Caso Alessandra Di Meo: precisazioni necessarie tra responsabilità istituzionali e difese d’ufficio
A seguito dell’articolo pubblicato in data 1 febbraio u.s., dal titolo “Dai servizi sociali alle procedure di affido: la rete di protezione non ha funzionato”, e delle successive dichiarazioni del Presidente regionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali, nonché del Sindaco del Comune di Tufino andate in onda sulla televisione nazionale, in qualità di avvocato di fiducia del papà della piccola Alessandra mi corre l’obbligo di fare alcune doverose precisazioni.
Volutamente non intendo entrare nel merito processuale della vicenda, né anticipare valutazioni che competono esclusivamente alla magistratura e agli organi inquirenti.
Le sedi giudiziarie competenti sono e restano l’unico luogo deputato ad accertare fatti, responsabilità penali e nessi causali.
L’intervento che segue non ha dunque natura processuale e non intende interferire con le indagini in corso, ma si colloca su un piano diverso, quello del funzionamento della rete di tutela minorile e della correttezza del dibattito pubblico.
Colpisce, e non può non suscitare meraviglia, che a fronte di una tragedia che imporrebbe rigore, prudenza e senso di responsabilità, il Presidente regionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali abbia scelto la strada della difesa d’ufficio, anziché interrogarsi pubblicamente su eventuali criticità, omissioni o ritardi nell’operato dei Servizi Sociali coinvolti.
In una vicenda di tale gravità, l’atteggiamento istituzionalmente più corretto non è l’assoluzione preventiva, ma la richiesta di chiarezza e trasparenza.
Il tema, infatti, non è mettere in discussione il valore o la complessità del lavoro degli assistenti sociali, che nessuno nega.
Il tema è se, in questo caso concreto, la funzione di vigilanza, monitoraggio e tutela sia stata esercitata in modo effettivo, tempestivo e documentato.
Quando una bambina di quattro anni muore, in queste condizioni, il dovere delle istituzioni non è chiudere il dibattito, ma aprirlo, ponendo domande fondate sui fatti.
Alcuni dati oggettivi non possono essere ignorati.
La minore Alessandra era formalmente affidata al padre in forza di un provvedimento dell’Autorità giudiziaria.
La collocazione della minore agli indagati era nota ai Servizi Sociali del comune di Tufino già dall’agosto/settembre 2024.
Non si trattava, dunque, di una situazione ignota o sottratta al controllo istituzionale, ma di una condizione che rientrava pienamente nella cosiddetta rete di protezione.
Proprio per fare chiarezza su questi aspetti, in data 30 dicembre 2024 il sottoscritto, quale difensore del padre della minore, ha formalmente chiesto ai Servizi Sociali del Comune di Tufino di indicare se e quando fossero state effettuate visite domiciliari presso l’abitazione di collocazione della bambina, se e quando fossero state redatte relazioni sul suo stato di salute e di benessere, se e quando fosse stato informato il Tribunale per i Minorenni circa la collocazione effettiva e se fosse mai stata svolta una valutazione delle capacità di accudimento della coppia presso cui la minore viveva.
A oggi, tali richieste risultano prive di riscontro.
Il Sindaco di Tufino piuttosto che pensare a costituirsi parte civile nel procedimento penale che si celebrerà, come ha dichiarato in una intervista, pensasse a rispondere ai quesiti che da più di un anno il sottoscritto difensore ha posto.
È necessario chiarire anche un ulteriore profilo, spesso rappresentato in modo distorto: il padre, Giuseppe Di Meo, non ha mai abbandonato la figlia Alessandra.
Tale affermazione non trova riscontro negli atti e non può essere dedotta da una ricostruzione semplificata o emotiva dei fatti.
La situazione della minore era nota ai Servizi Sociali, che erano quindi tenuti, per funzione e mandato istituzionale, a svolgere le attività di controllo e vigilanza previste.
Vi è piena fiducia nell’operato della magistratura, che saprà chiarire con rigore e completezza cosa sia accaduto alla piccola Alessandra e individuare le responsabilità, non solo in relazione agli eventi che hanno condotto al decesso, ma anche rispetto all’operato di chi era chiamato a vigilare e a intervenire per tempo.
Solo un accertamento serio, completo e privo di automatismi difensivi potrà rendere giustizia alla memoria della bambina e restituire credibilità a una rete di protezione che, quando non funziona, deve essere analizzata e corretta, non giustificata.
Avv. Pasqualino Miraglia