trento Tag

  • Sort Blog:
  • All
  • Articoli Recenti
  • Avv. Francesco Miraglia Disturbi Comportamento e DSA Strambino (TO) 27 Ottobre 2012
  • Comunicati stampa
  • Evidenza
  • In Evidenza
  • L'inchiesta
  • L'indiscreto
  • La giustizia e la mala giustizia
  • La Vetrina
  • Le vostre storie
  • Minori
  • Primo Piano
  • Principale home
  • Psichiatria
  • Scelta di campo
  • Sentenze
  • Senza categoria

Picchiata da famiglia affidataria: ragazzina torna a casa

Ha deciso di farsi giustizia da sola ed è tornata a casa.
Trento. Carla (nome di fantasia), la ragazzina che alcune settimane fa sarebbe stata picchiata dalla famiglia affidataria e collocata cautelativamente in una comunità per minori, domenica scorsa è tornata a casa dalla sua famiglia.
Carla manifestava da mesi la volontà di tornare dai suoi cari dato che i motivi che avevano portato al suo allontanamento erano risolti da tempo. Ma i Servizi Sociali non avevano ascoltato la sua richiesta, anzi (come riferito dalla madre) la ragazzina avrebbe affermato che la visita (con la famiglia) programmata da diversi mesi era stata annullata senza riferirglielo, assieme a tutte le visite e incontri programmati, in apparenza per via della denuncia verso la famiglia affidataria.
A quel punto Carla ha deciso di farsi giustizia da sola e come ci scrive la mamma:
“Nella giornata di domenica 14 aprile, mia figlia Carla si è presentata presso la mia dimora di sua spontanea volontà rifiutandosi di recarsi nuovamente alla comunità ove era assegnata. Da prassi io mi sono impegnata ad avvisare l’assistente sociale in più occasioni (durante tutta la settimana) ma lei non ha risposto a nessuna e-mail e nel momento in cui chiamavo mi veniva riferito che era impegnata o assente […]. Giovedì 18, ho contattato la scuola per occuparmi del percorso scolastico di mia figlia per rimettersi in pari con i compagni, e mi è stato riferito che l’assistente sociale ha contattato la scuola riferendo la collocazione attuale della minore e informando che al momento il servizio sociale stesso, non avendo sentito la minore come di dovere, non sapeva valutare come la situazione si evolverà. Mia figlia ha dichiarato di trovarsi bene e di non volersi allontanare ancora da un luogo (casa sua) che la fa stare bene.”
Secondo il sottoscritto  in qualità di avvocato l’avvocato della famiglia,:
“Ancora una volta non si può fare a meno di sottolineare il comportamento quanto meno discutibile dell’assistente sociale, la quale da più di un anno è stata portata a conoscenza del malessere della minore nella famiglia affidataria, successivamente sfociato in veri e propri maltrattamenti. Soprattutto la stessa operatrice era a conoscenza della volontà ferma e determinata della ragazza di voler rimanere nella propria famiglia. Ancora più grave è il fatto che la stessa assistente sociale ha relazionato a tribunale che tutto andava bene. Spero che questa operatrice si occupi di altro ma soprattutto spieghi perché ha voluto in ogni modo tenere lontano questa minore dalla propria famiglia. Di sicuro non è stato per un interesse personale… o no???”

Donna picchiata dal marito chiede aiuto agli assistenti sociali Le portano via la figlia: non la vede da quattro anni

TRENTO (21 maggio 2018). «C’è qualcosa che non funziona al Tribunale dei minorenni di Trento, perché non è la prima volta che assisto donne le quali, rivoltesi ai Servizi sociali per chiedere aiuto, si trovano private ingiustamente dei loro figli». A parlare è l’avvocato Francesco Miraglia, esperto in Diritto minorile, cui una donna di Trento si è rivolta chiedendo assistenza: da quattro anni non vede sua figlia e non perché la maltrattasse o trascurasse o l’avesse in qualche modo messa in pericolo. Niente di tutto questo. La donna si era soltanto rivolta ai Servizi sociali e alle forze dell’ordine visti i numerosi episodi di percosse subite da parte del marito, che a un certo punto lui sì, aveva messo a rischio l’incolumità della piccina. Tutti episodi nei quali la donna, rivoltasi alle cure del pronto soccorso, è uscita con ferite e contusioni giudicate guaribili tra i dieci e i quaranta giorni. Non solo non sono stati considerati maltrattamenti in famiglia e lesioni, bensì considerati soltanto “liti familiari”; ma in più – fatto gravissimo – la piccola le è stata sottratta ed è stata affidata a un’altra famiglia. La donna non vede più la figlia da quattro anni, rischia di perdere la potestà genitoriale, la bimba soffre perché i genitori cui l’hanno mandata a vivere si sono separati e lei vive ora con il padre affidatario.
«E’ chiaro che qualcosa nel Tribunale dei minorenni di Trento non funzioni» aggiunge l’avvocato Miraglia, «poiché non si spiega come a una donna venga sottratta la figlia, per affidarla addirittura a un’altra famiglia, senza che vi sia un motivo grave. Cos’è? Si basano sulla simpatia o antipatia che suscitano le persone? Ritengono a prescindere che le donne abbaino torto e che la ragione sia sempre degli uomini? Qui non si tratta di salvaguardare il benessere della bambina – che stava benissimo con la mamma – ma si prefigura un’adozione mascherata. La coppia infatti non aveva figli. Tra l’altro mi domando poi come vengano selezionate le coppie affidatarie, se in così pochi anni questa sia addirittura giunta a separarsi, con un ulteriore trauma per una bimba che già soffriva per l’allontanamento dalla sua mamma. E’ urgente che gli organi preposti indaghino innanzitutto sulla condotta dei Servizi sociali e su quella in generale del Tribunale dei minorenni di Trento».

Padre padrone condannato a quasi tre anni per maltrattamenti in famiglia.

L’avvocato Miraglia: giustizia per un caso di “femminicidio dolce”, senza vittima ma con continue, gravi e pesanti vessazioni e percosse
 
TRENTO. C’è il terribile crimine cosiddetto femminicidio, che ha causato 120 vittime nel 2016, venti dall’inizio di quest’anno. Donne uccise dalla mano dei loro uomini. Ma c’è una violenza più subdola, sebbene altrettanto devastante: la violenza psicologica e fisica, una sorta di “femminicidio dolce”, quando un marito si trasforma in un orco e anziché carezze distribuisce pugni e schiaffi, anziché complimenti la sua bocca pronuncia offese e minacce. Un marito padrone venerdì è stato condannato in primo grado dal tribunale di Trento a due anni e otto mesi di reclusione, con il pagamento provvisionale di 15 mila euro e delle spese processuali. Aveva reso succube la moglie, madre dei suoi due figli, che il tribunale civile ha incredibilmente affidato a lui al momento della separazione. La donna ora teme per la loro incolumità e per la loro salute psicofisica: i piccoli vivono in una situazione di continua pressione cui il padre li sottopone e stanno manifestando segni inequivocabili del loro disagio.
«E’ inconcepibile come il medesimo tribunale abbia agito in maniera contraria nella stessa vicenda» commenta l’avvocato Francesco Miraglia, cui la donna si è rivolta alla ricerca di giustizia «e se dal punto di vista penale ha riconosciuto i fatti come li ha denunciati la mia cliente, la sezione civile ha dato a quest’uomo la custodia dei figli, senza che siano stati sentiti dei testimoni, sulla base delle sue esclusive dichiarazioni, che, in realtà, la sentenza di condanna emanata venerdì scorso contro di lui dimostra come fossero fuorvianti e prive di fondamento».
L’uomo è stato condannato in primo grado per maltrattamenti in famiglia, la cui vittima era la moglie, totalmente sottomessa e resa succube attraverso la costrizione a subire continue minacce, ingiurie e percosse. Anche dopo la separazione, cui la donna era ricorsa, non riuscendo più a sopportare la situazione. “Devi crepare”, “Sei grassa” (al momento la signora era incinta) erano frasi che la donna si sentiva rivolgere costantemente da un marito che la costringeva a subire la sua volontà e le impediva di avere contatti con chiunque, persino con i propri familiari, e le vietava pure di andare a fare la spesa da sola ossessionato dall’idea di spendere il denaro.
«Ma l’uomo è riuscito a convincere il tribunale civile che era l’ex moglie ad essere disturbata emotivamente» prosegue l’avvocato Miraglia, «giungendo ad ottenere la custodia dei due bambini, che mostrano adesso segni di sofferenza per la continua tensione conflittuale cui sono sottoposti. Adesso chiedere la revisione dell’affidamento. Il tribunale, in ogni caso, venerdì ha mostrato di riconoscere la sofferenza della mia assistita: la legge punisce il femminicidio, ma esiste anche una forma di “morte” non fisica cui sono sottoposte quotidianamente centinaia di donne. Un femminicidio “dolce”, dai contorni meno violenti di quelli che portano all’omicidio e alla perdita della vita da parte della vittima, ma ugualmente devastanti. Di questo devono tenere conto i tribunali, per impedire di arrivare ai casi estremi».
La condanna subita dall’uomo è pesante, due anni e otto mesi, più del doppio di quanto aveva richiesto come pena minima il pubblico ministero, che riteneva congruo almeno un anno e tre mesi. Questo perché il giudice ha riconosciuto le violenze fisiche e psicologiche subite dalla donna. Che adesso, però, vuole ottenere giustizia per i suoi figli.
«Temo per loro, perché sono ancora affidati a lui» dice, infatti, la signora, che invita le altre donne ad avere comunque fiducia nella giustizia e a denunciare i soprusi subiti dai mariti-padroni, prima che sia troppo tardi, prima di arrivare ad allungare il già lungo elenco delle vittime della furia cieca di consorti e compagni.

Allontanata da casa perchè i genitori sono poveri, tredicenne scappa dalla comunità per vederli

Il Tribunale dà ragione alla ragazzina e la reintegra in famiglia
L’adolescente aveva registrato l’assistente sociale mentre denigrava i suoi genitori, per convincerla ad andare in affidamento.
 
TRENTO. Cosa c’è dietro agli allontanamenti da casa e agli affidamenti in strutture e in famiglie affidatarie? C’è da chiederselo una volta di più, alla luce dell’ennesimo caso, che ha visto – fortunatamente – un esito felice in questi giorni. «Non solo una ragazzina per anni è stata allontanata dai suoi genitori perché indigenti» dichiara l’avvocato Francesco Miraglia «ma addirittura, dalla sua nativa Trento, è stata portata in comunità a Milano, come se nella sua Regione non ci fossero strutture idonee. I genitori, contando su un reddito minimo, non potevano pertanto andare a trovarla se non una volta al mese e a fronte di enormi sacrifici. Questo ha compromesso di molto il benessere della ragazzina, che doveva essere, invece, l’unico interesse degli assistenti sociali nel moment in cui l’hanno fatta allontanare. Scandaloso poi che proprio uno di questi assistenti, durante un incontro con l’adolescente che lei ha registrato, le abbia parlato male dei genitori, denigrandoli e giudicandoli incapaci di prendersi adeguatamente cura di lei, con l’intento di convincerla ad accettare l’affidamento in una famiglia milanese. Inaccettabile perché non si capisce, in tutto questo, dove sia l’interesse per la bambina e il suo benessere». La quale ad un certo punto è scappata dalla comunità milanese, facendo ritorno a casa
L’avvocato Miraglia ha presentato pertanto ricorso al Tribunale dei minori di Trento, che ha accolto la sua istanza: innanzitutto sono cambiati i servizi sociali chi compete seguire la ragazzina ed è stato deciso che sarà supportata nell’ambiente familiare e anche nello studio, ma soprattutto che potrà finalmente dormire nel suo letto e stare con mamma e papà tutti i giorni.
«Quando le decisioni vengono assunte con buonsenso, dando priorità all’aspetto umano e non burocratico» prosegue l’avvocato Miraglia, «si riesce, come in questo caso, a fare il bene dei minori, che deve essere il fine primo dei provvedimenti che vengono emessi a loro tutela, come appunto l’‘allontanamento da casa. C’è da domandarsi a chi abbia giovato tutto questo: alla ragazzina no, perché è stata per anni infelice. Ed è costata tanto non solo in termini di sofferenza, ma anche economica: quanti soldi pubblici sono costati gli anni in cui è stata alloggiata a Milano? Quante gravose spese i suoi genitori hanno dovuto sobbarcarsi per andare a farle visita almeno una volta al mese? Non era forse meglio, con gli stessi soldi, aiutare economicamente la famiglia a risollevarsi e permettere che questa ragazzina potesse vivere serenamente a casa propria? Inizialmente, invece, questo nucleo familiare è stato penalizzato – pur nella provincia di Trento, da anni in cima alla classifica delle città maggiormente vivibili anche per la qualità dei servizi offerti alla persona – per le difficoltà economiche in cui versava. “Mala cosa nascer povero, il mio caro Renzo” scriveva Manzoni nei “Promessi Sposi”: verità inconfutabile,oggi come allora».
 
 

Torna a casa il ragazzo allontanato dalla famiglia per uno schiaffo

Il Tribunale per i minorenni di Trento ha disposto la collocazione presso la famiglia di origine di un minore di Trento di 13 anni che alcuni anni fa era stato allontanato, a dire della famiglia, per uno “schiaffo”.
Probabilmente lo schiaffo ha avviato le procedure di tutela, ma in realtà leggendo il decreto si scopre che le motivazioni dell’allontanamento erano prevalentemente di natura psicologica: “Scarsa consapevolezza del padre circa i bisogni sia emotivi che educativi del figlio che presenta rilevanti aspetti di fragilità relazionale.”
Peccato che quest’anno, proprio dopo il collocamento in comunità, il ragazzo sia stato bocciato! «Sono molto soddisfatto dell’epilogo di questa vicenda, in primo luogo perché, finalmente si comincia a rispettare la volontà del minore attraverso l’ascolto dello stesso. Sono contento anche perché queste decisioni servono a conseguire quella necessità di integrazione tanto sbandierata a destra e a manca. In certe vicende, che riguardano soprattutto cittadini stranieri, come nel caso specifico, bisogna avere maggiore sensibilità nel capire i comportamenti e i modi di fare che sicuramente sono diversi dai nostri, sempre però nel rispetto della legge e dei minori. Mi sento anche di sottolineare la sensibilità del Giudice Onorario che ha ben compreso il desiderio del ragazzo e della sua  famiglia di mettersi in discussione,» ha dichiarato l’avvocato della coppia Francesco Miraglia.
 
Il ragazzo circa un mese fa era scappato dalla comunità di Rovereto ed era tornato in famiglia. In seguito l’assistente sociale del polo di Trento, invece di cercare di capire le motivazioni della sua scelta, l’aveva “convinto” a tornare in comunità. Infatti, il ragazzo riferisce che nel corso dell’udienza presso il tribunale gli avrebbero intimato di tornare in comunità anche se non voleva e che l’avrebbero riportato anche con la forza.
Alla fine ha accettato di tornare in comunità. I genitori riferiscono anche che hanno sentito il bambino piangere durante il colloquio.
Ma solo pochi giorni dopo, il ragazzo si è rifiutato di tornare in comunità ed è rimasto a casa. E ora finalmente il decreto del giudice riconosce la volontà del ragazzo e il suo diritto alla propria famiglia, restituendo ai genitori la responsabilità genitoriale.
Proprio in seguito all’esito positivo della vicenda, mantenendo l’anonimato per proteggere la privacy del figlio, la famiglia ha deciso di rivolgersi alla stampa per informare altre famiglie meno fortunate che il clima è cambiato e che possono far valere i propri diritti. La famiglia sta altresì valutando delle azioni a livello deontologico, legale o risarcitorio nei confronti di chi ha sbagliato, non tanto in uno spirito di rivalsa ma per impedire che drammi simili possano colpire altre famiglie.
Secondo il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani: «Per iniziare, precisiamo che la maggior parte degli operatori sono professionali ed efficienti, considerata la delicatezza e complessità di queste vicende. Il caso in questione ci mostra come in Trentino sia in atto una riforma positiva in cui molte forze e persone stanno cercando di affrancarsi da certe teorie psichiatriche e psicologiche alla base di molti allontanamenti superficiali o addirittura errati, ma ci sono ancora delle resistenze con alcuni operatori che persistono nei vecchi atteggiamenti e considerazioni. Nel caso di specie, infatti, non c’era nessun abuso sul bambino se non la presunta “incapacità” del padre, e la soluzione adottata oggi poteva essere adottata fin dall’inizio.
Siamo lieti di apprendere che la prima assistente sociale sul caso, che conoscevamo già per altre vicende, sia stata allontanata dall’area minori, tuttavia riteniamo che ci voglia ancora più coraggio nell’ambito della tutela minorile. Non è accettabile che un ragazzo venga fatto piangere dall’assistente sociale, e ci auguriamo di non dover mai più essere messi al corrente di certi accadimenti. Nel frattempo ricordiamo i due casi da noi denunciati delle assistenti (una censurata e l’altra indagata dall’Ordine) che lavorano ancora con i bambini. Riteniamo che un atto di coraggio da parte delle amministrazioni nei confronti di queste operatrici potrebbe scoraggiare chi desidera persistere in atteggiamenti invasivi e coercitivi nei confronti delle famiglie e dei bambini.»
 

Caso Stella: esposto all’Ordine sull’assistente sociale

Aveva registrato di nascosto le intimidazioni dell’assistente sociale che, a tutt’oggi, non ha ancora trasferito la pratica, impedendo così le visite con la bambina. ( Potete leggere qui gli articoli pubblicati dal nostro giornale )
Trento. Si sta complicando l’assurda vicenda di “Stella”, una bambina trentina di tredici anni che, di nascosto, aveva registrato il comportamento riprovevole dell’assistente sociale.
Dopo più di un mese, la richiesta ufficiale dell’avvocato della coppia, Francesco Miraglia, di trasferire la pratica a Trento, dove ora risiedono i genitori, non è ancora stata accolta. Questo impedisce ai genitori di essere adeguatamente assistiti nel recupero della “genitorialità” per accogliere la supplica incessante della bambina di tornare a casa.
Ma, cosa ancor più grave, ostacola di fatto le visite della bambina, dato che l’assistente sociale, nonostante tutto quello che è successo, pretende che, prima di organizzare l’incontro, la famiglia faccia la richiesta a lei per poter vedere la figlia. Di conseguenza la famiglia è stata costretta a presentare un esposto all’Ordine degli Assistenti Sociali, con tanto di registrazione, nei confronti dell’assistente sociale.
 
«Siamo amareggiati dell’accanimento di questa assistente contro la nostra famiglia. Noi volevamo solamente che la supplica di nostra figlia, che chiede disperatamente aiuto per tornare in famiglia, venisse ascoltata!», ha dichiarato la mamma di Stella.
Secondo il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani (CCDU): «Dallo studio delle carte e dall’ascolto della registrazione appare evidente che la formazione dell’assistente sociale in questione è impregnata dei principi e concetti di una certa psichiatria istituzionale e coercitiva, e la pervicacia con cui sembra avvinghiarsi a questa vicenda è tipica di questo tipo di psichiatria che vede le persone più come “pazzi” o come “famiglie disagiate” da controllare e assoggettare, piuttosto che come esseri umani da ascoltare, comprendere e aiutare».
«A parere di questo assistente sociale – continua il Comitato – il fatto di “essere troppo preoccupati dei problemi personali per pensare alla figlia” è una motivazione per l’allontanamento di un bambino? Oppure il fatto che un bambino “stia in braccio un po’ a tutti” è un indicatore di abuso? Invece di fossilizzarci su queste stupidaggini, dovremmo chiederci: perché la bambina supplica di poter tornare in famiglia?».
«Ci auguriamo conclude il Comitato – che il Tribunale decida di tornare al buon senso e alla ragione. Ci auguriamo anche che le perizie e valutazioni psichiatriche e psicologiche siano rimosse dalle aule di giustizia: troppi bambini stanno soffrendo per colpa di queste psico-baggianate, è ora di capire che il re è nudo. Chiediamo altresì all’Ordine di verificare se, oltre al caso in questione, questa assistente sociale si comporti così anche con altre famiglie!».
Ma c’è una speranza. L’assessore alle Politiche Sociali di Trento, Mariachiara Franzoia, ha accolto la richiesta dei genitori di iniziare un percorso di rafforzamento della genitorialità che è già sul tavolo del polo sociale di riferimento. Della vicenda si sta occupando anche il Garante dei minori, ed è stata richiamata in due separate interrogazioni dai Consiglieri Provinciali Giacomo Bezzi di Forza Italia e Filippo Degasperi del Movimento 5 Stelle.

La Corte di Appello di Trento contro le " adozioni mascherate"

L’avvocato Miraglia: “Finalmente riconosciuta la cattiva pratica di alcuni Servizi sociali italiani”

 

 

TRENTO. Per la prima volta un giudice invita i Servizi sociali a reinserire gradatamente un minore all’interno della famiglia di origine e a evitare “adozioni mascherate” da affido. L’importante e innovativo precedente è stato inserito in una recente sentenza emanata dalla Corte di Appello di Trento, presieduta dal giudice Fabio Maione. «Un grande risultato» per l’avvocato Miraglia del Foro di Moderna, che da anni si batte contro la difficoltà delle istituzioni a far rientrare i bambini nei nuclei familiari originari, prolungando oltre misura la loro permanenza presso coppie affidatarie.

Nonostante la sentenza rigettasse il ricorso presentato proprio dall’avvocato Miraglia in nome dei suoi assistiti (i familiari di una bambina allontanata due anni orsono dai propri genitori), la dichiarazione contenuta nella sentenza è “storica” e crea un precedente in occasione di pronunciamenti futuri, in quanto introduce il concetto che i bambini, ove le famiglie di origine abbiano dimostrato di essere idonee ad accogliere nuovamente il minore al loro interno, questi devono rapidamente tornare in seno al nucleo familiare originario.

La storia che ha dato origine alla sentenza, ha come protagonista una bambina, che attualmente ha otto anni, affetta da problematiche psichiatriche, così come i suoi stessi genitori, che non vengono giudicati pertanto idonei ad occuparsi di lei e a crescerla in un contesto equilibrato.

La piccola viene quindi allontanata da casa e affidata a una famiglia e inizia un percorso con i servizi di Neuropsichiatria infantile. Nel frattempo i genitori vengono convinti dall’avvocato Miraglia a sottoporsi a un percorso psicologico, che porta la madre verso la totale guarigione e il padre a mantenere mensilmente gli incontri con i terapeuti.

«Questi genitori hanno dimostrato ampiamente di tenere a se stessi, ma in particolar modo alla loro figlioletta» prosegue il legale di famiglia, «seguendo con costanza e successo un percorso terapeutico pur di riaverla con sé. Hanno quindi le caratteristiche adatte per accogliere nuovamente la figlioletta in casa e prendersi cura di lei». Ma nel 2013 il Tribunale per i minorenni di Trento, su ricorso del Pubblico Ministero, aveva disposto l’apertura della procedura di adottabilità della bambina, bloccata poi dalla sentenza di non luogo a procedere emessa dal Tribunale nel 2014. I familiari (zii e nonni) attraverso l’avvocato Miraglia erano quindi ricorsi in Appello per ottenere l’affidamento della piccola, ma la Corte ha stabilito che la famiglia affidataria è in questo momento il contesto migliore per gestire le problematiche della bambina. Ciò nonostante la Corte ha invitato i Servizi sociali a porre «massima attenzione – si legge testualmente nella sentenza – affinché l’affidamento familiare in corso non sia trasformato in una adozione di fatto e quindi nel consentire appena possibile un percorso volto a favorire la ripresa dei rapporti familiari».

«Al di là dal rigetto del ricorso» conclude l’avvocato Miraglia, «possiamo considerare la sentenza come una “vittoria”: per la prima volta un giudice ha condiviso la nostra posizione, mettendo in guardia contro la facilità di certi Servizi sociali a lasciare in affidamento i bambini, giudicandola la soluzione più idonea, invece di favorire il reinserimento dei minori all’interno delle loro famiglie naturali. Il rientro in famiglia deve essere il fine primo di ogni provvedimento di allontanamento e deve pertanto avere, salvo casi gravi, carattere di temporaneità».

 

 

La redazione

Minori: migliorare si può?

Trento. Adiantum, Associazione di Associazioni Nazionali per la tutela dei minori, che si occupa da anni di sensibilizzare la Società Civile contro ogni forma di “privazione” a danno dei bambini, ha annunciato oggi l’offerta del convegno “Minori: migliorare si può? Assistenza minorile tra protezione e accoglienza” a tutta la cittadinanza, ai genitori, alle famiglie, agli operatori del settore minorile e a tutti i politici provinciali impegnati in una delicata riforma dell’assistenza minorile. Il convegno si terrà venerdì 10 ottobre 2014 alle ore 19.00 presso la Sala di Rappresentanza del Palazzo della Regione di Trento, Piazza Dante, 1. Dopo i saluti delle autorità del Presidente del Consiglio regionale, Diego Moltrer, che forse non sarà presente ma manderà un suo saluto, e del Parlamentare europeo di Forza Italia, già Assessore alle politiche sociali del Veneto, Remo Sernagiotto, sarà la volta degli insigni relatori con anni di esperienza nel settore minorile. Questa la scaletta moderata dal dottor Roberto Conci Editore de La Voce del Trentino: Gabriella Maffioletti Consigliere Comunale FI e Delegata Nazionale Adiantum Riforme al Comune di Trento: delibere 61/2012, 196/2014 e 2/2014 promuovere famiglia e accoglienza famigliare Dott. Pasquale Borsellino Direttore Unità Operativa Complessa INFANZIA, ADOLESCENZA e FAMIGLIA La riforma della Regione Veneto: priorità all’affidamento famigliare Prof. Vincenza Palmieri Presidente Ist. Naz. di Pedagogia Familiare, Psicologa, CTP Le verità opinabili e i Diritti dei Bambini tra sistema psichiatrico e sistema giuridico. Le perizie: l’osservazione, la valutazione, il “verdetto” Avv. Francesco Miraglia Cassazionista, esperto in diritto minorile Tribunale per i minorenni e servizi sociali in Trentino: situazione e proposte possibili Avv. Francesco Morcavallo già Giudice del Tribunale per i Minori Tribunale per i minorenni: anomalie e riforme possibili Silvio De Fanti Vicepresidente Comitato Cittadini Diritti Umani Psichiatria, giustizia e diritti umani in ambito minorile Il convegno, oltre ad offrire una panoramica della situazione nazionale, verterà principalmente sulla situazione del Trentino che molti dei relatori conoscono bene e dove alcuni bambini sono stati riportati in famiglia grazie a un lavoro sinergico e multidisciplinare. Il convegno tenterà di rispondere a questa domanda: si possono risolvere situazioni delicatissime e complesse senza il trauma dell’allontanamento? Questa è la nostra umile offerta e ci auguriamo che lo spessore dei relatori e la necessità di comprendere meglio questa problematica, possa spingere molte persone ad approfittare di questa opportunità con il fine ultimo di tutelare meglio i nostri bambini.
Adiantum Associazione di Associazioni Nazionali per la tutela dei minori

Mamma troppo amorevole. Il tribunale allontana il figlio per 4 anni poi ci ripensa

“Il Tribunale per i minorenni di Trento ha emesso oggi un decreto in cui si esplicita l’incompetenza e inadeguatezza della giustizia minorile nel nostro paese e di alcuni servizi sociali della nostra Provincia”. Ad affermarlo è il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani Onlus, in una nota stampa.
“Nel corso dell’udienza il giudice ha affermato, con mio sconcerto, «ora la ‘palla’ passa ai genitori» – ci riferisce l’Avvocato Francesco Miraglia, legale della mamma – per prima cosa un bambino non è una ‘palla’ e secondo, non è assolutamente accettabile che un Tribunale chiuda una vicenda, che ha riguardato un bambino allontanato con la forza dai suoi genitori per 4 lunghi anni perché non sa in buona sostanza cosa fare”. Ancora più incredibile, prosegue l’Avvocato Miraglia, si legge sempre nella nota “…è che lo stesso Servizio Sociale che 4 anni fa aveva sollecitato l’allontanamento del bambino perché la mamma era troppo amorevole, oggi chieda la revoca del suo incarico”. il Servizio Sociale e il Tribunale per i minorenni “hanno sbagliato adesso o hanno sbagliato prima?” Probabilmente “…hanno sbagliato sia adesso che prima”, spiega l’avvocato. E prosegue: “Ciò che mi preoccupa sia come avvocato che come cittadino è la completa impunità di questi professionisti che sicuramente non pagheranno nulla per la sofferenza che hanno causato a questo bambino e alla sua famiglia per 4 anni. Mi auspico soprattutto – conclude l’avvocato – che l’operatore referente del caso in questione non si occupi mai più di minori e di famiglia.”
La vicenda che riguarda questo bambino e la sua mamma era iniziata con una perizia di una psicologa locale, “…una perizia – insiste – che alla luce degli eventi attuali ha evidenziato tutta la discrezionalità e fallacità di discipline quali la psichiatria e la psicologia. Secondo la Ctu, infatti, il bambino doveva essere sottratto perché la mamma era troppo amorevole e accuditiva. A nulla sono servite più di 30 dichiarazioni di conoscenti, incluso un monsignore e un consigliere provinciale, che sostanzialmente asserivano che il bambino stava bene ed era felice”. Dalle indagini era emerso che “…non c’era nessuna evidenza di abuso nei confronti del minore – spiega -, anzi secondo i documenti delle indagini effettuate sulla vicenda dal comando locale dei carabinieri, che stranamente risultano ancora congelate, le maestre del bambino hanno dichiarato che la consulente e l’assistente sociale avrebbero sostanzialmente tentato di persuaderle a dare un’immagine negativa della mamma, cosa che le maestre si sono rifiutate di fare dato che il bambino stava bene e non manifestava alcun segno di disagio”.
Nulla da fare, prosegue il legale “…la psicologa aveva sentenziato: il bambino andava allontanato dall’ambiente “pericoloso” (cioè la mamma amorevole) senza alcun reale segno di abuso, anzi in contrasto con le prove oggettive. Tralasciamo tutte le altre vicissitudini, errori, incongruenze, incluso il fatto che per oltre due anni dopo l’allontanamento il papà non ha mai visto il figlio – commenta il legale -, e veniamo a oggi e alla sconvolgente conclusione del Tribunale: “Ritenuto infine che, ferma la necessità di un sostegno psicologico per Lorenzo (nome di fantasia) e per ciascun genitore, la cui attuazione va rimessa all’auspicabile senso di responsabilità dei genitori, si reputa esaurita la funzione del Servizio Sociale quale affidatario del minore, in considerazione degli oggettivi limiti di poter incidere ulteriormente ed in modo produttivo su un assetto relazionale familiare strutturato e poco permeabile come quello formatosi tra la madre e il figlio e tenuto comunque conto della maturazione ed evoluzione acquisite da Lorenzo grazie al rapporto instaurato con gli educatori ed alla ripresa dei rapporti con il padre”. Il tribunale ha disposto: 1) la revoca del collocamento residenziale, 2) la revoca dell’affidamento educativo assistenziale del minore al Servizio Sociale, 3) la revoca del curatore speciale del minore”.
Se traduciamo la frase “in considerazione degli oggettivi limiti di poter incidere ulteriormente ed in modo produttivo” con “non sappiamo che pesci pigliare” e la frase “va rimessa all’auspicabile senso di responsabilità dei genitori” con “ora la palla passa a voi”, forse il decreto risulterà comprensibile anche a chi non conosce il lessico legale” fanno sapere dal comitato.
“Questo comitato si auspica, pertanto, che un Servizio Sociale e un Tribunale per i minorenni siffatti vengano rivisti prima possibile e soprattutto che venga inserito anche per questi professionisti il sacro santo principio secondo cui chi sbaglia deve pagare e non lavarsene le mani”.
 

Un raggio di speranza per il bambino che sorrideva sempre

Ci sono sviluppi sulla vicenda della famiglia di Predazzo a cui più di un anno fa è stato sottratto il figlio, quando aveva solo 2 anni, dal Tribunale dei Minori di Trento, affidandolo a una comunità e in seguito a una famiglia, perché secondo lo psicologo, poi denunciato, la madre “poteva avere delle ricadute (per problemi di più di venti anni fa) e non perché al bambino sia mai successo di subire comportamenti violenti”, come si legge in questo articolo.
Ieri, infatti, i genitori del bambino sono stati ricevuti dall’Assessore Alberto Casal, competente per i Servizi Socio-Sanitari Assistenziali della Comunità di Valle, insieme all’avvocato Francesco Miraglia e al responsabile per l’area dei minori del Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani, Paolo Roat.
Come raccontato dalla stessa madre «l’incontro ci lascia ben sperare poiché l’Assessore è stato molto disponibile per quanto riguarda il cambio del Servizio Sociale di competenza da noi richiesto ed ha promesso che assumerà anche tutte le informazione sulla procedura da adottare per l’effettuazione di questo passaggio presso altri Enti che hanno già seguito questa strada. Siamo certi che l’Assessore ci aiuterà e gliene siamo grati».
C’è stato anche l’incontro con l’assistente sociale e le figure professionali coinvolti nella gestione dell’affidamento familiare del figlio della coppia.
Sempre la madre racconta che «purtroppo, in questo senso, la situazione è bloccata ed ho la netta sensazione che si tratti di una rappresaglia del Servizio Sociale nei nostri confronti inaspritasi dopo le azioni che siamo stati costretti ad intraprendere al fine di ottenere giustizia.
Purtroppo l’Assistente continua a definire “polemiche” le mie richieste di chiarimenti – continua la donna – che da oltre un anno non ottengono risposta, ed è mia opinione che anche nell’incontro di ieri si sia data da fare di più a divulgare la mia presunta polemicità ai presenti che non a concentrarsi su quello che è meglio per il bambino».  La donna, infatti, dal 26 maggio scorso raccoglie firme a Cavalese, nei pressi della sede della Comunità della Valle per avere un sostegno popolare alla richiesta di cambiare il Servizio Sociale a cui potersi riferire nell’ambito della sua vicenda. «Difatti – prosegue la madre – nemmeno un piccolo passo è stato fatto nella direzione di progredire nel concederci un minimo in più di tempo e di spazio con nostro figlio nonostante la nostra ineccepibile collaborazione con tutti i servizi coinvolti, da loro medesimi riconosciuta
Più che dell’ingiustizia che stiamo subendo siamo però preoccupati per la sofferenza di nostro figlio, la vera vittima di questa situazione, che se solo ci fosse un minimo di disponibilità da parte del Servizio Sociale, sarebbe paradossalmente sbloccata in pochi minuti di accertamento di fatti reali, cosa che sempre ci è stata rifiutata». Ma la donna non si perde d’animo: «è proprio per questo che confidiamo tanto nell’operato dell’Assessore. Tutto quello che vogliamo è il bene di nostro figlio e allo stato attuale l’unica via per ottenere ciò è avvalerci di un Servizio Sociale imparziale e competente che ci segua nel rispetto di tutte le leggi, le buone prassi e le indicazioni dei professionisti, ma soprattutto nel rispetto della verità». Sull’incontro ha detto la sua anche Paolo Roat, del Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani: «I segnali di apertura dell’Assessore che finalmente sembra aver deciso di vederci chiaro e di risolvere la faccenda sono molto incoraggianti. A nostro avviso la vicenda presenta molte irregolarità, a cominciare dalla perizia dello psicologo, anche in considerazione della recentissima interrogazione del Consigliere Provinciale Bezzi sul possibile conflitto di interesse dello psicologo che ha redatto la perizia. Siamo però molto fiduciosi dopo le promesse fatte dall’Assessore che pare aver capito che la vicenda presenta delle ombre. La vicenda è seguita da vicino anche da Adiantum nella persona di Gabriella Maffioletti». Inoltre, anche l’avvocato della coppia, Francesco Miraglia, si augura che l’Assessore abbia ben compreso che la mancanza di fiducia tra utente e operatore è fondamentale in vicende così complesse: «è fuori di dubbio – ha affermato il legale – che tra i miei assistiti e l’assistente sociale il rapporto è logorato viste le varie valutazioni puramente personali riportate nelle varie relazioni che di fatto hanno condizionato la decisione del Tribunale di allontanare il bambino dai propri genitori». «Ancor più grave – continua l’avvocato Miraglia – è l’ultima decisione dell’assistente sociale comunicata ai genitori dopo l’incontro con l’Assessore: vista la mancanza di collaborazione da parte vostra gli incontri tra figlio/genitori non verranno aumentati. Mi chiedo è mai possibile che un assistente sociale abbia un potere così ampio di decidere la vita di un bambino e della sua famiglia senza alcun controllo? Penso che sia arrivato il momento di una vera riforma dei servizi affinché valutazioni personali, risentimenti e altro non possano prendere il posto delle competenze e delle conoscenze scientifiche che ogni operatore che si occupi di minori deve avere». La donna, comunque, ha annunciato che continuerà a raccogliere firme, anche se non stazionerà più davanti alla Comunità di Valle, «poiché credo che finalmente si sia deciso di ascoltare il nostro dolore e quello di nostro figlio di soli tre anni che soffre lontano dalla sua famiglia».
Gian Piero Robbi – giampi.robbi@gmail.com Questa email proveniente dal sito (lavocedeltrentino.it)
 
http://lavocedeltrentino.it/index.php/cronaca/news-dal-trentino-2/13980-un-raggio-di-speranza-per-il-bambino-che-sorrideva-sempre