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Minori a Messina, affidi che falliscono e stessi nomi nei procedimenti: esposto in Procura, ” sembra un sistema di assegnazione”

Emerso un sistema per isolare una comunità gestita da suore: trasferimenti traumatici per i ragazzi, ascolto negato e struttura estromessa senza contestazioni formali. Nell’esposto anche il ripetersi della nomina della stessa curatrice e il via vai di affidamenti falliti, mentre Procura minorile e Tribunale erano già stati informati

(Messina 28 agosto 2026) Gravi anomalie nella gestione e affidamento dei minori sono state denunciate alle Procure della Repubblica di Messina e di Barcellona Pozzo di Gotto e presso il tribunale per i minorenni di Messina. Un esposto presentato dagli avvocati Francesco Miraglia e Carmen Pino mette in luce un meccanismo strutturato in più procedimenti giudiziari, orientato a delegittimare una comunità alloggio nel messinese gestita da religiose, dalla quale l’Autorità Giudiziaria, in pochissimo tempo, sta trasferendo tutti i minori. E solo per aver chiesto maggiore sensibilità e ascolto dei minori.

La ricostruzione evidenzia uno schema operativo identico ripetuto in tre differenti vicende. La rappresentazione negativa della comunità nei confronti del tribunale passerebbe attraverso la figura di un avvocato che opera sia come curatore sia come tutore per tre dei minori investiti dai procedimenti presi in esame. Il risultato finale è il blocco dell’invio di nuovi minori alla casa d’accoglienza e il loro contestuale trasferimento, avvenuto in diversi casi con modalità ritenute traumatiche, senza un reale contraddittorio con le religiose.

Un ulteriore elemento che, secondo quanto denunciato nell’esposto, merita di essere approfondito è il via vai di affidamenti, alcuni dei quali falliscono, con minori che vengono spostati da una collocazione all’altra e costretti ogni volta a ricominciare da capo. Tutto questo avverrebbe nella sostanziale indifferenza della Procura minorile, già informata delle criticità segnalate, e del Tribunale per i minorenni. Una sequenza di circostanze che, proprio per la sua ripetitività, impone di chiedersi se ci si trovi realmente davanti a singoli episodi scollegati oppure a un vero e proprio sistema di assegnazione dei minori, nel quale gli affidamenti si susseguono e, anche quando falliscono, il meccanismo continua senza che venga apparentemente rimesso in discussione.

«Il blocco dell’assegnazione dei minori – dichiara l’avvocato Carmen Pino – e l’estromissione della comunità non sono dipesi da provvedimenti formali di revoca dell’autorizzazione o da ispezioni che abbiano rilevato irregolarità, bensì da una costante e informale lesione della reputazione della struttura, ottenuta tramite la distorsione selettiva delle informazioni trasmesse al tribunale per i minorenni».

Nell’esposto si richiama l’attenzione sul comportamento tenuto dalle religiose, le quali, senza opporsi alle disposizioni del tribunale, avevano formalmente richiesto maggiore delicatezza e un ascolto effettivo della volontà dei piccoli ospiti. Di contro, la richiesta di tutela è stata interpretata come un atteggiamento ostruzionistico. Dagli atti emergono le testimonianze dei giovani coinvolti: un bambino già provato da reiterati affidi ha supplicato in lacrime di non essere trasferito nella famiglia vista solo sporadicamente; un altro ha cercato di riallacciare i contatti con il padre biologico, chiaro segnale di un forte legame famigliare che andrebbe indagato, ma che al contrario è stato strumentalizzato come attacco alla struttura che non avrebbe adeguatamente vigilato sul minore; due sorelle hanno espresso forte ansia e preoccupazione per l’imminente trasferimento, non soltanto perché costrette a lasciare la comunità nella quale vivono da anni, ma anche per il cambiamento della scuola, degli insegnanti e dei compagni con i quali hanno costruito legami significativi. Tutti ragazzi che nella comunità avevano trovato un minimo di stabilità, compromessa dal loro forzato e repentino spostamento, si badi bene, non in famiglie adeguate alla loro accoglienza, ma in altre strutture.

I legali pongono l’accento sulla necessità di rimettere al centro dell’intero sistema il reale interesse dei piccoli. «Ma chi ascolta i bambini? – aggiunge l’avvocato Francesco Miraglia da tantissimi anni impegnato in vicende che hanno al centro l’interesse dei minori – Si agisce per il loro bene, ma il loro bene effettivamente quale è se si passa sistematicamente sopra i loro diritti e i loro sentimenti e si ostacola e osteggia con ostracismo e ghettizzazione chi, come queste suore, cerca di mediare e cercare una strada che tenga conto anche degli interessi dei minori?».

La denuncia si allarga infine a una riflessione più ampia sul funzionamento delle procedure di allontanamento sul territorio nazionale. «Non è un caso, non è una coincidenza: è un sistema – prosegue l’avvocato Miraglia – Da anni sostengo che vi sia un metodo ben collaudato e a quanto pare esteso nell’intero Paese, dove gli allontanamenti dei bambini dai nuclei familiari per affidarli ad altre famiglie rappresentano in realtà delle adozioni mascherate. Assistenti sociali, tutori e giudici sono sempre gli stessi, i loro nomi si rincorrono nei procedimenti, i giudici decidono in base alla loro discrezionalità e a farne le spese sono bambini e ragazzi, i veri soggetti che questo sistema dovrebbe invece tutelare».

«Vuole riabbracciare sua madre»: il caso di una bambina di Venezia arriva in Parlamento

(Mestre 26 agosto 2026) Da mesi il rapporto con la madre è fortemente limitato. La difesa denuncia l’assenza, per un lungo periodo, di un calendario effettivo degli incontri e chiede che le condotte dei due genitori siano valutate con lo stesso metro. L’avvocato Francesco Miraglia: «Il tempo della giustizia non può consumare l’infanzia di una bambina». La deputata Stefania Ascari presenterà un’interpellanza parlamentare al Ministro della Giustizia.
Una bambina che manifesta il desiderio di poter riabbracciare la propria madre. Una relazione familiare oggi fortemente limitata e affidata prevalentemente a videochiamate protette. E una vicenda giudiziaria iniziata anni fa che, da Venezia, è destinata ora ad arrivare anche in Parlamento.
Il caso riguarda una minore che per gran parte della propria vita ha vissuto prevalentemente con la madre a Mestre. Ancora nel luglio 2023 il Tribunale di Venezia aveva disposto l’affidamento condiviso con collocamento prevalente materno. Nel giugno 2025 l’assetto cambia radicalmente: la bambina viene collocata presso il padre e trasferita a Milano.
Ma la vicenda, secondo la difesa, non può essere letta partendo soltanto da quel momento. Negli anni precedenti la madre aveva infatti ripetutamente segnalato ai Servizi sociali difficoltà nelle riconsegne della figlia, periodi nei quali affermava di non riuscire ad avere sue notizie, assenze scolastiche e decisioni che riteneva assunte unilateralmente dal padre. Circostanze che dovranno essere valutate sulla base degli atti, ma che pongono per la difesa una questione centrale: i comportamenti dei due genitori sono stati esaminati con lo stesso metro?
Il passaggio più controverso arriva dopo il trasferimento della bambina. Secondo quanto denunciato dalla madre, per circa cinque mesi i Servizi non avrebbero predisposto un calendario effettivo e stabile degli incontri con la figlia. Dopo mesi di attesa, la donna inizia a recarsi davanti alla scuola frequentata dalla minore a Milano per poterla vedere e abbracciare.
Quegli accessi vengono valutati severamente. Seguono provvedimenti sempre più restrittivi e, nel novembre 2025, viene disposto anche il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla bambina. Una misura successivamente mantenuta.
La difesa contesta però che gli episodi davanti alla scuola possano essere valutati isolandoli da quanto accaduto nei mesi precedenti e denuncia inoltre un diverso approccio nei confronti del padre, che, secondo la ricostruzione materna, avrebbe in più occasioni mantenuto con i Servizi un atteggiamento scarsamente collaborativo e di supponenza senza che ciò determinasse conseguenze paragonabili. Un aspetto che dovrà essere verificato attraverso relazioni, comunicazioni e verbali degli operatori.
Nel frattempo, dalle relazioni educative emerge un dato destinato a pesare: il legame affettivo tra madre e figlia permane. Durante le videochiamate la bambina manifesta affetto, parla della propria vita, ride, si commuove e mostra i propri disegni. In occasione di un incontro in Spazio Neutro ha consegnato alla madre una lettera nella quale esprime il desiderio di poterla nuovamente abbracciare.
«Nessuno sta chiedendo un privilegio per una madre e nessuno vuole cancellare eventuali suoi errori», dichiara l’avvocato Francesco Miraglia, difensore della donna. «Chiediamo qualcosa di molto più semplice: che ci venga spiegato quale concreto e attuale pericolo impedisca oggi a questa bambina di abbracciare sua madre. Se quel pericolo esiste, venga dimostrato attraverso valutazioni attuali, rigorose e comparative. Ma se per mesi non viene garantito un calendario effettivo degli incontri e poi si considera pericolosa una madre perché cerca sua figlia davanti a una scuola, abbiamo il dovere di domandarci se stiamo ancora proteggendo la minore o se stiamo creando una frattura destinata a diventare irreversibile».
Miraglia pone anche il problema del tempo: «Il tempo della giustizia non è il tempo di un bambino. Una misura temporanea non può diventare definitiva soltanto perché trascorrono i mesi. Il superiore interesse del minore non può essere una formula scritta nei provvedimenti: deve essere verificato nei fatti, giorno dopo giorno. Ogni mese sottratto alla relazione tra un figlio e un genitore è un pezzo di infanzia che nessuna sentenza potrà restituire».
La vicenda è destinata ora a superare anche i confini delle aule giudiziarie. La deputata Stefania Ascari presenterà un’interpellanza parlamentare al Ministro della Giustizia, affinché vengano chiesti chiarimenti sul caso e, più in generale, sulle modalità con cui vengono gestite situazioni nelle quali le limitazioni dei rapporti familiari si protraggono nel tempo.
L’iniziativa parlamentare apre una questione che va oltre il singolo procedimento: l’effettività dell’ascolto del minore, il ruolo dei Servizi sociali, la necessità di verificare periodicamente l’attualità delle misure restrittive e l’applicazione di criteri realmente uniformi nei confronti di entrambi i genitori.
Perché in mezzo a provvedimenti, relazioni, consulenze e contrapposizioni tra adulti resta una richiesta estremamente semplice: quella di una bambina che vuole riabbracciare sua madre.
Ed è da quella richiesta che, oggi, giustizia e istituzioni sono chiamate a ripartire.

 

Dalle aule alla politica

(Abano Terme 5 agosto) L’intervista della settimana con l’Avv. Francesco Miraglia

L’esperienza maturata nelle aule di giustizia diventa proposta politica. Ogni settimana un confronto sui temi che riguardano famiglie, minori, giustizia e diritti.
Non basta denunciare ciò che non funziona. È arrivato il momento di cambiare le regole»

L’Avv. Francesco Miraglia, Vice Presidente Nazionale di Adesso Italia, presenta la proposta di legge per la riforma dei servizi sociali.

D. Avvocato Miraglia, negli ultimi mesi il suo nome è stato associato ad alcune delle più importanti vicende nazionali in materia di giustizia minorile, tra cui il caso di Torino. Oggi, però, lei compie un passo ulteriore: dalla denuncia alla proposta politica. Perché?

R. Prima di tutto desidero rivolgere un sincero ringraziamento al Segretario Nazionale di Adesso Italia, Maurizio Esposito, che ha creduto fin dal primo momento in questo progetto politico, comprendendone la portata e sostenendolo con determinazione. Un ringraziamento altrettanto sentito va a Francesco Nappi, cofirmatario della proposta di legge, con il quale ho condiviso un lungo e intenso lavoro di elaborazione normativa.
Questa proposta non nasce nelle stanze della politica. Nasce nelle aule dei tribunali, dall’ascolto delle famiglie, dal confronto con operatori e professionisti.
Per oltre vent’anni, come avvocato, ho denunciato criticità del sistema. Oggi ho deciso di fare un passo in più.
Non basta denunciare ciò che non funziona. La politica ha il dovere di cambiare le regole.
È questo il senso del mio impegno in Adesso Italia.

D. Lei è il difensore della madre nella vicenda di Torino e ha chiesto al Ministro della Giustizia Carlo Nordio l’invio degli ispettori ministeriali. Perché?

R. Perché credo profondamente nelle istituzioni.
Quando emergono vicende che suscitano interrogativi nell’opinione pubblica è giusto chiedere che venga fatta piena luce.
Per questo ho chiesto al Ministro Nordio di valutare l’invio degli ispettori ministeriali.
Ma attenzione.
Il vero tema non è soltanto Torino.
Il vero tema è che la politica non può continuare a intervenire solo quando un caso finisce sulle prime pagine dei giornali.
La politica deve prevenire.
Deve costruire regole che rendano il sistema più trasparente, più responsabile e più credibile.
È questo il significato della nostra proposta di legge.

D. Cosa vi ha spinto a scrivere una proposta di legge di iniziativa popolare?

R. Perché troppe volte abbiamo assistito a un copione già scritto.
Esplode un caso.
L’opinione pubblica si indigna.
La politica promette interventi.
Poi tutto torna come prima.
Noi abbiamo scelto una strada diversa.
Abbiamo scritto una proposta di legge.
Non un comunicato.
Non uno slogan.
Una vera riforma.
Il 28 settembre depositeremo in Corte di Cassazione una proposta di legge di iniziativa popolare che introduce maggiore trasparenza, responsabilità, controlli indipendenti e nuove garanzie per famiglie, minori e operatori.
Crediamo che questo sia il vero compito della politica.

D. Qual è il principio che ispira la vostra riforma?
R. Un principio semplice.
Quando una relazione può incidere sulla vita di un bambino o sul destino di una famiglia, deve essere fondata su fatti verificati, documentati e chiaramente distinguibili dalle valutazioni professionali.
La trasparenza non è un ostacolo.
È la più grande garanzia per tutti.
Per i cittadini.
Per i magistrati.
Per gli operatori sociali.
Per le istituzioni.
Le istituzioni diventano più forti quando sono trasparenti.

D. Alcuni potrebbero sostenere che questa proposta rappresenti un attacco ai servizi sociali.
R. Sarebbe una lettura completamente sbagliata.
Io conosco tantissimi operatori straordinari che ogni giorno lavorano con professionalità e sacrificio.
Questa riforma è anche per loro.
Perché regole più chiare significano maggiore tutela per chi opera correttamente.
Noi non siamo contro i servizi sociali.
Siamo contro l’opacità.
Siamo contro la mancanza di controlli.
Siamo contro un sistema che, quando emergono criticità, troppo spesso fatica a mettersi in discussione.

D. Perché ha deciso di portare la sua esperienza professionale dentro la politica?

R. Perché a un certo punto mi sono posto una domanda.
Ha senso continuare a vincere processi se poi le regole che hanno generato quei problemi rimangono sempre le stesse?

Da oltre vent’anni difendo famiglie e minori.
Ho imparato che dietro ogni fascicolo c’è una storia.
Una madre.
Un padre.
Un bambino.
Vincere una causa può cambiare il destino di una famiglia.
Cambiare una legge può migliorare il futuro di migliaia di famiglie.
È questa la ragione del mio impegno politico.

D. Qual è il ruolo che Adesso Italia vuole avere su questo tema?

R. Vogliamo essere il partito delle proposte.
Non delle polemiche.
Vogliamo dimostrare che la politica può ancora ascoltare i cittadini e trasformare le loro esigenze in riforme concrete.
La nostra proposta non nasce contro qualcuno.
Nasce per costruire uno Stato più autorevole, più trasparente e più vicino alle persone.

D. Qual è il suo appello finale agli italiani?

R. Chiedo una cosa molto semplice.
Non fermatevi ai titoli dei giornali.
Leggete la nostra proposta.
Valutatela nel merito.
Criticatela, se ritenete.
Ma fatelo dopo averla letta.
Nei prossimi giorni pubblicheremo i passaggi più significativi del testo perché vogliamo che siano i cittadini a giudicarlo.
Dal 28 settembre inizierà la raccolta delle firme.
Invito tutti a visitare il sito di Adesso Italia, conoscere la proposta di legge e sostenerla.
Ogni firma non sarà soltanto un sostegno a un progetto politico.
Sarà una scelta a favore di uno Stato più trasparente, più responsabile e più vicino alle famiglie.
Le grandi riforme non nascono nelle stanze del potere.
Nascono quando qualcuno ha il coraggio di scriverle e quando i cittadini scelgono di trasformarle in realtà. Io, insieme a Maurizio Esposito e Francesco Nappi, abbiamo fatto il primo passo. Ora confidiamo che siano gli italiani a compiere il secondo.

Servizi sociali, Adesso Italia lancia la sfida: «Più trasparenza, più controlli e più tutele per le famiglie»

Ogni anno migliaia di famiglie entrano in contatto con il sistema dei servizi sociali. Molte trovano operatori preparati e professionali che svolgono il proprio lavoro con dedizione. Altre, invece, raccontano esperienze profondamente diverse: c’è chi attende mesi per ottenere una risposta, chi incontra difficoltà nell’accesso agli atti che lo riguardano, chi fatica a comprendere le motivazioni di una relazione trasmessa all’autorità giudiziaria e chi chiede regole più chiare e maggiori garanzie procedimentali. Anche molti operatori chiedono strumenti più efficaci, procedure meglio definite e un quadro normativo che valorizzi il loro lavoro e rafforzi la fiducia dei cittadini. È da queste esigenze che nasce la proposta di legge di iniziativa popolare promossa da Adesso Italia, che sarà depositata il prossimo 28 settembre in Corte di Cassazione. Una riforma concreta che punta a rendere i servizi sociali più trasparenti, più responsabili e più autorevoli, attraverso regole chiare, controlli efficaci e maggiori tutele per famiglie, minori e professionisti. Da oggi iniziamo a pubblicare alcuni estratti della proposta di legge, perché siamo convinti che i cittadini abbiano il diritto di conoscere direttamente il testo che chiediamo di sostenere. Non vogliamo limitarci agli slogan: vogliamo che siano le persone a leggere, valutare e giudicare il contenuto della riforma.

Iniziamo con un estratto dell’articolo 4, dedicato alla responsabilità degli operatori sociali.

«Le relazioni dei servizi sociali devono essere fondate su fatti verificati, documentati e chiaramente distinguibili dalle valutazioni professionali.»

Può sembrare un principio tecnico. In realtà è uno dei pilastri della nostra proposta di legge. Perché quando una relazione può incidere sull’affidamento di un minore, sul rapporto tra un genitore e un figlio o orientare le decisioni dell’autorità giudiziaria, la trasparenza non è un dettaglio burocratico: è una garanzia di civiltà giuridica. Distinguere ciò che è stato realmente accertato da ciò che costituisce una valutazione professionale significa tutelare i cittadini, rafforzare il lavoro degli operatori seri e aumentare la credibilità delle istituzioni. «Per troppo tempo abbiamo assistito a un sistema nel quale la trasparenza è stata spesso percepita come un’eccezione anziché come una regola», dichiara Francesco Miraglia, Vice Presidente Nazionale di Adesso Italia e tra i promotori della proposta di legge. «Noi vogliamo ribaltare questa logica. Quando una relazione può incidere sulla vita di un bambino o sul destino di una famiglia, non può esistere alcuna zona d’ombra. Ogni valutazione deve essere fondata su fatti verificati, documentati e chiaramente distinguibili dalle opinioni professionali. Questa è una battaglia di civiltà giuridica prima ancora che politica. Non siamo contro i servizi sociali: siamo contro l’opacità, contro l’assenza di regole uniformi e contro un sistema che, quando sbaglia, fatica a riconoscere i propri errori. Vogliamo servizi sociali più autorevoli, più trasparenti e più credibili, nell’interesse delle famiglie, dei minori e dei tantissimi operatori che ogni giorno lavorano con competenza, equilibrio e senso dello Stato. Adesso Italia ha scelto di fare ciò che la politica dovrebbe sempre fare: non limitarsi a denunciare i problemi, ma scrivere una proposta di legge concreta. Ora spetta ai cittadini decidere se vogliono continuare a lamentarsi del sistema o diventarne protagonisti, sostenendo questa riforma con la propria firma.» Quello di oggi è soltanto il primo estratto della nostra proposta di legge. Nei prossimi giorni continueremo a pubblicare altri articoli, spiegandone il significato e gli obiettivi, affinché tutti possano conoscere nel dettaglio il progetto di riforma.Vi invitiamo a visitare il sito di Adesso Italia, leggere il testo integrale della proposta e valutarne personalmente i contenuti. Se condividete questa visione, aiutateci a trasformarla in una legge dello Stato. Dal 28 settembre prenderà il via la raccolta delle firme: ogni firma rappresenterà un contributo concreto per costruire servizi sociali più trasparenti, più responsabili e più vicini ai cittadini. Le grandi riforme non nascono nelle stanze del potere: nascono quando i cittadini scelgono di partecipare. Oggi avete l’opportunità di essere protagonisti di questo cambiamento.

A Roma conferito all’Avvocato Francesco Miraglia il “Diplôme d’Honneur” dell’Œuvre Humanitaire OHMP

L’onorificenza internazionale riconosce l’impegno nella tutela dei diritti umani, dei minori e delle persone più vulnerabili

ROMA 1 agosto 2026 – Nel corso di una cerimonia svoltasi nella Capitale, l’Avvocato Francesco Miraglia ha ricevuto il prestigioso “Diplôme d’Honneur” conferito dall’Œuvre Humanitaire – Comité de Récompenses OHMP, organismo internazionale che attribuisce riconoscimenti a personalità distintesi per il proprio impegno nella promozione dei diritti umani, della solidarietà e dei valori umanitari.

L’onorificenza rappresenta il riconoscimento di un percorso professionale e umano caratterizzato da un costante impegno nella difesa dei diritti fondamentali, con particolare attenzione alla tutela dei minori, delle famiglie e delle persone più fragili. Un’attività che l’Avvocato Miraglia svolge quotidianamente nelle aule di giustizia e attraverso iniziative di studio, divulgazione e sensibilizzazione sui temi della tutela della persona.

«Ricevo questo riconoscimento con gratitudine, ma soprattutto con il senso di responsabilità che ogni onorificenza comporta», ha dichiarato l’Avvocato Francesco Miraglia. «Lo considero non un premio personale, ma un riconoscimento ai valori nei quali ho sempre creduto: la dignità della persona, la difesa dei diritti umani e la tutela di chi non ha voce. In un momento storico in cui troppo spesso i diritti fondamentali rischiano di essere sacrificati alla burocrazia o all’indifferenza, continuerò a esercitare la mia professione con indipendenza, determinazione e spirito di servizio.»

Il Diplôme d’Honneur si aggiunge agli altri riconoscimenti già conferiti all’Avvocato Miraglia, tra cui la nomina a Osservatore per i Diritti Umani dell’International Human Rights Organization (IHRO), il titolo di Cavaliere dell’UNCI e la Médaille d’Or dell’Œuvre Humanitaire, attestando la continuità di un percorso professionale orientato alla difesa dei diritti fondamentali e alla promozione della cultura della legalità.

«Questa onorificenza non rappresenta un punto di arrivo», conclude Miraglia. «È uno stimolo a fare ancora di più. Continuerò a mettere la mia esperienza al servizio della giustizia e delle persone più vulnerabili, nella convinzione che il ruolo dell’avvocato non possa limitarsi alla difesa processuale, ma debba contribuire concretamente alla tutela della dignità umana e alla costruzione di una società più giusta.»

Il conferimento del “Diplôme d’Honneur”, avvenuto a Roma, assume un significato particolare in un periodo storico in cui la tutela effettiva dei diritti umani rappresenta una delle principali sfide per le istituzioni e per tutti gli operatori del diritto. Per l’Avvocato Francesco Miraglia, questo riconoscimento costituisce un ulteriore incentivo a proseguire con determinazione nell’attività di difesa dei diritti delle persone più deboli, principio che da sempre ispira il suo impegno professionale.

 

 

 

Affido eterofamiliare: la Cassazione richiama i giudici. Non bastano formule generiche o conflitti con i servizi sociali per allontanare un bambino dalla propria famiglia

 (Roma 29 luglio 2026) Una delle pronunce più importanti degli ultimi anni in materia di tutela dei minori arriva dalla Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione che, con l’ordinanza n. 23759 del 22 luglio 2026, ha cassato il decreto della Corte d’Appello di Milano disponendo un nuovo esame della vicenda da parte di un diverso collegio.

La Suprema Corte ribadisce un principio fondamentale: il diritto del minore a crescere nella propria famiglia costituisce la regola, mentre l’allontanamento rappresenta l’extrema ratio, ammissibile solo in presenza di un concreto e attuale pregiudizio non eliminabile con misure meno invasive. Il richiamo è all’art. 1 della legge n. 184/1983, all’art. 315-bis c.c., all’art. 8 CEDU e agli artt. 8 e 9 della Convenzione ONU sui diritti del fanciullo.

Il passaggio più significativo dell’ordinanza riguarda però il metodo di valutazione. Secondo la Cassazione non è sufficiente parlare genericamente di “criticità”, “comportamenti disfunzionali” o “scarsa collaborazione” del genitore con i servizi sociali. Il giudice deve accertare fatti concreti, specifici e verificabili che dimostrino un reale pregiudizio per il minore.

La Corte afferma inoltre che l’attenzione deve concentrarsi sul rapporto tra genitore e figlio e non sul rapporto tra il genitore e i servizi sociali. Il conflitto con gli operatori non può, di per sé, giustificare l’allontanamento del bambino. Richiamando Cass. n. 7391/2016, la Suprema Corte ribadisce che non possono trovare ingresso giudizi sommari di incapacità genitoriale, anche se formulati da esperti, quando non siano fondati su precisi elementi fattuali.

Un ulteriore principio riguarda la durata dell’affidamento eterofamiliare. Richiamando la propria giurisprudenza (Cass. n. 16569/2021, Cass. n. 10706/2010 e Cass. n. 1837/2011), la Corte ricorda che si tratta di una misura necessariamente temporanea, finalizzata al recupero della famiglia di origine, che deve indicare una durata prevedibile e un concreto progetto di rientro del minore. Un affidamento destinato a protrarsi senza limiti temporali è incompatibile con la natura dell’istituto.

L’Avvocato Francesco Miraglia commenta:

«Questa ordinanza rappresenta un richiamo fortissimo a tutto il sistema della tutela minorile. La Cassazione afferma un principio che condivido da anni: non bastano formule stereotipate, giudizi generici o la conflittualità tra un genitore e i servizi sociali per giustificare l’allontanamento di un bambino. Servono fatti concreti, specifici e dimostrabili dai quali emerga un reale pregiudizio per il minore.»

«È altrettanto importante il richiamo alla temporaneità dell’affidamento eterofamiliare. Un bambino non può rimanere per anni in comunità senza un vero progetto di recupero della famiglia di origine. L’affidamento non può trasformarsi in una sospensione indefinita della genitorialità. Questa ordinanza riafferma che lo Stato deve certamente proteggere i minori quando vi sia un pericolo concreto, ma deve anche fare tutto il possibile per sostenere e recuperare la famiglia, nel rispetto della legge e delle convenzioni internazionali.»

L’ordinanza n. 23759/2026 rappresenta un importante punto di riferimento per tutti i procedimenti di affidamento eterofamiliare, riaffermando che una misura tanto invasiva può essere disposta e mantenuta solo sulla base di una rigorosa motivazione fondata su fatti concreti, nel pieno rispetto del principio di proporzionalità e della finalità di recupero della famiglia di origine.

Un abbraccio ai figli e poche parole d’amore: una madre finisce in carcere.

 

Condannata per aver abbracciato i figli incontrati per caso e per aver cercato di rivederli davanti alla loro scuola. L’Avvocato Miraglia: «Chiediamo l’intervento del Presidente Mattarella. Una madre non può finire in carcere per aver manifestato il proprio amore».

 Roma, 29 luglio 2026. Nelle prossime ore una madre sarà condotta in carcere per scontare una condanna a un anno e nove mesi di reclusione per i reati di stalking e tentato sottrazione di minorenni. Una vicenda che trae origine da quattro episodi avvenuti nell’arco di circa due anni, tutti riconducibili al tentativo della donna di rivedere i propri figli, dichiarati adottabili e successivamente adottati da un’altra famiglia.

L’ordine di esecuzione della pena è stato emesso e non è stato sospeso. Una prospettiva che suscita profondo sdegno e apre interrogativi destinati ad andare ben oltre il singolo caso giudiziario: può davvero una madre essere privata della libertà personale per avere cercato di mantenere vivo, seppur da lontano, un legame affettivo con i propri figli? Può l’amore di una madre, manifestato senza violenza e senza aggressività, essere equiparato a una condotta tale da giustificare il carcere?

Secondo la ricostruzione processuale, il primo episodio avvenne del tutto casualmente nel centro di Roma. La donna si imbatté nei propri figli, che la riconobbero immediatamente, e tra madre e bambini vi fu un abbraccio spontaneo. Fu la famiglia adottiva a richiedere l’intervento dei Carabinieri. Successivamente, in altre occasioni, la madre si limitò a recarsi nei pressi della scuola frequentata dai figli con il solo intento di poterli vedere da lontano. In due circostanze riuscì soltanto a rivolgere loro poche parole, dicendo quanto continuasse a voler loro bene. Da questi episodi è scaturita la condanna che oggi potrebbe condurla in carcere.

Ma è un’altra circostanza a rendere questa vicenda ancora più controversa. Il Tribunale per i Minorenni di Roma ha dichiarato adottabili i due bambini recependo le conclusioni della consulenza tecnica d’ufficio, che aveva ritenuto i genitori gravemente inadeguati sotto il profilo delle capacità genitoriali. Tuttavia, gli stessi genitori hanno continuato a crescere la loro terza figlia, oggi di sei anni, senza che nei suoi confronti sia mai stato aperto alcun procedimento di adottabilità né disposto alcun allontanamento. Gli atti richiamati nel ricorso contro la dichiarazione di adottabilità evidenziano inoltre che la bambina vive con i genitori, è seguita dai servizi territoriali e viene descritta come ben curata e in buone condizioni di salute.

«È questa la domanda alla quale qualcuno dovrà prima o poi rispondere – dichiara l’Avvocato Francesco Miraglia –: come possono gli stessi genitori essere stati ritenuti definitivamente incapaci di crescere due figli e, allo stesso tempo, essere considerati pienamente idonei a crescere una terza figlia? Se la loro inidoneità era davvero irreversibile, perché non è mai stato aperto alcun procedimento anche nei confronti della figlia più piccola? Se, invece, quella capacità genitoriale esisteva, allora è doveroso interrogarsi sulla correttezza delle valutazioni che hanno portato alla dichiarazione di adottabilità.»

«Sono profondamente indignato – prosegue Miraglia – perché questa madre  entrerà in carcere non per avere aggredito, minacciato o perseguitato i propri figli, ma per averli abbracciati dopo un incontro del tutto casuale e per avere successivamente cercato di rivederli da lontano davanti alla loro scuola. Una madre può davvero essere considerata colpevole di essere madre? Può essere considerata colpevole di continuare ad amare i propri figli? Sono domande che ogni cittadino dovrebbe porsi.»

«Lo affermo con la serenità di chi, già nel 2001, sosteneva la necessità di introdurre nel nostro ordinamento il reato di stalking quale fondamentale strumento di tutela delle vittime di autentiche condotte persecutorie. Continuo a ritenere quella scelta giusta e necessaria. Proprio per questo, però, ritengo che ogni vicenda debba essere valutata nella sua concreta specificità. Il diritto non può rinunciare alla proporzionalità e all’umanità. Applicare la legge significa anche comprendere il contesto nel quale i fatti si verificano.»

C’è poi un altro dato che non può essere ignorato: questa è una famiglia Sinti. Non voglio dire che questo abbia influito sulle decisioni, ma una domanda viene spontanea: siamo sicuri che tutti i cittadini vengano giudicati sempre con gli stessi criteri?

«Per questo – conclude l’Avvocato Miraglia – chiediamo l’intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella affinché questa vicenda venga attentamente valutata. Qui non è in discussione soltanto il destino di una madre. È in discussione la capacità del nostro ordinamento di distinguere una vera condotta persecutoria dall’estremo e disperato tentativo di una madre di non recidere per sempre il legame con i propri figli. Se una madre può finire in carcere per un abbraccio e per avere cercato di vedere da lontano i propri figli, allora questa vicenda merita una riflessione profonda da parte delle istituzioni e dell’intera opinione pubblica.»

 

 

Due fratellini in affido, denuncia alla Procura di Reggio Emilia: «Possibili segnali gravissimi ignorati per mesi»

( Ferrara- Reggio Emilia 27 luglio 2026) Due bambini di appena tre e quattro anni che manifestano ripetuti comportamenti sessualizzati. Uno di loro che, secondo la denuncia, indica spontaneamente il presunto autore di atti di natura sessuale nei suoi confronti. Una relazione tecnica che parla di “trauma attuale”, di “modelli francamente negativi” e di un intervento istituzionale definito “tecnicamente ampiamente criticabile”.

È questo il quadro descritto nella denuncia-querela depositata alla Procura della Repubblica di Reggio Emilia da una madre, assistita dall’Avvocato Francesco Miraglia del Foro di Napoli Nord, che chiede di accertare se vi siano state omissioni nella tutela dei propri figli durante il periodo di affidamento.

Secondo quanto esposto nell’atto, il primo episodio risale al 27 febbraio 2026, quando, durante un incontro protetto, uno dei due bambini avrebbe manifestato un comportamento sessualizzato direttamente osservato e verbalizzato dagli operatori. Sempre secondo la denuncia, quell’episodio non avrebbe determinato alcuna segnalazione all’Autorità Giudiziaria né l’attivazione di misure immediate di protezione.

La querela riferisce inoltre che il bambino avrebbe poi indicato spontaneamente una persona come autore di comportamenti sessuali nei suoi confronti. Tale dichiarazione, riportata nella documentazione clinica, non avrebbe dato luogo, secondo l’esposto, né all’identificazione del soggetto indicato né all’avvio di immediate verifiche investigative.

Anche il fratello minore avrebbe manifestato ripetuti comportamenti sessualizzati e pronunciato espressioni ritenute incompatibili con la sua età, anch’esse documentate dagli operatori ma, secondo la denuncia, rimaste prive di adeguate iniziative di tutela.

A rafforzare il quadro richiamato nella denuncia vi è la relazione di un professionista già Direttore di Dipartimento dell’Università di Ferrara, che descrive una situazione caratterizzata da un “trauma attuale”, dalla presenza di “modelli francamente negativi” e da un intervento istituzionale ritenuto “tecnicamente ampiamente criticabile”.

Sulla base di tali elementi, la denuncia ipotizza, a vario titolo, i reati di omessa denuncia da parte di pubblici ufficiali e incaricati di pubblico servizio, maltrattamenti in concorso omissivo e ulteriori ipotesi di reato, chiedendo alla Procura l’audizione protetta del minore, l’identificazione della persona indicata dal bambino, l’acquisizione dell’intera documentazione e ogni misura necessaria a garantire la tutela dei due fratelli.

La vicenda presenta, secondo la denuncia, un ulteriore profilo di particolare rilievo. I fatti descritti, unitamente alla documentazione sanitaria e alle relazioni degli operatori, sarebbero già stati portati all’attenzione del Tribunale per i Minorenni competente. Nonostante ciò, il procedimento risulterebbe rinviato al mese di febbraio 2027, senza che siano stati nel frattempo adottati provvedimenti urgenti a tutela dei minori. Una circostanza che, qualora corrispondesse al vero, solleverebbe inevitabili interrogativi sull’effettività della tutela giudiziaria assicurata ai due bambini, a fronte di fatti che la stessa denuncia qualifica come estremamente gravi.

«Questa vicenda – dichiara l’Avvocato Francesco Miraglia – investe la credibilità dell’intero sistema di tutela dei minori. Quando sono gli stessi atti ufficiali a descrivere fatti di tale gravità, è doveroso accertare se chi era chiamato a proteggere questi bambini abbia fatto tutto ciò che la legge impone. Ancora più difficile da comprendere è che tali circostanze risultino già portate all’attenzione del Tribunale per i Minorenni e che, nonostante ciò, il procedimento sia stato rinviato fino a febbraio 2027 senza l’adozione, allo stato, di misure urgenti a tutela dei due fratellini. Se quanto denunciato dovesse trovare conferma, non ci troveremmo soltanto di fronte a eventuali responsabilità individuali, ma al possibile fallimento di un sistema che dovrebbe garantire la protezione dei più fragili. Confidiamo che la Procura svolga ogni accertamento con il massimo rigore. Ci auguriamo inoltre che anche l’Amministrazione comunale di Ferrara segua con attenzione questa vicenda e che, qualora emergessero criticità, vi sia la volontà di interrogarsi senza pregiudizi sul funzionamento dei servizi sociali. Le istituzioni si rafforzano quando cercano la verità e correggono i propri errori.»

Adesso spetterà alla Procura della Repubblica di Reggio Emilia verificare il contenuto della denuncia, acquisire la documentazione richiamata nell’esposto e accertare se i fatti denunciati trovino effettivo riscontro. Qualora le circostanze rappresentate dovessero essere confermate, la vicenda riaprirebbe inevitabilmente il dibattito sul funzionamento del sistema di tutela minorile e sulle modalità con cui vengono esercitati i poteri di protezione nei confronti dei bambini e delle persone più vulnerabili. L’auspicio della madre e del suo difensore è che venga fatta piena luce sui fatti, nell’interesse esclusivo dei minori e della collettività.

 

 

Una bambina di soli tre anni, per la prima volta, potrà dormire a casa dei propri nonni

(Verona 22 luglio 2026) Un risultato importante ottenuto nel procedimento in cui assisto i nonni, che rappresenta un concreto riconoscimento del valore dei legami familiari e del ruolo insostituibile che i nonni possono svolgere nella crescita di un bambino.

Dietro ogni provvedimento come questo non c’è soltanto una decisione giuridica: c’è la restituzione di un affetto, di una quotidianità, di un rapporto che merita di essere coltivato e protetto.

Il diritto di un minore a mantenere rapporti significativi con i propri nonni è un principio che trova fondamento nella legge e nella giurisprudenza e che deve essere sempre valutato nell’esclusivo interesse del bambino.

Continuerò a difendere con determinazione questi diritti, perché ogni volta che un bambino recupera un pezzo della propria famiglia, vince non una parte processuale, ma l’interesse superiore del minore.

Ferrara, nove anni di affido e oggi gli incontri con la madre sono sospesi: il caso arriva al Sindaco

L’Avvocato Francesco Miraglia chiede un confronto con l’Amministrazione comunale: «Un genitore in difficoltà deve essere aiutato, non abbandonato». Il caso riapre il dibattito sul funzionamento del sistema degli affidi e dei Servizi Sociali.

 Ferrara – Un bambino lontano dalla propria famiglia da nove anni. Un affidamento eterofamiliare nato come misura temporanea di protezione e che, a distanza di quasi un decennio, è ancora in corso. Oggi gli incontri con la madre risultano sostanzialmente sospesi e la vicenda torna al centro dell’attenzione pubblica dopo che l’Avvocato Francesco Miraglia, difensore della madre, ha chiesto un incontro al Sindaco di Ferrara per sollecitare una riflessione istituzionale sul funzionamento del sistema degli affidi e sul ruolo dei Servizi Sociali.

La storia giudiziaria prende avvio nel 2018, anche se il bambino vive in affido eterofamiliare da nove anni. In tutto questo tempo la madre non ha mai rinunciato a cercare di recuperare il rapporto con il figlio. Attraverso il procedimento promosso davanti al Tribunale ha chiesto più volte che venisse avviato un concreto percorso di sostegno alla genitorialità, che fossero progressivamente ampliati gli incontri e che venisse costruito un serio progetto finalizzato al rientro del bambino nella famiglia d’origine. La donna sostiene di avere affrontato un importante percorso personale per superare le difficoltà che avevano determinato l’allontanamento e di avere sempre manifestato la volontà di ricostruire il proprio ruolo genitoriale.

Secondo quanto emerge dagli atti depositati nel procedimento, il nodo centrale della vicenda non riguarda soltanto l’allontanamento originario, ma ciò che sarebbe accaduto negli anni successivi. La difesa sostiene infatti che non sia mai stato predisposto un vero progetto di recupero della genitorialità, caratterizzato da obiettivi concreti, verifiche periodiche e da un percorso progressivo di riavvicinamento tra madre e figlio. Al contrario, gli incontri sarebbero stati progressivamente ridotti fino a risultare oggi sostanzialmente sospesi. Negli atti si evidenzia inoltre come le trascrizioni degli incontri descriverebbero un rapporto ancora caratterizzato da manifestazioni spontanee di affetto reciproco e dal desiderio del bambino di mantenere il legame con la madre, circostanze che, secondo la difesa, avrebbero dovuto costituire il punto di partenza per un graduale ricongiungimento familiare e non per un ulteriore allontanamento.

Nel ricorso vengono formulate anche numerose contestazioni sul percorso seguito dai Servizi Sociali e sulle valutazioni recepite dall’autorità giudiziaria. La difesa sostiene che le consulenze tecniche, le osservazioni difensive e le richieste istruttorie presentate nel corso del procedimento non avrebbero trovato un adeguato approfondimento e che sarebbe mancato un effettivo confronto con le criticità evidenziate dalla madre. Tra gli aspetti richiamati figurano anche l’assenza di un progetto di ricongiungimento familiare, la mancata valutazione della rete parentale e la progressiva riduzione dei contatti tra il bambino e la madre. Si tratta di questioni che saranno oggetto delle valutazioni delle competenti sedi giudiziarie.

È proprio questo, secondo il legale, il punto sul quale occorre aprire una riflessione che va oltre il singolo procedimento. L’affidamento familiare, infatti, non nasce come una misura destinata a sostituire definitivamente la famiglia d’origine, ma come uno strumento temporaneo volto a proteggere il minore mentre le istituzioni lavorano per consentire ai genitori di superare le difficoltà che hanno determinato l’allontanamento. La legge impone che, quando ciò è possibile e compatibile con l’interesse del bambino, venga costruito un percorso di sostegno alla genitorialità e di graduale ricongiungimento familiare. Per la difesa, dopo nove anni è inevitabile domandarsi quale sia stato il progetto concretamente realizzato per raggiungere questo obiettivo.

Proprio per questo motivo l’Avvocato Francesco Miraglia ha inviato una formale richiesta di incontro al Sindaco di Ferrara, chiedendo all’Amministrazione comunale di verificare, nell’ambito delle proprie competenze istituzionali, se il percorso seguito dai Servizi Sociali sia coerente con i principi che regolano l’affidamento familiare e con il dovere di favorire il recupero della famiglia d’origine. La richiesta non mira a interferire con l’attività della magistratura, ma a promuovere un confronto istituzionale sul funzionamento dei servizi pubblici e sull’effettiva attuazione delle finalità previste dalla legge.

«Questa vicenda», afferma Miraglia, «non riguarda soltanto una madre e suo figlio. Riguarda il modello di tutela dell’infanzia che il nostro Paese intende perseguire. Un genitore in difficoltà non è un genitore da abbandonare, ma una persona che le istituzioni hanno il dovere di aiutare. L’allontanamento di un bambino dovrebbe rappresentare l’inizio di un percorso di recupero della famiglia, non la sua conclusione.»

Il legale aggiunge che «dopo nove anni è legittimo chiedersi quale progetto sia stato concretamente costruito per consentire a questa madre di riabbracciare suo figlio. Se gli incontri vengono progressivamente ridotti, se manca un reale percorso di recupero della genitorialità e se il tempo diventa l’unico elemento che consolida l’allontanamento, allora è doveroso interrogarsi sul funzionamento del sistema. L’affidamento familiare è previsto dalla legge come una misura temporanea e non può trasformarsi, semplicemente con il trascorrere degli anni, in una separazione definitiva.»

Secondo Miraglia, la questione non riguarda soltanto Ferrara ma investe un tema più ampio di interesse nazionale. «I Servizi Sociali svolgono un ruolo essenziale nella tutela dei minori e nessuno mette in discussione la loro funzione. Proprio per questo è necessario verificare, caso per caso, se siano stati utilizzati tutti gli strumenti che la legge mette a disposizione per ricostruire la famiglia quando ciò è possibile. La vera tutela dell’infanzia non consiste soltanto nel proteggere un bambino da una situazione di difficoltà, ma anche nel lavorare affinché possa ritrovare la propria famiglia una volta superate le cause che avevano reso necessario l’allontanamento. Quando ciò non accade, è doveroso interrogarsi se il sistema abbia realmente perseguito l’obiettivo che il legislatore gli affida.»

La vicenda resta ora all’esame dell’autorità giudiziaria. Parallelamente, la richiesta di incontro rivolta al Sindaco di Ferrara punta ad aprire un confronto istituzionale su un interrogativo destinato ad andare oltre il singolo caso: se, nell’attuale sistema di tutela dei minori, l’affidamento familiare riesca sempre a conservare la propria natura temporanea e orientata al ricongiungimento, oppure se, in alcune situazioni, il trascorrere del tempo rischi di trasformare una misura nata per proteggere il bambino in una separazione destinata a diventare definitiva.