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2° Congresso Internazionale di Pedagogia Familiare: diritto internazionale e pedagogia familiare

di Francesco Miraglia

Una delle priorità di sempre è quella di proteggere bambini e ragazzi. I loro diritti sono tutelati dalla Convenzione Internazionale dei Diritti all’Infanzia e all’Adolescenza entrata in vigore nel 1989. Questo documento è tutt’ora il più completo per la protezione dei più giovani e si basa essenzialmente su due principi: l’ascolto delle loro opinioni da parte dello Stato (perché i ragazzi hanno voce in capitolo in ciò che li riguarda) e la non discriminazione, perché tutti i minori, senza che vi siano differenze per razza, sesso ed età, devono poter godere dei diritti contemplati dalla Convenzione. Si sostiene, poi, che l’attenzione per i bambini debba essere anteposta a qualsiasi altro affare dei governi e che i minori debbano vivere nelle condizioni necessarie per garantire loro uno sviluppo integrale, fisico, emotivo, culturale e sociale. Il compito di controllare se e come questi diritti vengano rispettati è stato affidato all’UNICEF, un organo dell’ONU, costituito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Nonostante ciò, ci sono ancora paesi in cui i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza vengono sistematicamente violati, soprattutto nelle parti del mondo in via di sviluppo, dove è tutt’ora molto diffuso lo sfruttamento del lavoro minorile. Ciò accade perché i titolari di fabbriche e industrie beneficiano di un maggior guadagno dando un salario minimo ai bambini, ma precludendoli, così, non solo dall’istruzione ma anche dalla possibilità di un’infanzia libera e spensierata con la loro famiglia.

Il ruolo dei genitori nella crescita e nella formazione dei figli è (non ci sarebbe bisogno di dirlo) fondamentale. A questo proposito, l’articolo 5 è particolarmente pregnante: “Gli Stati rispettano la responsabilità, il diritto ed il dovere dei genitori o, all’occorrenza, dei membri della famiglia allargata o della comunità secondo quanto previsto dalle usanze locali di tutori o delle altre persone legalmente responsabili del fanciullo di impartire a quest’ultimo, in modo consono alle sue capacità evolutive, l’orientamento ed i consigli necessari all’esercizio dei diritti che gli riconosce la presente Convenzione”. È importante, infatti, che chi si occupa dei minori li educhi alla cultura dei diritti, affinché non sviluppino un atteggiamento negativo sia per loro stessi che per gli altri. Conoscere i propri diritti significa essere consapevoli delle proprie libertà e, allo stesso tempo, dei propri limiti e dei rispettivi doveri. Affinché questo sia possibile serve l’autorità dei genitori, nel senso latino del termine: auctoritas viene da augeo, letteralmente “far crescere”. Non si tratta, quindi, dell’esercizio di un potere, piuttosto di “orientare” e, dunque, mostrare i punti cardinali della vita. I genitori devono, quindi, educare e non lasciare che i loro figli si abituino pian piano, poiché, in quanto “autori”, rendono il processo educativo non un adattamento passivo, ma un’interazione attiva. In questa prospettiva, non bisogna rimproverare, bensì correggere nel senso di mostrare indicazioni, affinché i ragazzi sviluppino un pensiero critico. Papà e mamma sono “consiglieri” di vita, ancora una volta nel significato originario del termine: “riflettere” e “decidere insieme”, ma anche “prendersi cura”, “venire in aiuto”. Di conseguenza, le regole che si insegnano ai figli non si inventano né si impongono, ma si condividono e si costruiscono prima tra i genitori e poi con i bambini. A questo proposito, l’articolo 29 della Convenzione recita: “L’educazione deve tendere a: promuovere lo sviluppo della personalità del fanciullo, dei suoi talenti, delle sue attitudini mentali e fisiche, in tutto l’arco delle sue potenzialità”. L’educazione è un processo di continua tensione in cui tutti i soggetti educativi si mettono in discussione e in collaborazione verso la stessa direzione, che porta alla valorizzazione dei bambini e non alla loro cieca obbedienza ad ordini. Per farlo ci vuole rispetto, sia da parte dei genitori che dei figli, che devono essere educati a questo. “Rispetto”, etimologicamente, significa “guardare di nuovo, guardare dietro”: volgendo lo sguardo all’altro ci si rispecchia, si ritorna alle origini, ai nodi irrisolti. È la chiave fondamentale per affrontare tutte le questioni della vita, in quanto un soggetto rispettato in quel che è e per quel che è sarà più portato a rispettare gli altri. Un altro concetto interessante menzionato nel medesimo articolo è quello di “potenzialità”. Quando si parla di educazione dei minori non bisognerebbe riferirsi alle loro capacità (che propriamente significa “ciò che si contiene”), ma piuttosto alle loro potenzialità, ovvero “ciò che si può”: questo termine è dinamico, allude alla possibilità di evoluzione, alla realizzazione futura di semi che già si possiedono e che potranno germogliare con una buona educazione. Quest’ultima, infatti, insegna come portare a frutto i propri talenti, le proprie aspirazioni, i propri desideri. A questo punto, l’autorità non è potere, è riconoscimento nella relazione: vuol dire mostrare le direzioni, ma poi procedere insieme e dare fiducia. L’educazione è ciò che caratterizza l’essere umano, pertanto genitori e educatori hanno una grossa responsabilità: una responsabilità di vita, per tutta la vita.

 

 

Roma : Francesco Miraglia relatore al secondo congresso internazionale  Pedagogia  Familiare  

Parlerà di Diritto internazionale e Pedagogia Familiare

ROMA (25 Maggio 2022). L’avvocato Francesco Miraglia del Foro di Madrid sarà tra i relatori al secondo congresso internazionale di Pedagogia familiare, in programma al Circolo ufficiali dell’aeronautica militare di Roma il 27 e 28 maggio 2022. L’evento è promosso dall’Associazione Nazionale dei Pedagogisti Familiari e dall’Istituto Nazionale di Pedagogia Familiare fondato dalla professoressa Vincenza Palmieri con lo scopo di realizzazione di progetti umanitari a carattere nazionale ed internazionale, in particolare nel campo dei diritti umani dell’infanzia e dell’adolescenza.

Argomento delle due giornate di convegno saranno “I grandi temi” della pedagogia familiare: le nuove politiche per la famiglia, i diritti dei bambini, gli strumenti del pedagogista familiare, la didattica efficace, l’anatomia dei bisogni, il sostegno genitoriale e familiare nonché, soprattutto, le politiche attive necessarie per aiutare le famiglie a casa loro, evitando così gli allontanamenti dei minori e il loro affidamento alle comunità.

Grande tema, quest’ultimo, per il quale da anni si batte il legale Miraglia, ben esplicitato nell’ultimo libro di cui è autore, L’avvocato dei bambini. Troppo potere senza controllo: ecco come si costruiscono i falsi abusi familiari e gli affidi illeciti”.

Tra gli argomenti oggetti di illustrazione ci sarà il progetto di pedagogia familiare avviato con lo stato africano dell’Angola (sarà presente l’ambasciatrice: quello dei bambini stranieri in Italia allontanati dalle famiglie è diventata un’emergenza di cui le istituzioni devono prendere coscienza e intervenire. Complice anche la scarsa comprensione della lingua e delle leggi italiane, decine di bambini e ragazzi di origine straniera vengono ogni anno strappati alle loro famiglie.

Negli anni scorsi lo stesso  Miraglia – che al congresso tratterà di Diritto internazionale e Pedagogia Familiare – aveva prestato la propria opera di consulenza legale in un progetto integrato di tutela per i minori ecuadoriani, siglato con lo Stato dell’Ecuador attraverso la propria ambasciata in Italia, al fine di fornire assistenza legale e psicologica gratuita a tutte le famiglie alle prese con allontanamenti dei minori da casa. Il 23 maggio scorso, a Pisa, è stato relatore in un convegno sui diritti dei minori del Senegal

Roma, riabbracciano i genitori, dopo un trascorso di violenze presso una casa famiglia

Roma 223Dicembre 2021 , era il 15 Settembre, quando apprendevamo la notizia di una bambina 12enne rinchiusa in casa famiglia, vittima di abuso sessuale da parte di un altro ospite della stessa struttura, e delle discutibili dichiarazioni della Tutrice che  aveva sostenuto che tale violenza fosse piaciuta alla minore, un fatto gravissimo che fa emergere l’inadeguatezza di certe figure professionali, che invece di tutelare i bambini sono spesso causa di ulteriore violenza.

“Oggi per questa bambina e per il fratellino, anch’esso allontanato dalla famiglia, è finito il calvario – dichiara l’Avvocato Miraglia – finalmente potranno riabbracciare la loro mamma, trascorrendo a settimane alterne, il loro tempo presso la dimora dei genitori”.

L’aspetto più grave della vicenda non è solo ciò che la ragazzina ha subito in comunità, ma di pari gravità sono le dichiarazioni fatte dalla Tutrice in udienza, secondo la quale non poteva sussistere abuso sessuale ai danni della ragazzina, usando parole come consenziente, e addirittura che le sarebbe anche piaciuto.

Pericolosissime le affermazioni di questa tutrice, che calpestano la dignità di una bambina abusata, riferite davanti ai Giudici, che facendo finta di niente, sono andati addirittura oltre.

La stessa Tutrice, oltre a pronunciare tali abomini, si è resa pure protagonista  di iniziative arbitrarie e pregiudizievoli a danno dei due bambini, attuando malsane strategie, per compromettere il rapporto madre/figli.

Conclude l’Avvocato Miraglia :”ho già ricevuto mandato per agire giudizialmente, in merito agli immani danni e le laceranti sofferenze, causate dal comportamento della Tutrice stessa”.

Nel frattempo il Tribunale di Roma, ha provveduto finalmente anche alla revoca della Tutrice, che risulta avere a carico altre denunce, per i reati di abuso d’ufficio e maltrattamenti.

“Non possiamo infatti non sottolineare” aggiunge la Prof.ssa Vincenza Palmieri, Consulente Tecnico della mamma “come in questa filiera si siano avvicendati ed intrecciati fra loro, una serie di figure che hanno pensato più alla propria tutela, che al bene dei bambini, che avevano invece richiesto, in tutti i modi di ritornare con la propria mamma, dopo un vissuto di violenze e di distacco forzato da lei, che aveva avuto il coraggio di denunciare le violenze subite”.

Conclude la Prof.ssa Vincenza Palmieri : “Andrebbe attentamente valutata la formazione, le competenze e le qualità morali ed etiche, di queste figure, se i bambini vengono tenuti lontani da un genitore, ritenuto non idoneo, allo stesso modo, dovrebbe essere dimostrata l’IDONEITA’ di (certe) Tutrici ed Operatori vari. Questa è una storia emblematica per sordità, abusi, ed inidoneità istituzionale”.

Rimane il rammarico nell’apprendere che esistano Tutrici, designate dai Tribunali che minimizzano una vicenda come questa, affermando addirittura che una bambina di 12 anni, dopo aver confidato l’abuso sessuale subito, venga etichettata come “consenziente”, un comportamento che ci desta molte preoccupazioni e come cittadini e come genitori, augurandoci che l’incompetenza altrui, e la sessualizzazione dei minori sia un caso isolato, e che non abbia più a ripetersi.

Siamo felici di apprendere che questi due bambini, possano finalmente vivere dignitosamente, accanto alla loro famiglia, senza che questo diritto, gli venga tolto.

E sì perché all’epoca dei fatti, alla madre, dopo aver appreso la notizia dell’abuso subito dalla figlia, sono stati sospesi gli incontri, e noi possiamo solo immaginare che ennesimo trauma possa aver subito questa minore, accerchiata addirittura dal resto degli ospiti della struttura che l’additavano come “infame” o “spia”, perché aveva rivelato l’abuso subito.

Questo ci fa capire che tipo di mentalità anomala e pericolosa, si viene a sviluppare in certi contesti, come le case famiglia, e che i bambini insieme alla loro famiglia, dovrebbero essere aiutati concretamente nel loro ambiente naturale, LA FAMIGLIA APPUNTO.

Ci auguriamo inoltre che tutrici come quella resasi protagonista di questo scempio, vengano dirottate verso altri ruoli, che non prevedano la tutela dei minori, vista la scarsissima propensione ed attitudine dimostrata.

Terremo i riflettori puntati su questa faccenda, per assicurarci che gli opportuni provvedimenti a carico di questa individua siano attuati, al fine di tutelare altri minori, e le loro famiglie, che non meritano tale inadeguatezza.

PRECEDENTE ARTICOLO DEL 15 SETTEMBRE 2021 IN MERITO AL CASO

Il business degli amministratori di sostegno non si arresta

Dopo sette anni in comunità una giovane continua ad autolesionarsi e a mangiare le proprie feci, ma non le consentono di tornare a casa

Perugia-Roma (16 Dicembre 2021). Un nuovo business vede coinvolti gli amministratori di sostegno, nominati per difendere i diritti di persone fragili e incapaci di intendere e volere: ma emergono sempre nuovi casi nei quali queste persone vengono confinate all’interno di strutture e comunità, senza che qualcuno si occupi realmente di loro.

«Un caso era emerso l’anno scorso in provincia di Lecco, grazie a un programma televisivo, mentre più recentemente si è rivolto al mio studio il figlio di un’anziana di Ancona – racconta l’avvocato Miraglia. – E ora il padre di una giovane donna di Roma si è ritrovato a vivere il medesimo incubo: dopo sette anni trascorsi in una struttura di Perugia la figlia sta sempre male, senza contare che per per tutti gli anni nei quali la giovane, oggi 25enne, è stata ricoverata all’interno della struttura, la Regione Lazio ha speso quasi un milione di euro di soldi pubblici. A chi fa bene una situazione simile?».

La ragazza ha seri problemi psichiatrici e nel 2014 è stata inserita in una comunità terapeutica di Perugia: nel 2015 il giudice tutelare del Tribunale ha nominato per lei un amministratore di sostegno. Negli anni la ragazza ha rifiutato spesso di vedere il padre e i nonni paterni, senza che la struttura terapeutica abbia mai cercato di intervenire ad agevolare gli incontri, motivando il diniego come volontà della ragazza. Abbastanza inspiegabilmente se da un lato per lei è stato nominato un amministratore di sostegno perché incapace di provvedere per sé, dall’altro invece è lasciata libera di decidere se incontrare o meno i familiari.

Oltre a questo è certo che la permanenza in comunità non le stia portando alcun giovamento: continua a procurarsi delle lesioni ed è stata vista ingurgitare le proprie feci. «Se la finalità del trattamento è quella di un reinserimento all’interno della famiglia di origine – prosegue l’avvocato Miraglia – non si comprende come in oltre sette anni di ricovero questa giovane non sia ancora pronta, con le dovute precauzioni del caso, a tornare presso la dimora del padre, che sarebbe assolutamente capace di prendersi cura della figlia. Continua, poi, a rimanere ricoverata in provincia di Perugia, molto lontana dalla casa dei familiari, che faticano quindi ad andarla a trovare. Sul territorio romano esistono, invece, numerosi centri diurni che potrebbero occuparsi della ragazza di giorno, con rientro presso il domicilio alla sera e l’eventuale assistenza di operatori specializzati».

E guarda caso, dopo un lungo periodo in cui dichiarava di non voler sentire il padre, la giovane ha accettato di riprendere i contatti telefonici: emblematico che tale apertura si sia verificata subito dopo che il padre ha depositato richiesta di collocarla presso di sé. È comprensibile quindi che i familiari nutrano dei sospetti in ordine all’effettiva volontà della ragazza di non voler avere contatti con loro.

Ancora più incredibile è quanto hanno sostenuto gli operatori della struttura in cui si trova la ragazza. Gli stessi sottolineano di agire in trasparenza e di rispettare la volontà della paziente, ma vari sono stati gli episodi di autolesionismo da parte della giovane, che è arrivata a mangiare i propri esprimenti: a loro dire per dimostrare il suo disagio.

Alla luce di tutto questo risulta quindi incomprensibile la decisione del Tribunale di rigettare la richiesta di rientro a Roma, motivandola con il rifiuto della ragazza ad andare dal padre e dai nonni e perché, a detta dell’amministratore di sostegno, non sarebbe tutelante un trasferimento nella sua città d’origine. «Mi domando se a Roma non esistano strutture idonee e se solo gli operatori di Perugia sono più capaci di quelli romani» prosegue l’avvocato Miraglia. «Non vorrei che ancora una volta il dio danaro la facesse da padrone. Ancora più discutibile è il comportamento del Presidente della Regione Lazio, al quale il padre, attraverso il sottoscritto, si è rivolto per avere spiegazioni sul perché la figlia non potesse essere eventualmente collocata in una struttura a Roma, vicina alla famiglia, oppure direttamente a casa del padre: circostanza che farebbe risparmiare il pagamento della retta mensile. A questo punto, oltre ad auspicare un riscontro con il Presidente Nicola Zingaretti, ci chiediamo a chi giova tutto questo?».

Roma: lettera aperta al Garante dell’infamia a tutela di una bambina abusata in comunità

Illustrissimo Garante per l’Infanzia
dott.ssa Carla Garlatti
segreteria@garanteinfanzia.org
Ill.mo Presidente della Commissione Parlamentare per l’Infanzia e l’Adolescenza
Sen. Ronzulli Licia
licia.ronzulli@senato.it
Ill.mo Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere
Sen. Valente Valeria
valeria.valente@senato.it
Ill.mo Presidente della Commissione Parlamentare di Inchiesta sulle attività connesse alle comunità di tipo familiare che accolgono minori
On. Cavandoli Laura
com.affidominori@camera.it
Ill.mo Sindaco del Comune di Roma
dott. Roberto Gualtieri
ld.gabinetto@comune.roma.it

Oggetto: Lettera aperta al Garante per l’Infanzia a tutela di una bambina

“Non si è trattato di violenza, la bambina è stata consenziente
e le è anche piaciuto!”
Questa sarebbe la scandalosa dichiarazione che ci è stato riferito sarebbe stata pronunciata dalla Tutrice di una bambina di soli 12 anni davanti ad un Giudice di un Tribunale della Repubblica Italiana.
La Tutrice era stata nominata dal Tribunale per una bambina collocata in una comunità per minori di Roma.
Recentemente la bambina aveva subito violenza da un ragazzino ospitato nella comunità che aveva approfittato di lei.
Di fronte alle contestazioni dell’avvocato, la Tutrice avrebbe pronunziato queste scandalose parole suscitando l’indignazione della mamma e dell’avvocato.
Non ci risulta che questa Tutrice sia stata sollevata dall’incarico, né ci risultano provvedimenti disciplinari a suo carico.
L’avv. Miraglia che rappresenta e difende la mamma non può che sottolineare la gravità di quanto affermato dalla Tutrice in udienza: “Ma ancora più grave è la mancata indignazione dei giudici presenti in udienza. Nel caso specifico non è la prima volta che questa Tutrice si è resa protagonista di iniziative arbitrarie e pregiudizievoli a danno dei minori e del loro rapporto con la madre, sotto la totale indifferenza dell’Autorità Giudiziaria prontamente informata. Qualcuno dovrebbe spiegare come avvengono queste nomine e soprattutto in nome di chi e per conto di chi nel caso specifico questa Tutrice si senta autorizzata addirittura a sostituirsi al Giudice?” conclude l’avv. Miraglia. “Sarà anche questo un «mercato» e come dice un vecchio detto: a pensar male si fa peccato ma tanta volte ci si becca!!!”
L’avvocato Francesco Morcavallo, già Giudice del Tribunale per i Minorenni, che ha difeso la parte in udienza e ha assistito la mamma, ha dichiarato con indignazione: “Si è trattato di un ingiustificabile sfregio alla dignità di una ragazzina e di una madre e, più in generale, di un’irrisione tracotante verso i valori di sacralità della persona e della donna.”
Secondo il Consulente Tecnico della mamma, la Presidente dell’Istituto Nazionale di Pedagogia Familiare Prof.ssa Vincenza Palmieri: “Certamente è vergognoso che una siffatta persona continui a svolgere funzioni di Tutrice nei confronti di questa e di altri minori. Ma è altrettanto incredibile che la ragazzina sia ancora collocata in Comunità, senza che le sia permesso di ricongiungersi alla madre e poter superare, insieme a lei e con i giusti aiuti, questo ulteriore trauma; restando invece collocata, ormai da 3 anni, in un ambiente istituzionalizzato nel quale, proprio come in un contesto carcerario / manicomiale, esistono regole rigide (sia fra operatori e minori, sia fra i minori stessi) e lei è costretta, come altri, ad adeguarsi per sopravvivere. Lungi dall’essere un caso isolato, è un fatto ricorrente che i minori vengano tolti ai genitori per essere «messi in sicurezza» (questa sicurezza?): in qualità di Consulente tecnico di tanti bambini  e anche come cittadina  mi chiedo, allora: oltre ai casi già noti, di quanti altri bambini e bambine, in quante altre strutture, si dirà che fossero «consenzienti… e le è anche piaciuto»?”
Come Associazione Nazionale Famiglie Insieme per i Diritti Umani ci chiediamo quali siano le procedure di nomina e di verifica dei tutori e curatori dei minori, e come vengano tutelati i bambini nel caso in cui il loro comportamento dovesse essere contrario o non dovesse soddisfare l’interesse primario del minore.
Chiediamo altresì un intervento immediato a tutela di questa bambina che, oltre ai possibili pericoli evidenziati in precedenza, ci risulta avrebbe dovuto iniziare mesi fa un percorso di rientro graduale in famiglia che non è ancora stato attuato.
La situazione di questa famiglia e di questi bambini è già stata segnalata dalla nostra Associazione.
Data la gravità della vicenda e l’urgenza di una sua risoluzione, abbiamo ritenuto necessario informare anche la stampa e l’opinione pubblica come azione dovuta a tutela di questa bambina.

Associazione Nazionale Famiglie Insieme per i Diritti Umani

Roma, 3 dicembre 2021

 

 

Francesco Miraglia – Il ruolo delle Relazioni degli Operatori Sociali e la Funzione del Magistrato

– Dr. Miraglia, parliamo di un tema piuttosto delicato, quello delle Relazioni e delle valutazioni che vengono portate all’attenzione di un Giudice in un’aula di Tribunale, concernenti perizie che poi possono determinare sentenze di allontanamento familiare. Quali sono le principali zone d’ombra di questo settore?

“Mi occupo di diritto di famiglia e dei minori da ormai più di venti anni; nel tempo ho incontrato centinaia e centinaia di genitori e la domanda più comune, spesso rivolta con paura e timore, è sempre la stessa: ‘Ma non è che poi i Servizi Sociali mi portano via mio figlio?’. I casi di cronaca che a vario titolo coinvolgono i minori allontanati dalle famiglie, di frequente vengono raccontati come episodi isolati, talvolta addirittura strumentalizzati per semplici interessi politici, ma non sono altro – secondo il mio parere – che la rappresentazione di un vero e proprio sistema caratterizzato da poteri politici ed economici. Bisognerebbe che nessuno dimenticasse che quel sacrosanto principio del diritto del minore a crescere ed essere educato nella propria famiglia, costituisce uno dei capisaldi del nostro ordinamento; basti tener conto dell’Art. 1 della Legge 184/83 dedicata all’adozione. Solo in casi particolari ed eccezionali, quali bambini maltrattati o vittime di abusi, sono giustificabili percorsi di protezione offerti addirittura da una famiglia diversa da quella naturale. Seppur consolidato il principio secondo il quale l’allontanamento deve essere di carattere eccezionale, è diventato di moda l’allontanamento di un bambino anche per futili motivi. E a decidere dell’allontanamento di un minore dalla sua famiglia e, quindi, del suo collocamento in ambito etero-familiare, non sono, però, i Servizi Sociali, bensì l’Autorità giudiziaria”. 

– Nella Sua esperienza, com’è possibile garantire che perizie e consulenze si ispirino a principi etici, e dunque contribuiscano a salvaguardare non solo legalità e verità, ma soprattutto i Diritti stessi del bambino? E qual è in tutto questo il ruolo del Magistrato?

“Il diritto del minore alla sua famiglia deve essere centrale, diversamente la situazione va accertata in concreto, caso per caso, rinunciando alla presunzione di dedurlo da principi o teorie astratte. Bisogna capire, insomma, come sta quel minore dentro a quella specifica famiglia, quali sono le risorse in gioco, i limiti invalicabili e quelli che, all’opposto, con interventi mirati, possono benissimo essere rimossi. I Servizi non possono affatto ‘portare via i bambini alle famiglie’: di fatto però determinano la decisione del Tribunale in tal senso. E nella maggior parte dei casi i minori rimangono vittime di un sistema lento ed inefficiente, che invece dovrebbe tutelarli. È chiaro allora il ruolo cardine del Giudice, anche nella Giustizia minorile: il Giudice è colui al quale, piaccia o no, è affidato lo specialissimo compito di applicare le leggi in piena autonomia e indipendenza da ogni potere politico ed economico. Non è accettabile che un provvedimento di un Tribunale o di un ricorso della Procura della Repubblica non sia altro che il riportare il contenuto di una relazione o addirittura le argomentazioni di una consulenza tecnica”.

– Effettivamente spesso Lei nel parlare di Consulenti e CTP ha sottolineato alcune questioni centrali legate al tema della responsabilità e della necessità di evitare eventuali conflitti d’interesse. Cosa c’è che non va? Secondo Lei il sistema ha bisogno di riforme?

“Le questioni sono tante, e in questo senso il titolo di questo Convegno è emblematico: conflitti d’interesse, superficialità, pressapochismo, poteri politici ed economici spesso determinano non solo la giustizia dei grandi, ma soprattutto dei bambini. Case-famiglie, affidamenti illeciti, soldi – tanti soldi! – relazioni soggettive, consulenti di fiducia di questo o di quel giudice, adozioni mascherate. Ecco perché, lo ribadisco, è quanto mai essenziale l’indipendenza del magistrato: un’indipendenza che non è solo nella propria coscienza, nella libertà morale e nella fedeltà ai principi, ma anche nella trasparenza della propria condotta anche fuori dal suo ufficio. Il giudice, infatti, una volta adempiuto con coscienza e scrupolo ai propri doveri professionali, deve offrire di se stesso l’immagine di una persona seria, equilibrata e responsabile; l’immagine di un uomo capace di decidere e di capire. Solo così può essere accettato dalla società. Questo e solo questo è il giudice che in ogni tempo, se apparirà sempre libero e indipendente, si mostrerà degno della sua funzione: se si manterrà integro ed imparziale non tradirà mai il suo mandato”.

– La formazione dei professionisti del settore è dunque un aspetto quanto mai essenziale. L’INPEF propone dei percorsi mirati rivolti a tutti coloro che vogliono intraprendere la professione di Perito, Consulente Tecnico d’Ufficio (CTU) e Consulente Tecnico di Parte (CTP): a Suo avviso, quali sono gli elementi da non trascurare per preparare gli allievi in maniera esperta e competente, e come si traducono nell’esperienza dei Master e dei Corsi dell’Istituto?

“L’aggiornamento professionale è un elemento di fondamentale importanza per tutte le professioni. La formazione, la preparazione, la conoscenza, sono presupposti imprescindibili non solo per essere in grado di affrontare con sicurezza i tanti e diversi problemi derivanti da dinamiche familiari e rapporti interpersonali sempre più complessi, ma soprattutto per contribuire ad evitare casi – come continuo a chiamarli – di mala giustizia, caratterizzati da superficialità, pressapochismo e tanta approssimazione. Penso che oggi l’INPEF sia oramai un’eccellenza nel nostro panorama nazionale della formazione, della cultura e delle competenze, che garantisce – mediante i suoi percorsi formativi altamente strutturati e completi – la capacità di apprendere nuove conoscenze e di aggiornare costantemente le competenze, riuscendo a trasmettere quel sapere in tutti quei contesti in cui il professionista è chiamato ad intervenire. Secondo il mio punto di vista, non bisogna assolutamente mai trascurare l’aspetto pratico della formazione, la metodologia e la specificità: è un valore non solo per il professionista, ma anche per tutte le persone assistite”.

Cassino: il Sindaco pubblica il decreto relativo alle due sorelline strappate alla zia, senza omettere i dati sensibili

Un atto gravissimo di violazione della privacy e della Carta di Treviso

Cassino (7 Maggio 2021). Un atto gravissimo è stato commesso dal sindaco di Cassino, Enzo Salera: per giustificare il suo operato e per “chiamarsi fuori” dal pasticcio commesso dai suoi Servizi sociali e sanato dal Tribunale per i minorenni di Roma, con una disposizione di due giorni fa, ebbene rilascia insieme a una dichiarazione anche il testo della sentenza del tribunale stesso, senza omettere i dati sensibili. Questo consente quindi a chiunque di risalire all’identità delle due sorelline di 8 e 11 anni, strappate un mese fa alla zia e rientrate finalmente a casa su disposizione, appunto, del tribunale.

«Oltre ad aver violato la privacy di queste due bambine e della loro zia» commenta l’avvocato Miraglia, «è stata violata anche la Carta di Treviso, che vieta di rendere note pubblicamente le generalità o i dati che possono far risalire all’identità dei minori coinvolti in situazioni che potrebbero comprometterne l’armonioso sviluppo psichico. Che danni rischia di causare tutto questo alle bambine, ora che tutti potranno essere a conoscenza della loro identità? Una volta di più questo sindaco dimostra di non essere adatto al ruolo che ricopre. Resto sbigottito, poiché in tanti anni mai avevo assistito ad un atto simile». Tra l’altro, per “lavarsi le mani” dall’intera vicenda, il sindaco afferma con convinzione di non essere più il tutore delle bambine dal 4 febbraio scorso, data in cui avrebbe trasferito la propria delega all’assistente sociale. «La tutela di un minore è un atto stabilito da un giudice» prosegue l’avvocato Miraglia, «pertanto deve essere solo e unicamente un magistrato a pronunciarsi sul trasferimento dell’incarico ad altra persona. Non è che uno possa alzarsi una mattina e decidere di passare il testimone a qualcun altro. A questo punto spero che tutte le forze politiche si attivino per rimuovere costui dal ruolo di primo cittadino: e non lo sto dicendo per fare della speculazione politica. Non lo ho mai fatto né mi interessa cominciare proprio ora. A muovermi è solo la preoccupazione per il benessere dei cento minori che il sindaco, per sua stessa ammissione, dice di avere in carico ai suoi Servizi sociali: se i bambini a Cassino vengono trattati come queste due sorelline, si salvi chi può».

Intanto lo studio legale Miraglia ha informato immediatamente il Tribunale per i Minorenni di Roma e  la  Procura minorile affinché trasmetta gli atti alla Procura della Repubblica: le violazioni commesse divulgando un provvedimento riferito a due minori  senza omettere i dati personali sono di una gravità inaudita, soprattutto da parte di un ex tutore e sindaco.

Donna picchiata e costretta a prostituirsi, il Tribunale le toglie i figli

Il Tribunale le toglie i figli perché è una “poco di buono”. I ragazzi vivono in una comunità fatiscente: quando la madre ha protestato, le hanno sospeso le visite.

ROMA (18 Giugno 2020). Non bastava il compagno violento che la picchiava e la costringeva a prostituirsi: anche la tutrice, che il tribunale ha nominato perché si occupasse dei suoi due figli,  ha infierito su di lei.
A una donna romana hanno tolto i figli e pure le visite, dopo che ha “osato” chiedere una verifica delle condizioni fatiscenti in cui versa la comunità che ospita i due ragazzi. «Incredibile l’accanimento della tutrice nei confronti di questa mamma, chiamata a vegliare sui ragazzi e sulla loro serenità, che non ha perso occasione, nei vari atti depositati in tribunale, di sottolineare che questa mamma non sia adatta ad occuparsi dei figli. Probabilmente, per questa tutrice e per il tribunale per i minorenni, una donna: picchiata, maltrattata, costretta a prostituirsi e che ha avuto il coraggio di denunciare tutto all’autorità giudiziaria per proteggere sé e i suoi bambini, non ha il diritto di essere mamma.
Più volte, questa mamma, si è dovuta recare al pronto soccorso per le botte prese dal compagno che, nel suo violento comportamento soggiogante, la obbligava a prostituirsi per pagare i suoi debiti di droga. All’ennesima violenza, la donna ha avuto la forza di ribellarsi, di denunciare tutto, rivolgendosi a un centro antiviolenza. Sperava nella ripresa di una vita normale, ma si è dovuta scontrare contro un tribunale, una tutrice e un servizio sociale.
Anche in questo caso non si può che parlare di un pregiudizio nei confronti di due bambini, dall’altro lato, sono state completamente ignorate le relazioni della comunità di accoglienza, i terapeuti e quanto sostenuto dal dipartimento di salute mentale di Roma che definiscono questa mamma una persona equilibrata, con un buon rapporto con i suoi due figli.
Com’è possibile che un Tribunale e una tutrice ignorino completamente quanto hanno subito questa mamma e questi bambini?
Com’è possibile colpevolizzare questa mamma per il fatto che questi due bambini non vogliano incontrare il padre?
Com’è possibile che nessuno si chieda il motivo per cui questi bambini hanno paura del papà?
Non è accettabile colpevolizzare questa mamma, ma ancora più incredibile è che la tutrice, che ha incontrato i bambini in due anni solo per quattro volte, ha ignorato completamente le precarie condizioni della comunità in cui si trovano i bambini, ha ignorato le foto che dimostrano un ambiente malsano e inadeguato, non solo per i figli della mia assistita, sostiene l’Avv. Miraglia, ma anche per tutti gli altri piccoli ospiti.
Qualcuno dovrebbe spiegarci e spiegare il perché la tutrice non si è sentita in dovere di rivolgersi all’autorità giudiziaria per controllare quanto succede in questa comunità.
Ancora, qualcuno dovrebbe spiegarci e spiegare se e quante ispezioni sono state fatte in questa comunità.
Temo che, anche in questo caso, nessuno abbia avuto il tempo di capire come vengono trattati e come vivono i bambini in queste comunità.
I ragazzi sono stati allontanati dalla loro vita abituale, il figlio più piccolo non è più stato mandato a frequentare le lezioni di catechismo, tanto che dovrà saltare i sacramenti. Guai per questi ragazzi lamentarsi di qualcosa o rifiutarsi di vedere il padre, che nonostante i reiterati comportamenti violenti, può vederli tranquillamente: ebbene, gli operatori della comunità li minacciano continuamente di mandarli in affidamento a un’altra famiglia.
Come ultimo sgarbo, nel momento in cui la donna, prove fotografiche alla mano, ha chiesto alla tutrice  e al Tribunale di verificare le condizioni igieniche e strutturali della comunità in cui sono alloggiati i suoi due figli (sporcizia, disordine, ambienti malsani e cibi scaduti), questi non solo non hanno risposto, ma anzi, hanno comunicato la sospensione degli incontri tra la mamma e i suoi ragazzi.
Addirittura, la bambina che ha trovato il coraggio di chiamare la madre e chiedere aiuto con un telefono cellulare, ora è “segregata” in camera da maggio e solo ultimamente può uscire nel cortile guardata a vista da un operatore.
«Abbiamo presentato ricorso» conclude l’avvocato Miraglia «e siamo pronti a dare battaglia legale nel caso dovesse capitare qualcosa ai ragazzi, per l’incuria in cui vivono a causa delle scelte ingiustificate, a danno di questi ragazzi che chiedono solo di poter tornare a casa dalla madre.

Preg,mo sig. Presidente Mattarella

Modena, lì 23 marzo 2018
 
 
Oggetto: Richiesta di appuntamento urgente                                                         
 
 
Preg.mo Presidente,
prima in qualità di avvocato e poi in qualità di cittadino italiano, sento il bisogno di rivolgermi direttamente alla Preg.ma S.V.
Nella giornata del 21 marzo u.s., al Quirinale sono state convocate le attrici meritevoli di riconoscenze ma anche portatrici di un messaggio: “Nuove sfide, grazie alle donne che hanno denunciato”, “il monologo di Paola Cortellesi in difesa delle donne ai David 2018 dovrebbero ascoltarlo tutti contro ogni discriminazione”.
Ebbene, caro Presidente, occorre far sì che questi messaggi riguardino anche la povera gente, spesso senza difesa, spesso senza voce, spesso oggetto di vere e proprie discriminazioni; non vorrei che anche per Lei valesse quel detto “si predica bene e si razzola male”.
La realtà, purtroppo, è ben diversa dai salotti de Quirinale, dalle cerimonie e dai convegni.
Tanti, troppi, sono i casi in cui le donne subiscono le discriminazioni proprio da quelle istituzioni a cui si rivolgono per essere tutelate.
Com’è possibile che una mamma si rivolga all’autorità giudiziaria per i reati p.e.p dagli artt.61 n.11 quinquies, 572 c.p, n. 582 I comma, 585 in relazione all’art 576 n.5.1, N.582 I comma, 585 in relazione all’art. 576 n.5.1 c.p., N. 628 comma 2 e 3 N. 3 bis, c.p., N.. 628 comma 2 e 3 n.3 bis c.p., N. 582 commi 1 e 2 in relazione all’art. 585 comma I, 576 comma 1 n. 1 in relazione all’art. 61 n. 2 c.p., art. N. 574 c.p., N. 572 c.p., e come risultato si ottiene l’allontanamento dei figli e addirittura la disposizione degli incontri protetti.
Certo che non sarà questa mia comunicazione a far cambiare le cose, ma sono certo che la Sua sensibilità avrà il sopravvento sulle carte e sulle relazioni.
Occorre che i Magistrati, nel caso specifico, prima di prendere delle decisioni, siano preparati a prenderle, prima di decidere, abbiano la conoscenza e la preparazione di affrontare e di prendere determinate decisioni.
Non vorrei che questa mia comunicazione passasse come una sorta di difesa d’ufficio di tanti miei assistiti.
Questa vuole essere una sorta di invito a una presa di coscienza di un problema serio; è troppo facile, a disgrazia accaduta, commentare: “si poteva evitare”, “potevamo intervenire prima”, “non abbiamo ascoltato”.
Caro Presidente, sarebbe importante capire la realtà e invitare al Quirinale non solo chi ha la possibilità economica di difendersi e di far valere i propri diritti, ma anche quelle povere mamme che oltre a subire le umiliazioni e le botte dei propri uomini, subiscono anche l’umiliazione delle istituzioni che come primo atto di aiuto decidono, incredibilmente, di allontanarle i figli collocandoli presso il proprio carnefice.
Sicuramente non avrà bisogno dei miei consigli, ma sono certo che la realtà che Le spesso raccontano sia completamente diversa.
Basterebbe poco affinché molte di queste tragedie potessero essere evitate.
La preparazione, il buonsenso, la sensibilità, sono questi i pregi che devono appartenere in primis a chi raccoglie le denunce e in secondo luogo a chi le deve valutare per prendere delle giuste decisioni.
Le chiedo, non certo come cittadino, ma come avvocato, di essere convocato da Lei il prima possibile, per rappresentarLe, “carte alla mano”, che “nuove sfide, realmente possono essere affrontate grazie alle donne che hanno denunciato”.
Per puro tuziorismo voglio riprendere le Sue parole:
Attrice, registe, operatrici del mondo del cinema hanno, con forza, denunciato mancanza di parità nei diritti, nelle opportunità, nelle condizioni di lavoro; una inaccettabile pretesa di considerarle in condizione di inferiorità. pretesa che non di rado sfocia anche in pressioni indebite e in violenze, morali e fisiche. Desidero ringraziare per la lettera che ho ricevuto da donne del cinema. Questa distorta concezione nei confronti delle donne, presente in tanti ambiti della società, è insopportabile per persone libere, che concepiscono la parità come premessa irrinunciabile di ogni comunità umana. Nessuno, in alcun ambiente, deve sottrarsi a questo dovere di civiltà ed è sorprendente che vi sia ancora bisogno di richiamarlo”
Auguro a tutti voi e a coloro che lavorano nel cinema una nuova primavera. Abbiamo le risorse intellettuali, le energie umane, le forse organizzative per affrontare la nuova stagione con fiducia”.
Mi sembra superficiale ricordarLe che i nostri concittadini non sono tutte attrici con possibilità economiche per far valere i propri diritti.
Le chiedo quindi, di considerare quanto le ho riportato, considerato che Lei è anche il Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura.
Rimanendo a disposizione per l’appuntamento da concordare, porgo cordiali saluti.
 
 
 
                                                                                                          Avv. Francesco Miraglia
 
 

Vi prego, salvate mia figlia e mia nipote!»

Disperato l’appello di una giovanissima nonna di Pisa: la figlia si trova in balia di uno spacciatore che la imbottisce di droga, mentre la nipotina, che lei adora, le è stata strappata dal Tribunale dei Minori con la scusa di dare un taglio a questa famiglia considerata “sbagliata”, ma che è soltanto vittima di violenze inaudite
 
La storia di Maria (nome di fantasia) non è facile e non lo è mai stata, tutt’altro. Ha dovuto fin da giovanissima convivere con la violenza di un orco, che prima si è approfittato della sua giovanissima età e poi anche della loro figlioletta. Una ragazzina che ha reagito alla violenza e al trauma psicologico in maniera autodistruttiva, sprofondando in una spirale di degrado in cui l’hanno coinvolta uomini sbagliati, più grandi lei, criminali farabutti che l’hanno fatta uno prostituire in un night club, mentre l’altro l’ha trasformata in una tossicodipendente. L’unica gioia era la sua bimba, nata da queste relazioni sbagliate, che aveva sempre vissuto con la nonna materna, con la quale ha instaurato uno splendido legame.
«Il Tribunale dei minori però mi ha portato via la bimba» prosegue Maria «e adesso sono in attesa che si esprima sulla sua adottabilità. Pur ammettendo che mi prendo cura della piccolina e avendo costatato che lei sta bene e mi adora, la scusa con cui me la vogliono portare via qual è? Spezzare la catena familiare, perché siamo sbagliate. Invece di aiutarci, me la portano via».
A prendersi cura della piccina è sempre stata la nonna: la madre della bimba in questo momento vive segregata dal nuovo compagno, che le impedisce di avere contatti con la madre e la tiene soggiogata con la droga. Un legame distruttivo, che venti giorni fa ha portato la ragazza, appena diciottenne, in ospedale in overdose da metadone, che lui l’avrebbe costretta ad assumere.
«Mi sono quindi recata dai carabinieri a presentare un esposto» continua Maria nel suo drammatico racconto, «perché quello va a finire che me l’ammazza. Lo conoscono anche i carabinieri che è uno spacciatore e ho chiesto allora che intervengano a salvarla. La risposta? Mia figlia è maggiorenne ed è lei che deve denunciarlo. Loro si limiteranno a presentare l’esposto in Procura, che poi deciderà se e come intervenire. Io intanto che faccio? Vivo nell’angoscia che mi chiamino dall’obitorio per andare a riconoscere il cadavere di mia figlia?».
La donna si è rivolta anche all’avvocato Francesco Miraglia.
«Trovo inaudito e ai limiti della condotta nazista togliere la bambina alla nonna per questi motivi» dichiara il legale. «Sa quasi di atto di epurazione. E’ giusto salvaguardare la piccola, ma con interventi nella sua famiglia di origine, non certo strappandola alla sua vita e all’affetto della nonna. Ma soprattutto, a pochi giorni dalla Giornata contro la violenza sulle donne, in cui si è dibattuto tanto e si sono riempiti giornali e talk show di tante belle parole, per una volta che una madre denuncia l’aguzzino della figlia, che la sta mettendo chiaramente  in pericolo di vita, perché non si interviene? A che servono allora quelle belle parole, se poi restano limitate alle giornate di commemorazione? Chiunque debba intervenire, lo faccia al più presto. O temo che altrimenti dovremo aggiungere un altro nome all’elenco già lunghissimo delle vittime di femminicidio in questo triste 2017».