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Caso Alessandra Di Meo: precisazioni necessarie tra responsabilità istituzionali e difese d’ufficio

A seguito dell’articolo pubblicato in data 1 febbraio u.s., dal titolo “Dai servizi sociali alle procedure di affido: la rete di protezione non ha funzionato”, e delle successive dichiarazioni del Presidente regionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali, nonché del Sindaco del Comune di Tufino andate in onda sulla televisione nazionale, in qualità di avvocato di fiducia del papà della piccola Alessandra mi corre l’obbligo di fare alcune doverose precisazioni.

Volutamente non intendo entrare nel merito processuale della vicenda, né anticipare valutazioni che competono esclusivamente alla magistratura e agli organi inquirenti.

Le sedi giudiziarie competenti sono e restano l’unico luogo deputato ad accertare fatti, responsabilità penali e nessi causali.

L’intervento che segue non ha dunque natura processuale e non intende interferire con le indagini in corso, ma si colloca su un piano diverso, quello del funzionamento della rete di tutela minorile e della correttezza del dibattito pubblico.

Colpisce, e non può non suscitare meraviglia, che a fronte di una tragedia che imporrebbe rigore, prudenza e senso di responsabilità, il Presidente regionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali abbia scelto la strada della difesa d’ufficio, anziché interrogarsi pubblicamente su eventuali criticità, omissioni o ritardi nell’operato dei Servizi Sociali coinvolti.

In una vicenda di tale gravità, l’atteggiamento istituzionalmente più corretto non è l’assoluzione preventiva, ma la richiesta di chiarezza e trasparenza.

Il tema, infatti, non è mettere in discussione il valore o la complessità del lavoro degli assistenti sociali, che nessuno nega.

Il tema è se, in questo caso concreto, la funzione di vigilanza, monitoraggio e tutela sia stata esercitata in modo effettivo, tempestivo e documentato.

Quando una bambina di quattro anni muore, in queste condizioni, il dovere delle istituzioni non è chiudere il dibattito, ma aprirlo, ponendo domande fondate sui fatti.

Alcuni dati oggettivi non possono essere ignorati.

La minore Alessandra era formalmente affidata al padre in forza di un provvedimento dell’Autorità giudiziaria.

La collocazione della minore agli indagati era nota ai Servizi Sociali del comune di Tufino già dall’agosto/settembre 2024.

Non si trattava, dunque, di una situazione ignota o sottratta al controllo istituzionale, ma di una condizione che rientrava pienamente nella cosiddetta rete di protezione.

Proprio per fare chiarezza su questi aspetti, in data 30 dicembre 2024 il sottoscritto, quale difensore del padre della minore, ha formalmente chiesto ai Servizi Sociali del Comune di Tufino di indicare se e quando fossero state effettuate visite domiciliari presso l’abitazione di collocazione della bambina, se e quando fossero state redatte relazioni sul suo stato di salute e di benessere, se e quando fosse stato informato il Tribunale per i Minorenni circa la collocazione effettiva e se fosse mai stata svolta una valutazione delle capacità di accudimento della coppia presso cui la minore viveva.

A oggi, tali richieste risultano prive di riscontro.

Il Sindaco di Tufino piuttosto che pensare a costituirsi parte civile nel procedimento penale che si celebrerà, come ha dichiarato in una intervista, pensasse a rispondere ai quesiti che da più di un anno il sottoscritto difensore ha posto.

È necessario chiarire anche un ulteriore profilo, spesso rappresentato in modo distorto: il padre, Giuseppe Di Meo, non ha mai abbandonato la figlia Alessandra.

Tale affermazione non trova riscontro negli atti e non può essere dedotta da una ricostruzione semplificata o emotiva dei fatti.

La situazione della minore era nota ai Servizi Sociali, che erano quindi tenuti, per funzione e mandato istituzionale, a svolgere le attività di controllo e vigilanza previste.

Vi è piena fiducia nell’operato della magistratura, che saprà chiarire con rigore e completezza cosa sia accaduto alla piccola Alessandra e individuare le responsabilità, non solo in relazione agli eventi che hanno condotto al decesso, ma anche rispetto all’operato di chi era chiamato a vigilare e a intervenire per tempo.

Solo un accertamento serio, completo e privo di automatismi difensivi potrà rendere giustizia alla memoria della bambina e restituire credibilità a una rete di protezione che, quando non funziona, deve essere analizzata e corretta, non giustificata.

Avv. Pasqualino Miraglia

Tratta di persone: quando la prevenzione smette di essere teoria

Il 4 febbraio 2026, alle 15  presso l’Ambasciata di Colombia in Italia, si terrà un evento in presenza dedicato al tema della tratta di esseri umani e alle sue connessioni con la violenza domestica, la giustizia di genere e la tutela dei minori. L’iniziativa è rivolta a operatori, cittadini, associazioni e, in modo particolare, alle associazioni di cittadini sudamericani residenti in Italia, con l’obiettivo di favorire consapevolezza, prevenzione e capacità di riconoscimento delle situazioni di rischio.

L’incontro è concepito come un taller operativo, non come una conferenza teorica. L’intento è fornire strumenti pratici e criteri di lettura utili a comprendere come la tratta e le forme di sfruttamento possano manifestarsi anche in contesti apparentemente ordinari, talvolta all’interno di relazioni familiari, percorsi migratori o procedimenti istituzionali.

I lavori si apriranno con l’intervento dell’Ambasciatrice Ligia Margarita Quessep, a conferma del rilievo istituzionale e del valore internazionale dell’iniziativa. Seguirà un momento di presentazione dei partecipanti, pensato come spazio di confronto e scambio diretto.

Il cuore dell’evento è rappresentato dallo sviluppo del laboratorio, condotto da Francesco Miraglia e Daniela Vita, autori del volume “Ma il problema sono io?”. Il libro, dedicato ai temi della vittimizzazione secondaria, della violenza domestica e delle conseguenze delle risposte istituzionali inadeguate, è diventato negli ultimi anni un punto di riferimento nel dibattito pubblico sulla tutela delle persone vulnerabili e dei minori.

L’opera è stata al centro di numerosi incontri, presentazioni e momenti di confronto promossi da enti e istituzioni di primo piano, tra cui università, ordini professionali, associazioni impegnate nella tutela dei diritti umani, organismi che si occupano di pari opportunità, violenza di genere e protezione dell’infanzia, nonché contesti istituzionali nazionali e internazionali. Il volume è stato utilizzato come base di lavoro in eventi ospitati da sedi istituzionali, contesti accademici e realtà associative attive sul territorio, contribuendo ad alimentare un confronto critico sulle prassi di intervento e sui limiti dei sistemi di protezione.

A partire dai contenuti del libro, il laboratorio propone un’analisi delle dinamiche che caratterizzano le situazioni di sfruttamento e di tratta, con particolare attenzione ai segnali di rischio, ai meccanismi di silenziamento delle vittime e alle difficoltà di emersione delle violazioni. Su questa base vengono illustrati i procedimenti applicabili nell’ordinamento italiano, le competenze delle istituzioni coinvolte e le misure di tutela concretamente attivabili, con l’obiettivo di fornire criteri chiari e operativi spendibili in contesti reali.

L’iniziativa intende offrire ai partecipanti strumenti di comprensione e di azione, favorendo una lettura critica delle risposte istituzionali e promuovendo una maggiore capacità di intervento tempestivo e consapevole.

L’evento si concluderà con uno spazio dedicato alle domande e al confronto, nella convinzione che solo attraverso il dialogo e la condivisione di esperienze sia possibile rafforzare le reti di prevenzione e protezione.

In sintesi, un appuntamento che affronta il tema della tratta di persone in modo concreto e responsabile, riducendo la distanza tra norme, prassi e tutela effettiva dei diritti fondamentali.

 

Violenza giovanile, non è emergenza ma sistema: se ne parla stasera a “Incidente Probatorio”

📺 IN DIRETTA TV – ORE 23.00

Questa sera Francesco Miraglia sarà ospite come esperto nel programma INCIDENTE PROBATORIO, in onda alle ore 23.00 sul canale FATTI DI NERA – Ch 122 del digitale terrestre.

La puntata affronterà il tema, sempre più urgente, della violenza tra i giovani, con particolare attenzione alla diffusione dell’uso di coltelli e armi bianche. Un fenomeno che non può più essere archiviato come devianza episodica, ma che presenta ormai caratteristiche strutturali, con un’espansione evidente anche nei contesti scolastici e nella quotidianità.

Il confronto partirà dai dati più recenti e da un’analisi dei fatti, per esaminare le cause profonde di questa deriva: la fragilità dei modelli educativi, l’assenza di presìdi preventivi efficaci, la progressiva normalizzazione della violenza e le responsabilità diffuse del mondo adulto e delle istituzioni.

L’obiettivo della trasmissione è superare la cronaca nera e offrire una lettura più consapevole e concreta del fenomeno, mettendo a fuoco non solo le conseguenze penali e sociali, ma anche le gravi carenze del sistema di prevenzione e di intervento.

📡 Appuntamento alle 23.00 – Diretta nazionale

Dal processo Aemilia al libro “Colpevole di essere calabrese”: quando il contesto prende il posto delle prove

Nel libro Colpevole di essere calabrese, Francesco Miraglia parte dal maxi processo Aemilia per denunciare una deriva silenziosa della giustizia italiana: il rischio che origine, contesto e appartenenza diventino criteri di giudizio al posto dei fatti e delle prove. Un’intervista che interroga il metodo, non le sentenze.

 

  • L’intervista

Perché ha sentito il bisogno di scrivere Colpevole di essere calabrese?
Perché a un certo punto ho capito che in tribunale non bastava più difendere le persone. bisognava difendere il metodo. Nel processo Aemilia ho visto qualcosa che mi ha profondamente inquietato: l’origine geografica, il cognome, il contesto familiare smettevano di essere elementi neutrali e iniziavano a pesare come fattori interpretativi. Quando succede questo, la giustizia rischia di non giudicare più i fatti, ma le identità.

 

Sta sostenendo che in Italia si venga condannati perché si è calabresi?

No, e sarebbe una semplificazione scorretta. Sto dicendo una cosa più sottile e più pericolosa: in alcuni processi complessi l’essere calabrese diventa una lente attraverso cui tutto viene letto. Un comportamento neutro diventa sospetto, una relazione familiare diventa “operativa”, un silenzio diventa strategia criminale. Non è una norma scritta, ma un riflesso culturale che incide sul giudizio.

 

Il titolo del libro è molto forte. Non teme che venga letto come una provocazione?

È una provocazione voluta, ma non gratuita.

Se avessi scelto un titolo neutro, il tema sarebbe stato addomesticato. Così invece emerge la domanda vera: siamo sicuri che, in certi procedimenti, non si stia giudicando anche l’origine delle persone, oltre ai fatti contestati? Il titolo serve a costringere il lettore a porsi questa domanda.

 

Nel libro lei è molto critico sull’uso della prova indiziaria nel processo Aemilia. Perché?
La prova indiziaria è uno strumento legittimo. Il problema è il metodo con cui viene costruita.
In diversi passaggi ho riscontrato un meccanismo pericoloso: prima si forma un’ipotesi di colpevolezza, poi si selezionano gli indizi che la confermano. È una trappola cognitiva. Quando più indizi nascono dalla stessa narrazione, sembrano concordanti, ma in realtà si rafforzano solo in apparenza.

 

Il legame familiare è stato trattato come una prova?
In alcuni casi è stato trattato come qualcosa di più di quello che è.
Il legame di sangue non è una colpa. Può assumere rilevanza solo se accompagnato da condotte specifiche, ruoli concreti, apporti causali individuali. Se invece diventa un indizio automatico, allora si scivola verso una giustizia per appartenenza, che è incompatibile con lo Stato di diritto.

 

Lei ha messo in discussione anche l’attendibilità dei collaboratori di giustizia. Non è una posizione rischiosa?

È rischioso non farlo. Il collaboratore di giustizia è una fonte delicata e interessata, proprio per questo va verificata con un rigore assoluto. Il problema nasce quando il suo racconto diventa l’ossatura del processo e i riscontri servono solo a confermare quella storia. In quel momento il controllo critico si indebolisce e il rischio di errore giudiziario aumenta.

 

Nel 2018, durante il maxi processo Aemilia, lei finì al centro di un forte dibattito pubblico per un suo intervento molto duro riportato dalla stampa. Disse che, se davvero si fosse voluta “fare la storia della ’ndrangheta a Reggio Emilia”, gli imputati avrebbero dovuto essere molti di più, includendo anche amministratori, politici e sindacati che avevano consentito a quel sistema di operare. A distanza di anni, conferma quella posizione? E ritiene che il processo abbia davvero indagato fino in fondo la cosiddetta zona grigia politico-istituzionale?

Confermo integralmente quella posizione. E la rivendico sul piano del metodo, non della polemica.
Il ragionamento era – ed è tuttora – molto semplice: se si sostiene l’esistenza di un radicamento mafioso strutturato, non ci si può fermare agli ultimi anelli della catena. Un sistema che lavora, fattura, opera nei cantieri e si muove nel tessuto economico non può esistere senza relazioni istituzionali, amministrative ed economiche.
La vera domanda è perché l’azione giudiziaria si sia concentrata soprattutto sui soggetti più esposti e meno sui livelli di intermediazione che hanno consentito a quel sistema di funzionare. Senza l’analisi della zona grigia, il rischio è una giustizia simbolica: severa verso i deboli, molto più prudente verso chi aveva potere decisionale.

 

Lei sostiene che il Nord non sia stato solo vittima della mafia, ma anche parte del problema.
Sì, perché nessuna mafia si radica senza una domanda.
Raccontare la criminalità organizzata come un fenomeno “importato” dal Sud è rassicurante, ma falso. Serve a non interrogarsi sulle responsabilità locali, sulle convenienze economiche, sulle complicità silenziose. È una narrazione che assolve il sistema.

 

Eppure i colpiti sembrano essere sempre gli stessi.

Perché sono la parte più esposta e sacrificabile.  Colpire l’ultimo anello della catena è più semplice che colpire chi ha capitale, relazioni e reputazione. Non serve parlare di complotti: basta osservare dove è più facile intervenire e dove è più costoso farlo.

 

Nel libro lei critica anche strumenti come le interdittive antimafia. Perché?
Perché, se usate senza contraddittorio effettivo e senza tempi certi di revisione, possono diventare una pena senza processo. La prevenzione è fondamentale, ma quando distrugge un’attività economica sulla base del sospetto, senza reali possibilità di difesa, produce una forma di morte civile che pone seri problemi di equilibrio costituzionale.

 

Il tema dello stigma calabrese attraversa tutto il libro.
Perché lo stigma non è solo culturale, ma produce effetti concreti.
Quando un territorio viene percepito come “naturalmente criminale”, tutto diventa giustificabile: meno investimenti, meno diritti, meno servizi. La Calabria non ha bisogno di retorica o compassione, ma di istituzioni normali che funzionino.

 

Cosa pensa della cosiddetta “restanza”?

Restare ha senso solo se è una scelta libera, non una condanna.
Senza lavoro, servizi e diritti certi, la restanza diventa solo una parola vuota. Io credo in una Calabria che resta per costruire, non per sopravvivere.

 

Difendere imputati di mafia le ha creato difficoltà personali e professionali?
Sì. In Italia chi difende viene spesso confuso con ciò che difende.
Ma la difesa non è una complicità: è una garanzia. Se si indeboliscono le garanzie nei processi scomodi, domani si indeboliranno per tutti.

 

Lei si occupa anche di diritto minorile. Vede un collegamento tra questi ambiti?
Sì, nel rischio dell’automatismo. Nei processi di mafia come negli allontanamenti dei minori vedo decisioni enormi prese con controlli spesso insufficienti. Il problema non è l’istituto, ma l’abuso di potere senza una reale responsabilità.

M.G.

Processo Aemilia, oltre la narrazione ufficiale: Miraglia presenta a Oradea “Colpevole di essere calabrese”

Il 5 dicembre 2025, alla Biblioteca Județeană “Gheorghe Șincai” Bihor di Oradea, sarà presentato il nuovo libro di Francesco Miraglia, “Colpevole di essere calabrese. Vittime del pregiudizio”, pubblicato da Koinè Nuove Edizioni. Si tratta di un appuntamento atteso non soltanto per l’interesse intorno al volume, ma anche per la qualità del confronto accademico che l’Università di Oradea ha voluto costruire intorno all’autore e ai temi affrontati nel libro.

Il lavoro di Miraglia si concentra su ciò che non è stato raccontato del processo Aemilia, proponendo una lettura lucida e controcorrente delle sue ricadute sociali. Non ne mette in discussione l’impianto giudiziario, bensì osserva come la narrazione mediatica e culturale che lo ha accompagnato abbia generato un clima di sospetto generalizzato verso l’identità calabrese. In questo senso, il libro svela “l’altra faccia dell’Aemilia”: quella delle persone che hanno subito etichettamenti, discriminazioni e stigmatizzazioni nonostante fossero estranee ai fatti, trasformandosi in vittime di un pregiudizio collettivo alimentato più dalla semplificazione che dall’analisi.

La presentazione di Oradea si preannuncia come un momento di confronto di altissimo profilo. Accanto a Miraglia interverranno figure accademiche di rara competenza: Florina Morozan, docente di Diritto civile e voce autorevole nel panorama giuridico romeno, offrirà una lettura comparata del fenomeno del pregiudizio istituzionale, mettendo in relazione le dinamiche italiane con quelle di altri sistemi europei. Rath Bosca Laura Dumitrana, specialista in Diritto di famiglia, approfondirà il ruolo che gli stereotipi possono assumere nella percezione dei nuclei familiari e dei loro diritti, mostrando quanto l’etichettamento possa incidere anche su contesti apparentemente lontani dal tema dell’Aemilia.

Un contributo di particolare rilievo verrà da Liviu Lascu, professore di Diritto penale dell’Università Agorà di Oradea, già Primo Procuratore della Procura militare di Cluj e autore della prefazione del libro. La sua prospettiva tecnica, maturata sia nella pratica investigativa sia nella cattedra universitaria, consente di collocare l’opera di Miraglia all’interno di un discorso più ampio, che riguarda il modo in cui le società europee costruiscono la narrazione della criminalità organizzata. Arricchirà il dialogo anche Bogdan Bodea, studioso dei processi sociali e delle dinamiche del consenso, offrendo un’interpretazione delle derive mediatiche che hanno accompagnato il processo Aemilia e dei loro effetti sulla percezione pubblica.

L’incontro, dunque, non sarà una semplice presentazione editoriale, ma un’occasione per riportare al centro del dibattito un tema spesso affrontato in modo superficiale: la relazione fra diritto, informazione e identità collettiva. Attraverso il confronto con studiosi che hanno scelto di misurarsi con l’opera di Miraglia, Oradea diventa il luogo in cui la riflessione intorno al pregiudizio assume una dimensione internazionale, valorizzando un percorso di ricerca che sta ricevendo crescente attenzione fuori dall’Italia.

Il libro di Miraglia non si limita a raccontare una vicenda giudiziaria; mette ordine in un meccanismo sociale complesso, mostra come il potere del racconto pubblico sia in grado di creare categorie, etichette e sospetti, e restituisce voce a chi ne è stato travolto. L’appuntamento del 5 dicembre offrirà l’opportunità di discutere tutto questo con un parterre accademico di assoluto livello, confermando la centralità del tema e l’autorevolezza del lavoro dell’autore.

 

Il libro Ma il problema sono io?, sulla vittimizzazione secondaria, sta diventando un progetto concreto.

Per l’Ambasciatrice della Colombia in Italia, Ligia Margarita Quessep Bitar, rappresenta uno strumento immediato per comprendere le difficoltà che molte famiglie colombiane affrontano in Italia. Per i cittadini colombiani, un punto di riferimento utile per orientarsi e tutelarsi.

Per me e per Daniela Vita significa trasformare un’analisi critica in un percorso istituzionale reale, con l’obiettivo di rafforzare la protezione delle donne e dei minori e prevenire la vittimizzazione secondaria.

Un libro che diventa progetto. Un progetto che diventa tutela.

25 novembre: la voce delle donne, il coraggio della verità – A Melito di Porto Salvo la Fidapa BPW Italy presenta Ma il problema sono io?!”

Melito di Porto Salvo (RC), 25 novembre 2025 – Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

Il 25 novembre non è una data come le altre. È il giorno in cui il mondo si ferma per dire basta alla violenza sulle donne, per ricordare chi non c’è più e per dare forza a chi ogni giorno combatte per la propria dignità e libertà. In questa cornice di impegno e consapevolezza, la FIDAPA BPW Italy – Sezione di Melito di Porto Salvo, con il patrocinio del Comune di Melito di Porto Salvo, promuove un incontro dal forte impatto civile ed emotivo: la presentazione del libro “Ma il problema sono io?!” di Francesco Miraglia e Daniela Vita (Armando Editore).

Un titolo che interroga e provoca, raccontando il dramma sommerso della vittimizzazione secondaria, quella che nasce non solo dalla violenza domestica ma anche dalle risposte distorte e indifferenti del sistema giudiziario e dei servizi sociali. Donne che, dopo aver denunciato, si ritrovano isolate, screditate, private dei figli e del diritto alla verità. È questa la seconda violenza: quella istituzionale, invisibile, ma devastante.

Il volume, già presentato al Salone Internazionale del Libro di Torino nel maggio 2025, ha raccolto ampio consenso per il suo linguaggio diretto, la forza delle testimonianze e la capacità di denunciare le distorsioni di un sistema che troppo spesso tradisce le sue stesse finalità di tutela.

L’evento, in programma martedì 25 novembre alle ore 17:30 presso la Sala Consiliare Comunale di Melito di Porto Salvo (Viale Rimembranze, 19), vedrà i saluti del Sindaco Annunziato Nastasi e della Presidente Fidapa BPW Italy – Sez. di Melito di Porto Salvo, Pina Punturieri. A moderare sarà Emilia Pino, socia Fidapa. Interverranno gli autori Daniela Vita e Francesco Miraglia, insieme a Francesca Pensavalle, referente del gruppo “Violenza di genere” della sezione Fidapa locale.

Con questo incontro la Fidapa di Melito di Porto Salvo intende lanciare un messaggio chiaro: la violenza contro le donne non è una questione privata ma una ferita collettiva che riguarda l’intera società. Per questo, la cultura, la denuncia e la solidarietà devono diventare strumenti concreti di cambiamento.

Francesco Miraglia, coautore del volume, dichiara: «Ogni volta che una donna viene lasciata sola dopo aver chiesto aiuto, lo Stato fallisce. La violenza non finisce con una denuncia: spesso continua nelle aule di giustizia, nei servizi, nelle decisioni che le tolgono i figli e la dignità. Il 25 novembre deve essere un grido, non una ricorrenza. Bisogna cambiare le regole, non solo ricordare le vittime.»

Daniela Vita,  coautrice, aggiunge: «Le donne che subiscono violenza vivono una doppia condanna: quella inferta dal maltrattante e quella di un sistema che spesso non le crede, non le ascolta, le giudica. Restituire fiducia, empatia e giustizia è il primo passo per ricostruire la loro vita. Parlare di queste storie significa dare voce a chi non ce l’ha più.»

“Ma il problema sono io?!” è più di un libro: è una voce che rompe il silenzio, un atto di accusa verso un sistema che troppo spesso colpevolizza le vittime invece di proteggerle, e al tempo stesso un inno alla resistenza, alla verità e al coraggio delle donne.

FIDAPA BPW ITALY – Sezione di Melito di Porto Salvo
Dice NO alla violenza. Sempre. Ovunque. Data: Martedì 25 novembre 2025 – Ore 17:30
Luogo: Sala Consiliare Comunale, Viale Rimembranze 19 – Melito di Porto Salvo (RC)
Ingresso libero – Evento aperto al pubblico

La mamma brasiliana non perde la figlia: il Tribunale di Torino dichiara il non luogo a provvedere sull’adottabilità e restituisce dignità alla famiglia d’origine

(Torino 12 novembre ) Una storia di dolore,   distanza e incomprensione culturale si conclude con un pronunciamento che restituisce umanità e giustizia. Il Tribunale per i Minorenni del Piemonte e Valle d’Aosta ha infatti dichiarato il non luogo a provvedere sulla richiesta di adottabilità di una bambina di due anni, disponendone l’affidamento ai familiari materni. Una decisione che segna un punto di svolta nel modo di intendere la tutela dei minori e riafferma con forza il principio secondo cui l’adozione deve rappresentare una soluzione estrema, mai un automatismo.

La sentenza giunge al termine di un percorso lungo e complesso, che ha visto una madre di origine brasiliana affrontare un sistema che troppo spesso non ha saputo comprenderla né accompagnarla. Giunta in Italia in condizioni di grande fragilità personale e sociale, la donna si è trovata immersa in un contesto istituzionale rigido e distante, dove le sue difficoltà linguistiche e culturali sono state scambiate per inadeguatezza. Nessuno, in realtà, le ha mai spiegato davvero cosa stava accadendo, quali diritti avesse, né come poter intraprendere un vero percorso di recupero e sostegno.

Come ha sottolineato l’Avv. Miraglia, difensore della madre:  «Questa sentenza dimostra che la verità e la giustizia esistono anche nei procedimenti più complessi. La madre brasiliana ha subito un pregiudizio evidente, perché nessuno le ha mai spiegato davvero cosa stava accadendo, e la sua diversità culturale è stata fraintesa come incapacità. Il Tribunale ha riconosciuto che il legame familiare, se autentico e solido, è la prima forma di tutela per un bambino. È un risultato che restituisce dignità a una madre, ma anche fiducia nel sistema, quando è capace di correggere i propri errori. Ogni donna, qualunque sia la sua origine, ha diritto a essere compresa prima di essere giudicata».

Le parole dell’Avv. Miraglia sintetizzano il senso profondo di questa vicenda: la necessità di una giustizia minorile che unisca rigore e sensibilità, che non si limiti a valutare, ma sappia ascoltare, comprendere e includere.

La differenza culturale, linguistica e di vissuto non può e non deve diventare un ostacolo, ma un elemento da interpretare con attenzione e rispetto. La tutela del minore passa anche attraverso la tutela della madre, del suo mondo e della sua identità.

Con il non luogo a provvedere sull’adottabilità, il Tribunale ha riconosciuto la piena idoneità dei parenti materni a occuparsi della bambina, assicurandole continuità affettiva e stabilità relazionale. È una pronuncia che valorizza la famiglia naturale e che riafferma la necessità di un approccio più umano, interculturale e competente nei procedimenti minorili.

Il caso della mamma brasiliana diventa così un simbolo di riscatto e consapevolezza, un esempio di come la giustizia, quando si apre all’ascolto e all’empatia, possa restituire dignità alle persone e senso alle istituzioni

La verità alla fine vince sempre: sconfessati i Servizi Sociali, il Tribunale dichiara il non luogo a procedere per l’adottabilità e dispone il rientro a casa della minore

Una decisione di grande valore umano e giuridico segna oggi una svolta importante nella giustizia minorile. Il Tribunale per i Minorenni ha infatti respinto la richiesta di dichiarare lo stato di adottabilità di una bambina e ha disposto il suo rientro presso la madre e i nonni materni, accogliendo integralmente le tesi difensive sostenute dall’Avv. Miraglia. Dopo anni di relazioni contraddittorie, giudizi affrettati e una lunga fase di incertezza, la verità è finalmente emersa, restituendo alla bambina il diritto di crescere tra gli affetti autentici della propria famiglia.

La sentenza sconfessa apertamente l’operato dei Servizi Sociali, il cui atteggiamento è stato definito “pregiudizievole, parziale e non rispondente alla realtà dei fatti”. I giudici hanno riconosciuto che per troppo tempo la famiglia è stata oggetto di una valutazione distorta, basata su percezioni e non su elementi concreti, e che tale impostazione ha inciso in modo ingiusto sul benessere psicologico della minore. Il Tribunale, con una motivazione chiara e rigorosa, ha sottolineato che “le relazioni dei Servizi Sociali non appaiono fondate su riscontri oggettivi né rappresentano la reale evoluzione della situazione familiare”, evidenziando come la madre e i nonni abbiano invece saputo garantire alla bambina stabilità, presenza e cura costante.

Determinante per il pronunciamento è stata la consulenza tecnica d’ufficio, definita dai giudici “pienamente attendibile, equilibrata e scientificamente motivata”. La CTU, richiesta e sostenuta con forza dalla difesa, ha messo in luce la verità rimasta a lungo in ombra: la madre possiede capacità genitoriali adeguate, un legame affettivo solido con la figlia e una rete familiare di sostegno rappresentata dai nonni materni, che si sono sempre dimostrati figure di riferimento positive, costanti e presenti.

L’Avv. Miraglia, che ha seguito personalmente ogni passaggio del procedimento, ha impostato una linea difensiva lucida e documentata, evidenziando le contraddizioni e le omissioni delle relazioni sociali e riuscendo a riportare l’attenzione del Tribunale sui dati oggettivi, sulle prove e sul principio fondamentale dell’interesse superiore del minore. Grazie a un lavoro rigoroso e alla capacità di far emergere la verità sostanziale oltre i pregiudizi, la difesa ha ottenuto un risultato che va ben oltre la vittoria in aula: il riconoscimento di un diritto umano ed emotivo troppo spesso sacrificato alla burocrazia.

Nella parte conclusiva del provvedimento, il Tribunale ha disposto il “non luogo a procedere in ordine alla richiesta di adottabilità, atteso che la minore ha trovato nella madre e nella famiglia materna un ambiente affettivo stabile, coerente e tutelante”, aggiungendo che “deve essere garantita la continuità educativa e affettiva nel contesto familiare d’origine, con il monitoraggio imparziale dei Servizi Sociali”. È un passaggio che ribadisce, con forza, la centralità del legame familiare e la necessità di superare logiche assistenziali fondate su sospetti anziché su verifiche effettive.

L’Avv. Miraglia ha commentato con soddisfazione la decisione, affermando che “questa è la dimostrazione che la verità, quando è sostenuta con coerenza, preparazione e coraggio, vince sempre. Abbiamo creduto fin dall’inizio nella forza della famiglia, nella trasparenza delle prove e nella competenza della consulenza tecnica. Oggi la giustizia ha restituito una bambina alla sua casa, alla sua madre e ai suoi nonni, ponendo fine a un pregiudizio che non avrebbe mai dovuto esistere”.

Il legale ha poi aggiunto che “i Servizi Sociali devono tornare a essere uno strumento di supporto e non di sospetto, capaci di ascoltare e non di giudicare. Questa sentenza segna un punto fermo: la verità non può essere distorta né piegata alla logica dell’apparenza, e ogni decisione che riguarda un bambino deve nascere dal rispetto della realtà, non dal timore dell’errore”.

Questa pronuncia restituisce respiro e speranza a una famiglia che ha saputo resistere al peso dell’ingiustizia e ribadisce un principio che dovrebbe guidare ogni intervento nel mondo della tutela minorile: la verità non si costruisce nelle relazioni, ma si osserva nei fatti. E i fatti, in questa vicenda, parlano chiaro.

 

“Ma il problema sono io?!” – Una giornata che ha scosso cuori e coscienze a Lugo di Vicenza

Lugo di Vicenza, 10 settembre 2025 – Nella splendida cornice di Villa Piovene Porto Godi si è svolta una giornata intensa di riflessione e partecipazione in occasione della presentazione del volume “Ma il problema sono io?! – La vittimizzazione secondaria ad opera del sistema giudiziario: violenza domestica e allontanamento dei figli dalle madri” (Armando Editore), scritto dall’avvocato Francesco Miraglia insieme a Daniela Vita. Fin dal mattino la villa ha accolto un pubblico numeroso, composto da cittadini, operatori, rappresentanti istituzionali e del mondo associativo, che hanno seguito con emozione e attenzione le parole dell’autore. L’evento, promosso da Antiviolenza360, SATOR GROUPE e ANILDD, non è stato soltanto la presentazione di un libro, ma un vero e proprio momento di incontro e condivisione, in cui storie, voci e sguardi si sono intrecciati dando vita a una comunità viva e partecipe.

Nel suo intervento Francesco Miraglia ha toccato corde profonde, ricordando come la violenza di genere non possa essere ridotta a un fatto privato, ma rappresenti una ferita sociale e culturale che affonda le radici in secoli di patriarcato. «Non è il gesto isolato di un singolo uomo, ma il prodotto di un sistema che considera ancora la donna un essere subordinato» ha affermato con forza, raccogliendo la partecipazione commossa della platea. Le sue parole hanno portato al centro dell’attenzione il dramma della vittimizzazione secondaria: donne che, dopo aver trovato il coraggio di denunciare, vengono additate come “conflittuali” o “manipolatrici”, fino ad arrivare a essere private dei loro figli. Una realtà paradossale e crudele che dà voce all’amara domanda che dà il titolo al libro: “Ma il problema sono io?!”.

Il richiamo alle recenti novità legislative, dal Codice Rosso alla legge Roccella fino al nuovo art. 577-bis c.p. che introduce il reato autonomo di femminicidio, è stato accompagnato da un’analisi lucida ma appassionata: conquiste importanti sulla carta, ma ancora troppo deboli nella loro concreta applicazione. «Una legge sulla carta non salva nessuna vita. I tre giorni del Codice Rosso, in troppi tribunali, diventano dieci, venti, trenta. Nei procedimenti civili, chi denuncia violenza continua a rischiare di perdere i figli. È qui che il sistema fallisce, ed è qui che nasce la vittimizzazione secondaria» ha denunciato Miraglia, provocando un silenzio denso e carico di consapevolezza tra i presenti.

La giornata si è chiusa con un appello vibrante, che ha coinvolto tutti i presenti in un’unica responsabilità condivisa: «Il problema non sono le vittime, ma un sistema che ancora oggi non sa riconoscere e tutelare fino in fondo la dignità delle donne e dei bambini. È nostra responsabilità cambiare questa storia. La vera domanda non è più Ma il problema sono io?!, ma Che cosa possiamo fare tutti noi, insieme, per spezzare questa catena?».

Accanto all’autore, hanno dato il loro contributo figure istituzionali e associative come Lisa Nicoletti, Sabina Cannizzaro, Milena Cecchetto ed Erik Pretto, che con i loro interventi hanno arricchito un dialogo corale, reso ancora più intenso dai momenti culturali e comunitari che hanno scandito la giornata. Il clima che si è respirato a Lugo di Vicenza è stato quello di un impegno collettivo, sincero e partecipato: la dimostrazione che la lotta alla violenza di genere non appartiene solo alle aule di giustizia, ma riguarda tutti noi, come cittadini e come comunità.

L’appuntamento a Villa Piovene Porto Godi ha confermato la forza e l’impatto del libro di Miraglia e Vita, già accolto con attenzione in tutta Italia. Non un semplice volume giuridico, ma una testimonianza viva, capace di trasformare il dolore in consapevolezza, la denuncia in azione, il silenzio in voce. Una giornata che non è stata soltanto un evento culturale, ma un vero momento di risveglio collettivo, che ha scosso cuori e coscienze lasciando una traccia profonda.