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Bimbo in coma per incuria. La madre denuncia Giudice e assistenti sociali

MONZA (28 Febbraio 2020). E’ ancora in coma il bambino di cinque anni, dal 10 febbraio ricoverato all’ospedale di Bergamo a causa di un’infezione che il padre, al quale il Tribunale di Monza lo aveva affidato, non si è preoccupato di curare. L’infezione ha causato dei danni cerebrali e il piccolo adesso è sotto cura, per cercare di farlo uscire dalla situazione clinica disperata in cui si trova da quasi venti giorni.
La madre da mesi chiedeva al tribunale, presentando denunce e istanze urgenti, di togliere il bambino al padre, che era evidente lo trascurasse nella salute e nell’igiene: tutto rimasto inascoltato e adesso ogni giorno questa donna invece di giocare con suo figlio, di farsi raccontare la giornata trascorsa a scuola, di portarlo a mangiare un gelato, si reca invece al capezzale del suo bambino, che non parla, non si muove, non si sveglia.
La donna ha pertanto denunciato per lesioni e abuso d’ufficio il padre del bambino, insieme al giudice del Tribunale di Monza, alla psicologa che ha redatto la CTU, alla coordinatrice del Centro per famiglie di Monza, a due assistenti sociali.
Nel frattempo il Presidente del Tribunale di Monza si è scrollato completamente di dosso ogni responsabilità, addossandole alla madre, mentre dall’Associazione nazionali magistrati di Monza giunge un’accorata difesa del giudice. Attraverso una nota stampa, l’Anm dichiara che il magistrato è «ingiustamente attaccato»  ed è «oggetto di una campagna di stampa orchestrata in maniera spregiudicata».
«Prima di lanciarsi in un’accorata difesa d’ufficio del giudice del Tribunale di Monza, denunciato dalla madre del bambino» dichiara il legale della donna, l’avvocato Francesco Miraglia, «l’Associazione nazionale magistrati avrebbe dovuto quantomeno informarsi sulla vicenda, senza dare per scontato che sia privo di macchie e di errori l’operato del Giudice. Gli errori sono sotto gli occhi di tutti: un bambino di cinque anni, nonostante i reiterati appelli e le segnalazioni ufficiali della madre, da quasi venti giorni non si sveglia dallo stato di coma in cui versa per l’incuria di cui è stato vittima».

 

Rende invalida la compagna a suon di botte

Il Tribunale affida a lui il bambino.
 
LECCE (18 Dicembre 2019). Ha passato gli anni della convivenza tra continue botte e vessazioni da parte del compagno “padrone”, che infieriva su di lei anche in presenza del loro figlioletto. Anzi, in un’occasione ha rotto pure il naso al bambino, trovatosi accidentalmente in mezzo alla furia cieca del padre nel corso di una delle sue sfuriate. Dopo la separazione l’uomo ha dato una spinta talmente violenta alla donna, che cadendo si è procurata lesioni tali a una gamba da essere giudicata invalida al 55 percento. Ma il Tribunale dei Minorenni di Lecce cosa fa? Pur in presenza di una situazione simile, di ben tre pendenze sull’uomo per violenza domestica e stalking, pur essendo il bambino palesemente terrorizzato alla sola vista del padre, ebbene ha deciso che prioritario fosse recuperare il rapporto padre-figlio, inserendoli entrambi dentro una comunità. Padre e figlio insieme per ritrovare l’armonia. «Come abbia potuto pensare, il Tribunale, che questo bambino, strappato di punto in bianco dalla sua mamma, dalla sua casa e dalle proprie cose, potesse trovare serenità dentro una comunità di estranei, lo sa solo lui» dichiara l’avvocato Francesco Miraglia, cui la donna si è rivolta per ottenere giustizia. «Io di certo non riesco a capire quale motivazione ci possa essere per giustificare l’assunzione di un simile, ingiusto e ingiustificato provvedimento, tutto a danno del bambino, il quale da quando a giugno è stato portato in comunità, non fa che peggiorare le sue condizioni fisiche e psicologiche. Vive tutto come una punizione ingiustificata. E la madre, vittima delle violenze di quest’uomo, è considerata dal tribunale come il vero “orco”, mamma cattiva che impedirebbe che il rapporto tra padre e figlio sia sereno». La cosa più grave all’udienza di ieri è che il Presidente del tribunale ha addirittura “giustificato” le violenze: “E’ vero che ci sono i procedimenti penali a carico del papà, ma è pur vero che non ci sono condanne”. E ancora più incredibile è stata l’affermazione dello stesso Presidente che ha sostenuto che la frattura al setto nasale del bambino non è colpa del padre ma solo un evento accidentale, se pur in quell’occasione lo stesso bambino aveva cercato di difendere la mamma mentre la stessa veniva aggredita.
Le stesse relazioni dei periti del tribunale  affermano invece che la donna, oltre ad essere madre amorevole, mai si è frapposta tra l’ex compagno e il loro figlioletto. Mai. E’ un’educatrice e conosce bene l’importanza della relazione tra un bambino e il proprio genitore. «Eppure eccola qui» prosegue l’avvocato Miraglia, «privata del suo bambino, costretta a vederlo solo nel corso di incontri protetti, parte lesa in una vicenda nella quale, inspiegabilmente, è l’ex compagno ad uscirne sempre positivamente. Tra l’altro se il Tribunale dei Minorenni ha assunto l’assurdo provvedimento di esiliare questo bimbo in una comunità con il padre, pure il Tribunale penale ci ha messo del suo: a suon di rinvii ci stiamo pericolosamente avvicinando a giugno, termine oltre il quale i reati ascritti all’uomo cadranno in prescrizione. Ci appelliamo al senso di giustizia dei giudici, che assumendo provvedimenti così iniqui hanno danneggiato soltanto il bambino, violando, di fatto, almeno tre convenzioni internazionali: quella di Istanbul, che prevede come in caso di violenza, la tutela dei bambini venga prima dei diritti di custodia e di visita dei genitori; quella di Strasburgo, che tutela i diritti dei bambini; e quella di New York, che prevede come il minore, su questioni che lo riguardano, abbia il diritto di essere ascoltato e di vedere tutelata la propria volontà.

Bergamo:condannato per maltrattamenti un uomo al quale il Tribunale le AVEVA AFFIDATO IL FIGLIO

      L’avvocato Miraglia: «Ma il tribunale con quali criteri gestisce gli affidi?»

BERGAMO (10 dicembre 2019). E’ stato condannato a un anno e quattro mesi di reclusione l’uomo di Bergamo al quale il tribunale aveva affidato il figlioletto, nonostante il piccino fosse terrorizzato dai sui sfoghi violenti e la madre, considerata “psichiatrica”, sia invece del tutto sana. Il tribunale di Bergamo lunedì ha condannato l’uomo per maltrattamenti in famiglia, comprovati da testimonianze e da prove schiaccianti. In numerose occasioni, anche davanti al bambino, aveva inveito violentemente contro la donna, invitandola persino ad ammazzarsi lanciandosi dal balcone, sbattendo con i pugni contro porte e muri, infrangendo gli oggetti in casa. Eppure, nonostante già si sapesse che le accuse erano queste, nella causa di separazione tra i genitori il tribunale ha affidato il piccolo al padre, lasciandolo a lui anche dopo un gravissimo episodio avvenuto esattamente un anno fa: le urla strazianti del piccolo che chiedeva di smettere e le grida minacciose del padre erano state segnalate dai vicini alle forze dell’ordine. Quanto alla madre, per le assistenti sociali non sarebbe adeguata al ruolo di genitore e per il tecnico che ha svolto la perizia per il tribunale sarebbe addirittura affetta dalla Sindrome di Münchhausen per Procura, una patologia che rappresenterebbe una forma di maltrattamento per il figlio in quanto, allo scopo di attirare l’attenzione su di sé e godere del supporto dei medici, sarebbe portata simulare o esagerare i sintomi di una malattia fisica o psicologica nel figlio che, ad un esame accurato, appare inesistente. Diagnosi smentita da successive perizie.
E per di più, il bambino continua ad avere problemi di salute, segno che la madre non è “malata”, ma solo un genitore attento e preoccupato della salute del proprio bambino.
«Ma il tribunale a  Bergamo con quali criteri gestisce gli affidi?» dichiara l’avvocato Francesco Miraglia, che tutela la mamma del piccolo. «Affida un bambino a un padre violento, mentre la madre può vederlo solo una volta alla settimana per un’ora, nel corso di incontri protetti. In questo caso se l’assistente sociale ha gestito e stabilito tutto e il consulente tecnico ha emanato già da solo e in anticipo la sentenza, il tribunale che ci sta a fare? Alla luce della condanna del padre, temiamo per l’incolumità del bambino e chiediamo di rivedere il procedimento di affidamento e di disporre l’immediato collocamento del minore presso la madre».

Denunciato l’assessore veronesi Stefano Bertacco. Con lui anche cinque operatori dei Servizi sociali

DENUNCIATO L’ASSESSORE VERONESE STEFANO BERTACCO. Con lui anche cinque operatori dei Servizi sociali

VERONA (22 Novembre 2019). Mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice, interesse privato in atti di ufficio e abuso d’ufficio: questi i reati per i quali a vario titolo, sono stati denunciati l’assessore ai Servizi sociali di Verona, Stefano Bertacco, e cinque operatori compreso il responsabile del servizio. A sporgere la denuncia è stata una donna veronese, da quindici mesi “parcheggiata” in una comunità di Marghera, a Venezia, con i suoi tre figli minori, senza un progetto di sostegno, confinati in quattro in un’unica stanza fatiscente. Lontana dalla sua città, dalla sua casa, dalla propria cerchia parentale e soprattutto dalla figlia maggiore, alloggiata in una comunità diversa dalla madre e dai fratelli. E’ stata proprio la vicenda terribile vissuta da questa ragazzina a innescare, suo malgrado, questa vicenda, che i Servizi sociali di Verona hanno gestito in maniera assurda, rifiutandosi di prendere in carico questa famiglia con un progetto che li sostenesse e aiutasse veramente e soprattutto ignorando ripetutamente i provvedimenti emessi dal tribunale di Verona. La donna si era rivolta ai Servizi sociali per un aiuto, all’indomani della condanna dell’ex marito per aver abusato della figlia maggiore.
«I Servizi sociali del Comune di Verona hanno però agito violando precisi obblighi impartiti dal Tribunale per i minorenni di Verona dalla fine del 2017 ad oggi» spiega l’avvocato Francesco Miraglia, che tutela la donna e i suoi bambini, «confinando letteralmente la signora e i suoi figli in una struttura fatiscente per quindici mesi, senza neppure averli concretamente presi in carico con azioni di sostegno, mantenendoli per di più lontani da casa a spese dei contribuenti. E per questo chiederò che la Corte dei Conti verifichi questo spreco immotivato di denaro pubblico. Oltre a lasciare questa famiglia senza un sostegno e un progetto concreto e a non ottemperare alle reiterate disposizioni del tribunale, i Servizi sociali hanno ripetutamente tentato di togliere i bambini alla loro madre per affidarli a famiglie esterne. Comportamenti così ricordano le recenti vicende di Bibbiano: certo, non sarà il medesimo sistema, però nemmeno il comportamento dei Servizi sociali di Verona brilla per correttezza e va indagato a fondo. Per lo meno per capire intanto come la mia assistita possa stare da oltre un anno come fosse incarcerata, confinata con tutte le sue cose in una stanza con i suoi tre bambini, senza che nessuno si prenda cura di loro e senza sapere quale potrà essere il suo futuro, quando potrà rivedere la figlia maggiore, quando potrà tornare a casa propria e alla sua vita di sempre». Ecco perché sono stati denunciati il dirigente dei Servizi sociali, due psicologhe, un’assistente sociale e la responsabile della comunità. Con loro anche l’assessore Bertacco. «Il quale aveva pubblicamente plaudito l’operato dei Servizi sociali comunali, scaricando però su di loro ogni responsabilità della gestione della vicenda allorché gli richiesi un intervento risolutivo diretto. Come se il benessere dei concittadini non fosse materia di cui debba occuparsi un assessore ai Servizi sociali» conclude l’avvocato Miraglia.

Giudice denunciato ad Ancora, la posizione si aggrava. La posizione si aggrava: ex giudici onorari  implicati nel caso della bimba affidata a una coppia di suoi amici

ANCONA (14 Novembre 2019).  Se tutto fosse confermato, quello del caso di una bimba strappata a una madre e affidata a una coppia di amici del giudice aprirebbe uno scenario inquietante: sarebbe una vera e propria “cricca” di amici a operare sul caso, creando una cortina impenetrabile e assicurando che nessuno possa intromettersi. Oltre al giudice, che avrebbe più volte ammesso che mai avrebbe riconsegnato la bimba alla madre.
Ebbene la consulente di parte della famiglia affidataria avrebbe ricoperto per anni il ruolo di giudice onorario, partecipando a numerose camere di consiglio con il giudice in questione. Un altro giudice onorario, loro collega, fino all’altro ieri ha organizzato e relazionato gli incontri protetti tra madre e figlia, oltrettutto se pur disposti dal Tribunale completamente a carico della mamma.
“ A Bibbiano il sistema era orchestrato da assistenti sociali» commenta l’avvocato Francesco Miraglia, che difende la mamma della piccola, «ma qui è un giudice togato, una persona che dovrebbe esser super partes, che dovrebbe avere  a cuore la giustizia e il benessere dei minori». L’avvocato Miraglia, alla luce delle nuove rivelazioni, ha scritto immediatamente al Tribunale per i minorenni di Ancona. Dopo aver denunciato la coppia affidataria per maltrattamenti, l’avvocato Miraglia aveva chiesto la ricusazione del giudice: il presidente del tribunale ha dato seguito alla richiesta e il caso sarà affrontato all’udienza fissata lunedì prossimo, 18 novembre.
Sarebbero poi clamorosamente incomprensibili le motivazioni che avrebbero portato all’allontanamento fin dalla nascita della piccola dalla sua mamma per affidarla a una coppia.
«Il motivo principale è il presunto disturbo mentale della mia assistita» prosegue l’avvocato Miraglia. «La madre naturale della piccola sarebbe in realtà affetta al massimo da un disturbo istrionico di personalità, che la porterebbe a comportarsi in maniera eccessivamente emotiva. Niente a che vedere con la donna affidataria, la quale è stata valutata una  schizofrenia dalla stessa CTU del Tribunale. Quindi questo giudice, forse con la complicità, sicuramente con l’appoggio dei suoi colleghi, di coloro che sono stati per anni seduti alla scrivania accanto alla sua, ha tolto una bambina a una donna ritenendola instabile mentalmente, per affidarla a una schizofrenica. Sarà un affidamento lecito o illecito?
Dove sarebbe, in tutto questo, il benessere della bambina?
Che tra l’altro vede la mamma naturale solamente durante incontri protetti (stranamente a spese della madre) e che la coppia affidataria obbliga a chiamare “zia”, quasi a volerle cancellare la memoria della sua famiglia di origine, contravvenendo così ai principi dell’affidamento, che è una prassi di carattere temporaneo. Questo comportamento, infatti, non volge certo nella direzione del rientro della bimba in senso alla famiglia di origine».
Incredibilmente a sostenere l’allontanamento della bambina dalla madre a favore della famiglia affidataria  altro non è che un ex giudice onorario che per anni ha lavorava gomito a gomito con il giudice stesso. Insomma, sarebbe uscita dalla porta come magistrato per rientrare dalla finestra come consulente tecnica della famiglia affidataria. Quanto poi al professionista che ha valutato e relazionato al giudice in questione gli incontri protetti tra madre e figlia, questi avrebbe fatto parte anch’egli del medesimo team di magistrati. «Il Tribunale di Ancona non deve dare risposta solo a questo, ma anche ai casi in cui questo giudice ha preso determinate iniziative. Integreremo quindi la querela, aggiungendo quella contro la consulente di parte, e spero che il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, così come a Bologna invii gli ispettori anche ad Ancona: non vorremmo che questo caso fosse la punta di un iceberg e la situazione merita la massima attenzione».

"Denuncia il compagno violento. I servizi sociali le tolgono le figlie, le bambine sono fuggite dalla Comunità

Le bambine sono fuggite: in comunità persino acqua e biscotti erano razionati

REGGIO EMILIA (25 giugno 2019). Ha subito ripetute violenze dal suo compagno, senza dire nulla, per paura. Violenze cui le sue figlie in alcuni casi hanno assistito. Sono stati i vicini a segnalare gli episodi, ma i Servizi sociali invece di farsi carico di questa donna e delle sue bambine, hanno abbandonato lei al suo destino e allontanato da casa le sue figlie, ospiti prima di una amorevole famiglia nella stessa città in cui abitavano, Reggio Emilia, e poi, senza motivazione, in una comunità educativa a Cesena.
Da questa comunità l’altro ieri le due ragazzine sono scappate: hanno chiesto il telefono a un passante e con questo hanno chiamato la mamma e sono tornate a casa. Da un anno, infatti, la donna chiedeva ripetutamente ai Servizi sociali di poter riavere le figlie con sé, ottenendo però sempre un diniego, motivato dal fatto che sarebbe ancora troppo “fragile” per quello che ha subito. Ma a rimetterci, alla fine, sono state le due ragazzine.
«Tornare alla sua vita di sempre, con le due figlie, potrebbe aiutare questa donna a ritrovare serenità e a superare il trauma» commenta il suo avvocato, Francesco Miraglia, cui la donna si è rivolta per cercare di ricongiungersi alle sue bambine. Invece di ricevere aiuto, si trova colpevolizzata, ma soprattutto le sue due figliole sono state, di fatto, punite senza aver commesso nulla».
A parte il trauma della separazione forzata dalla madre, queste piccole sono state strappate dalla loro vita di sempre: essendo state spostate a Cesena, non hanno più potuto frequentare la loro scuola né le loro amicizie. Nemmeno la nonna.
«Nella comunità inoltre non si trovavano bene» prosegue l’avvocato Miraglia, «ma nessuno le ha mai ascoltate. Una di loro ha più volte raccontato di essere stata picchiata da un ragazzino più grande, ma nessuno le ha prestato ascolto. L’altra è dimagrita a livelli preoccupanti. Hanno raccontato che le violenze fisiche tra ragazzi erano costanti, ma nessun educatore interveniva mai. L’acqua calda era razionalizzata, tanto la doccia solo chi arrivava prima riusciva a farla calda: per gli altri solo doccia gelida. Per colazione si potevano mangiare tre biscotti al massimo e pane e cioccolata era riservata soltanto il sabato. Che male hanno fatto queste piccole per soffrire cosi? Che ha fatto di male la madre, che oltre ad essere stata maltrattata, sembra essere stata punita per questo, come se l’essere vittima di un uomo brutale faccia di lei una cattiva madre. Mi domando se il Comune di Reggio Emilia sia a conoscenza di questa separazione forzata e di questo altrettanto forzato, quanto immotivato, alloggiamento in comunità a spese del bilancio comunale. Ma soprattutto qualcuno si è chiesto perché le bambine siano state spostate in una comunità educativa, in una città diversa? Che c’è dietro a provvedimenti così insensati e non necessari? Allontanare le ragazzine dalla loro madre è stata un’azione sproporzionata alla situazione e immotivata, non essendoci nessun pericolo per le bambine né situazioni di abbandono o incuria da parte della mamma, che si è sempre ben occupata di loro. Adesso che sono scappate, dimostrando quanto male stessero, qualcuno dovrà pur degnarsi di ascoltarle».

 

Ferrara: tornando finalmente a casa madre e figlio collocati nella casa famiglia degli orrori

Dopo un anno di traversie di ogni genere, causate dai Servizi sociali, la donna e il suo bambino possono tornare a una vita normale
FERRARA (21 dicembre 2018). Un incubo durato un anno si è finalmente concluso per una donna di Ferrara e per il suo bambino: dopo tredici mesi di allontanamento, di famiglie affidatarie, di comunità fatiscenti, di tribunali, di stress, di vita vissuta in un limbo, il Tribunale dei minorenni di Bologna ha finalmente decretato che il piccolo possa fa ritorno nella casa dei nonni, dove potrà liberamente alloggiare anche la madre. Il bimbo, che non ha nemmeno 4 anni, potrà scartare i regali di Natale sotto l’albero a casa dei nonni materni, non più con dei genitori affidatari, non più dentro la fatiscente comunità dove era stato spostato alcuni mesi orsono. C’è voluto però un anno di caparbietà dimostrata dalla mamma del piccolo e dal suo legale, l’avvocato Francesco Miraglia, per ottenere giustizia contro i pregiudizi di una psicologa e di un’assistente sociale che, intravvedendo una disfunzionalità dell’attaccamento nella relazione tra madre e bimbo, li avevano separato a novembre dello scorso anno. Facendo patire loro sofferenze e disagi. «Ancora una volta si dimostra come il sistema dei Servizi sociali sia malato» dichiara l’avvocato Miraglia, «dove nessuno controlla, dove psicologi e assistenti sociali possono fare il bello e il cattivo tempo, disponendo a loro piacimento della vita delle persone, che però sono le persone più fragili, i bambini. Questo caso ha scoperchiato le falle del sistema, dove nessuno controlla cosa viene disposto dai Servizi sociali e come il controllo manchi anche sulle strutture di accoglienza». La donna era finita con il suo bambino all’interno della cosiddetta “casafamiglia degli orrori” di Cento, dove oltre alla ruggine, ai muri scrostati e ai fili elettrici a penzoloni, gli scarafaggi erano liberi di girare per le stanze pericolanti. «Siamo soddisfatti della felice risoluzione di questa vicenda» prosegue l’avvocato Miraglia, «ma quanti casi simili “senza voce” ci sono in Italia? Quante madri vengono allontanate dai propri figli per il “capriccio” di un’assistente sociale? Quante strutture di accoglienza ricevono contributi pubblici senza che però nessuno verifichi se siano agibili e vivibili? Ma soprattutto, chi potrà restituire un anno di serenità perduta alla mia assistita e, ancor di più, al suo bambino, che senza colpe e senza capirne il motivo, si è trovato a cambiare quattro ambienti, quattro case diverse?».
 
 

Appassionate arringa: processo Aemilia

È anche l’ultimo giorno delle arringhe non sono mancate le controaccuse: «Se questa fosse stata un’indagine seria, gli oltre 100 imputati sono pochi. Dove sono gli amministratori che hanno permesso loro di lavorare? Che hanno fatto un gemellaggio con Cutro? Perché si sono sentiti in dovere di intitolare una strada a Cutro a Reggio? E i sindacati che hanno avuto a che fare con la ‘ndrangheta?». Interrogativi sollevati dall’avvocato modenese Francesco Miraglia. Nell’arringa in difesa degli imputati Luigi Silipo e del ravarinese Vincenzo Mancuso, il legale ha preso di mira anche i pentiti. In particolare «Giuseppe Giglio si è pentito dopo 13 mesi dagli arresti e una condanna a 18 anni», mentre Salvatore Muto lo ha fatto «dopo che i verbali di Antonio Valerio (terzo collaboratore di giustizia) erano già stati depositati».
Per Miraglia «in questo processo, se fosse di mafia, dovremmo parlare di droga, estorsione e armi». Invece si parla «solo di lavoro, di gente che comunque si alzava alle 5 di mattina per andare sul cantiere». Inoltre, «la ’ndrangheta e’ fatta di regole e subordinazione assoluta, mentre qui ognuno faceva il suo interesse alle spalle degli altri».
Silipo «è stato indagato solo perché fratello di Antonio Silipo, con cui

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Troppa 'play', il caso del 14enne ai 'Fatti vostri'

Ospiti di Giancarlo Magalli, venerdì 24 novembre, la mamma, l’avvocato di famiglia e il presidente dell’Osservatorio nazionale dei minori.
CREMA – Il caso del 14enne dipendente dai videogiochi, che secondo il giudice dei tribunale dei minori di Bescia deve essere tolto alla madre e portato in una comunità protetta, è finito venerdì 24 novembre su Raidue. Se n’è occupata la trasmissione ‘I fatti vostri’: ospiti di Giancarlo Magalli, la mamma, l’avvocato della famiglia Francesco Miraglia e il presidente dell’Osservatorio nazionale dei minori Antonio Marziale.