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“Non le hanno detto che la bisnonna era morta: per i servizi sociali questo basterebbe a togliere una bimba alla sua famiglia”

Audio shock e denuncia contro comunità e assistenti sociali: genitori e nonni accusano relazioni distorte e pressioni psicologiche

 

LA SPEZIA (6 Maggio 2026). Una bambina di appena tre anni, collocata sin dalla nascita in comunità su disposizione del Tribunale per i Minorenni di Genova, rischia oggi di essere trasferita presso un’altra famiglia sulla base di relazioni che i genitori e i nonni definiscono gravemente distorte, parziali e non aderenti alla realtà.

La minore vive attualmente all’interno della comunità insieme alla madre, ma anche questa permanenza sarebbe oggi in discussione. Secondo quanto riferito dalla famiglia, infatti, la struttura avrebbe chiesto le dimissioni della madre dopo che quest’ultima avrebbe iniziato a contestare apertamente il comportamento degli operatori, le modalità con cui venivano gestiti i rapporti con la figlia e le ricostruzioni contenute nelle relazioni inviate al Tribunale. Una presa di posizione che, secondo i parenti e la difesa, avrebbe ulteriormente aggravato il clima di tensione all’interno della struttura.

Per questo motivo, i genitori della minore e i nonni paterni hanno presentato una formale denuncia-querela alla Procura della Repubblica della Spezia contro psicologi, assistenti sociali e operatori della comunità, ipotizzando i reati di falso ideologico in atto pubblico ex artt. 479 e 481 c.p., violenza privata ex art. 610 c.p. e omissione di atti d’ufficio ex art. 328 c.p.

Secondo quanto emerge dalla denuncia, il cuore della vicenda sarebbe rappresentato dalla clamorosa difformità tra le relazioni depositate agli atti del Tribunale e il contenuto reale dei colloqui registrati tra gli operatori e la famiglia. Le registrazioni audio integrali, trascritte all’interno della consulenza tecnica di parte, mostrerebbero infatti conversazioni riportate in modo selettivo e parziale, con omissioni delle contestazioni dei familiari e una sistematica enfatizzazione degli aspetti negativi, ignorando invece gli elementi favorevoli emersi durante gli incontri protetti.

Secondo la denuncia, le stesse schede osservative descriverebbero una bambina serena, affettuosa e profondamente legata al padre e ai nonni, con continui momenti di gioco, abbracci, ricerca del contatto fisico e relazioni positive, dati che tuttavia sarebbero stati ridimensionati o omessi nelle relazioni conclusive trasmesse al Tribunale.

Particolarmente grave, secondo i familiari, sarebbe quanto emerso nel corso dell’ultima udienza davanti al Tribunale per i Minorenni, durante la quale gli assistenti sociali avrebbero ribadito la presunta incapacità genitoriale e l’inadeguatezza anche dei nonni paterni – che in subordine avevano chiesto l’affidamento della minore – sostenendo che tali carenze deriverebbero dal fatto che, dopo la morte della bisnonna paterna, i familiari non avrebbero detto immediatamente la verità alla bambina di tre anni, spiegandole invece che la donna fosse “in vacanza”.

Secondo quanto riferito dai familiari, un ulteriore elemento valorizzato negativamente dai servizi sociali sarebbe stato il fatto che, durante le festività pasquali, la bambina abbia trascorso   un breve tempo con l’altra bisnonna senza che il servizio avesse dato l’autorizzazione. Circostanza che, secondo la famiglia e la difesa, dimostrerebbe il livello ormai estremo e ideologico delle contestazioni mosse contro il nucleo familiare, arrivando a trasformare normali dinamiche affettive e relazionali in presunti indicatori di inadeguatezza.

Nella denuncia vengono inoltre riportate pesanti contestazioni sulle condizioni della comunità dove la bambina vive con la madre. I familiari descrivono un clima fortemente conflittuale e intimidatorio, caratterizzato – a loro dire – da atteggiamenti aggressivi da parte di alcuni operatori, scarsa cura degli ambienti, problemi igienici e modalità relazionali giudicate non compatibili con il benessere di minori molto piccoli.

Secondo la querela, le pressioni esercitate sulla madre sarebbero arrivate persino a interferire con la libertà difensiva della donna. Le registrazioni riportano infatti frasi rivolte dagli operatori alla madre come: “Hai capito che devi cambiare avvocato?” oppure “Se tu ti presenti con l’avvocato del padre risultate coppia”. Circostanze che la denuncia considera estremamente gravi perché idonee a condizionare le scelte personali e processuali della donna.

I familiari, assistiti dall’Avv. Francesco Miraglia, chiedono ora che la Procura e il Tribunale verifichino integralmente la corrispondenza tra quanto realmente avvenuto durante gli incontri e quanto successivamente trascritto nelle relazioni ufficiali, contestando inoltre la richiesta di collocamento della bambina presso un altro nucleo familiare.

«I tribunali – dichiara l’Avv. Francesco Miraglia – non dovrebbero fidarsi ciecamente dei servizi sociali, che troppo spesso dimostrano di non essere né obiettivi né trasparenti. Da anni chiedo che venga finalmente istituito un sistema capace di controllare chi esercita un potere così invasivo sulla vita delle famiglie. Quando relazioni incomplete o distorte finiscono per determinare l’allontanamento di una bambina dalla propria famiglia biologica, non siamo più davanti a semplici errori tecnici: siamo davanti a un problema enorme di responsabilità istituzionale. In questa vicenda stiamo parlando del futuro di una bambina di tre anni e della possibilità concreta che cresca lontana dai propri genitori e dai propri nonni sulla base di una rappresentazione dei fatti che la famiglia sostiene essere falsa e manipolata»

Via dalla comunità, si torna a casa”: il Tribunale ribalta il caso e restituisce il minore alla famiglia. “Le misure non possono diventare una prigione”

Venezia, 21 aprile 2026 – Un bambino che chiedeva di restare a casa. Una famiglia considerata fragile che oggi viene ritenuta idonea. E una comunità che, da soluzione temporanea, rischiava di trasformarsi in permanenza indefinita.

È su questo equilibrio che interviene il Tribunale per i Minorenni di Venezia, che con un decreto netto ha disposto la revoca del collocamento in comunità e il rientro del minore nel proprio contesto familiare, riconoscendo che la misura, alla luce dei fatti aggiornati, non è più giustificata.

Il provvedimento segna un cambio di passo preciso: il giudice prende atto che il quadro è evoluto. Il bambino è sereno, mantiene un legame stabile e significativo con entrambi i genitori e manifesta chiaramente la volontà di vivere in famiglia. Parallelamente, i genitori hanno dimostrato, nei fatti, un percorso concreto di recupero, fatto di collaborazione, responsabilità e progressiva stabilizzazione.

A fronte di questo scenario, il Tribunale compie una scelta che va oltre il singolo caso: afferma che la permanenza in comunità è divenuta sproporzionata rispetto al rischio reale e dispone non solo il rientro del minore, ma anche la revoca della sospensione della responsabilità genitoriale, restituendo pienamente ai genitori il loro ruolo.

Ma il dato che emerge con forza è un altro, ed è sistemico. Troppo spesso, nei procedimenti minorili, le misure nascono come temporanee e finiscono per prolungarsi oltre il necessario, non per reali esigenze di tutela, ma per inerzia, per mancata rivalutazione o per una lettura statica delle relazioni dei servizi.

In altre parole: il rischio iniziale viene superato, ma la misura resta. E questo crea una frattura tra realtà e decisione.

Questo caso dimostra che quella frattura può essere sanata, ma solo quando il procedimento viene riportato su un piano concreto, aggiornato e verificabile.

«Qui il punto è molto semplice sostiene l’avvocato Francesco Miraglia, difensore dei genitori: quando una misura continua a esistere senza più un rischio attuale, diventa illegittima. Non è più tutela, è compressione dei diritti. Il sistema minorile ha una criticità evidente: tende a entrare facilmente nelle famiglie, ma fatica a uscirne, anche quando le condizioni sono cambiate. Questo decreto è importante perché rompe questa logica. Dimostra che le decisioni non sono intoccabili e che, se si lavora in modo tecnico e mirato, è possibile ribaltare situazioni che sembrano già scritte. Il vero problema oggi non è solo l’abbandono: è l’eccesso di intervento che non viene aggiornato. E su questo serve chiarezza, perché dietro ogni ritardo c’è un bambino che resta lontano da casa senza una ragione attuale.»

La decisione del Tribunale di Venezia rilancia un principio che nel sistema minorile dovrebbe essere centrale ma che spesso viene sacrificato: il diritto del minore a crescere nella propria famiglia, quando le condizioni lo consentono, non è residuale, è prioritario.

E soprattutto introduce un messaggio operativo chiaro: le misure non sono definitive. Devono essere continuamente verificate, contestate quando necessario e adeguate alla realtà.

Perché quando la realtà cambia, anche le decisioni devono cambiare. E quando non cambiano, devono essere messe in discussione.

Dalla comunità alla famiglia: la vicenda di un minore tra errori, sofferenze e il ritorno alla responsabilità genitoriale

Trieste 15 aprile 2026– Una storia complessa, segnata da anni di interventi istituzionali, decisioni discutibili e passaggi critici, che si chiude con una svolta netta: il Tribunale per i Minorenni di Trieste ha disposto la reintegrazione piena della responsabilità genitoriale in capo ai genitori e il definitivo rientro del minore nel proprio contesto familiare.

Il procedimento prende avvio nel 2021, a seguito di una segnalazione che evidenziava fragilità nel nucleo familiare, con difficoltà relazionali e criticità personali che portano all’attivazione del sistema di tutela. L’intervento segue il percorso tipico della giustizia minorile: presa in carico, monitoraggio e progressiva intensificazione delle misure, fino alla decisione più invasiva, ovvero il collocamento del minore in una comunità educativa.

È in questa fase che la vicenda assume contorni problematici.

Secondo quanto emerge dagli atti difensivi e dalla ricostruzione documentale, il collocamento in struttura non viene accompagnato da un progetto educativo concreto né da un piano terapeutico strutturato. Il minore viene allontanato dal proprio contesto di vita e inserito in un ambiente distante, senza una reale continuità affettiva e relazionale. Un intervento che, sul piano teorico, avrebbe dovuto garantire protezione e stabilizzazione, ma che nei fatti produce un effetto opposto.

La documentazione sanitaria e le relazioni evidenziano un peggioramento progressivo delle condizioni del minore, con episodi di crisi fino a rendere necessario l’intervento del pronto soccorso. In uno dei passaggi più critici dell’intera vicenda, viene inoltre compromessa la regolare frequenza scolastica, con una compressione diretta di un diritto fondamentale, senza che emerga una progettualità alternativa adeguata.

Il quadro che emerge è quello di un intervento che, anziché ridurre il rischio, finisce per amplificarlo in modo evidente e documentato. La fase realmente decisiva della vicenda non coincide con l’azione dei servizi, ma con una cesura netta rispetto ad essa. Il cambio di passo si registra infatti solo nel momento in cui il minore con la mamma scappano   dalla comunità e rientrano nel contesto familiare. È da quel momento che la situazione si stabilizza in modo concreto: cessano le crisi, si ripristina la continuità scolastica e si ricostruisce un equilibrio emotivo che nel contesto comunitario era progressivamente venuto meno.

Parallelamente, si assiste a un dato altrettanto significativo: l’operatività dei servizi sociali si riduce fino a risultare sostanzialmente assente proprio nella fase in cui il miglioramento diventa evidente. Il recupero non è quindi il prodotto di un intervento istituzionale efficace, ma il risultato di un ritorno alla centralità del nucleo familiare, unito a un cambio di impostazione difensiva e strategica.

In questo passaggio si inserisce in modo determinante l’attività della difesa, che ha imposto una rilettura complessiva della vicenda, spostando l’asse della valutazione dal dato astratto al dato concreto e attuale. È su questa base che si è arrivati alla decisione finale: non per inerzia del sistema, ma per effetto di una precisa azione giuridica che ha riportato il procedimento entro i corretti parametri di legalità sostanziale.

Il Tribunale, all’esito dell’istruttoria, prende atto di questo mutamento e introduce il passaggio dirimente: non sussistono più elementi attuali di pregiudizio per il minore.

Su questa base viene disposta la revoca del collocamento in comunità, il definitivo rientro presso l’abitazione familiare e la reintegrazione piena dei genitori nella responsabilità genitoriale.

La decisione non ignora le criticità del passato, ma le ricolloca in una prospettiva dinamica, valorizzando l’evoluzione concreta della situazione familiare e il recupero delle capacità genitoriali.

Sulla vicenda interviene l’avvocato Francesco Miraglia che rappresenta i genitori, con una presa di posizione netta:

«Questa decisione evidenzia una criticità strutturale del sistema della giustizia minorile e dell’operato dei servizi sociali. Quando un minore peggiora all’interno di un percorso che avrebbe dovuto tutelarlo, significa che il sistema ha smesso di verificare concretamente l’efficacia delle proprie scelte. In questo caso si è arrivati a comprimere diritti fondamentali senza un reale beneficio, e il recupero è avvenuto solo nel momento in cui si è interrotta quella dinamica e si è riportato il minore nel suo contesto naturale. La giurisdizione deve esercitare un controllo pieno e non meramente recettivo sulle relazioni dei servizi, perché il rischio è quello di trasformare la tutela in un automatismo. L’interesse del minore non si afferma per presunzione, ma si verifica sui risultati».

La vicenda si chiude con il ritorno alla famiglia e con una decisione che segna un punto fermo: il diritto del minore a crescere nel proprio nucleo non può essere compresso oltre il necessario e deve essere ripristinato non appena le condizioni lo consentano.

Resta però una riflessione di fondo: il sistema di tutela è realmente in grado di correggere i propri errori in tempi adeguati? In questo caso la risposta è arrivata, ma solo dopo un percorso complesso, segnato da passaggi critici e conseguenze concrete sulla vita di un minore.

Separata dai figli per la lingua che parla: nove mesi di silenzio senza alcun provvedimento del giudice

(PIACENZA, 3 aprile 2026). Il Tribunale ordinario di Piacenza è stato più volte chiamato a intervenire con urgenza su una vicenda che solleva profondi interrogativi circa il confine tra il ruolo dei Servizi sociali e la riserva di giurisdizione in materia di affido dei minori. Una donna di origine russa, assistita dall’avvocato Miraglia, ha presentato istanza  per “denunciare “l’interruzione totale dei rapporti con i suoi due figli adolescenti: situazione che si protrae dall’agosto del 2025 non per disposizione di un magistrato, ma per una decisione unilaterale degli operatori sociali. La vicenda ha inizio nel 2019, quando il Tribunale ha disposto l’affidamento esclusivo al padre, ma da allora la madre non ha mai smesso di lottare per mantenere un legame significativo con i ragazzi, dichiarandosi sempre disponibile a seguire le prescrizioni e le modalità di incontro stabilite dalle autorità.

Nonostante la costante volontà di collaborazione, la relazione tra la madre e i figli è stata progressivamente ridotta a incontri protetti, una misura che per legge dovrebbe avere natura temporanea e finalizzata al recupero del rapporto genitoriale. Al contrario, per oltre cinque anni, questa condizione di estremo controllo si è trasformata in una realtà permanente, dove ogni gesto, parola o merenda preparata dalla donna è finita sotto la lente d’ingrandimento critica degli educatori. Sono state mosse contestazioni che appaiono del tutto marginali rispetto alla capacità genitoriale, come l’uso della lingua russa durante i colloqui o la scelta di cibi tradizionali.

«Si dimentica però che l’uso della lingua materna – dichiara l’avvocato Miraglia – e la condivisione delle radici culturali rappresentano un diritto identitario per i minori, che possiedono la doppia cittadinanza e che fino a pochi anni fa frequentavano regolarmente il paese d’origine della famiglia materna».

Il punto di rottura più grave si è verificato l’11 agosto dell’anno scorso, quando i Servizi sociali hanno deciso di sospendere ogni tipo di contatto, inclusi quelli telefonici, a seguito di alcuni messaggi scambiati tra la madre e uno dei figli. Tale sospensione, durata oltre sette mesi, è avvenuta in totale autonomia gestionale, senza che alcun decreto del Tribunale avesse mai autorizzato una misura così drastica e lesiva dei diritti fondamentali.

«Si tratta di un provvedimento discriminatorio – prosegue l’avvocato Miraglia – che non tiene conto del diritto di una madre a mantenere con i figli le tradizioni e la lingua del proprio paese di origine. Un’azione scaturita più da contrasti personali con gli operatori che da un reale pregiudizio per il benessere dei due ragazzi e che viola apertamente i principi della Riforma Cartabia, la quale stabilisce chiaramente che le decisioni incidenti sulla libertà e sulle relazioni familiari devono essere assunte esclusivamente dall’autorità giudiziaria».

La donna oggi chiede, con forza, il ripristino immediato del legame con i propri figli, un legame che non è solo giuridico ma profondamente umano, identitario, essenziale. Denuncia una situazione che ha progressivamente snaturato il ruolo dei Servizi sociali, da strumenti di sostegno alla genitorialità a soggetti di fatto decisori, investiti di un potere che non trova alcuna legittimazione nell’ordinamento.

Ciò che emerge è una frattura imposta, un isolamento che incide direttamente sulla vita dei minori, privandoli di una relazione fondamentale per il loro equilibrio affettivo e psicologico. Non si tratta di una mera questione procedurale, ma di un vulnus grave ai diritti dei figli, che hanno il diritto, prima ancora che l’interesse, di crescere mantenendo un rapporto autentico, continuo e significativo con entrambi i genitori.

Questa vicenda pone al centro una domanda netta: fino a che punto può essere compresso un legame familiare senza una base normativa chiara e senza un accertamento rigoroso dei fatti? Qui non siamo di fronte a una misura proporzionata, ma a una compressione che rischia di diventare definitiva, in assenza di presupposti reali.

Il punto è semplice: il diritto alla bigenitorialità non è negoziabile, non può essere sacrificato sull’altare di valutazioni generiche o prassi distorte. Va ripristinato, subito, con la stessa urgenza con cui è stato compromesso.

 

 

 

 

 

Cassazione: stop all’amministratore di sostegno per donna accusata di eccessiva prodigalità.

L’avvocato Miraglia denuncia: la misura di protezione non può diventare un business economico sulla pelle dei più fragili

VICENZA (18 marzo 2026). Dopo tredici anni di restrizioni alla propria libertà finanziaria e personale, una donna ha ottenuto giustizia dinanzi alla Corte Suprema di Cassazione, che ha annullato il provvedimento con cui le era stato imposto un amministratore di sostegno perché ritenuta incline a spese eccessive e superflue. La vicenda ha inizio nel 2013 presso il Tribunale di Vicenza, a seguito di un ricorso presentato dai familiari della donna per ragioni legate alla gestione del patrimonio. Nonostante svolga una regolare attività lavorativa presso uno studio professionale, percepisca un reddito stabile, viva autonomamente e si occupi della madre ultranovantenne, le era stato negato il ritorno alla piena autonomia.

La decisione della Suprema Corte ha accolto le tesi della difesa, guidata dall’avvocato Miraglia di Modena, il quale sottolinea come l’istituto dell’amministrazione di sostegno sia utilizzato sempre più frequentemente in modo improprio. «Mi sto occupando sempre più spesso – spiega l’avvocato Miraglia – di vicende in cui si estromettono le persone dalla gestione dei loro patrimoni attraverso il ricorso a questa misura, disposta dai giudici talvolta in modo incauto e senza una valutazione realmente approfondita dei singoli casi. Siamo di fronte a un fenomeno preoccupante, che sta emergendo con frequenza in diverse città, come dimostrano i casi registrati negli ultimi mesi a Parma, Lecco, Ancona, Ferrara, Roma e Perugia. Il rischio è quello di trovarci di fronte a un nuovo business economico sulla pelle dei più deboli, del tutto simile a certi scandali legati agli affidamenti dei minori, in cui la reale tutela della persona finisce in secondo piano». In molti casi i familiari ricorrono alla pratica dell’amministratore di sostegno per meri fini patrimoniali, trovando una sponda in provvedimenti che non tengono conto della reale capacità di intendere e di volere dei soggetti coinvolti. Nel caso specifico di Vicenza, la Cassazione ha infatti rilevato che né il Giudice Tutelare né il Tribunale avevano accertato l’effettiva sussistenza di una patologia o di una menomazione tale da rendere la donna incapace di provvedere ai propri interessi.

La tendenza a spendere in modo smodato per motivi futili o per ostentazione non può giustificare da sola la privazione della libertà di scelta se non è accompagnata da un reale rischio di indigenza o da un’alterazione delle facoltà mentali certificata da medici. Al contrario, la donna è seguita da una psicoterapeuta che ha attestato un ottimo funzionamento generale e l’assenza di patologie psichiatriche. Oltre al merito della questione, la Suprema Corte ha riscontrato una grave violazione del diritto di difesa: la donna non era stata né regolarmente convocata né ascoltata dal giudice, venendo privata della possibilità di esporre le proprie ragioni. La sentenza ha quindi cassato il provvedimento, rinviando gli atti al Tribunale per una nuova valutazione che rispetti finalmente la dignità della donna.

Presentazione del volume “L’avvocato dei bambini” di Francesco Miraglia

Bucarest, 7 marzo – Palazzo Italia

Si terrà il prossimo 7 marzo alle ore 11:00, presso il Palazzo Italia di Bucarest, la presentazione del volume “L’avvocato dei bambini”, opera di Francesco Miraglia, professionista da anni impegnato a livello nazionale e internazionale nella tutela dei diritti dei minori e delle famiglie vulnerabili, con particolare attenzione alle criticità dei sistemi di protezione dell’infanzia e alle responsabilità istituzionali connesse agli interventi di allontanamento e affidamento.

L’iniziativa si inserisce in un più ampio percorso di sensibilizzazione sui diritti dei bambini e degli adolescenti e si configura non come un semplice evento culturale o editoriale, ma come un momento di confronto concreto e qualificato sui modelli di intervento, sulle prassi operative e sulle responsabilità condivise tra istituzioni, scuola, servizi sociali e società civile nella protezione dei soggetti più fragili.

Il volume affronta, con approccio tecnico ma accessibile, questioni di grande attualità quali gli affidi familiari, gli allontanamenti dei minori, il ruolo dei servizi sociali, le garanzie procedurali e le possibili distorsioni che possono emergere nei sistemi di tutela quando il potere decisionale non è adeguatamente bilanciato da controlli efficaci e da una piena tutela dei diritti fondamentali.

Francesco Miraglia ha dichiarato:

«Questo libro nasce dall’esperienza maturata sul campo, accanto a famiglie e minori che spesso si trovano ad affrontare percorsi complessi e dolorosi. L’obiettivo non è quello di muovere critiche sterili, ma di stimolare una riflessione seria e responsabile sul funzionamento dei sistemi di protezione, affinché ogni intervento sia realmente orientato all’interesse superiore del bambino e al rispetto dei diritti fondamentali. Proteggere un minore significa prima di tutto garantire giustizia, equilibrio e responsabilità istituzionale».

L’evento vedrà la partecipazione di rappresentanti istituzionali, professionisti del settore giuridico e sociale e associazioni impegnate nella tutela dei diritti umani, rappresentando un’importante occasione di dialogo internazionale tra Italia e Romania su buone pratiche, criticità operative e prospettive di miglioramento dei sistemi di intervento.

Come evidenziato dall’Ing. Mauro Pusceddu, Presidente della Sator Group Professional Association, la presentazione del volume si propone di promuovere una maggiore consapevolezza sociale e istituzionale sul tema della protezione dei minori, favorendo un dibattito costruttivo e orientato a soluzioni concrete.

Informazioni evento

Data: 7 marzo

Orario: 11:00

Luogo: Palazzo Italia – Bucarest

Contatti organizzativi:

mp.satorgroup@gmail.com

+39 335 446793

 

 

Caso Alessandra Di Meo: precisazioni necessarie tra responsabilità istituzionali e difese d’ufficio

A seguito dell’articolo pubblicato in data 1 febbraio u.s., dal titolo “Dai servizi sociali alle procedure di affido: la rete di protezione non ha funzionato”, e delle successive dichiarazioni del Presidente regionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali, nonché del Sindaco del Comune di Tufino andate in onda sulla televisione nazionale, in qualità di avvocato di fiducia del papà della piccola Alessandra mi corre l’obbligo di fare alcune doverose precisazioni.

Volutamente non intendo entrare nel merito processuale della vicenda, né anticipare valutazioni che competono esclusivamente alla magistratura e agli organi inquirenti.

Le sedi giudiziarie competenti sono e restano l’unico luogo deputato ad accertare fatti, responsabilità penali e nessi causali.

L’intervento che segue non ha dunque natura processuale e non intende interferire con le indagini in corso, ma si colloca su un piano diverso, quello del funzionamento della rete di tutela minorile e della correttezza del dibattito pubblico.

Colpisce, e non può non suscitare meraviglia, che a fronte di una tragedia che imporrebbe rigore, prudenza e senso di responsabilità, il Presidente regionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali abbia scelto la strada della difesa d’ufficio, anziché interrogarsi pubblicamente su eventuali criticità, omissioni o ritardi nell’operato dei Servizi Sociali coinvolti.

In una vicenda di tale gravità, l’atteggiamento istituzionalmente più corretto non è l’assoluzione preventiva, ma la richiesta di chiarezza e trasparenza.

Il tema, infatti, non è mettere in discussione il valore o la complessità del lavoro degli assistenti sociali, che nessuno nega.

Il tema è se, in questo caso concreto, la funzione di vigilanza, monitoraggio e tutela sia stata esercitata in modo effettivo, tempestivo e documentato.

Quando una bambina di quattro anni muore, in queste condizioni, il dovere delle istituzioni non è chiudere il dibattito, ma aprirlo, ponendo domande fondate sui fatti.

Alcuni dati oggettivi non possono essere ignorati.

La minore Alessandra era formalmente affidata al padre in forza di un provvedimento dell’Autorità giudiziaria.

La collocazione della minore agli indagati era nota ai Servizi Sociali del comune di Tufino già dall’agosto/settembre 2024.

Non si trattava, dunque, di una situazione ignota o sottratta al controllo istituzionale, ma di una condizione che rientrava pienamente nella cosiddetta rete di protezione.

Proprio per fare chiarezza su questi aspetti, in data 30 dicembre 2024 il sottoscritto, quale difensore del padre della minore, ha formalmente chiesto ai Servizi Sociali del Comune di Tufino di indicare se e quando fossero state effettuate visite domiciliari presso l’abitazione di collocazione della bambina, se e quando fossero state redatte relazioni sul suo stato di salute e di benessere, se e quando fosse stato informato il Tribunale per i Minorenni circa la collocazione effettiva e se fosse mai stata svolta una valutazione delle capacità di accudimento della coppia presso cui la minore viveva.

A oggi, tali richieste risultano prive di riscontro.

Il Sindaco di Tufino piuttosto che pensare a costituirsi parte civile nel procedimento penale che si celebrerà, come ha dichiarato in una intervista, pensasse a rispondere ai quesiti che da più di un anno il sottoscritto difensore ha posto.

È necessario chiarire anche un ulteriore profilo, spesso rappresentato in modo distorto: il padre, Giuseppe Di Meo, non ha mai abbandonato la figlia Alessandra.

Tale affermazione non trova riscontro negli atti e non può essere dedotta da una ricostruzione semplificata o emotiva dei fatti.

La situazione della minore era nota ai Servizi Sociali, che erano quindi tenuti, per funzione e mandato istituzionale, a svolgere le attività di controllo e vigilanza previste.

Vi è piena fiducia nell’operato della magistratura, che saprà chiarire con rigore e completezza cosa sia accaduto alla piccola Alessandra e individuare le responsabilità, non solo in relazione agli eventi che hanno condotto al decesso, ma anche rispetto all’operato di chi era chiamato a vigilare e a intervenire per tempo.

Solo un accertamento serio, completo e privo di automatismi difensivi potrà rendere giustizia alla memoria della bambina e restituire credibilità a una rete di protezione che, quando non funziona, deve essere analizzata e corretta, non giustificata.

Avv. Pasqualino Miraglia

Tratta di persone: quando la prevenzione smette di essere teoria

Il 4 febbraio 2026, alle 15  presso l’Ambasciata di Colombia in Italia, si terrà un evento in presenza dedicato al tema della tratta di esseri umani e alle sue connessioni con la violenza domestica, la giustizia di genere e la tutela dei minori. L’iniziativa è rivolta a operatori, cittadini, associazioni e, in modo particolare, alle associazioni di cittadini sudamericani residenti in Italia, con l’obiettivo di favorire consapevolezza, prevenzione e capacità di riconoscimento delle situazioni di rischio.

L’incontro è concepito come un taller operativo, non come una conferenza teorica. L’intento è fornire strumenti pratici e criteri di lettura utili a comprendere come la tratta e le forme di sfruttamento possano manifestarsi anche in contesti apparentemente ordinari, talvolta all’interno di relazioni familiari, percorsi migratori o procedimenti istituzionali.

I lavori si apriranno con l’intervento dell’Ambasciatrice Ligia Margarita Quessep, a conferma del rilievo istituzionale e del valore internazionale dell’iniziativa. Seguirà un momento di presentazione dei partecipanti, pensato come spazio di confronto e scambio diretto.

Il cuore dell’evento è rappresentato dallo sviluppo del laboratorio, condotto da Francesco Miraglia e Daniela Vita, autori del volume “Ma il problema sono io?”. Il libro, dedicato ai temi della vittimizzazione secondaria, della violenza domestica e delle conseguenze delle risposte istituzionali inadeguate, è diventato negli ultimi anni un punto di riferimento nel dibattito pubblico sulla tutela delle persone vulnerabili e dei minori.

L’opera è stata al centro di numerosi incontri, presentazioni e momenti di confronto promossi da enti e istituzioni di primo piano, tra cui università, ordini professionali, associazioni impegnate nella tutela dei diritti umani, organismi che si occupano di pari opportunità, violenza di genere e protezione dell’infanzia, nonché contesti istituzionali nazionali e internazionali. Il volume è stato utilizzato come base di lavoro in eventi ospitati da sedi istituzionali, contesti accademici e realtà associative attive sul territorio, contribuendo ad alimentare un confronto critico sulle prassi di intervento e sui limiti dei sistemi di protezione.

A partire dai contenuti del libro, il laboratorio propone un’analisi delle dinamiche che caratterizzano le situazioni di sfruttamento e di tratta, con particolare attenzione ai segnali di rischio, ai meccanismi di silenziamento delle vittime e alle difficoltà di emersione delle violazioni. Su questa base vengono illustrati i procedimenti applicabili nell’ordinamento italiano, le competenze delle istituzioni coinvolte e le misure di tutela concretamente attivabili, con l’obiettivo di fornire criteri chiari e operativi spendibili in contesti reali.

L’iniziativa intende offrire ai partecipanti strumenti di comprensione e di azione, favorendo una lettura critica delle risposte istituzionali e promuovendo una maggiore capacità di intervento tempestivo e consapevole.

L’evento si concluderà con uno spazio dedicato alle domande e al confronto, nella convinzione che solo attraverso il dialogo e la condivisione di esperienze sia possibile rafforzare le reti di prevenzione e protezione.

In sintesi, un appuntamento che affronta il tema della tratta di persone in modo concreto e responsabile, riducendo la distanza tra norme, prassi e tutela effettiva dei diritti fondamentali.

 

Violenza giovanile, non è emergenza ma sistema: se ne parla stasera a “Incidente Probatorio”

📺 IN DIRETTA TV – ORE 23.00

Questa sera Francesco Miraglia sarà ospite come esperto nel programma INCIDENTE PROBATORIO, in onda alle ore 23.00 sul canale FATTI DI NERA – Ch 122 del digitale terrestre.

La puntata affronterà il tema, sempre più urgente, della violenza tra i giovani, con particolare attenzione alla diffusione dell’uso di coltelli e armi bianche. Un fenomeno che non può più essere archiviato come devianza episodica, ma che presenta ormai caratteristiche strutturali, con un’espansione evidente anche nei contesti scolastici e nella quotidianità.

Il confronto partirà dai dati più recenti e da un’analisi dei fatti, per esaminare le cause profonde di questa deriva: la fragilità dei modelli educativi, l’assenza di presìdi preventivi efficaci, la progressiva normalizzazione della violenza e le responsabilità diffuse del mondo adulto e delle istituzioni.

L’obiettivo della trasmissione è superare la cronaca nera e offrire una lettura più consapevole e concreta del fenomeno, mettendo a fuoco non solo le conseguenze penali e sociali, ma anche le gravi carenze del sistema di prevenzione e di intervento.

📡 Appuntamento alle 23.00 – Diretta nazionale

Dal processo Aemilia al libro “Colpevole di essere calabrese”: quando il contesto prende il posto delle prove

Nel libro Colpevole di essere calabrese, Francesco Miraglia parte dal maxi processo Aemilia per denunciare una deriva silenziosa della giustizia italiana: il rischio che origine, contesto e appartenenza diventino criteri di giudizio al posto dei fatti e delle prove. Un’intervista che interroga il metodo, non le sentenze.

 

  • L’intervista

Perché ha sentito il bisogno di scrivere Colpevole di essere calabrese?
Perché a un certo punto ho capito che in tribunale non bastava più difendere le persone. bisognava difendere il metodo. Nel processo Aemilia ho visto qualcosa che mi ha profondamente inquietato: l’origine geografica, il cognome, il contesto familiare smettevano di essere elementi neutrali e iniziavano a pesare come fattori interpretativi. Quando succede questo, la giustizia rischia di non giudicare più i fatti, ma le identità.

 

Sta sostenendo che in Italia si venga condannati perché si è calabresi?

No, e sarebbe una semplificazione scorretta. Sto dicendo una cosa più sottile e più pericolosa: in alcuni processi complessi l’essere calabrese diventa una lente attraverso cui tutto viene letto. Un comportamento neutro diventa sospetto, una relazione familiare diventa “operativa”, un silenzio diventa strategia criminale. Non è una norma scritta, ma un riflesso culturale che incide sul giudizio.

 

Il titolo del libro è molto forte. Non teme che venga letto come una provocazione?

È una provocazione voluta, ma non gratuita.

Se avessi scelto un titolo neutro, il tema sarebbe stato addomesticato. Così invece emerge la domanda vera: siamo sicuri che, in certi procedimenti, non si stia giudicando anche l’origine delle persone, oltre ai fatti contestati? Il titolo serve a costringere il lettore a porsi questa domanda.

 

Nel libro lei è molto critico sull’uso della prova indiziaria nel processo Aemilia. Perché?
La prova indiziaria è uno strumento legittimo. Il problema è il metodo con cui viene costruita.
In diversi passaggi ho riscontrato un meccanismo pericoloso: prima si forma un’ipotesi di colpevolezza, poi si selezionano gli indizi che la confermano. È una trappola cognitiva. Quando più indizi nascono dalla stessa narrazione, sembrano concordanti, ma in realtà si rafforzano solo in apparenza.

 

Il legame familiare è stato trattato come una prova?
In alcuni casi è stato trattato come qualcosa di più di quello che è.
Il legame di sangue non è una colpa. Può assumere rilevanza solo se accompagnato da condotte specifiche, ruoli concreti, apporti causali individuali. Se invece diventa un indizio automatico, allora si scivola verso una giustizia per appartenenza, che è incompatibile con lo Stato di diritto.

 

Lei ha messo in discussione anche l’attendibilità dei collaboratori di giustizia. Non è una posizione rischiosa?

È rischioso non farlo. Il collaboratore di giustizia è una fonte delicata e interessata, proprio per questo va verificata con un rigore assoluto. Il problema nasce quando il suo racconto diventa l’ossatura del processo e i riscontri servono solo a confermare quella storia. In quel momento il controllo critico si indebolisce e il rischio di errore giudiziario aumenta.

 

Nel 2018, durante il maxi processo Aemilia, lei finì al centro di un forte dibattito pubblico per un suo intervento molto duro riportato dalla stampa. Disse che, se davvero si fosse voluta “fare la storia della ’ndrangheta a Reggio Emilia”, gli imputati avrebbero dovuto essere molti di più, includendo anche amministratori, politici e sindacati che avevano consentito a quel sistema di operare. A distanza di anni, conferma quella posizione? E ritiene che il processo abbia davvero indagato fino in fondo la cosiddetta zona grigia politico-istituzionale?

Confermo integralmente quella posizione. E la rivendico sul piano del metodo, non della polemica.
Il ragionamento era – ed è tuttora – molto semplice: se si sostiene l’esistenza di un radicamento mafioso strutturato, non ci si può fermare agli ultimi anelli della catena. Un sistema che lavora, fattura, opera nei cantieri e si muove nel tessuto economico non può esistere senza relazioni istituzionali, amministrative ed economiche.
La vera domanda è perché l’azione giudiziaria si sia concentrata soprattutto sui soggetti più esposti e meno sui livelli di intermediazione che hanno consentito a quel sistema di funzionare. Senza l’analisi della zona grigia, il rischio è una giustizia simbolica: severa verso i deboli, molto più prudente verso chi aveva potere decisionale.

 

Lei sostiene che il Nord non sia stato solo vittima della mafia, ma anche parte del problema.
Sì, perché nessuna mafia si radica senza una domanda.
Raccontare la criminalità organizzata come un fenomeno “importato” dal Sud è rassicurante, ma falso. Serve a non interrogarsi sulle responsabilità locali, sulle convenienze economiche, sulle complicità silenziose. È una narrazione che assolve il sistema.

 

Eppure i colpiti sembrano essere sempre gli stessi.

Perché sono la parte più esposta e sacrificabile.  Colpire l’ultimo anello della catena è più semplice che colpire chi ha capitale, relazioni e reputazione. Non serve parlare di complotti: basta osservare dove è più facile intervenire e dove è più costoso farlo.

 

Nel libro lei critica anche strumenti come le interdittive antimafia. Perché?
Perché, se usate senza contraddittorio effettivo e senza tempi certi di revisione, possono diventare una pena senza processo. La prevenzione è fondamentale, ma quando distrugge un’attività economica sulla base del sospetto, senza reali possibilità di difesa, produce una forma di morte civile che pone seri problemi di equilibrio costituzionale.

 

Il tema dello stigma calabrese attraversa tutto il libro.
Perché lo stigma non è solo culturale, ma produce effetti concreti.
Quando un territorio viene percepito come “naturalmente criminale”, tutto diventa giustificabile: meno investimenti, meno diritti, meno servizi. La Calabria non ha bisogno di retorica o compassione, ma di istituzioni normali che funzionino.

 

Cosa pensa della cosiddetta “restanza”?

Restare ha senso solo se è una scelta libera, non una condanna.
Senza lavoro, servizi e diritti certi, la restanza diventa solo una parola vuota. Io credo in una Calabria che resta per costruire, non per sopravvivere.

 

Difendere imputati di mafia le ha creato difficoltà personali e professionali?
Sì. In Italia chi difende viene spesso confuso con ciò che difende.
Ma la difesa non è una complicità: è una garanzia. Se si indeboliscono le garanzie nei processi scomodi, domani si indeboliranno per tutti.

 

Lei si occupa anche di diritto minorile. Vede un collegamento tra questi ambiti?
Sì, nel rischio dell’automatismo. Nei processi di mafia come negli allontanamenti dei minori vedo decisioni enormi prese con controlli spesso insufficienti. Il problema non è l’istituto, ma l’abuso di potere senza una reale responsabilità.

M.G.