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Milano: ragazza allontanata dai servizi sociali per abusi sessuali, il Tribunale assolve il padre, il fatto non sussiste

La ragazza, ora ventenne, è in una comunità, imbottita di psicofarmaci invece di essere aiutata

MILANO (19 Marzo 2021). Fine di un incubo per un uomo di Milano: dopo tre anni è stato scagionato dall’accusa infamante, quanto falsa, di avere abusato della figlia minorenne. La quale, tolta all’epoca alla famiglia, è passata da una comunità all’altra e da un reparto psichiatrico a un altro, imbottita di psicofarmaci, che la rendono un automa.

«Una storia dolorosa e assurda, che ha due vittime innocenti» sottolineano i legali dello Studio Miraglia, che hanno difeso l’uomo. «Da una parte c’è un uomo che per tre lunghi anni ha subito l’onta dell’accusa di aver abusato della figlia: accuse del tutto infondate. Però ha trascorso tre anni di stress e preoccupazione, durante i quali si è isolato da tutti per la vergogna di un’accusa infamante e ha smesso di lavorare. Dall’altro c’è la figlia, una ragazza oggi ventenne, che i Servizi sociali hanno allontanato dalla famiglia, ma che le istituzioni non hanno saputo aiutare: è stata spostata di comunità in comunità, ha subito diversi trattamenti sanitari obbligatori e ora, a quanto è stato riferito ai genitori, è talmente imbottita di psicofarmaci da risultare irriconoscibile. Loro non l’hanno più vista: gli è sempre stato detto che era lei a non volerli vedere. E adesso che è maggiorenne, è uscita dal circuito della tutela minorile e il suo destino non interessa più a nessuno. È parcheggiata in un limbo burocratico, senza che qualcuno si prenda a cuore le sue sorti. Imbottita di psicofarmaci per farla rimanere tranquilla in attesa che qualcuno decida il suo destino. Chi risarcirà queste persone, questa famiglia, per le ingiustizie subite?».

La storia è inverosimile, ma nessuno ha provato a dimostrarne l’evidente infondatezza.

Tutto comincia nel 2018, quando uno degli insegnanti della ragazzina, allora diciassettenne, rivela alla preside che la giovane gli ha confidato di essere vittima di abusi da parte del padre. Scatta quindi la segnalazione alle autorità e il Tribunale per i minorenni di Milano ne dispone l’allontanamento da casa: l’uomo intanto viene indagato e imputato e sarà costretto a difendersi dalla terribile accusa, nonostante i racconti della figlia paiano decisamente improbabili e quindi falsi: la giovane sarebbe stata prelevata dal padre dal proprio letto, che divideva con la madre, mentre dormiva, e sarebbe stata portata sul divano per essere poi riportata a letto, senza che né lei né nessuno dei familiari presenti in casa si svegliassero  e notassero qualcosa. La giovane riferirà di aver vissuto tutto come un sogno. Pur in assenza di prove di abusi fisici, il padre invece di venire immediatamente scagionato, è stato rinviato a giudizio.

«Ci sono voluti tre anni perché la verità finalmente venisse portata alla luce e le accuse cadessero» proseguono i legali dello Studio Miraglia, «tant’è che al processo è stato scagionato e prosciolto dalle accuse. Ma a parte il dolore, la preoccupazione, lo stravolgimento della vita che quest’uomo e la sua famiglia hanno subito, il destino cui è andata incontro la ragazza è stato altrettanto terribile: sballottata da una struttura ad un’altra fino alla maggiore età, quando ormai le istituzioni non sono più obbligate ad occuparsene». Ma i solerti assistenti sociali che hanno attivato tutta la procedura per allontanarla e metterla in sicurezza da un presunto padre orco, alla fine non si sono preoccupati minimamente della sua sorte, della sua salute. Questa ragazza era palesemente disturbata e andava curata, non allontanata dalla famiglia e poi dimenticata da tutti.

«Mai essere superficiali quando si tratta di tutela dei minori» proseguono gli avvocati, «però i provvedimenti devono essere motivati e supportati da prove certe. In questo caso la superficialità con cui hanno agito gli assistenti sociali e non solo ha cagionato solo dolore e causato problemi ben maggiori: che abbiano agito per leggerezza o in malafede, sta di fatto che sarebbe il caso che o si formassero e informassero adeguatamente oppure che cambiassero lavoro».

Cambia sesso e diventa donna: non le fanno più vedere il figlio

L’avvocato Miraglia: «Gravissimo atto di discriminazione a Milano»
MILANO (30  Aprile 2020). Sta pagando a caro prezzo la decisione assunta di cambiare sesso, una donna che per il Tribunale dei Minorenni di Milano è il padre di un ragazzino di otto anni: da otto mesi gli viene negato di vedere e sentire il proprio figlio. Non sa nemmeno dove stia né come stia, non ha sue notizie nemmeno via mail, non può neppure telefonargli. Senza una motivazione plausibile se non quella, sottintesa, di avere nel frattempo cambiato sesso ed essere diventato una donna. Una transizione che il bambino ha accettato, ma a quanto pare molto meno l’assistente sociale che segue il caso, la quale ha interrotto ogni tipo di rapporto tra i due da quando il padre, ormai donna, si sarebbe presentato agli incontri abbigliato con vestiti femminili.
Il bambino è nato otto anni fa da una coppia di genitori, che nel frattempo si è separata in maniera conflittuale: motivo degli inconciliabili dissapori tra gli ex coniugi anche la decisione assunta dal marito di sottoporsi al cambio del sesso. Il tribunale ordinario, nel corso della separazione, aveva ordinato che il bambino continuasse a vedere entrambi i genitori, affidando il piccolo alla madre e stabilendo che il padre potesse vederlo all’interno di uno spazio neutro. Passò quindi la competenza della regolamentazione dei rapporti tra padre e figlio al Tribunale dei Minorenni, il quale però, con pregiudizio inspiegabile, improvvisamente ha bloccato gli incontri e persino le telefonate tra i due.
«Un atteggiamento discriminatorio, negligente ed altamente pregiudizievole, quello attuato dal Servizio sociale nei confronti della signora» commenta l’avvocato Francesco Miraglia, al quale il padre, ormai donna, si è rivolto. «La mia assistita non sa nemmeno dove si trovi il figlio né conosce le sue condizioni di salute (il piccolo è affetto da una forma di autismo), con gravissimo pregiudizio per il bambino e violazione di ogni legge nazionale ed internazionale a tutela dei diritti fondamentali di genitori e minori! I dati attualmente disponibili non suffragano i timori circa il fatto che le problematiche identitarie di un genitore influiscano in termini negativi sullo sviluppo del figlio. Per contro, sono ampiamente documentabili gli effetti perturbanti ingenerati dell’interruzione dei contatti tra un bambino e il proprio genitore, di qualunque sesso esso sia. Ci siamo quindi appellati con un’istanza urgente al Tribunale dei Minorenni affinché questa donna continui a vedere e a sentire il proprio figlio. E vogliamo vedere chi si prenderà a cuore questo caso, anche dal punto di vista politico: se con indosso i pantaloni come genitore andava bene, con la gonna improvvisamente è diventato pessimo? Vogliamo affermare davvero questo principio, che si basa su stereotipi di genere? E’ urgente che si attivi un dibattito che regolamenti in maniera chiara i diritti dei genitori separati transessuali, che hanno pari dignità e diritti di essere trattati e riconosciuti al pari di chiunque altro».

Tenta il suicidio pur di tornare in carcere

Milano.Ci Risiamo. Giacomo ragazzo 17enne  residente in un comune dell’interland Milanese, già conosciuto all’opinione pubblica in quanto nel mese di giugno scorso era scappato da una comunità in provincia di Pavia, è  scappato nuovamente.
I primi giorni di agosto, dal Beccaria veniva trasferito in una ennesima comunità in provincia di Mantova,  alcuni giorni fa era scappato dalla comunità e si era quindi presentato al Beccaria chiedendo di poter terminare la sua pena in carcere. Il PM di turno invece non lo ha ascoltato e ha disposto il riaccompagnamento a forza in comunità tramite le forze dell’ordine. Poche ore dopo essere stato riaccompagnato in comunità Giacomo  si è auto-lesionato come estrema richiesta di aiuto per poter uscire dalla comunità e tornare in carcere.
Oggi, dopo questo gesto estremo, le sue richieste sono state accolte.
“Senza entrare in alcun modo in merito alla responsabilità del mio assistito, un ragazzo poco più che 17enne, credo che il fatto che un ragazzo “preferisca” commettere un gesto estremo per costringere l’autorità giudiziaria a riportarlo in carcere pur di non restare in comunità la dica lunga sul funzionamento di queste comunità. La dice lunga anche su come la giustizia minorile non funzioni. Non può succedere che un ragazzo allontanato dai propri genitori per opera dei servizi sociali di San Donato sia abbandonato a sé stesso. Ha oltre modo dell’incredibile il fatto che i servizi sociali che si sono occupati del minore da quando aveva 12 anni non abbiamo mai proposto un percorso serio, competente e tutelante, senza per altro permettere ai genitori di intervenire nelle decisioni della vita del figlio. Spero che le istituzioni e il sindaco di San Donato sappiano dare delle risposte e non trincerarsi dietro a mere difese d’ufficio come sino ad oggi. Spero vivamente che gli operatori referenti facciano un esame di coscienza sul loro operato, affinché da ora in poi vengano applicati percorsi studiati ad hoc soprattutto di fronte a problematiche così gravi e con diversi profili da tutelare ed approfondire. Altrimenti il vero “fallimento” resterà quello delle istituzioni.” Sostiene l’avvocato Francesco Miraglia che difende il ragazzo e la famiglia.
Il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani (CCDU) Onlus si occupa da tempo della vicenda di Giorgio (nome di fantasia), sia quando era stato collocato in una comunità psichiatrica contro la sua volontà sia quando era stato sbolognato alla famiglia dopo essere stato rovinato.
Prima del collocamento in comunità psichiatrica, Giorgio era sì un ragazzo difficile perché proveniente da un’adozione dalla Russia, ma non si drogava né spacciava. Invece, poco dopo le dimissioni, la mamma ci aveva contattati dicendoci che Giorgio prima era un ragazzo difficile ma non faceva uso di sostanze e non fumava, avevamo alcune speranze di poterlo aiutare; ora siamo disperati: dopo l’intervento dei Servizi Sociali di San Donato Milanese e dei neuropsichiatri della UONPIA con il collocamento in comunità, nostro figlio è peggiorato.
La mamma di Giorgio ha deciso di lanciare l’ennesimo appello alle autorità: “È importante conoscere l’intera storia di nostro figlio per poterlo aiutare seriamente. Viene continuamente sballottato tra i diversi operatori e gli vengono somministrati e sospesi psicofarmaci senza nessuna progettualità. Vi prego di permetterci di proporre un progetto valido per lui. Se non siete in grado di aiutarlo almeno permettete a noi di farlo.”
Secondo Paolo Roat Responsabile Nazionale Tutela Minori del Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani (CCDU) Onlus: “I protocolli e le procedure in atto nella tutela minorile si sono dimostrate fallimentari. Non è un problema della società moderna, né un problema dei ragazzi di oggi: il problema è la mancanza di soluzioni efficaci per gestire e risolvere il disagio giovanile. In mancanza di soluzioni ci rivolge all’approccio psichiatrico che non fa altro che sedare il disagio con dei metodi coercitivi e con gli psicofarmaci. Anche con Giorgio stanno sbagliando di nuovo: lo stanno sedando invece di capirlo e aiutarlo. Ma il disagio non va sedato, il disagio va compreso e risolto. Le soluzioni ci sono. Possiamo aiutare questi ragazzi!”

16enne arrestato per furto comincia a fumare e spacciare da quando sta in comunità

I ragazzi ospiti delle comunità vengono davvero aiutati?
Sedicenne milanese arrestato per furto: ha iniziato a fumare e spacciare da quando sta in comunità

MILANO. Recentemente il fenomeno delle baby gang è tornato alla ribalta: i quartieri “bene” di Napoli da due mesi sono sotto assedio da parte di bande di adolescenti, che aggrediscono senza motivo i coetanei, derubandoli e accoltellandoli. Un’escalation di violenza.

Qualche giorno fa un’altra adolescente romana, appena diciottenne, Pamela Mastropietro, è stata uccisa e fatta a pezzi: il suo corpo è stato trovato dentro due valigie nelle campagne marchigiane. Prima di sparire era scappata dalla comunità di recupero in cui era entrata per l’ennesima volta per cercare di risolvere i suoi problemi. Alla famiglia sono rimasti il dolore e tante domande: perché si è allontanata dalla comunità e perché nessuno si sia accorto della sua fuga.
A Milano invece un sedicenne è stato arrestato alcuni giorni fa per spaccio di droga: era ospite anche lui di una comunità: sono anni che entra ed esce da queste strutture e prima di frequentarle non fumava né spacciava.
«Ma nel nostro Paese chi aiuta davvero gli adolescenti ?» si interroga il suo avvocato, Francesco Miraglia. Da anni il legale, esperto in Diritto minorile, si batte contro gli inutili allontanamenti di bambini e ragazzi dalle famiglie di origine qualora non vi siano gravi motivazioni. Si è trovato spesso a scontrarsi contro i Servizi sociali e le comunità di alloggio, non sempre di specchiata onorabilità e che sovente sembrano non avere a cuore e come priorità il benessere dei ragazzi.
«Il mio cliente ha solo sedici anni» prosegue l’avvocato Miraglia «e venerdì è stato sottoposto all’udienza di convalida dell’arresto. Ha ammesso l’errore, ma ha raccontato anche tutte le traversie subite negli anni. Lo conosco fin da piccolissimo, come conosco la sua famiglia, che si è affidata ai Servizi sociali e al Tribunale dei Minorenni per cercare di risolvere i problemi del ragazzo: è stato adottato da un’ottima famiglia, ma i traumi legati all’abbandono in tenerissima età gli hanno lasciato dentro dei segni profondissimi da cui scaturiscono i suoi disagi». Il ragazzo ha una storia di abbandono alle spalle, che lo ha profondamente segnato: aveva bisogno di aiuto e come soluzione ai suoi disagi, invece, si è proceduto ad allontanarlo dai genitori adottivi. Una situazione che lo ha fatto soffrire ancora di più, come dimostrano le ripetute fughe dalle comunità per tornare a casa. All’udienza ieri il giovane ha accettato di scontare la pena in una comunità di lavoro. «Ma ha anche avuto la possibilità finalmente di raccontare cosa ha passato in questi anni» continua il legale. «E’ stato costretto ad andare in tre comunità diverse: in una era l’unico ragazzino in mezzo a degli adulti, nell’altro era l’unico italiano, la terza era una comunità psichiatrica. In luoghi simili si è trovato costretto ad affrontare problemi ulteriori a quelli che aveva già: logico che scappasse. E adesso ha imboccato una strada sbagliata: tra l’altro è stato proprio in comunità che ha iniziato a fumare e a frequentare compagnie poco raccomandabili. Ma allora mi domando: davvero le comunità operano per il bene dei ragazzi che vengono loro affidati? Dove sono i progetti educativi e di recupero? Con questo ragazzino – che fortunatamente ha compreso di avere sbagliato – si rischiava di perdere un’occasione, di perdere un ragazzo e di ritrovarsi un delinquente. Siamo sicuri che siano solo le famiglie ad avere la responsabilità con i ragazzi “difficili” oppure anche le istituzioni? Dobbiamo interrogarci tutti e soprattutto gli enti che si occupano di minori: cosa si fa davvero per loro? Si fa abbastanza, si fa il meglio per questi adolescenti oppure vengono solo considerati un numero e un introito economico?».

Milano: malato psichiatrico costretto in prigione, soffre a tal punto da autolesionarsi

Nonostante la dichiarazione di inidoneità al carcere, la Regione Lombardia lo “scarica” e non cerca una struttura alternativa
 
MILANO. Cosa può esserci di peggio per un paziente psichiatrico conclamato che trovarsi costretto alla forzata convivenza con estranei, dietro le sbarre di una cella del carcere? Senza avere la capacità di comprendere il motivo della forzata detenzione, senza vedere la possibilità di uscire e di ritrovarsi in un ambiente familiare, la soluzione è quella estrema di lesionarsi per “evadere” a suo modo.
Accade a un uomo di 39 anni, attualmente detenuto alla Casa circondariale di San Vittore, a Milano: ci è finito alcuni mesi fa, a causa delle reiterate liti con un vicino, determinate dal suo conclamato e certificato stato psichiatrico patologico. Dopo la condanna venne ricoverato e si scagliò contro un medico, per cui dagli arresti domiciliati passò diretto in carcere. Dove, è assodato ormai dalle istituzioni, non può stare, per il benessere suo e di chi gli sta intorno. Ma dove andare? Qui inizia un balletto di responsabilità senza soluzioni concrete, dove sia la richiesta della Procura generale che le ingiunzioni della Corte di Appello di Milano vengono disattese e nessuno provvede a trovargli una sistemazione alternativa idonea. E lui continua a soffrire in carcere.
In seguito all’istanza di poter usufruire degli arresti domiciliari, letta la relazione psichiatrica del San Vittore, il Procuratore generale ne ha richiesto il ricovero in una struttura dei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura, mentre come atto d’urgenza la Corte di Appello di Milano ha chiesto intanto di trovargli ospitalità temporanea in un ospedale lombardo e al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria di individuare quanto prima una struttura idonea ad ospitarlo. E’ chiaro a tutti che è un paziente psichiatrico, incompatibile con la vita carceraria.
 
 
«Peccato, però, che la Direzione medica dell’Unità operativa di Sanità penitenziaria della Regione Lombardia abbia risposto “picche” ad entrambe le disposizioni» dichiara l’avvocato Francesco Miraglia, che lo assiste «in quanto, a suo dire, il mio assistito risulta “ben monitorato ed adeguatamente assistito presso il Servizio Assistenza Intensificata del Centro di osservazione neuropsichiatrica del carcere di San Vittore. Pertanto l’Ufficio detenuti della Regione non ha ritenuto di adottare alcun provvedimento e lui si trova tutt’ora in carcere. Questo nonostante la Direzione psichiatrica della casa circondariale ritenga il suo quadro psicopatologico incompatibile con il regime detentivo e nonostante l’ordinanza della Corte di appello di Milano, che invitava un ospedale lombardo ad accoglierlo ai domiciliari».
La risposta dell’ospedale è sconcertante: non ha posti a sufficienza. «Ora, ammesso che davvero questa struttura sia priva di posti per ospitarlo» prosegue l’avvocato Miraglia «e che, come invece ritengo, non gravino dei forti pregiudizi nei confronti del mio assistito che conoscono ben per precedenti ricoveri, mi domando come sia possibile che nell’intera Lombardia non ci sia un’altra struttura idonea in grado di accoglierlo. Né i familiari e nemmeno il Difensore regionale garante dei detenuti, che si è speso per trovare una soluzione, non sono stati in grado di trovare un posto adeguato in cui possa scontare il residuo di pena che gli manca. E’ lecito quindi chiedersi ancora: ma i politici che si stracciano le vesti e che scioperano per le condizioni delle carceri italiane, dove sono? E quelli che inneggiano al modello perfetto del sistema sanitario lombardo, perché non intervengono?  E quelli che promettono di migliorare il welfare, perché tacciono? Facile riempirsi la bocca di slogan e di promesse elettorali, ma la realtà è che

“Ridateci i nostri figli!”

Sit-in di protesta davanti la casa famiglia: dopo dieci anni due genitori rivogliono con sé i loro figli
I bambini hanno chiesto di tornare a casa, ma il Tribunale non si è ancora espresso
 
BIELLA (2 agosto 2017). Maria Dolores e Gerolamo Rotta stamattina sono davanti alla casa famiglia in cui è ospitato uno dei loro figli, in un sit-in di protesta. Chiedono di poter finalmente riavere con sé i due figli minori, dopo dieci anni di allontanamento coatto stabilito dal Tribunale dei minori di Milano, che nel 2007 ha sottratto alla loro custodia i loro quattro bambini, dislocandoli in diverse strutture. Qualche anno fa i due figli maggiori sono scappati e adesso, maggiorenni, vivono con i genitori in Lombardia. I due più piccoli no, sono uno nella casa famiglia piemontese, davanti alla quale i genitori da stamattina protestano. L’altro, invece, il più piccolo, vive presso una famiglia affidataria. Separati, quindi. A marzo, dopo dieci anni, il Tribunale dei minori di Milano li ha finalmente ascoltati: i due ragazzini hanno espresso la volontà di rivedere maggiormente i genitori e di rientrare nella famiglia da cui sanno di provenire, ma di cui ricordano poco o niente. Quando sono stati allontanati dalla casa di Cernusco sul Naviglio, in provincia di Milano, in cui vivevano, non avevano nemmeno 5 e 3 anni. Ed è appunto la casa il motivo principale per il quale sono stati allontanati: i coniugi Rotta hanno “osato” chiedere al Comune un sopralluogo nell’appartamento pubblico che è stato loro assegnato, per la presenza di muffa e amianto. Ma dopo il sopralluogo, gli hanno tolto i figli. “Per “incuria e ipostimolazione” dirà il Tribunale. Ma i coniugi Rotta sostengono che vi sia una quantomeno “strana” coincidenza nel fatto che l’allora sindaco fosse l’amministratore della cooperativa che gestiva quelli alloggi pubblici.
«In Italia dieci anni di carcere non lo danno quasi nemmeno a chi commette un omicidio» sostiene l’avvocato Francesco Miraglia, cui i coniugi Rotta, ormai esasperati e disperati, si sono rivolti per un aiuto. «Che delitto possono avere mai commesso questi ragazzini? O forse è un reato nascere poveri? Non sarebbe stato meglio aiutare la famiglia a gestirli invece di strapparglieli per dieci anni: quanto è costato tutto questo, in termini di sofferenza, soprattutto ai minori, ma anche alle istituzioni, che ne hanno mantenuto l’istituzionalizzazione per un decennio?».
A questi bambini è stato negato di crescere e giocare come fratelli, di svegliarsi la mattina di Natale e di andare ad aprire i regali sotto l’albero tutti insieme. E’ stato negato loro il bacio della buonanotte della mamma. E’ stato persino impedito loro di vedere la nonna malata, sul letto di morte. Se ne è andata senza poter dare loro un ultimo bacio. Persino quando la figlia è stata operata, alla madre non è stato concesso di sederle accanto, nel letto d’ospedale, in un momento delicato in cui avere la mamma accanto per un bambino è davvero importante. Sono ragazzini istituzionalizzati, che nemmeno ricordano come si stava in famiglia, sebbene vogliano molto bene ai genitori e ai fratelli. «Non so chi sono, sono sconosciuto a me stesso, non so nemmeno se sono i miei veri genitori» ha detto uno di loro al Tribunale, che finalmente a marzo di quest’anno (i bambini sono stati allontanati da casa a luglio del 2007) ha disposto di ascoltarli. Ma che ancora non ha emanato alcun provvedimento. Quanto ancora dovranno soffrire?
«Credo sia il caso di disinteresse da parte delle istituzioni peggiore in cui mi sia imbattuto in tanti anni di lavoro» prosegue l’avvocato Miraglia. «Chiederemo un’accelerazione delle pratiche, di riportare a casa questi ragazzini. Ma soprattutto cercheremo di capire chi sia il responsabile di una situazione simile, che ha causato così tanto dolore. Come è stato possibile sentire i minori soltanto dieci anni dopo l’emissione del provvedimento? Certo, i ragazzi in questi anni sono stati curati e seguiti, ma non hanno vissuto come una famiglia e la solitudine, il dolore e la rabbia che si portano dentro, potevano essere evitati. Non è escluso che richiederemo un risarcimento per questo ingiusto allontanamento durato un decennio».
 

Bambini tolti ai genitori: «Ispettori in Tribunale»

Offensiva del legale della famiglia, Miraglia, il quale ha scritto a Presidente della Repubblica. Csm, Procuratore generale di Cassazione e della Corte di Appello di Triestedi Francesco Fain
 
GORIZIA «Troppe incongruenze. Azione penale sproporzionata. Ci vogliono gli ispettori al Tribunale di Gorizia». Francesco Miraglia, l’avvocato del Foro di Roma che tutela i bambini goriziani tolti ai propri genitori, passa al contrattacco. E indirizza un esposto dai toni sin troppo forti al presidente della Repubblica Mattarella, al Consiglio superiore della Magistratura, al ministro di Grazia e Giustizia Orlando e ai procuratori generali della Cassazione e della Corte d’Appello di Trieste.
Il legale censura totalmente l’operato della Procura e parla espressamente di «imparzialità dell’indagine nonché di dichiarazioni fuorvianti, non corrispondenti al vero nei confronti dei miei assistiti. Tale atteggiamento e comportamento – argomenta Miraglia nell’esposto – non solo ha arrecato un danno ai miei assistiti ma soprattutto ha arrecato un danno reale al “sistema Giustizia” e alla credibilità di cui deve godere affinché l’esercizio dell’azione penale corrisponda alla tutela dei cittadini e soprattutto dei cittadini indagati».
L’esposto contiene, poi, una veloce “cronistoria” della vicenda con particolari rimasti, sino ad oggi, inediti. «Nell’agosto 2010, i miei assistiti si trasferiscono a Gorizia per motivi di lavoro. Il figlio maggiore della coppia (all’epoca di 3 anni) era già in carico al servizio di Neuropsichiatria, in Puglia. Una volta trasferiti a Gorizia, i genitori chiesero la prosecuzione delle terapie rivolgendosi, naturalmente, ai servizi pubblici di competenza. Nel contempo si erano accentuate – illustra Miraglia – le problematiche che fin dalla nascita il secondogenito aveva presentato: da qui un iter diagnostico complesso che porta nel 2013 alla certificazione di “malattia rara” per entrambi i bambini. Nel 2011, entrambi i bimbi vengono certificati ai sensi della legge 104, in situazione di “handicap con gravità”, e nonostante questo l’intervento a livello territoriale risulta, da parte dei servizi, incostante (non viene erogato sostegno scolastico, terapie riabilitative). L’anno successivo, la situazione degenera e iniziano le prime schermaglie giudiziarie
La Procura di Gorizia inizia un’indagine «tra centinaia di intercettazioni telefoniche e, strumentalizzando uno sfogo telefonico tra moglie e marito, chiede alla Procura minorile un provvedimento urgente di allontanamento dei figli». L’esposto si chiude con una scia di quesiti. «Perché dopo 3 anni d’indagini non si è ancora arrivati alla conclusione delle stesse indagini se la responsabilità è cosi chiara? Da chi è stato autorizzato il Pm a disporre le intercettazioni telefoniche a carico dei miei assistiti? Perché i genitori non sono stati mai ascoltati? Perché si mette in dubbio quanto sostenuto dal Centro regionale delle malattie rare, dal Besta di Milano dalle vari commissioni mediche, e soprattutto in base quel presupposto scientifico e giuridico si afferma che la terapia farmacologica prescritta dai dottori che si occupano dei bambini sono dannose e pericolose? E se fosse così perché i citati professionisti non sono indagati con i genitori quantomeno in concorso?»
Da qui, la richiesta finale a tutti gli interlocutori (presidente Mattarella compreso) di intervenire. «Vogliano le autorità in indirizzo, ciascuno per i poteri attribuitogli per legge, determinarsi al fine di assicurare il legittimo esercizio dell’attività giurisdizionale e di perseguire gli illeciti ravvisati».

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"Sull'autismo #metticilcuore perché #civorrebbeunamico"

– La Prof.ssa Vincenza Palmieri e l’Avv. Francesco Miraglia lanciano una Campagna virale che raccolga testimonianze, denunce, ma anche percorsi virtuosi e buone pratiche legate all’Autismo” –
“Ci sono mamme e mamme. Mamme che al mattino corrono già, tra il lavoro e i figli che devono essere accompagnati a scuola, i compiti ancora da finire, la merenda… e “mamme NO”, mamme che vengono guardate ed ignorate, non conosciute, spaventate, a volte sole. Per loro non c’è il pensiero del dopo di noi. Perché non c’è il noi. Non c’è un dopo perché non c’è l’oggi.
Sono tragedie che si articolano in uno “Spettro”: lo spettro autistico. Mi chiedo se invece di spettro avremmo potuto chiamarlo “range”, o “forchetta” o “campo”. Mai definizione fu più paradossale, restimolativa, diabolicamente evocativa.
Certo, lo spettro fa più impressione perché non se ne capisce la ragione originaria, il senso. E ci si chiede cosa sia successo, quando sia cominciato. E, soprattutto, se mai finirà.” Queste le parole della Prof.ssa Vincenza Palmieri, Presidente dell’Istituto Nazionale di Pedagogia Familiare, che, insieme all’Avv. Francesco Miraglia  – a proposito di un caso importante a lui affidato a Modena, hanno deciso di affrontare, in maniera integrata, un tema oggi ancora molto dibattuto: quello dell’Autismo.
 
Poco si sa con certezza delle cause e della natura profonda di tale disturbo ma, certamente, lo si può definire come “un giardino della diversità” che, in quanto tale, necessita di tutele altrettanto particolari.
Nel nostro Paese, invece, si assiste a numerosi casi in cui si riscontra un vuoto di assistenza e di cura che, di fatto, configura una situazione profondamente discriminatoria: molti bambini, ragazzi e poi adulti, vengono lasciati indietro, tenuti da parte, per l’inadeguatezza e l’assenza di misure che dovrebbero, invece, essere costituzionalmente garantite.
E’ il caso denunciato da A.G., una mamma modenese, che si è rivolta all’Avvocato Francesco Miraglia raccontando proprio di questo vuoto colpevole: “Un progetto di vita, per mia figlia, non è mai stato fatto. E’ stata abbandonata. Perché esistono autistici di serie A e di serie B?”. A.G. si è accorta della patologia della propria bambina molto presto e ha tentato, in linea con la normativa vigente, di accedere al Programma regionale integrato per l’assistenza alle persone con disturbo dello spettro autistico. Eppure, anche a causa di un sostegno scolastico discontinuo ed insufficiente, non ha visto alcun miglioramento nel tempo.
“Nel corso dei cinque anni delle elementari – racconta – mia figlia ha avuto sempre un’insegnante di sostegno diversa, senza alcuna continuità didattica. Ho chiesto all’Amministrazione che mi venisse fornito personale per seguirla nel doposcuola ma non sono stata mai richiamata”. Non solo: A.G. non usufruisce nemmeno degli assegni di cura che in alcune città viene erogato ai familiari di minori con disabilità gravi, visto che la scelta da parte dei singoli Enti è discrezionale. “Di fatto – spiega l’Avv. Miraglia – si ignora il richiamo dettato dal Garante Regionale che invita il Comune a considerare in maniera preminente l’interesse del fanciullo e un livello di vita adeguato per lui e per la sua famiglia. Si configura, così, una forma di discriminazione indiretta ed una disparità di trattamento rispetto ad altri minori, con problematiche affini, risiedenti in territori limitrofi”.
Il dibattito sul sostegno scolastico è, in questi giorni, particolarmente vivo. La stessa Palmieri – in un recente articolo – denuncia l’inadeguatezza del sistema, ravvisando come si assista a casi in cui il sostegno viene imposto a ragazzi che non avrebbero bisogno di “alcuna stampellina” perché in grado di camminare con le proprie gambe,  mentre invece spesso si procede con un sostegno che non serve e, anzi, crea esso stesso quel ritardo e quella difficoltà presunti che si dovrebbero andare a risolvere.
Di contro, in casi in cui l’educatore di sostegno rappresenterebbe quella cura e quella tutela fondamentali per il minore, questo invece non sempre risulta disponibile.
Viene, dunque, negata l’assistenza domiciliare e quel sostegno a scuola, fondamentale, che garantirebbe il Diritto all’Apprendimento – e non il ‘semplice’ Diritto allo Studio, ma soprattutto il Diritto alle relazioni sociali! Relazioni sociali ed integrazione che nell’attuale organizzazione della didattica, più che servire al cosiddetto disabile, in effetti dovrebbero servire ai cosiddetti “abili”, che così vanno a misurarsi con l’incomprensibile, la diversità, la paura della differenza inguaribile e riescono così forse a sviluppare buoni sentimenti e sensibilità.
Ci vorrebbe un amico, si! Un bambino disabile a scuola ci sta 4 ore. È il resto del tempo? Come può recuperare, riabilitarsi, integrare ed integrarsi se non c’è nessuno, oltre la mamma, nelle altre 20 ore? A volte c’è la famiglia allargata che si struttura intorno al bisogno, ma quando non c’è nessun altro?
Dal punto di vista numerico e di competenza, la figura di un educatore – che sia presente a scuola così come nell’ambiente domestico – è ancora profondamente insufficiente, a tal punto che non si riesce ad offrire, nonostante la presenza spesso anche di provvedimenti emessi dalle Autorità locali di Garanzia, quel Diritto ai Livelli di Vita Adeguati propri di ogni Cittadino.
Come è possibile, dunque, che in molti casi specifici tali dettati rimangano lettera morta e che pochissimi Cittadini siano a conoscenza dei propri diritti in tal senso? Uno degli incubi ricorrenti, all’interno delle famiglie con figli autistici, è la domanda costante dei genitori: “cosa accadrà, dopo di noi?”, perché questi bambini nascono, crescono ed invecchiano discriminati.
“Sono discriminati – incalzano Miraglia e Palmieri, che hanno preso in carico e a cuore la storia di A.G. come quella di molte altre famiglie con la stessa angoscia – perché fin dall’inizio manca un perché chiaro alla loro condizione: nascono sani e poi ad un certo punto non comunicano più. Sono discriminati perché inseriti in uno “spettro” con sfumature incerte, che diventano un lager, più che un giardino. Discriminati perché considerati ‘migliorati’ quando ‘obbediscono’. Discriminati perché anche quando il sostegno c’è, è a macchia di leopardo, insufficiente e precario. Avrebbero bisogno di altissime professionalità, in grado di cogliere le loro sfumature, e invece sono pochissime le persone formate e gli spazi d’offerta di tale ascolto e sostegno.
Avrebbero bisogno di un amico, dunque. Anche di quel dio minore, fuggito da Modena, passato per Eboli, che ha accompagnato Cristo un po’ più lontano”.
Per questo, la Prof.ssa Palmieri e l’Avv. Miraglia, lanciano oggi insieme ed in rete una Campagna.
L’idea è quella di rendere virale un hashtag, utilizzando gli strumenti che ci mette a disposizione la tecnologia oggi, al servizio delle persone; un hashtag che raccolga in pagine e pagine le parole, le denunce, ma anche le azioni positive e le buone pratiche legate e dedicate all’autismo: per rendere “questo spettro meno spettro”, per fare rete e per divenire, tutti insieme, un dio maggiore:   #metticilcuore   perché   #civorrebbeunamico
 
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Il valore dei risultati e della qualità

– Siglato il nuovo Protocollo d’Intesa tra Ambasciata dell’Ecuador in Italia e Istituto Nazionale di Pedagogia Familiare –

 

– Riconfermato il Gruppo di Lavoro Istituzionale per garantire i Diritti dei Minori Ecuadoriani in Italia – 

 

 Alla luce dei risultati straordinariamente positivi ottenuti nel corso del 2015, lo Stato dell’Ecuador ha confermato per un altro anno il Progetto

Integrato per la Tutela dei Minori Ecuadoriani in Italia, previsto dall’accordo siglato tra Ambasciata  e INPEF.
Lo scorso 19 dicembre, dunque, Sua eccellenza l’Ambasciatore Dr. Juan Holguin ha ufficializzato la proroga del progetto, riconfermando la medesima squadra: la professoressa Vincenza Palmieri, Presidente INPEF, e gli avvocati Francesco Miraglia e Francesco Morcavallo.
Molto è ancora il lavoro da fare: “Continueremo a prenderci cura dei Minori e delle Famiglie – dichiara la Prof.ssa Palmieri – perché ora è il momento di formare ed informare. Bisogna fare in modo che tali risultati si radicalizzino. Aver riportato a casa i bambini che erano stati allontanati dalle loro famiglie – per interventi autoritativi – non esaurisce il nostro compito. Ora bisogna riallacciare i fili tagliati e fornire gli strumenti e le informazioni necessarie anche a prevenire gli allontanamenti e a sostenere le famiglie più fragili.” La formazione – uno dei punti fondamentali indicati tra gli obiettivi del Progetto Integrato di quest’anno – infatti, non è altro che uno dei passaggi fondamentali del sostegno alle famiglie.
Corsi di formazione ed informazione, diretti alle comunità ecuadoriane dislocate nelle diverse regioni italiane, andranno ad affiancare l’ormai consolidato impegno a fornire tutela legale, interventi pedagogico-familiare e consulenza peritale nei casi in cui un bambino, figlio di cittadini provenienti dal Paese sudamericano, venisse allontanato dal nucleo familiare per iniziativa dell’Autorità Amministrativa o Giudiziale.
Il progetto è nato dall’escalation di affidamenti a strutture protette, che avevano interessato minori ecuadoriani: un fenomeno che ha coinvolto circa un centinaio di bambini colpiti da provvedimenti definitivi di allontanamento dalla casa parentale. Bambini che poi i genitori non riescono più a rintracciare, a differenza di quanto accade in altri Paesi, come la Spagna, in cui i minori allontanati dalla famiglia vengono affidati ai parenti rimasti in Ecuador.
“Siamo onorati per la fiducia che il Governo dell’Ecuador ci ha accordato e confermato – commentano gli avvocati Francesco Miraglia e Francesco Morcavallo – e sarebbe auspicabile che un progetto come questo fosse di esempio anche per gli altri Paesi che in Italia annoverino comunità numerose, e per lo stesso Governo italiano, che parla spesso di famiglia, ma non per la famiglia, mai in suo vero favore”.
“A differenza di altri Sistemi – fa eco Vincenza Palmieri – che, chiamati in causa, assumono un atteggiamento negazionista rispetto al  problema e ne sminuiscono l’entità, il Governo dell’Ecuador rappresenta un modello, perché richiede di comprendere il fenomeno e di intervenire, strutturando una solida alternativa.
Aver riportato a casa tutti questi bambini significa, fattivamente, aver scritto progetti, aver denunciato gli abusi, aver agito dal punto di vista normativo, delle relazioni umane, ma anche sul piano politico e mediatico. Credo non sia un caso che, ad oggi, non ci siano nuovi allontanamenti tra le famiglie ecuadoriane! E’ proprio da questo successo che dobbiamo partire; su questo valore dobbiamo poggiare la nostra azione, amplificandola e moltiplicandone il risultato. E’ il momento di standardizzare il ‘Metodo’ del Gruppo di Lavoro Integrato Inpef (Palmieri – Miraglia – Morcavallo) di modo che tale metodologia operativa venga fatta conoscere. Tale metodo – basato sulla sinergia degli aspetti Legali, Familiari,  Sociali e Peritali, rappresenta un sistema funzionale “a pieno regime”,  alla luce del quale continueremo ad attuare la nostra azione, a dire ciò che si deve dire, a dare il sostegno alle famiglie. Perché non si avveri più il castigo della buona fede e della povertà!”
La redazione
 
 

Da gennaio la giovane promessa della danza studierà a Milano

Lacrime di gioia e valigie in preparazione per inseguire il suo sogno

 

 

FERRARA. Quando i giudici sabato scorso le hanno annunciato che avrebbe potuto frequentare la scuola di danza Aida a Milano e un liceo linguistico nella medesima città, è scoppiata in un pianto liberatorio: la quattordicenne ferrarese, da mesi nell’angoscia a causa di un provvedimento di allontanamento da casa emesso dal Tribunale di Roma, ha accolto così la fine di un incubo. Il collegio dei giudici l’ha ascoltata, ha capito che per lei la danza è fondamentale e che il provvedimento di allontanamento dalla madre e la sua reclusione in una casa famiglia romana non fosse motivato e pertanto nemmeno necessario.

Nonostante la giovane età, la ragazzina ha dimostrato di possedere una grande determinazione a voler perseguire il suo sogno, tanto che al giudice, durante l’audizione, ha detto: «Le danzatrici sono come gli uccelli, hanno bisogno di volare». E ha annunciato l’intenzione di partecipare alle audizioni anche all’estero.

Adesso nella sua casa ferrarese sta preparando le valigie, perché il giudice le ha concesso di iniziare a frequentare la scuola di danza Aida e il liceo linguistico già a partire dal 7 gennaio.

«La vicenda si è concluso per il meglio e non potremmo essere più contenti» commenta l’avvocato cui si è affidata la madre della ballerina, Francesco Miraglia «ed è la dimostrazione che una giustizia più umana è possibile, se non passa l’automatismo nei Tribunali per il quale, alle prime avvisaglie di un problema, bambini e ragazzi vengono immediatamente allontanati da casa. Se i giudici, invece, ascoltassero anche loro direttamente, molto di quei 40 mila minori italiani che si trovano attualmente in affidamento, sarebbero a casa propria».

La vicenda porta  alla luce anche un altro aspetto positivo: la determinazione di una giovane a seguire il proprio sogno.

«Si dice spesso che i giovani d’oggi siano superficiali» prosegue l’avvocato Miraglia, «invece questa ragazzina ha dimostrato che con la grinta e la perseveranza nel voler seguire il proprio sogno, ha combattuto contro le istituzioni e ha vinto. Se questa storia deve insegnare qualcosa, potrebbe proprio essere l’invito ai giovani a non lasciarsi scoraggiare mai e di combattere sempre per ottenere quello che si desidera».