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Un abbraccio ai figli e poche parole d’amore: una madre finisce in carcere.

 

Condannata per aver abbracciato i figli incontrati per caso e per aver cercato di rivederli davanti alla loro scuola. L’Avvocato Miraglia: «Chiediamo l’intervento del Presidente Mattarella. Una madre non può finire in carcere per aver manifestato il proprio amore».

 Roma, 29 luglio 2026. Nelle prossime ore una madre sarà condotta in carcere per scontare una condanna a un anno e nove mesi di reclusione per i reati di stalking e tentato sottrazione di minorenni. Una vicenda che trae origine da quattro episodi avvenuti nell’arco di circa due anni, tutti riconducibili al tentativo della donna di rivedere i propri figli, dichiarati adottabili e successivamente adottati da un’altra famiglia.

L’ordine di esecuzione della pena è stato emesso e non è stato sospeso. Una prospettiva che suscita profondo sdegno e apre interrogativi destinati ad andare ben oltre il singolo caso giudiziario: può davvero una madre essere privata della libertà personale per avere cercato di mantenere vivo, seppur da lontano, un legame affettivo con i propri figli? Può l’amore di una madre, manifestato senza violenza e senza aggressività, essere equiparato a una condotta tale da giustificare il carcere?

Secondo la ricostruzione processuale, il primo episodio avvenne del tutto casualmente nel centro di Roma. La donna si imbatté nei propri figli, che la riconobbero immediatamente, e tra madre e bambini vi fu un abbraccio spontaneo. Fu la famiglia adottiva a richiedere l’intervento dei Carabinieri. Successivamente, in altre occasioni, la madre si limitò a recarsi nei pressi della scuola frequentata dai figli con il solo intento di poterli vedere da lontano. In due circostanze riuscì soltanto a rivolgere loro poche parole, dicendo quanto continuasse a voler loro bene. Da questi episodi è scaturita la condanna che oggi potrebbe condurla in carcere.

Ma è un’altra circostanza a rendere questa vicenda ancora più controversa. Il Tribunale per i Minorenni di Roma ha dichiarato adottabili i due bambini recependo le conclusioni della consulenza tecnica d’ufficio, che aveva ritenuto i genitori gravemente inadeguati sotto il profilo delle capacità genitoriali. Tuttavia, gli stessi genitori hanno continuato a crescere la loro terza figlia, oggi di sei anni, senza che nei suoi confronti sia mai stato aperto alcun procedimento di adottabilità né disposto alcun allontanamento. Gli atti richiamati nel ricorso contro la dichiarazione di adottabilità evidenziano inoltre che la bambina vive con i genitori, è seguita dai servizi territoriali e viene descritta come ben curata e in buone condizioni di salute.

«È questa la domanda alla quale qualcuno dovrà prima o poi rispondere – dichiara l’Avvocato Francesco Miraglia –: come possono gli stessi genitori essere stati ritenuti definitivamente incapaci di crescere due figli e, allo stesso tempo, essere considerati pienamente idonei a crescere una terza figlia? Se la loro inidoneità era davvero irreversibile, perché non è mai stato aperto alcun procedimento anche nei confronti della figlia più piccola? Se, invece, quella capacità genitoriale esisteva, allora è doveroso interrogarsi sulla correttezza delle valutazioni che hanno portato alla dichiarazione di adottabilità.»

«Sono profondamente indignato – prosegue Miraglia – perché questa madre  entrerà in carcere non per avere aggredito, minacciato o perseguitato i propri figli, ma per averli abbracciati dopo un incontro del tutto casuale e per avere successivamente cercato di rivederli da lontano davanti alla loro scuola. Una madre può davvero essere considerata colpevole di essere madre? Può essere considerata colpevole di continuare ad amare i propri figli? Sono domande che ogni cittadino dovrebbe porsi.»

«Lo affermo con la serenità di chi, già nel 2001, sosteneva la necessità di introdurre nel nostro ordinamento il reato di stalking quale fondamentale strumento di tutela delle vittime di autentiche condotte persecutorie. Continuo a ritenere quella scelta giusta e necessaria. Proprio per questo, però, ritengo che ogni vicenda debba essere valutata nella sua concreta specificità. Il diritto non può rinunciare alla proporzionalità e all’umanità. Applicare la legge significa anche comprendere il contesto nel quale i fatti si verificano.»

C’è poi un altro dato che non può essere ignorato: questa è una famiglia Sinti. Non voglio dire che questo abbia influito sulle decisioni, ma una domanda viene spontanea: siamo sicuri che tutti i cittadini vengano giudicati sempre con gli stessi criteri?

«Per questo – conclude l’Avvocato Miraglia – chiediamo l’intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella affinché questa vicenda venga attentamente valutata. Qui non è in discussione soltanto il destino di una madre. È in discussione la capacità del nostro ordinamento di distinguere una vera condotta persecutoria dall’estremo e disperato tentativo di una madre di non recidere per sempre il legame con i propri figli. Se una madre può finire in carcere per un abbraccio e per avere cercato di vedere da lontano i propri figli, allora questa vicenda merita una riflessione profonda da parte delle istituzioni e dell’intera opinione pubblica.»

 

 

Francesco Miraglia al Convegno sulla Violenza di Genere: “Difendere i diritti umani significa intervenire prima che sia troppo tardi”

di tutela di donne e minori. Un tema che ha approfondito nel libro “Ma il problema sono io?!”, scritto insieme a Daniela Vita, che analizza con rigore le distorsioni del sistema giudiziario: dalle decisioni che ignorano la violenza domestica, alla colpevolizzazione delle madri, fino ai casi di allontanamento dei figli dalle donne che denunciano.
“Ci sono donne che devono sopravvivere due volte: alla violenza e al sistema che dovrebbe proteggerle. È una distorsione che non possiamo più permetterci”, afferma Miraglia.
“Quando chi denuncia viene trattato come un problema, significa che il sistema ha smesso di funzionare.”
Il libro “Ma il problema sono io?!” rappresenta un atto di denuncia ma anche una proposta di cambiamento: riformare le prassi, eliminare automatismi pericolosi, garantire protocolli realmente orientati alla tutela delle vittime e dei loro figli. Un messaggio che si integra perfettamente con il focus del convegno e con l’urgenza di costruire un modello di protezione più responsabile, competente e trasparente.
“La tutela dei diritti umani non è una dichiarazione di principio. È un obbligo operativo. Se non arriva in tempo, se non è proporzionata, se non protegge davvero, allora non è tutela”, conclude Miraglia.

Francesco Miraglia premiato con il “Premio Le Voci della Libertà”

Roma, 9 maggio 2025 – Sala Altiero Spinelli, Regione Lazio

Con grande orgoglio annuncio che il prossimo 9 maggio 2025 sarò insignito del prestigioso Premio “Le Voci della Libertà”, promosso dalla Fondazione Centro Studi Parlamentari in collaborazione con 25ª Ora News, con il patrocinio della Regione Lazio, Roma Capitale e numerose realtà culturali e civiche.

Questo premio, dedicato alla memoria di Oriana Fallaci, simbolo indiscusso di coraggio e libertà di pensiero, rappresenta per me non solo un onore, ma anche una responsabilità: quella di continuare a difendere senza compromessi i valori della libertà di espressione, del pensiero critico e della verità.

In un’epoca in cui troppo spesso la voce indipendente viene ostacolata o silenziata, ricevere un riconoscimento di questo tipo significa affermare che il diritto di manifestare liberamente le proprie idee – come sancito dalla Costituzione – è ancora un pilastro imprescindibile della nostra democrazia.

Il mio impegno quotidiano, sia professionale che personale, è sempre stato orientato a far emergere le verità scomode, a dare voce a chi non ha voce e a denunciare ingiustizie e contraddizioni, senza mai piegarmi a pressioni o convenienze. Questo premio è anche un tributo a tutte le battaglie civili e culturali che negli anni ho sostenuto con determinazione, nella piena convinzione che la libertà non è un privilegio, ma un diritto da difendere con coraggio.

Ringrazio sentitamente gli organizzatori, i giurati e tutte le istituzioni che hanno voluto riconoscere il valore del mio impegno.

Questo riconoscimento lo dedico a chi crede, come me, che solo attraverso la libertà di pensiero e di parola sia possibile costruire una società veramente giusta, equa e solidale.

Francesco Miraglia

Francesco Miraglia nominato Cavaliere dell’Unione Nazionale Cavalieri d’Italia (UNCI

Roma, 16 febbraio 2025 – Con grande onore, Francesco Miraglia è stato ufficialmente nominato Cavaliere dell’Unione Nazionale Cavalieri d’Italia (UNCI), un prestigioso riconoscimento che premia l’impegno e la dedizione nel campo professionale, giuridico e sociale.

L’UNCI, fondata nel 1980, riunisce coloro che hanno ricevuto onorificenze cavalleresche per meriti distintivi nella loro professione o per il servizio reso alla comunità. Francesco Miraglia si è distinto per il suo costante lavoro nella difesa dei diritti, nella tutela delle fasce più deboli della società e nell’affermazione della giustizia, incarnando i valori dell’Unione.

La cerimonia di investitura si è svolta oggi, 15 febbraio 2025, in una prestigiosa cornice istituzionale, alla presenza di autorità civili e rappresentanti dell’UNCI. Durante l’evento, Francesco Miraglia ha espresso il suo ringraziamento per questo importante riconoscimento:

“Ricevere questa onorificenza è per me un grande onore. La considero un incentivo a continuare con dedizione e responsabilità il mio impegno nel mondo della giustizia e nel supporto alla comunità. Questo riconoscimento non è solo personale, ma appartiene a tutti coloro che ogni giorno lottano per i valori di equità, legalità e solidarietà.”

L’UNCI si dedica alla promozione di attività culturali e sociali, favorendo il dialogo e la collaborazione tra i suoi membri per la realizzazione di progetti a beneficio della collettività. Con il suo operato, Francesco Miraglia rappresenta un esempio di professionalità e passione civile, incarnando perfettamente i principi dell’Unione

Roma, 15 febbraio 2025 – Con grande onore, Francesco Miraglia è stato ufficialmente nominato Cavaliere dell’Unione Nazionale Cavalieri d’Italia (UNCI), un prestigioso riconoscimento che premia l’impegno e la dedizione nel campo professionale, giuridico e sociale.

L’UNCI, fondata nel 1980, riunisce coloro che hanno ricevuto onorificenze cavalleresche per meriti distintivi nella loro professione o per il servizio reso alla comunità. Francesco Miraglia si è distinto per il suo costante lavoro nella difesa dei diritti, nella tutela delle fasce più deboli della società e nell’affermazione della giustizia, incarnando i valori dell’Unione.

La cerimonia di investitura si è svolta oggi, 15 febbraio 2025, in una prestigiosa cornice istituzionale, alla presenza di autorità civili e rappresentanti dell’UNCI. Durante l’evento, Francesco Miraglia ha espresso il suo ringraziamento per questo importante riconoscimento:

“Ricevere questa onorificenza è per me un grande onore. La considero un incentivo a continuare con dedizione e responsabilità il mio impegno nel mondo della giustizia e nel supporto alla comunità. Questo riconoscimento non è solo personale, ma appartiene a tutti coloro che ogni giorno lottano per i valori di equità, legalità e solidarietà.”

L’UNCI si dedica alla promozione di attività culturali e sociali, favorendo il dialogo e la collaborazione tra i suoi membri per la realizzazione di progetti a beneficio della collettività. Con il suo operato, Francesco Miraglia rappresenta un esempio di professionalità e passione civile, incarnando perfettamente i principi dell’Unione

Francesco Miraglia premiato con l’Athena d’Oro: un riconoscimento all’eccellenza e all’impegno culturale

Francesco Miraglia è stato insignito del prestigioso Premio Athena d’Oro durante una cerimonia di alto valore culturale e professionale che si è svolta l’8 novembre presso la storica cornice di Palazzo Valentini a Roma, in una sala gremita e arricchita dalla presenza di illustri personalità del mondo della cultura e della professione. Questo riconoscimento, conferito dalla Fondazione Area Cultura ETS, si presenta come un omaggio non solo al talento, ma anche all’impegno di Miraglia, che da anni si distingue come professionista e scrittore impegnato nella difesa dei diritti e nella promozione di valori universali come la giustizia e la dignità umana.

Il Premio Athena d’Oro celebra quelle figure che, attraverso il proprio operato, hanno contribuito a plasmare positivamente il tessuto culturale e sociale del Paese. Miraglia, noto per la sua dedizione e per la sua integrità professionale, ha saputo affrontare questioni complesse, spesso legate alla sfera dei diritti umani e delle libertà fondamentali, con una visione chiara e un profondo senso di responsabilità. Nelle sue opere e nel suo lavoro come professionista, Miraglia ha sempre posto in primo piano la persona e il valore della giustizia, consapevole che ogni caso rappresenta non solo un episodio di vita, ma una possibilità di contribuire a una società più equa. Ricevere questo premio, ha dichiarato Miraglia, rappresenta per lui un riconoscimento che va oltre la dimensione personale: è un omaggio alla giustizia e a chi si impegna quotidianamente per difenderla, e un incoraggiamento a continuare su questo percorso per dare voce a chi spesso non ne ha.

Ad aprire la cerimonia è stato l’Onorevole Fabrizio Santori, Segretario Generale dell’Assemblea Capitolina, il quale ha evidenziato l’importanza di sostenere quelle figure come Miraglia, che rappresentano l’eccellenza italiana e che, con il proprio lavoro e la propria visione, contribuiscono a promuovere i valori del nostro Paese nel mondo. L’evento è stato organizzato dalla Fondazione Area Cultura ETS, presieduta dalla dottoressa Angelica Loredana Anton, che ha ribadito nel suo discorso come la cultura rappresenti l’essenza stessa della società e ha ringraziato tutti i premiati per il loro ruolo nel rafforzare e ampliare gli orizzonti culturali e sociali dell’Italia. Miraglia, con il suo operato, incarna appieno questi valori, mostrando come l’unione tra giustizia e cultura possa davvero essere la chiave per una società più coesa e giusta.

Roma: mamma sinti tredicenne potrà riavere la bambina

La Corte d’Appello annulla la sentenza di adottabilità

ROMA (24 ottobre 2024). Sentenza annullata: la tredicenne sinti potrà riavere la sua bimba, che le era stata tolta appena nata per essere dichiarata adottabile. La Corte di Appello di Roma ha accolto il ricorso presentato dalla famiglia della ragazzina, tramite l’avvocato Miraglia: nessuno era stato informato della dichiarazione di adottabilità della piccola e soprattutto alla giovane mamma non è stata offerta la possibilità – prevista per legge – di riconoscere la figlia, una volta raggiunti i 16 anni di età.

«Una bella vittoria – dichiara l’avvocato Miraglia, che annuncia –: abbiamo denunciato l’assistente sociale e il giudice relatore al tribunale di Perugia, auspicando che il gip li rinvii a giudizio, in quanto è ormai chiaro, e sancito anche dalla sentenza d’appello, che hanno palesemente violato la legge».

La vicenda risale al 2023, quando la giovane mamma tredicenne era ancora incinta della sua bambina. Gli assistenti sociali la spediscono a vivere in una casa famiglia fino al momento del parto, avvenuto a maggio, dopo il quale non le viene data la possibilità di stare con la figlioletta se non per una manciata di giorni. Con l’ inganno, fingendo di portarla a fare una visita di controllo, affidano la neonata a una famiglia. Nel frattempo, con una celerità inusuale – 28 giorni appena – il Tribunale per i Minorenni di Roma emana la sentenza di adottabilità della bambina, adducendo un presunto “stato di abbandono” della piccola.

In realtà la neo mamma ha attorno a sé l’intero nucleo familiare che la supporta, ma soprattutto accade qualcosa di contrario ad ogni principio legislativo: in pieno spregio della legge 184/83 alla mamma non viene concessa la possibilità di poter attendere i 16 anni per riconoscere la figlia. E per giunta a nessuno dei familiari è stato comunicato l’avvio del procedimento di adottabilità. La ragazza invece avrebbe dovuto mantenere la bimba con sé in seno alla sua famiglia, fino al compimento di 16 anni e poi diventarne madre a tutti gli effetti.

Sulla base di queste aperte violazioni della legge, all’udienza della Corte d’Appello, svoltasi lo scorso 17 settembre, i giudici hanno accolto il ricorso, dichiarando la nullità della sentenza di adottabilità del Tribunale per i Minorenni di Roma, confermando però il collocamento della bimba presso la famiglia affidataria, per non causarle dei traumi, fintantoché non si compia il processo di graduale avvicinamento della piccola alla madre naturale e possano stare finalmente insieme.

Questa vicenda solleva una questione ancora più ampia: il problema della giustizia non riguarda solo i grandi casi , ma anche le persone comuni, spesso appartenenti alle fasce più deboli della società. In questo caso specifico, i giudici e gli operatori coinvolti sembrano aver agito con una grave negligenza. Se ignoravano le norme, si tratta di una questione di incompetenza, ma se, al contrario, erano pienamente consapevoli delle leggi e hanno scelto deliberatamente di non applicarle, ci troviamo di fronte a un problema ancora più preoccupante. Questo atteggiamento potrebbe addirittura far pensare che tali violazioni siano avvenute perché la vicenda riguarda una famiglia Sinti? È un interrogativo scomodo, ma che merita di essere posto, perché il diritto deve essere uguale per tutti, indipendentemente dall’origine etnica o sociale.