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Neonata di Torino strappata alla madre dopo il parto dai servizi sociali senza motivo

 I servizi sociali sospendono gli incontri coi genitori, si sostituiscono ai giudice. «Se la scelta non è legalmente motivata, hanno commesso un reato penale» dichiara il legale dei genitori. TORINO (25 Febbraio 2021). Non basta averla strappata alla mamma, ancora quasi con il cordone ombelicale attaccato a lei: la piccina di Torino, allontanata immotivatamente dai genitori subito dopo la nascita, adesso non può più vederli né incontrarli per un mese. Che per una bambina così piccola equivale a un’eternità. I Servizi sociali si sono arrogati il diritto di assumere tale decisione, sostenendo che sia la “norma” in caso di affidamento a una coppia idonea alla possibile adozione. Ma il Tribunale per i minorenni non ha emanato alcun provvedimento in tal senso e i Servizi sociali, di fatto, si sarebbero sostituiti all’Autorità giudiziaria. «Se non dimostreranno che la scelta è legalmente motivata, significa che hanno commesso un reato penale e agiremo di conseguenza» dichiara il legale dello Studio Miraglia, che si sta occupando del caso, cui si sono affidati i due giovani genitori.

La bambina è nata a dicembre, ma non ha mai conosciuto il calore della sua famiglia di origine e non perché l’abbiano rifiutata oppure maltrattata. Giudicati inadeguati a prescindere, i due giovani genitori della piccola non hanno potuto mai dimostrare il contrario, non avendo mai avuto la bambina con sé. Possono soltanto vederla periodicamente, in un luogo protetto, secondo un preciso calendario prestabilito. Ma nei giorni scorsi, come un fulmine a ciel sereno, i Servizi sociali hanno comunicato loro la sospensione degli incontri per un intero mese. Il motivo sarebbe che, testuali parole, “è usuale sospendere gli incontri in luogo protetto con i familiari per un periodo, solitamente un mese, al momento dell’abbinamento del minore con una coppia affidataria avente i requisiti per l’adozione, al fine di permettere al minore e alla coppia la conoscenza reciproca”. «I Servizi sociali avrebbero, per loro stessa ammissione, chiesto autorizzazione al Tribunale per i minorenni» prosegue il legale dello Studio Miraglia, «ma non hanno avuto riscontro: e invece di attenderlo o di sollecitarlo, lo hanno assunto come un “silenzio assenso”, sospendendo di propria iniziativa gli incontri sia con i genitori che con i nonni. Ciò che affermano i Servizi sociali su questa prassi non solo è abnorme, ma pure contrario ad ogni principio normativo diretto alla tutela del minore, in particolar modo della legge 184/83, che sancisce chiaramente e indiscutibilmente che “il minore ha diritto di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia”. Chiedo quindi ai Servizi sociali di farci sapere a quale norma si riferiscono per sospendere cosi di punto in bianco

 

gli incontri con i genitori e con i nonni e per arrogarsi il diritto di sostituirsi all’Autorità Giudiziaria. Tra l’altro, chiunque eserciti attività che esula dai propri poteri, è perseguibile penalmente. In questa vicenda il Tribunale per i minorenni non interviene, e questo è inaccettabile, in quanto consente, di fatto, ai Servizi sociali di fare il bello e il cattivo tempo, sulla pelle di una neonata che non può stare con la propria famiglia, ma è destinata invece, senza comprovato motivo, ad essere adottata da estranei».

Minori trattati come carne da “Macello”

Il giudice dispone per loro la comunità: a prelevarle con la forza arrivano i carabinieri, che le minacciano con arroganza come fossero criminali

Torino (24 febbraio 2021). Nemmeno fossero delle criminali: in venti, tra assistenti sociali e carabinieri, qualche giorno fa hanno tentato di prelevare con la forza due ragazzine di 14 e 11 anni di Ivrea e portarle in una comunità, togliendole alla madre con cui vogliono stare, e al padre, cui sono affidate ma dal quale sono fuggite perché maltrattate. Le ragazze, al momento del blitz, si trovavano in auto con i nonni e si sono dovute asserragliare dentro la vettura per un’ora prima che le forze dell’ordine e le assistenti sociali demordessero dal loro intento. Ma è stata una tregua temporanea: i carabinieri hanno successivamente fatto irruzione nell’abitazione della mamma per ben due giorni di seguito, piazzandosi dentro casa per ore nel tentativo di convincerle ad andare in comunità. Strazianti le urla e le suppliche della più piccola, mentre implorava i carabinieri di lasciarla con la mamma. Irrefrenabile e inconsolabile il suo pianto. Per il momento hanno desistito: ma quanto durerà?

Le ragazze non vanno più a scuola, hanno paura ad uscire di casa, temendo di venire prelevate con la forza e portate in comunità. Urge quindi che il tribunale dei minorenni di Torino annulli il suo provvedimento, emanato senza tenere in minima considerazione il racconto delle due ragazzine, che parlano di maltrattamenti da parte del padre, al quale appunto sono state affidate. E perché poi? Quale sarebbe la colpa della loro mamma? Nessuna.

In realtà i fratelli sono tre: oltre alle due ragazzine di 14 e 11 anni, c’è anche un fratellino che di anni ne ha 10. I loro genitori si sono separati, magari con una certa frizione tra loro. Ma quello che è capitato alla donna ha dell’incredibile: tre anni fa inizia ad essere perseguitata dalla nuova compagna dell’ex marito, con azioni talmente pesanti che costei sarà giudicata colpevole e condannata a 2 anni e mezzo per stalking.

E qui accade l’inverosimile: il tribunale affida i tre ragazzi al padre, consentendo alla donna di vederli periodicamente. Come se venire perseguitati fosse una colpa e facesse di questa donna una pessima madre. Ma i bambini dal padre non si trovano bene e lo dicono alla mamma, lo ripetono alle assistenti sociali e lo ribadiscono anche davanti al giudice del Tribunale per i minorenni di Torino, che li convoca per ascoltarli. Parlano di maltrattamenti fisici e psicologici e chiedono di poter stare con la madre. Ed ecco che la giustizia balzana, messa in atto spesso dai tribunali dei minori, che tutti ascoltano tranne che i bambini, assume un provvedimento ai limiti dell’incredibile: il maschietto dovrà stare con il padre, le sorelle in una comunità. E per portare i ragazzi a destinazione, sono intervenuti i carabinieri in forze, trattando le due ragazzine come le peggiori dei criminali, solo perché si rifiutavano di seguirli per restare con la mamma.

«Chiediamo di revocare questo ingiusto provvedimento emanato del Tribunale dei minorenni» dichiara l’avv. Miraglia, al quale la madre si è rivolta. «Si fa un gran parlare dell’importanza di ascoltare i minori, di tenere in considerazione i loro desideri, ma in questo caso si è scelto di ignorare le parole dei ragazzi e di sbatterli in comunità, allontanandoli da quanto conoscono e amano. Ma ancora più incredibile è l’atteggiamento tenuto dagli operatori delle forze dell’ordine, parcheggiati in casa dei nostri assistiti per due giorni a spaventare i ragazzi, minacciando la madre, senza un briciolo di sensibilità ma con tanta arroganza. Sono in nostro possesso dei video eloquenti, che comprovano il comportamento dei carabinieri intervenuti e che sarà nostra cura inoltrare al Comando provinciale dell’Arma per le opportune valutazioni in merito. Da parte sua il Tribunale per i minorenni ancora una volta dimostra d’essere inadeguato e non pensa a come risolvere il problema né ascolta i minori, ma si limita a passare un colpo di spugna su tutto, allontanandoli dalle famiglie per rinchiuderli in una comunità: è come mandare degli agnelli in un macello».

Studio Legale Miraglia

 

 

Io sto con la piccola Violetta

Mobilitazione nel Torinese per una bimba di dieci anni picchiata dalla mamma, ma inspiegabilmente allontanata dal padre e dalle sorelle e costretta in una comunità.
TORINO (13 agosto 2020).  È nato un gruppo Facebook “Io sto con la piccola Violetta” per aiutare una bambina torinese di dieci anni, che lo scorso febbraio è stata strappata al papà con cui viveva, portata via mentre la piccola si trovava a scuola. E senza un motivo valido, anzi: la piccola veniva picchiata dalla mamma (in attesa di processo per maltrattamenti) e non voleva stare con lei: viveva quindi con il padre e le due sorelle, ma la consulente del tribunale, nello redigere la relazione sulla base del quale il Tribunale dei minorenni del Piemonte e Valle d’Aosta ha assunto la sua decisione, ha ritenuto che la piccola provasse risentimento verso la madre solo perché manipolata dal padre, per la presunta Sindrome di Alienazione Parentale. «La bambina è stata quindi allontanata da casa» racconta l’avvocato Francesco Miraglia, al quale il padre di Violetta (nome di fantasia) si è rivolto, «ma non sta affatto meglio. Vive in uno stato di “infelicità cronica”, sentendosi la figlia “sbagliata” in quanto l’unica ad essere stata allontanata dal papà e dalle sorelle, alle quali è molto legata.
È stata poi costretta ad interrompere i corsi di danza che seguiva, il tutto senza alcuna plausibile spiegazione. Ha subito un netto calo nel rendimento scolastico dal momento in cui ha fatto il suo ingresso nella comunità, dove non è seguita a dovere dal punto di vista medico e sanitario».
Tutto è iniziato quando il padre di Violetta ha chiesto aiuto agli assistenti sociali, a causa dei problemi della figlia e della sua separazione. E i servizi sociali, invece di supportarlo, di punto in bianco sono andati a prelevare la bambina dalla scuola elementare, l’hanno tolta dall’affidamento paterno e costretta a vivere in una comunità, lontana da tutto ciò che le era familiare, dai suoi cari, dalle sue amicizie, dalla scuola e dalle sue abitudini. Da febbraio il papà ha potuto contattarla soltanto due volte e solo tramite messaggi.  «La decisione del tribunale» prosegue l’avvocato Miraglia «si basa, tra le altre cose, su fondamenti del tutto errati: innanzitutto la consulente tecnica di Ufficio, fiduciaria del Giudice, ha stilato la relazione fondando il tutto sull’accusa mossa al padre di essere un genitore alienante nei confronti della figura materna, ma è ormai scientificamente appurato, ed anche sconfessata dal Ministro della Salute e da numerose sentenze, che la Sindrome di Alienazione Parentale non esiste.  La metodologia utilizzata dal perito si pone quindi come una carenza e negligenza ingiustificabile, che altera qualsivoglia conclusione».
Il nuovo Consulente Tecnico Forense della Famiglia, la prof.ssa Vincenza Palmieri, subentrata, dopo lo studio degli Atti,  ha appurato “come drammaticamente la bambina sia stata allontanata mentre erano ancora in corso i lavori della CTU perchè proprio la stessa CTU aveva evidenziato un grave rischio e pregiudizio per la bambina se fosse rimasto nella famiglia paterna, senza avere mai incontrato padre e bambina insieme o la bambina con il suo nucleo familiare, in assenza oggettiva di alcun malessere o alcun disagio manifestato dalla bambina che invece stava benissimo: danzava, suonava, praticava ogni tipo di sport, era felice e brava a scuola. Quindi strappata dalla sua vita esclusivamente per un IPOTETICO FALSO PREGIUDIZIO della CTU, per essere invece scaraventata nel DOLORE REALE della solitudine, della somatizzazione e della regressione. ORA SI’ CHE C’E’ un danno valutato concretamente sulle risultanze: la bimba è seriamente “infelice”, adultizzata, ammalata e bisognosa di costanti cure, i voti a scuola sono peggiorati.  La sua situazione è urgente e preoccupante. La bambina deve essere salvata: curata, accudita ed amata da chi non le ha mai fatto del male, prima che sia troppo tardi.”
Pertanto l’uomo ha chiesto al tribunale dei minorenni di disporre la revoca del collocamento etero–familiare, per mancanza dei presupposti di legge e stante il grave pregiudizio arrecatole con l’allontanamento dalla casa paterna. E di disporre l’affidamento a lui e costanti incontri tra Violetta e le sorelle, in ottemperanza al diritto di fratellanza ora violato.
Nel frattempo è nata una mobilitazione sui social, con la creazione di un gruppo Facebook e tanti cartelli appesi ai negozi del Torinese che riportano la scritta “Io sto con la piccola Violetta”.

Il giudice sono io! Bambino lasciato alla madre.

Ottimo e rivoluzionario decreto del Tribunale Ordinario di Torino Sezione Settima Civile – Famiglia
Le valutazioni psichiatriche non sono più un dogma in tribunale
Torino. “Il Tribunale non ignora la proposta di allontanamento del minore da entrambi i genitori da parte del Servizio di N.P.I. ma, allo stato, la ritiene poco praticabile e dagli esiti incerti, vuoi per le ragioni sopra indicate, vuoi per la considerazione che i principali aspetti di disagio del bambino paiono ricollegabili al conflitto separativo…” Con queste parole il Tribunale Ordinario di Torino, riunito in Camera di consiglio nelle persone del Presidente Dott. Cesare Castellani e dei giudici, Dott. Alberto La Manna e Dott.ssa Serafina Aceto, ha rigettato la proposta del Servizio di Neuropsichiatria infantile della ASL TO 2 di allontanare un bambino di soli sei anni dalla sua mamma e dal suo papà.
Come spiegheremo di seguito la notizia è molto importante e merita di essere pubblicata, anche se, per tutelare la privacy del bambino, preferiamo non entrare troppo nel merito. Diciamo solo che il decreto si colloca nell’ambito di una separazione molto conflittuale, per cui il Servizio di Neuropsichiatria infantile della ASL TO 2 era giunto a raccomandare l’allontanamento del bimbo da entrambi i genitori.
La Professoressa Vincenza Palmieri, Consulente Tecnico di Parte della madre, ha sottolineato l’importanza di fondare le valutazioni su basi oggettive: “Quando si fa una consulenza è importante, come tecnico, tenere conto della situazione oggettiva e difenderla, come abbiamo fatto in questo caso. L’atto peritale, come nella mia professione, deve avere un fondamento scientifico e basarsi su fatti e prove accertate e non su ipotesi o considerazioni soggettive dei vari operatori. Quando le conclusioni sono fondate su riscontri concreti, è possibile addivenire ad una decisione condivisibile e giusta che risolva la situazione.”
“Siamo molto soddisfatti della decisione del Tribunale.” Ha dichiarato l’avvocato della mamma Francesco Miraglia. “Per quanto concerne la giustizia minorile, ho sottolineato spesso nei Tribunali le criticità derivanti dall’appiattirsi sulle perizie degli psichiatri senza effettuare un’adeguata istruttoria, limitandosi ad un semplice copia incolla delle decisioni del consulente. Nel caso di specie i giudici hanno deciso di riprendersi il loro ruolo di Periti dei Periti e di fare un’istruttoria appropriata che li ha portati a rigettare la valutazione del Servizio di Neuropsichiatria infantile.”
Un altro aspetto molto positivo del decreto è il riconoscimento dei legami e degli affetti familiari. Infatti il Tribunale, pur disapprovando severamente alcuni comportamenti dei genitori, ha ritenuto opportuno mantenere i rapporti intra-familiari, in particolare con la madre: “… è verosimile, oltretutto, che un distacco dalla madre, con cui il rapporto, pur non equilibrato, rimane stretto, verrebbe dal minore vissuto in modo traumatico …”
Anche Paolo Roat, Responsabile Nazionale Tutela Minori per il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani, esprime soddisfazione per questa decisione: “A volte, in conformità con alcune teorie psichiatriche astratte di inadeguatezza genitoriale, si finiva per punire il minore per presunti difetti dei grandi. In questo caso il Tribunale ha deciso di mettere al primo posto il bene del minore. È un passo avanti molto importante e significativo.”

Psichiatra condannato per omicidio colposo fa perizienei tribunali

Avv. Miraglia: “Urge un albo di periti referenziati. Su che giustizia possono contare sennò i cittadini?”
 
PAVIA. Errare è umano, specialmente in una materia, la Psichiatria, in cui la variabile dei comportamenti è quasi infinita. Ma che un Tribunale affidi una perizia a uno psichiatra condannato per omicidio colposo per gravi negligenze nei confronti di un paziente, poi suicidatosi, fa sorgere un legittimo dubbio sulla garanzia del suo operato, sulla correttezza delle sue perizie, sulla base delle quali i giudici che lo incaricano come consulente emettono sentenze, che vanno ad incidere, anche pesantemente, sulla vita e sul destino delle persone. E’ accaduto a Pavia, nel corso di un procedimento di separazione molto conflittuale tra due coniugi, durate il quale, ai fini di accertare l’adeguatezza della donna come madre, un giudice ha affidato la Consulenza tecnica d’ufficio allo psichiatra di Torino, Maurizio Desana. Il quale, però, è stato condannato – con una sentenza passata in giudicato, emessa dalla Corte d’Appello torinese e successivamente confermata dalla Cassazione nel 2008 – per omicidio colposo. E’ stato ritenuto, infatti, responsabile di non aver compreso la gravità dello stato psichiatrico di un paziente ricoverato, che si tolse la vita lanciandosi dalla finestra dell’ospedale.
«Non entro nel merito della sentenza di condanna» sottolinea l’avvocato Francesco Miraglia, che difende la donna nella causa di separazione, nella quale il dottor Desana è stato chiamato a periziare la sua salute mentale e quella del figlio, «ma si tratta in ogni caso di una condanna per un reato ingenerato da manchevolezze professionali. E’ legittimo pertanto chiedersi dove sia la spiccata condotta morale che viene richiesta a un professionista qualora il giudice, in via del tutto fiduciaria, lo incarichi di condurre una perizia sulle persone».
Nel caso specifico, sulla base appunto della perizia del dottor Desana, lo stato psichiatrico della donna pavese è stato valutato così negativamente, che il giudice ha ordinato che intervenissero i Servizi Sociali a prendersi cura del figlio adolescente, obbligando il ragazzo a seguire sedute di psicoterapia (se si rifiutasse, dovrebbe essere accompagnato da un educatore a spese della mamma) e limitando l’esercizio delle responsabilità genitoriali alla madre stessa.
«Ho presentato un’istanza urgente al Tribunale di Pavia» prosegue Miraglia, «affinché sospenda l’efficacia dell’ordinanza emessa e ho richiesto di convocare il dottor Desana in contraddittorio per accertare tutte le circostanze emerse. La cosa più incredibile, riferisce l’avvocato  è quanto nel frattempo ha sostenuto il dott. Desana alle richieste se avesse riferito al giudice al memento della suo giuramento della condanna che si riporta testualmente : la ringrazio per la sua cortesia e la prego di rassicurare la sua cassistita sul fatto che il mio ruolo e la mia conduzione della perizia sono assolutamente corretti come peraltro lo sono sempre stati in oltre 30 anni di attività psichiatrico forense. Colgo oltre l’occasione per chiedere di sollecitare la Sua cliente a versare quanto stabilito dal Tribunale per il pagamento della mia parcella.. Questo per quanto riguarda il caso che sto seguendo, il quale però scoperchia le manchevolezze presenti nei tribunali italiani. Urge quanto prima l’istituzione di un albo di professionisti referenziati, al quale i giudici dei tribunali debbano attingere per affidare le consulenze tecniche. Persone di cui sia comprovata, in maniera ineccepibile e inconfutabile, la professionalità. Come possono altrimenti i cittadini pensare di venire tutelati, quando i tribunali emettono delle sentenze affidandosi a persone giudicate già manchevoli in passato? E questo sia nel caso che sto seguendo, come in tutti gli altri in cui questo psichiatra sia stato chiamato come consulente».
La redazione

Convegno “Le Garanzie e i Valori: l'Internazionale Minorile”

Convegno organizzato da I.N.PE.F. e dall’Ambasciata della Repubblica dell’Ecuador in Italia – Torino, 1 Aprile 2016 ore 16. Centro Incontri della Regione Piemonte, Corso Stati Uniti 23
Torino, (informazione.it – comunicati stampa – politica e istituzioni) Nell’ultimo periodo, sono stati oltre 100 i bambini ecuadoriani residenti in Italia allontanati dalle famiglie di origine e collocati in case famiglia o centri di accoglienza. Un fenomeno che ha allertato il Governo dell’Ecuador, Paese da sempre attento ai Diritti Umani ed in particolare ai Diritti dei Minori, spingendolo a dare avvio ad una serie di iniziative di sensibilizzazione delle Istituzioni locali a tale problematica. Già dal 2014, del resto, l’Ecuador ha istituito insieme all’Istituto Nazionale di Pedagogia Familiare un gruppo di lavoro che, oltre ad agire concretamente su alcuni casi di ricollocamento dei minori preso le famiglie di origine, si è anche fatto carico di numerose iniziative legislative e mediatiche per sensibilizzare il Governo Italiano e l’opinione pubblica ad un cambiamento importante nel rispetto dei Diritti dei Minori.
Da Torino, scelta per l’alta presenza di cittadini ecuadoriani che vi risiedono e per il ruolo strategico che questa città metropolitana riveste, a livello nazionale, nelle Politiche per l’Infanzia, partirà dunque la prima di una serie di iniziative che attraverseranno l’Italia, con tale fine.

Convegno “Le Garanzie e i Valori: l'Internazionale Minorile”

All’evento, dal titolo “Le Garanzie e i Valori: l’Internazionale Minorile”, che si terrà il prossimo 1° aprile presso il Centro Incontri della Regione Piemonte, parteciperanno, oltre ad alcuni rappresentanti delle Amministrazioni Comunali, Provinciale e Regionali, Juan Fernando Holguín Flores, Ambasciatore dell’Ecuador in Italia e la Prof.ssa Vincenza Palmieri, Presidente I.N.PE.F., insieme all’Avv. Francesco Miraglia e all’Avv. Francesco Morcavallo, ​triade ​ che costituisc​e​ il Gruppo di Lavoro dell’INPEF per la tutela dei Diritti dei Minori in Italia.
Tra i relatori, sarà presente anche l’On. Eleonora Bechis, membro della Commissione Infanzia della Camera dei Deputati, originaria proprio della città di Torino.

Juan Fernando Holguín Flores, Ambasciatore dell’Ecuador in Italia, ha dichiarato: “Los excelentes resultados obtenidos por la estrategia desarrollada por el Gobierno del Ecuador en su apoyo a los niños y familias ecuatorianas en conflicto con los servicios sociales y/o tribunales de menores en Italia nos llenan de satisfacción. Ecuador protege a la familia como un núcleo de la sociedad y pilar de su desarrollo. Su integridad y protección es una prioridad nacional. Independientemente de su lugar de residencia, los ciudadanos ecuatorianos conocen que están respaldados por el Gobierno del Presidente Rafael Correa a través de su Embajada y Consulados”.
In occasione del Convegno, sarà anche inaugurata la mostra itinerante
“Storie di Padri, di Madri e soprattutto di Bambini”
per dare voce a quei bambini – di tutte le nazionalità – che sottratti alle proprie famiglie chiedono di essere ascoltati, scrivono diari e inviano lettere ai giudici per dire “Voglio tornare a casa!!”.
La Professoressa Palmieri, Presidente dell’INPEF, infatti, ha “raccolto disegni, lettere, poesie di bambini che sono “trattenuti” in talune strutture e che chiedono di potere tornare a casa dai loro genitori, dai fratelli, d​ai giochi lasciati nella cameretta quando sono stati portati via. La Mostra da’ voce a questi bambini e vorrei che si arricchisse man mano che toccherà altre città, con l’aiuto di quanti potranno e vorranno contribuire. Perché se nessuno li ha mai ascoltati, noi​ amplificheremo le loro voci!​”.
Il Gruppo di Lavoro sollecita la più ampia partecipazione possibile all’iniziativa, sottolineando che “Non è mai abbastanza quello che facciamo per i Diritti Umani ed i Diritti delle fasce più fragili: i bambini!”

“Le Garanzie e i Valori: l'Internazionale Minorile"

che si terrà Venerdì 1 aprile 2016 – a partire dalle ore 16.00
 
presso il
Centro Incontri della Regione Piemonte
Corso Stati Uniti 23  Torino
 
Un  prestigioso evento, organizzato dall’Istituto Nazionale di Pedagogia Familiare e  dall’Ambasciata dell’Ecuador in Italia, per affermare e promuovere ancora una volta il tema dei Diritti dei Minori.
 
Location dell’iniziativa sarà Torino, scelta per l’alta presenza di cittadini ecuadoriani che vi  risiedono e per il ruolo strategico che questa città metropolitana riveste, a livello nazionale, nelle  Politiche per l’Infanzia.
 
 
Un pomeriggio di studio e di riflessioni che si concluderà con l’inaugurazione della
 
mostra itinerante
 
Storie di Padri, di Madri e soprattutto di Bambini
 
Un evento nell’evento per dare voce a quei bambini – di tutte le nazionalità – che sottratti alle proprie famiglie chiedono di essere ascoltati, scrivono diari e inviano lettere ai giudici per dire “Voglio tornare a casa!!”
 
È fondamentale prenotarsi secondo le modalità indicate nella locandina in allegato. Le domande saranno accolte sino al numero consentito in sala.
Ai partecipanti è richiesta l’esibizione di un documento di riconoscimento.

Il valore dei risultati e della qualità

– Siglato il nuovo Protocollo d’Intesa tra Ambasciata dell’Ecuador in Italia e Istituto Nazionale di Pedagogia Familiare –

 

– Riconfermato il Gruppo di Lavoro Istituzionale per garantire i Diritti dei Minori Ecuadoriani in Italia – 

 

 Alla luce dei risultati straordinariamente positivi ottenuti nel corso del 2015, lo Stato dell’Ecuador ha confermato per un altro anno il Progetto

Integrato per la Tutela dei Minori Ecuadoriani in Italia, previsto dall’accordo siglato tra Ambasciata  e INPEF.
Lo scorso 19 dicembre, dunque, Sua eccellenza l’Ambasciatore Dr. Juan Holguin ha ufficializzato la proroga del progetto, riconfermando la medesima squadra: la professoressa Vincenza Palmieri, Presidente INPEF, e gli avvocati Francesco Miraglia e Francesco Morcavallo.
Molto è ancora il lavoro da fare: “Continueremo a prenderci cura dei Minori e delle Famiglie – dichiara la Prof.ssa Palmieri – perché ora è il momento di formare ed informare. Bisogna fare in modo che tali risultati si radicalizzino. Aver riportato a casa i bambini che erano stati allontanati dalle loro famiglie – per interventi autoritativi – non esaurisce il nostro compito. Ora bisogna riallacciare i fili tagliati e fornire gli strumenti e le informazioni necessarie anche a prevenire gli allontanamenti e a sostenere le famiglie più fragili.” La formazione – uno dei punti fondamentali indicati tra gli obiettivi del Progetto Integrato di quest’anno – infatti, non è altro che uno dei passaggi fondamentali del sostegno alle famiglie.
Corsi di formazione ed informazione, diretti alle comunità ecuadoriane dislocate nelle diverse regioni italiane, andranno ad affiancare l’ormai consolidato impegno a fornire tutela legale, interventi pedagogico-familiare e consulenza peritale nei casi in cui un bambino, figlio di cittadini provenienti dal Paese sudamericano, venisse allontanato dal nucleo familiare per iniziativa dell’Autorità Amministrativa o Giudiziale.
Il progetto è nato dall’escalation di affidamenti a strutture protette, che avevano interessato minori ecuadoriani: un fenomeno che ha coinvolto circa un centinaio di bambini colpiti da provvedimenti definitivi di allontanamento dalla casa parentale. Bambini che poi i genitori non riescono più a rintracciare, a differenza di quanto accade in altri Paesi, come la Spagna, in cui i minori allontanati dalla famiglia vengono affidati ai parenti rimasti in Ecuador.
“Siamo onorati per la fiducia che il Governo dell’Ecuador ci ha accordato e confermato – commentano gli avvocati Francesco Miraglia e Francesco Morcavallo – e sarebbe auspicabile che un progetto come questo fosse di esempio anche per gli altri Paesi che in Italia annoverino comunità numerose, e per lo stesso Governo italiano, che parla spesso di famiglia, ma non per la famiglia, mai in suo vero favore”.
“A differenza di altri Sistemi – fa eco Vincenza Palmieri – che, chiamati in causa, assumono un atteggiamento negazionista rispetto al  problema e ne sminuiscono l’entità, il Governo dell’Ecuador rappresenta un modello, perché richiede di comprendere il fenomeno e di intervenire, strutturando una solida alternativa.
Aver riportato a casa tutti questi bambini significa, fattivamente, aver scritto progetti, aver denunciato gli abusi, aver agito dal punto di vista normativo, delle relazioni umane, ma anche sul piano politico e mediatico. Credo non sia un caso che, ad oggi, non ci siano nuovi allontanamenti tra le famiglie ecuadoriane! E’ proprio da questo successo che dobbiamo partire; su questo valore dobbiamo poggiare la nostra azione, amplificandola e moltiplicandone il risultato. E’ il momento di standardizzare il ‘Metodo’ del Gruppo di Lavoro Integrato Inpef (Palmieri – Miraglia – Morcavallo) di modo che tale metodologia operativa venga fatta conoscere. Tale metodo – basato sulla sinergia degli aspetti Legali, Familiari,  Sociali e Peritali, rappresenta un sistema funzionale “a pieno regime”,  alla luce del quale continueremo ad attuare la nostra azione, a dire ciò che si deve dire, a dare il sostegno alle famiglie. Perché non si avveri più il castigo della buona fede e della povertà!”
La redazione
 
 

Corte di Appello di Torino “contro” un minore: ora Roberto di 10 anni torna a vivere in comunità


Un’odissea di 5 anni per un bambino piemontese che vorrebbe stare con la sua mamma.
Sentenza paradossale quella disposta dalla Corte di Appello di Torino su un caso di affidamento minorile che ha “rigettato” la decisione del Pubblico Ministero, (unico organo competente legittimato a prendere provvedimenti in materia) di lasciare il bambino alle cure della madre e ne ha disposto invece la sua collocazione prima in un’altra famiglia e in seguito in comunità. Una decisione che ha cambiato radicalmente la vita del piccolo e che, di fatto, non lo tutela ma, per assurdo, gli si pone addirittura contro.
Una vicenda che si trascina da 5 anni e la cui gravità, sia a livello formale che pratico, è ben chiara a coloro che sono soliti frequentare i tribunali e destreggiarsi tra leggi, atti, ricorsi ma che deve uscire dalle aule e essere resa pubblica in quanto ci si trova davanti a un evidente caso di malagiustizia che calpesta, in maniera clamorosa, i diritti dei minori.
La storia del piccolo Roberto (nome di fantasia) di 10 anni, inizia quando a causa dei problemi psichici della mamma e per incomprensioni fra quest’ultima e i nonni materni, a seguito della relazione dei Servizi sociali (redatta come impone la legge), il bambino viene mandato a vivere in una nuova  famiglia.  Contemporaneamente viene attivata la procedura per la sua adottabilità.
A questo punto, i legali della madre e dei nonni, gli avvocati Francesco Miraglia del Foro di Modena e Ulpiano Morcavallo del Foro di Roma intervengono chiedendo e riuscendo ad ottenere che quest’ultimo procedimento non venga attuato e che quindi il bambino stia con la madre con la supervisione dei servizi sociali.
Il problema – spiega l’avvocato Miraglia – è che il piccolo non è stato inserito in una famiglia a Torino, in modo che potesse continuare a frequentare la stessa scuola, gli amici, a seguire le sue abitudini, bensì a 100 chilometri di distanza. Ci chiediamo: “E’ possibile che in una città con più di 800 mila abitanti, non fosse disponibile un nucleo familiare pronto ad accoglierlo? Ci sono forse altri interessi dietro a questa vicenda? Una situazione che definirei piuttosto anomala e che vorrei venisse chiarita”. Intanto il bambino nella nuova famiglia in cui è stato ospitato, non si trova bene.
Poi il colpo di scena. La Corte di Appello di Torino, lo scorso mese, dispone improvvisamente la cessazione dell’affidamento eterofamiliare (in questo tipo di procedura, il minore può essere affidato ad una famiglie con o senza figli, a singoli individui o a comunità di tipo familiare) e il collocamento di Roberto in una struttura comunitaria, malgrado abbia in precedenza affermato e preso atto della “sussistenza di un solido rapporto affettivo tra il minore ed i familiari di origine e la nocività, per l’equilibrio psicologico del bambino, di un definitivo e totale distacco dalla madre e dai nonni materni. In secondo luogo, dava conto dell’avvenuta cessazione dell’affidamento eterofamiliare disposto in prime cure, a seguito della situazione di disagio prodottasi per il minore, che aveva rifiutato e disconosciuto il ruolo degli affidatari ed aveva a più riprese richiesto di ricongiungersi alla propria madre ed alla propria famiglia”.
Non credo sia possibile – conclude l’avvocato Miraglia – che dopo 4 anni Roberto non abbia ancora trovato un luogo dove poter abitare in modo sereno e, che alla stregua di un pacco, venga spostato da un contesto all’altro. Inoltre si tratta di una disposizione che non spetta alla Corte, in quanto, si badi bene, è il Pubblico Ministero che ha il potere decisionale in questo ambito e che, nel caso specifico, non aveva né chiesto l’intervento della Corte, né tantomeno l’affidamento ma, anzi, aveva optato per la sospensione del procedimento di adottabilità al fine di acquisire nuove valutazioni e disposto, addirittura il ripristino degli incontri tra la madre e il bambino come si legge nella sentenza. Si tratta di un provvedimento grave e proprio per questo abbiamo deciso di ricorrere in Cassazione, avvalendoci quindi dell’ultimo grado di giudizio. Ci troviamo infatti  difronte a una serie di violazioni sia legislative che morali gravi ed è nostro compito sottolinearle ed intervenire prontamente affinché esse non si ripercuotano ancora su Roberto, che ha diritto di vivere felicemente”.
 
 

Torino: il tribunale schierato contro il minore? Sentenza paradossale che si oppone al diritto del minore alla propria famiglia

Torino: il tribunale schierato contro il minore?
Sentenza paradossale che si oppone al diritto del minore alla propria famiglia

Torino. Solo pochi giorni fa abbiamo commentato una sentenza ineccepibile del tribunale di Trento che aveva restituito i minori alla famiglia garantendo il loro diritto alla propria famiglia sancito dalla legge italiana, dalla Costituzione e dalle Convenzioni internazionali. Ma sembra che a Torino le cose non stiano proprio così.
Vediamo di sintetizzare questa vicenda che vede la Corte d’appello non solo “schierarsi” contro il minore, ma anche contro le parti e lo stesso Pubblico Ministero competente, arrivando persino a disporre “ex novo” un collocamento etero-famigliare del minore, andando ben oltre le proprie competenze. Infatti, anche un ragazzino al primo anno di giurisprudenza sa che una Corte d’appello non può emettere un decreto ex novo, ma deve solo valutare l’operato del tribunale di grado inferiore, in questo caso il Tribunale dei minorenni.
Non ripercorreremo tutta la storia di questo bambino e della sua mamma. Diciamo solo che per dei presunti problemi psichici della mamma e per degli altrettanto presunti disaccordi della stessa con i nonni materni, il bambino viene collocato presso una famiglia a 100 chilometri di distanza (cosa che puzza molto e solleva il sospetto di un tentativo dissimulato di adozione) arrivando persino a proporre la procedura di adottabilità. Grazie all’ottimo lavoro dell’avvocato Miraglia e dei suoi collaboratori la vicenda viene chiarita, tanto che si dichiarava non esservi luogo a provvedere sull’adottabilità del minore. Ed è qui che interviene come una mazzata a ciel sereno la decisione della Corte d’Appello che decide, di sua sponta, l’affidamento etero-familiare, sebbene il Pubblico Ministero, unico legittimato, oltre ai parenti del minore, non aveva formulato alcuna domanda in relazione all’instaurazione di un procedimento di volontaria giurisdizione e, tanto meno, rispetto alla disposizione di un affidamento etero-familiare del minore, limitandosi a richiedere la sospensione del procedimento di adottabilità ai fini dell’acquisizione di nuove valutazioni ed il ripristino della frequentazione tra il minore e la madre.
A questo punto alla madre non restava che rivolgersi alla Cassazione per contestare l’assurda sentenza della Corte di Appello. Il ricorso è stato quindi presentato dagli studi Francesco Miraglia del foro di Modena e Ulpiano Morcavallo del foro di Roma che recentemente hanno iniziato una proficua collaborazione nel settore della giustizia minorile.
E leggendo il ricorso si scorgono delle ulteriori gravi irregolarità a svantaggio del minore di soli 10 anni che ha sempre chiesto di ricongiungersi alla madre, anche secondo quanto riferito in sede di CTU: “Gli affidatari evidenziavano difficoltà a relazionarsi con [il bambino][…] in quanto D. si ribellava fisicamente, contestava apertamente il loro ruolo, richiamava il potere decisionale della madre … D. affermava di stare bene, pur dichiarando di voler tornare […] a vivere con la mamma, concetto ripetuto in più occasioni anche senza essere sollecitato dalla stessa”. Non si capisce quindi perché la Corte di Appello abbia voluto impedire, illegittimamente come illustrato sopra, il ricongiungimento con la madre.
Un’altra irregolarità riscontrata è la violazione del principio del necessario ascolto del minore, sancito da lungo tempo nell’ambito delle convenzioni sovranazionali in materia. Sebbene il bambino abbia meno di 12 anni, risulta dotato di capacità di discernimento, se è vero che delle sue esternazioni e opinioni, esposte in sede di CTU e di osservazione socio-psicologica, si è tenuto decisivo conto al fine di ravvisare la sussistenza di un solido legame affettivo con la madre e i nonni materni – sì da escludersi l’esistenza del presupposto fattuale per la dichiarazione dello stato di adottabilità – nonché con riguardo all’individuazione di asseriti sintomi di disagio riconducibili alla problematica relazione con la madre.
Oltre a non rientrare nelle sue competenze, la decisione della Corte in merito all’affidamento etero-familiare appare addirittura contraria alla legge. Infatti l’affidamento etero-familiare dovrebbe essere soltanto in funzione di sostegno alla famiglia di origine del minore nell’ottica di una progressiva opera di reinserimento dello stesso minore nella famiglia di provenienza, e dovrebbe prevedere condizioni di frequentazione quanto più possibile assidue tra il minore affidato e i familiari di origine per consentire la conservazione degli affetti familiari e agevolare il suo reinserimento nel contesto familiare originario. La previsione di una frequentazione minima tra il minore affidato e i familiari originari (madre e nonni materni, che sono gli unici soggetti ad avere partecipato costantemente al percorso di crescita del minore) si pone in patente contraddizione con la finalità del disposto affidamento etero-familiare, risultando per conseguenza irragionevole e difforme rispetto al dettato normativo.
Ed infine il giudice non sembra aver tenuto in debita considerazione gli elementi fattuali che gli sono stati presentati. Si sottolinea infatti l’inconsistenza degli elementi sorprendentemente valorizzati dalla Corte che, in definitiva, ha basato la propria decisione su un’affrettata e a-tecnica diagnosi di psicopatologia della madre del minore e sulla supposta sussistenza di un rapporto conflittuale tra quest’ultima e i suoi genitori, nonni materni del bambino, i quali invece in ogni momento dell’istruttoria sono risultati coltivare un profondo legame affettivo con il bambino e con la madre. La Corte invece, in questa sede, non ha preso in considerazione gli orientamenti affettivi del minore esplicitati anche verbalmente, cioè l’intenso e indistruttibile amore nei confronti della madre, che però, paradossalmente, sono stati considerati dal giudice di prime cure per escludere la sussistenza dello stato di abbandono morale. Inoltre rileviamo un’assoluta carenza di esame, da parte del giudice di appello, delle risultanze e degli esiti degli incontri tra il minore ed i nonni materni, il cui effetto rasserenante per il minore avrebbe dovuto condurre a un esito di pronto reinserimento del bambino nell’ambito familiare originario e, quantomeno, presso i nonni predetti.
Siamo certi che la Suprema Corte porterà ordine in questo garbuglio giurisdizionale riportando la vicenda sui binari normativi standard e soprattutto restituendo il minore alla sua famiglia come da lui ripetutamente richiesto. A volte basterebbe semplicemente ascoltare il minore. La legge lo impone, ma a volte i giudici, confusi nei freddi e complessi tecnicismi giuridici, non riescono ad applicarla nella sua semplicità.
 
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