo sedici anni» prosegue l’avvocato Miraglia «e venerdì è stato sottoposto all’udienza di convalida dell’arresto. Ha ammesso l’errore, ma ha raccontato anche tutte le traversie subite negli anni. Lo conosco fin da piccolissimo, come conosco la sua famiglia, che si è affidata ai Servizi sociali e al Tribunale dei Minorenni per cercare di risolvere i problemi del ragazzo: è stato adottato da un’ottima famiglia, ma i traumi legati all’abbandono in tenerissima età gli hanno lasciato dentro dei segni profondissimi da cui scaturiscono i suoi disagi». Il ragazzo ha una storia di abbandono alle spalle, che lo ha profondamente segnato: aveva bisogno di aiuto e come soluzione ai suoi disagi, invece, si è proceduto ad allontanarlo dai genitori adottivi. Una situazione che lo ha fatto soffrire ancora di più, come dimostrano le ripetute fughe dalle comunità per tornare a casa. All’udienza ieri il giovane ha accettato di scontare la pena in una comunità di lavoro. «Ma ha anche avuto la possibilità finalmente di raccontare cosa ha passato in questi anni» continua il legale. «E’ stato costretto ad andare in tre comunità diverse: in una era l’unico ragazzino in mezzo a degli adulti, nell’altro era l’unico italiano, la terza era una comunità psichiatrica. In luoghi simili si è trovato costretto ad affrontare problemi ulteriori a quelli che aveva già: logico che scappasse. E adesso ha imboccato una strada sbagliata: tra l’altro è stato proprio in comunità che ha iniziato a fumare e a frequentare compagnie poco raccomandabili. Ma allora mi domando: davvero le comunità operano per il bene dei ragazzi che vengono loro affidati? Dove sono i progetti educativi e di recupero? Con questo ragazzino – che fortunatamente ha compreso di avere sbagliato – si rischiava di perdere un’occasione, di perdere un ragazzo e di ritrovarsi un delinquente. Siamo sicuri che siano solo le famiglie ad avere la responsabilità con i ragazzi “difficili” oppure anche le istituzioni? Dobbiamo interrogarci tutti e soprattutto gli enti che si occupano di minori: cosa si fa davvero per loro? Si fa abbastanza, si fa il meglio per questi adolescenti oppure vengono solo considerati un numero e un introito economico?».

Milano: malato psichiatrico costretto in prigione, soffre a tal punto da autolesionarsi

Nonostante la dichiarazione di inidoneità al carcere, la Regione Lombardia lo “scarica” e non cerca una struttura alternativa
 
MILANO. Cosa può esserci di peggio per un paziente psichiatrico conclamato che trovarsi costretto alla forzata convivenza con estranei, dietro le sbarre di una cella del carcere? Senza avere la capacità di comprendere il motivo della forzata detenzione, senza vedere la possibilità di uscire e di ritrovarsi in un ambiente familiare, la soluzione è quella estrema di lesionarsi per “evadere” a suo modo.
Accade a un uomo di 39 anni, attualmente detenuto alla Casa circondariale di San Vittore, a Milano: ci è finito alcuni mesi fa, a causa delle reiterate liti con un vicino, determinate dal suo conclamato e certificato stato psichiatrico patologico. Dopo la condanna venne ricoverato e si scagliò contro un medico, per cui dagli arresti domiciliati passò diretto in carcere. Dove, è assodato ormai dalle istituzioni, non può stare, per il benessere suo e di chi gli sta intorno. Ma dove andare? Qui inizia un balletto di responsabilità senza soluzioni concrete, dove sia la richiesta della Procura generale che le ingiunzioni della Corte di Appello di Milano vengono disattese e nessuno provvede a trovargli una sistemazione alternativa idonea. E lui continua a soffrire in carcere.
In seguito all’istanza di poter usufruire degli arresti domiciliari, letta la relazione psichiatrica del San Vittore, il Procuratore generale ne ha richiesto il ricovero in una struttura dei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura, mentre come atto d’urgenza la Corte di Appello di Milano ha chiesto intanto di trovargli ospitalità temporanea in un ospedale lombardo e al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria di individuare quanto prima una struttura idonea ad ospitarlo. E’ chiaro a tutti che è un paziente psichiatrico, incompatibile con la vita carceraria.
 
 
«Peccato, però, che la Direzione medica dell’Unità operativa di Sanità penitenziaria della Regione Lombardia abbia risposto “picche” ad entrambe le disposizioni» dichiara l’avvocato Francesco Miraglia, che lo assiste «in quanto, a suo dire, il mio assistito risulta “ben monitorato ed adeguatamente assistito presso il Servizio Assistenza Intensificata del Centro di osservazione neuropsichiatrica del carcere di San Vittore. Pertanto l’Ufficio detenuti della Regione non ha ritenuto di adottare alcun provvedimento e lui si trova tutt’ora in carcere. Questo nonostante la Direzione psichiatrica della casa circondariale ritenga il suo quadro psicopatologico incompatibile con il regime detentivo e nonostante l’ordinanza della Corte di appello di Milano, che invitava un ospedale lombardo ad accoglierlo ai domiciliari».
La risposta dell’ospedale è sconcertante: non ha posti a sufficienza. «Ora, ammesso che davvero questa struttura sia priva di posti per ospitarlo» prosegue l’avvocato Miraglia «e che, come invece ritengo, non gravino dei forti pregiudizi nei confronti del mio assistito che conoscono ben per precedenti ricoveri, mi domando come sia possibile che nell’intera Lombardia non ci sia un’altra struttura idonea in grado di accoglierlo. Né i familiari e nemmeno il Difensore regionale garante dei detenuti, che si è speso per trovare una soluzione, non sono stati in grado di trovare un posto adeguato in cui possa scontare il residuo di pena che gli manca. E’ lecito quindi chiedersi ancora: ma i politici che si stracciano le vesti e che scioperano per le condizioni delle carceri italiane, dove sono? E quelli che inneggiano al modello perfetto del sistema sanitario lombardo, perché non intervengono?  E quelli che promettono di migliorare il welfare, perché tacciono? Facile riempirsi la bocca di slogan e di promesse elettorali, ma la realtà è che

“Ridateci i nostri figli!”

Sit-in di protesta davanti la casa famiglia: dopo dieci anni due genitori rivogliono con sé i loro figli
I bambini hanno chiesto di tornare a casa, ma il Tribunale non si è ancora espresso
 
BIELLA (2 agosto 2017). Maria Dolores e Gerolamo Rotta stamattina sono davanti alla casa famiglia in cui è ospitato uno dei loro figli, in un sit-in di protesta. Chiedono di poter finalmente riavere con sé i due figli minori, dopo dieci anni di allontanamento coatto stabilito dal Tribunale dei minori di Milano, che nel 2007 ha sottratto alla loro custodia i loro quattro bambini, dislocandoli in diverse strutture. Qualche anno fa i due figli maggiori sono scappati e adesso, maggiorenni, vivono con i genitori in Lombardia. I due più piccoli no, sono uno nella casa famiglia piemontese, davanti alla quale i genitori da stamattina protestano. L’altro, invece, il più piccolo, vive presso una famiglia affidataria. Separati, quindi. A marzo, dopo dieci anni, il Tribunale dei minori di Milano li ha finalmente ascoltati: i due ragazzini hanno espresso la volontà di rivedere maggiormente i genitori e di rientrare nella famiglia da cui sanno di provenire, ma di cui ricordano poco o niente. Quando sono stati allontanati dalla casa di Cernusco sul Naviglio, in provincia di Milano, in cui vivevano, non avevano nemmeno 5 e 3 anni. Ed è appunto la casa il motivo principale per il quale sono stati allontanati: i coniugi Rotta hanno “osato” chiedere al Comune un sopralluogo nell’appartamento pubblico che è stato loro assegnato, per la presenza di muffa e amianto. Ma dopo il sopralluogo, gli hanno tolto i figli. “Per “incuria e ipostimolazione” dirà il Tribunale. Ma i coniugi Rotta sostengono che vi sia una quantomeno “strana” coincidenza nel fatto che l’allora sindaco fosse l’amministratore della cooperativa che gestiva quelli alloggi pubblici.
«In Italia dieci anni di carcere non lo danno quasi nemmeno a chi commette un omicidio» sostiene l’avvocato Francesco Miraglia, cui i coniugi Rotta, ormai esasperati e disperati, si sono rivolti per un aiuto. «Che delitto possono avere mai commesso questi ragazzini? O forse è un reato nascere poveri? Non sarebbe stato meglio aiutare la famiglia a gestirli invece di strapparglieli per dieci anni: quanto è costato tutto questo, in termini di sofferenza, soprattutto ai minori, ma anche alle istituzioni, che ne hanno mantenuto l’istituzionalizzazione per un decennio?».
A questi bambini è stato negato di crescere e giocare come fratelli, di svegliarsi la mattina di Natale e di andare ad aprire i regali sotto l’albero tutti insieme. E’ stato negato loro il bacio della buonanotte della mamma. E’ stato persino impedito loro di vedere la nonna malata, sul letto di morte. Se ne è andata senza poter dare loro un ultimo bacio. Persino quando la figlia è stata operata, alla madre non è stato concesso di sederle accanto, nel letto d’ospedale, in un momento delicato in cui avere la mamma accanto per un bambino è davvero importante. Sono ragazzini istituzionalizzati, che nemmeno ricordano come si stava in famiglia, sebbene vogliano molto bene ai genitori e ai fratelli. «Non so chi sono, sono sconosciuto a me stesso, non so nemmeno se sono i miei veri genitori» ha detto uno di loro al Tribunale, che finalmente a marzo di quest’anno (i bambini sono stati allontanati da casa a luglio del 2007) ha disposto di ascoltarli. Ma che ancora non ha emanato alcun provvedimento. Quanto ancora dovranno soffrire?
«Credo sia il caso di disinteresse da parte delle istituzioni peggiore in cui mi sia imbattuto in tanti anni di lavoro» prosegue l’avvocato Miraglia. «Chiederemo un’accelerazione delle pratiche, di riportare a casa questi ragazzini. Ma soprattutto cercheremo di capire chi sia il responsabile di una situazione simile, che ha causato così tanto dolore. Come è stato possibile sentire i minori soltanto dieci anni dopo l’emissione del provvedimento? Certo, i ragazzi in questi anni sono stati curati e seguiti, ma non hanno vissuto come una famiglia e la solitudine, il dolore e la rabbia che si portano dentro, potevano essere evitati. Non è escluso che richiederemo un risarcimento per questo ingiusto allontanamento durato un decennio».
 

Bambini tolti ai genitori: «Ispettori in Tribunale»

Offensiva del legale della famiglia, Miraglia, il quale ha scritto a Presidente della Repubblica. Csm, Procuratore generale di Cassazione e della Corte di Appello di Triestedi Francesco Fain
 
GORIZIA «Troppe incongruenze. Azione penale sproporzionata. Ci vogliono gli ispettori al Tribunale di Gorizia». Francesco Miraglia, l’avvocato del Foro di Roma che tutela i bambini goriziani tolti ai propri genitori, passa al contrattacco. E indirizza un esposto dai toni sin troppo forti al presidente della Repubblica Mattarella, al Consiglio superiore della Magistratura, al ministro di Grazia e Giustizia Orlando e ai procuratori generali della Cassazione e della Corte d’Appello di Trieste.
Il legale censura totalmente l’operato della Procura e parla espressamente di «imparzialità dell’indagine nonché di dichiarazioni fuorvianti, non corrispondenti al vero nei confronti dei miei assistiti. Tale atteggiamento e comportamento – argomenta Miraglia nell’esposto – non solo ha arrecato un danno ai miei assistiti ma soprattutto ha arrecato un danno reale al “sistema Giustizia” e alla credibilità di cui deve godere affinché l’esercizio dell’azione penale corrisponda alla tutela dei cittadini e soprattutto dei cittadini indagati».
L’esposto contiene, poi, una veloce “cronistoria” della vicenda con particolari rimasti, sino ad oggi, inediti. «Nell’agosto 2010, i miei assistiti si trasferiscono a Gorizia per motivi di lavoro. Il figlio maggiore della coppia (all’epoca di 3 anni) era già in carico al servizio di Neuropsichiatria, in Puglia. Una volta trasferiti a Gorizia, i genitori chiesero la prosecuzione delle terapie rivolgendosi, naturalmente, ai servizi pubblici di competenza. Nel contempo si erano accentuate – illustra Miraglia – le problematiche che fin dalla nascita il secondogenito aveva presentato: da qui un iter diagnostico complesso che porta nel 2013 alla certificazione di “malattia rara” per entrambi i bambini. Nel 2011, entrambi i bimbi vengono certificati ai sensi della legge 104, in situazione di “handicap con gravità”, e nonostante questo l’intervento a livello territoriale risulta, da parte dei servizi, incostante (non viene erogato sostegno scolastico, terapie riabilitative). L’anno successivo, la situazione degenera e iniziano le prime schermaglie giudiziarie
La Procura di Gorizia inizia un’indagine «tra centinaia di intercettazioni telefoniche e, strumentalizzando uno sfogo telefonico tra moglie e marito, chiede alla Procura minorile un provvedimento urgente di allontanamento dei figli». L’esposto si chiude con una scia di quesiti. «Perché dopo 3 anni d’indagini non si è ancora arrivati alla conclusione delle stesse indagini se la responsabilità è cosi chiara? Da chi è stato autorizzato il Pm a disporre le intercettazioni telefoniche a carico dei miei assistiti? Perché i genitori non sono stati mai ascoltati? Perché si mette in dubbio quanto sostenuto dal Centro regionale delle malattie rare, dal Besta di Milano dalle vari commissioni mediche, e soprattutto in base quel presupposto scientifico e giuridico si afferma che la terapia farmacologica prescritta dai dottori che si occupano dei bambini sono dannose e pericolose? E se fosse così perché i citati professionisti non sono indagati con i genitori quantomeno in concorso?»
Da qui, la richiesta finale a tutti gli interlocutori (presidente Mattarella compreso) di intervenire. «Vogliano le autorità in indirizzo, ciascuno per i poteri attribuitogli per legge, determinarsi al fine di assicurare il legittimo esercizio dell’attività giurisdizionale e di perseguire gli illeciti ravvisati».

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