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Emerge un nuovo caso legato a Bibbiano

La Corte d’Appello di Bologna ribalta le disposizioni del Tribunale per i minorenni e stabilisce il riavvicinamento di una ragazzina alla sua famiglia. BIBBIANO (28 Maggio 2021). Un nuovo caso riconducibile al sistema Bibbiano è emerso grazie al recente decreto della Corte d’Appello di Bologna, che ha ribaltato il precedente provvedimento di allontanamento emesso dal Tribunale per i minorenni dell’Emilia Romagna, il quale aveva accolto le relazioni dei Servizi sociali dell’unione Val d’Enza, tristemente noti per l’inchiesta “Angeli e demoni” e il conseguente processo sulle irregolarità degli affidi di minori. È il caso di una ragazzina, ora quattordicenne, e che all’età di tre anni era stata affidata agli zii paterni, con i quali è cresciuta fino a quando i Servizi sociali hanno accolto la richiesta avanzata dai genitori di riprenderla con sé.

La bambina, seguita nel frattempo da Hansel  e Gretel è stata nuovamente allontanata da loro dopo tre anni, per presunti abusi sessuali da parte dei genitori (le accuse sono state, però, archiviate per mancanza di elementi probanti).Ma inspiegabilmente, invece di essere affidata nuovamente agli zii con cui era cresciuta, è andata a vivere presso una famiglia affidataria, la quale non si è dimostrata all’altezza del compito affidatole: la madre affidataria due anni fa aveva accompagnato la ragazzina a una seduta con la psicologa e l’ha lasciata lì, l’ha abbandonata asserendo di non volersi più occupare di lei. Il Tribunale comunque l’ha affidata nuovamente a questa famiglia, ma da allora gli zii hanno richiesto di riaverla con sé. «La Corte di Appello di Bologna ha accolto la richiesta» dichiara l’avvocato Miraglia, legale degli zii della ragazzina, «ribaltando totalmente la decisione emanata nel mese di novembre 2019 dal Tribunale per i minorenni dell’Emilia Romagna: la minore dovrà riavvicinarsi gradatamente agli zii paterni, al fine di tornare a vivere con loro, e le capacità della famiglia affidataria dovranno essere esaminate». Lo stesso tutore della ragazzina aveva ritenuto che il suo affidamento eterofamigliare non rispondesse a una buona prassi e che le modalità applicate fossero improprie, non avendo valutato il rapporto della bambina con la famiglia di origine. E la Corte d’Appello ha accolto la sua istanza. «Bibbiano non è un semplice “raffreddore”, come qualcuno ha avuto modo di dire» prosegue l’avvocato Miraglia, «bensì un vero sistema, che coinvolge molto più dei nove casi inseriti nell’inchiesta “Angeli e demoni”, come noi abbiamo sempre sostenuto, e sui quali è necessario far luce. Questa decisione smentisce totalmente il Tribunale per i Minorenni, alla faccia di chi, in nome e per conto del Tribunale stesso, ha affermato che tutti i casi giacenti fossero stati esaminati e non fossero emerse irregolarità».

Cassino: il Sindaco pubblica il decreto relativo alle due sorelline strappate alla zia, senza omettere i dati sensibili

Un atto gravissimo di violazione della privacy e della Carta di Treviso

Cassino (7 Maggio 2021). Un atto gravissimo è stato commesso dal sindaco di Cassino, Enzo Salera: per giustificare il suo operato e per “chiamarsi fuori” dal pasticcio commesso dai suoi Servizi sociali e sanato dal Tribunale per i minorenni di Roma, con una disposizione di due giorni fa, ebbene rilascia insieme a una dichiarazione anche il testo della sentenza del tribunale stesso, senza omettere i dati sensibili. Questo consente quindi a chiunque di risalire all’identità delle due sorelline di 8 e 11 anni, strappate un mese fa alla zia e rientrate finalmente a casa su disposizione, appunto, del tribunale.

«Oltre ad aver violato la privacy di queste due bambine e della loro zia» commenta l’avvocato Miraglia, «è stata violata anche la Carta di Treviso, che vieta di rendere note pubblicamente le generalità o i dati che possono far risalire all’identità dei minori coinvolti in situazioni che potrebbero comprometterne l’armonioso sviluppo psichico. Che danni rischia di causare tutto questo alle bambine, ora che tutti potranno essere a conoscenza della loro identità? Una volta di più questo sindaco dimostra di non essere adatto al ruolo che ricopre. Resto sbigottito, poiché in tanti anni mai avevo assistito ad un atto simile». Tra l’altro, per “lavarsi le mani” dall’intera vicenda, il sindaco afferma con convinzione di non essere più il tutore delle bambine dal 4 febbraio scorso, data in cui avrebbe trasferito la propria delega all’assistente sociale. «La tutela di un minore è un atto stabilito da un giudice» prosegue l’avvocato Miraglia, «pertanto deve essere solo e unicamente un magistrato a pronunciarsi sul trasferimento dell’incarico ad altra persona. Non è che uno possa alzarsi una mattina e decidere di passare il testimone a qualcun altro. A questo punto spero che tutte le forze politiche si attivino per rimuovere costui dal ruolo di primo cittadino: e non lo sto dicendo per fare della speculazione politica. Non lo ho mai fatto né mi interessa cominciare proprio ora. A muovermi è solo la preoccupazione per il benessere dei cento minori che il sindaco, per sua stessa ammissione, dice di avere in carico ai suoi Servizi sociali: se i bambini a Cassino vengono trattati come queste due sorelline, si salvi chi può».

Intanto lo studio legale Miraglia ha informato immediatamente il Tribunale per i Minorenni di Roma e  la  Procura minorile affinché trasmetta gli atti alla Procura della Repubblica: le violazioni commesse divulgando un provvedimento riferito a due minori  senza omettere i dati personali sono di una gravità inaudita, soprattutto da parte di un ex tutore e sindaco.

Svolta nel caso Camparini

La Corte di appello di Bologna le ha nominato un curatore speciale. La ragazzina, ormai quindicenne, potrebbe finalmente conoscere la verità sulla sua adozione.

REGGIO EMILIA (13 Agosto 2020). C’è una svolta positiva nella vicenda di Anna Giulia Camparini, la ragazzina, ormai quindicenne, che da quando aveva due anni è stata strappata ai suoi genitori ed è stata adottata da una nuova famiglia a causa di un’orchestrazione quasi diabolica: la Corte di appello di Bologna con provvedimento del 11 agosto le ha nominato un curatore speciale nella causa avviata dai suoi genitori naturali, che hanno chiesto la revocazione della sentenza di adottabilità.
Di conseguenza è stata revocato l’incarico della Tutrice che per tutta la fase processuale di adottabilità ha sostenuto con forza che i genitori di Anna Giulia erano inadeguati e non meritevoli di accudire la figlia.
Già l’anno scorso tra le diciotto persone raggiunte da misure cautelari emesse all’interno dell’inchiesta “Angeli e Demoni”, vi è anche l’assistente sociale che per prima redasse la relazione che causò l’allontanamento di Anna Giulia Camparini, la bimba strappata ai genitori  e data in adozione a un’altra famiglia. Fa parte anche lei delle persone indagate tra quelle che compongono la rete di servizi sociali della Val D’Enza, accusate di false relazioni per allontanare i bambini e collocarli in affido retribuito da amici e conoscenti.
Ancora più incredibile, alla faccia di tutte le norme in materia i genitori adottanti, conoscono perfettamente le carte dei procedimenti, il passato di Anna Giulia e addirittura vita morte e miracoli dei genitori.
Come è stato possibile?
O ciò è frutto di una coincidenza o questa vicenda merita un’inchiesta del CSM visto che tutti i fascicoli di adozione sono segretati.
Qualcuno ha avuto interesse ad informare gli adottanti di Anna giulia?
E perché?
Ci saremmo aspettati un intervento del Presidente del Tribunale per i Minorenni visto che dal sottoscritto è stato prontamente informato di questa anomalia.
La Corte d’Appello di Bologna in seguito al ricorso di revocazione ha disposto la revoca della tutrice rivela l’avvocato Francesco Miraglia, legale dei coniugi Camparini, «nominando un curatore speciale, una figura “terza” che faccia finalmente i suoi interessi. i genitori adottivi sono parte in causa e in pieno conflitto di interesse. Per dare voce ad Anna Giulia ci vuole quindi una persona diversa, al di fuori di tutta questa intricata e drammatica vicenda. Qualcuno che faccia davvero gli interessi di Anna Giulia e che, forse, dovendo parlare con lei per rappresentarla, le racconterà tutto quello che è successo, tutta la verità, cosa hanno fatto i suoi genitori per lei, che non hanno mai smesso di lottare per riaverla con sé. Non sappiamo cosa le sia stato raccontato finora, ma ci auguriamo che sappia finalmente la verità».
La prossima udienza è stata fissata per il 9 ottobre

Ragazzina prigioniera da due anni di comunità terapeutica

La imbottiscono di farmaci e basta, senza un progetto di recupero.Blitz dei genitori per liberarla

PAVIA (5 Giugno 2020). Da due anni una diciassettenne di Pavia vive praticamente sequestrata nella comunità terapeutica, in provincia di Alessandria, dove viene imbottita di psicofarmaci, a tal punto da non riuscire più a parlare, se non balbettando o incespicando, e a tenersi pulita, in quanto non ha più controllo della sua vescica. Sviene spesso, non va più a scuola: eppure il tribunale dei minorenni di Milano l’ha costretta a stare lì per il “suo bene”. La ragazza era stata, purtroppo, vittima di molestie, ma non da parte dei genitori, persone amorevoli e per bene. Le erano sempre stati accanto, ma l’esperienza l’aveva traumatizzata così tanto da manifestare segni di disagio come nervosismo, ribellioni, disinteresse per la scuola. Preoccupati, i genitori si erano rivolti alla Questura, che li avevano consigliati di indirizzarsi ai Servizi sociali. «Ma invece di un aiuto, si sono visti “sequestrare” la figlia: hanno, infatti, ricevuto dal tribunale dei minorenni di Milano la sospensione della responsabilità genitoriale» rivela l’avvocato Francesco Miraglia, al quale i genitori della diciassettenne, disperati, si sono rivolti per ottenere giustizia. «La figlia, invece, è stata rinchiusa nella comunità terapeutica, dove però in due anni non ha ricevuto alcun aiuto. Anzi, la sua situazione è persino peggiorata».
La ragazza non frequenta più la scuola, a dire il vero non fa più nulla: in comunità si limitano a imbottirla di farmaci, senza una terapia comportamentale, senza un sostegno, senza un progetto di recupero.  Nulla. La comunità d’altronde, è piuttosto chiacchierata: sono tanti i ragazzi che sono scappati da lì, uno di loro è morto finendo sotto un treno. Costretti per mesi a stare lì dentro, senza progettualità, contro la loro volontà, veri zombie a causa degli psicofarmaci con i quali li imbottiscono. «Abbiamo depositato ieri un’istanza urgente al tribunale dei minorenni, chiedendo il ritorno della ragazza a casa» prosegue l’avvocato Miraglia, «pronti, se necessario, a presentare un esposto alla Procura affinché vada a vedere come funziona questa comunità, e perché, nonostante i gravi, ripetuti episodi, il tribunale dei minorenni di Milano continui ad affidare a questa struttura i ragazzi che poi, è chiaro, non vengono seguiti, ma “parcheggiati” e resi inoffensivi con le medicine. Ma il tribunale sa dove li manda quei giovani? Va mai a controllare come procedono le terapie, se questi ragazzi migliorano e possono finalmente ritornare a casa propria? Si interroga mai sugli esiti dei suoi provvedimenti? Se non lo fa, ebbene, è meglio che inizi a farlo, perché le cose, come dimostra questo ennesimo caso, non funzionano affatto bene».
Ieri pomeriggio, dopo l’ennesima videochiamata con la figlia, nel corso della quale i genitori hanno notato in lei l’impossibilità a sostenere una conversazione, tranne che per annunciare l’intenzione di togliersi la vita, sono corsi alla comunità per riprendersi la figlia e farla visitare al pronto soccorso. Qui ha rilasciato delle dichiarazioni sconcertanti, comprovate dalla visita medica: a parte le cicatrici di tagli che si provoca in maniera autolesionista, su una gamba aveva i segni di una bruciatura di sigaretta, inflittale da un altro ragazzo, e un taglio ad un polso, provocatole da un altro ospite con una lametta. La segnalazione in Procura di tutte queste violenze, ormai, è un atto necessario e urgente.

Ragazzino di Perugia reso orfano della mamma

L’avvocato Miraglia: «Qualcuno intervenga prima che per questo bambino sia troppo tardi». Il sindaco ad oggi ha ignorato ogni accorato appello
 
PERUGIA (30 Aprile 2020). A volte i provvedimenti assunti dai Tribunali dei minorenni risultano incomprensibili: invocano la tutela dei minori, ma senza tenere in realtà in considerazione lo stato di salute psicofisico dei bambini, la loro incolumità, i campanelli d’allarme che lanciano, ignorando persino le consulenze tecniche da loro stessi richieste. Come è accaduto a un ragazzino dodicenne di Perugia, che il Tribunale ha affidato al padre, persona chiaramente disturbata dal punto di vista psichiatrico. La decisione sarebbe stata assunta “per il bene del bambino”. «Ma quale bene, se lo hanno affidato a un padre chiaramente disturbato, come dimostrato dalla consulenza tecnica richiesta dal tribunale stesso» dichiara l’avvocato Francesco Miraglia, al quale la mamma del ragazzino, disperata, si è rivolta, per cercare di salvare suo figlio. La donna non lo vede né lo sente da due anni e a nulla sono valse le istanze al tribunale e persino l’aver scritto direttamente al sindaco di Perugia, per tentare di risolvere la situazione, che potrebbe diventare drammatica. Il tribunale di Perugia, che avrebbe dovuto intervenire nell’interesse del bambino e proteggerlo, di fatto lo ha abbandonato a se stesso, costringendolo a casa del padre, genitore violento ed abusante, mentre la mamma è stata allontanata senza un motivo, perché “si impone il rispetto della volontà del minore”, come recita il decreto: ma il bambino, all’epoca decenne, che volontà autodeterminante cosciente e consapevole avrà mai potuto esprimere? Inoltre, nonostante il giudice abbia sospeso l’esercizio della responsabilità genitoriale di entrambi i genitori e abbia nominato un tutore, alla fine però ha lasciato il ragazzino con il padre, mentre la madre è stata allontanata completamente dalla sua vita, impossibilitata ad avere ogni forma di contatto visivo e fisico con lui, impedita pure a sentirlo telefonicamente. Per sapere come sta deve scrivere al tutore, che laconicamente liquida le sue domande con un “sta bene”. Nessun percorso è stato avviato per far riprendere i rapporti tra il ragazzo e sua madre, nessun provvedimento è stato posto in essere per ricomporre la situazione. Nulla.
La donna si è rivolta quindi al sindaco di Perugia, per chiedere di sbloccare questa vicenda, che ha reso orfano di madre un ragazzino che la mamma invece ce l’ha e gli vuole pure tanto bene. Ma la risposta del sindaco non è mai arrivata, il primo cittadino non si è degnato di rispondere. «Nessun pare avere a cuore la vicenda di questa madre e soprattutto di questo ragazzo» prosegue l’avvocato Miraglia. «La condizione in cui vive è talmente grave, che ha cominciato a manifestare segni di comportamenti psicotici lui stesso ed è pertanto necessario innanzitutto toglierlo al padre e fargli riprendere i rapporti con la madre, prima che sia troppo tardi. In questa vicenda, oltre a negare i propri diritti a un genitore, si è trascurato il benessere del ragazzino, che dovrebbe essere invece il fine primo di ogni decisione assunta da un Tribunale dei Minorenni. Che invece in questa vicenda ha agito come se il minore non esistesse, non fosse una persona, non avesse dei sentimenti. Ignorando persino i molteplici segnali di malessere che sta lanciando. Ma nell’interesse di chi il tribunale sta operando? Non certo quello di questo ragazzino».

La sorellina affidata ai nonni, il fratellino per Tribunale per i Minorenni di Venezia deve andare in adozione  

VENEZIA (5 Ottobre 2019). Una giovane madre che cerca di rimettersi in carreggiata dopo alcuni errori commessi in gioventù. La donna va aiutata ed è giusto che i suoi bambini, nel loro interesse, vengano affidati a chi possa occuparsi di loro in maniera adeguata. Nulla da eccepire. Però perché la figlia maggiore può stare con i nonni materni, mentre il figlioletto più piccolo è stato dato in affidamento ad estranei e ora addirittura dichiarato adottabile? Sulla base di una consulenza redatta da un perito che invita addirittura a troncare i rapporti del piccolo con la famiglia di origine, quasi a volergli “resettare” la memoria, cancellandone l’identità. Perché? «Ce lo domandiamo pure noi e infatti con i genitori, i nonni materni e paterni e le zie siamo ricorsi alla Corte d’Appello di Venezia» spiega l’avvocato Francesco Miraglia, cui l’intero nucleo familiare si è rivolto, per contrastare la decisione assunta dal Tribunale dei minorenni veneziano. «Perché nonostante il bambino abbia una vasta e affidabile famiglia, viene affidato ad estranei che, pare, ricevano mille euro al mese per prendersene cura? I provvedimenti dei Tribunali dei minorenni devono tenere in considerazione il benessere dei bambini, salvaguardando per quanto possibile i loro rapporti con la famiglia di origine, affidandoli in primis ai parenti. E questo bambino ha nonni sia materni che paterni e zie amorevoli cui poteva venire affidato. A maggior ragione per il fatto che già la sorella maggiore vive con i nonni  materni , che lui stesso frequenta e con i quali ha istaurato un ottimo e affettuoso rapporto. A tal punto che la famiglia affidataria quando è andata in vacanza lo ha lasciato ai nonni. Perché allora devono essere buoni per una nipotina e per l’altro no? Ma ancora più insensato è il suggerimento del consulente tecnico della Corte di appello, noto professionista padovanoc,  secondo il quale il bambino deve essere dato in  adozione, addirittura tagliando totalmente i ponti con la famiglia, invece di garantirgli un supporto nell’ottica di farlo rientrare poi in senso al proprio nucleo familiare. A parte l’assurdità del provvedimento suggerito dal consulente, ci domandiamo perché dei nonni possano essere buoni per allevare una nipotina e non il suo fratellino, togliendo a quest’ultimo il diritto di vivere nella propria famiglia, come previsto, peraltro, dalla legge».

Altro clamoroso caso riconducibile all’inchiesta "Angeli e Demoni"

La psicologa Valeria Donati ha adottato una bambina dopo essere stata allontanata dalla mamma e dopo averla “accusata” di aver fatto prostituire le figlie.

REGGIO EMILIA (9 luglio 2019).  domani a “Chi l’ha Visto” un altro clamoroso caso che di diritto entra nell’inchiesta “Angeli e demoni”. La citata inchiesta ha scoperchiato il  vaso di Pandora e tra i tutti i mali che ne sono usciti continuano ad emergere storie di soprusi, ingiustizie e interessi ai danni di famiglie fragili, sempre con l’intento di allontanare i bambini da casa e farli adottare a persone vicine e amiche. Questo caso, a dir poco clamoroso, risale al 2006 e riguarda  la psicologa Dott.ssa Valeria Donati: dopo aver tolto a una donna marocchina le figlie, accusando la stessa di averle abusate e di averle fatte prostituire, ha adottato lei stessa, single,  una delle bambine. «L’altra sarebbe stata, guarda caso, adottata da una famiglia che abita a due isolati di distanza da lei» rivela l’avvocato Francesco Miraglia, che ha accolto questo ennesimo caso.

Anche questa storia grida giustizia: inizia nel 2006, allorché una donna di origine marocchina, sposata a un uomo italiano, arriva al pronto soccorso con le sue bambine (avute da un precedente matrimonio con un uomo tunisino) di 8 e 5 anni. Il marito le ha picchiate e i medici riscontrano nella più grande dei segni sul collo, alla piccina delle ecchimosi alla fronte e a un ginocchio. Trattandosi di bambine maltrattate, i medici sono scrupolosi e controllano anche altro: la cartella clinica riporta per entrambe “genitali intatti”. Una dicitura importantissima, alla luce dell’incubo in cui cadrà successivamente questa donna.

Le figlie le vengono tolte e alloggiate la più grande presso una famiglia, la piccola nella comunità Cenacolo francescano. La madre chiede di riaverle con sé e quando diventa insistente (siamo nel 2009) l’assistente sociale del Comune di Reggio Emilia e la Dott.ssa Valeria Donati boccano tutto, sospendono gli incontri protetti madre e figlie asserendo all’Autorità giudiziaria che le bambine avevano paura di incontrare la mamma e che addirittura, le stesse, avrebbero riferito che la mamma le costringeva a prostituirsi.

«Dopo quattro anni?» sottolinea l’avvocato Miraglia, «se lo sono ricordato dopo quattro anni? Ma se alla visita del 2006 era risultato che non avessero lesioni riconducibili ad abusi di natura sessuale! E fino a quando la mamma non aveva richiesto con forza il rientro delle figlie a casa, nessuno ha mai parlato o fatto riferimento ad abusi sessuali o ad altri abusi». Successivamente, nel 2010, un medico legale, addirittura e solo attraverso dei ragionamenti logici, sosteneva che probabilmente le bambine erano state oggetto di abusi sessuali. Di fatto, confermava la versione della Dott.ssa Donati e dell’assistente sociale. Tutto si conclude con una condanna da scontare,  a carico di questa mamma, di anni 6 e mesi 8 di reclusione.

Ma ancora più clamoroso è il proseguo della vicenda. Innanzitutto la bambina più piccola viene adottata dalla psicologa Donati che, dopo aver “accusato” la madre, ha pure gestito il caso. La maggiore sarebbe stata adottata, invece, da una coppia che abita a pochi metri di distanza dalla residenza della psicologa. Ma entrambe le adozioni sono state decretate pur avendo le bambine un padre, che non è mai stato contattato e messo al corrente della loro adottabilità. Anzi, nel momento in cui, venutone e conoscenza, si è appellato chiedendo di annullare le adozioni, la sua richiesta è stata respinta. «Siamo di fronte a una serie di abusi verso questi genitori e di palesi, conclamate irregolarità, che hanno dell’incredibile» conclude l’avvocato Miraglia.

Alla luce di quanto sta emergendo dall’inchiesta, sarà adita immediatamente l’autorità giudiziaria, non solo per chiedere la revocatoria della sua condanna penale, ma anche per fare chiarezza su eventuali intrecci, connivenze e conflitti di interessi tra assistenti sociali, coordinatrice, CAB, Cenacolo Francescano e Tribunale per i Minorenni.

 

A 3 anni tolto a chi  l'ha cresciuto «Così  si abitua all'adozione»

14.12.2018

Forse, non è stata la festa magica che hanno avuto i suoi «fratelli piovuti dal cielo», quelli con cui ha vissuto dai suoi 8 mesi fino a quando il Tribunale dei minori di Venezia, in ottobre, ha messo sulla sua vita il timbro di «bambino in stato di adottabilità». Marco (nome di fantasia) ha solo 3 anni ed è già un numero: per i giudici lagunari è il «caso» 118 del 2018.
È di Verona e anche in Comune, così come all’Ulss 9, c’è un fascicolo a suo nome gonfio di carte. E’ nato da una ventenne con seri problemi di salute a cui i giudici hanno sospeso ancora nel 2016 la «responsabilità genitoriale» in quanto incapace di occuparsi del figlio (inesistente pure il papà che non l’ha riconosciuto ed è scappato appena nato). Ha due nonni materni (ancora giovani, under 60, e quindi con un’età compatibile per crescere il nipote), uniche figure positive nella sua già difficile vita: due mesi fa le assistenti sociali hanno avviato l’iter concluso in modo drammatico, con la sentenza di adottabilità del piccolo.
«Doveva andare diversamente e invece è stato un incubo», si disperano i familairi del piccolo Marco attraverso il loro avvocato, Francesco Miraglia di Roma, «abbiamo presentato ricorso in appello a Venezia, a gennaio ci sarà l’udienza, intanto ce l’hanno portato via perchè, hanno detto, si deve abituare al distacco. Ma scherziamo? Ma si gioca così con i bambini? Non è orfano, ha una mamma che si sta curando per tornare prima o poi ad occuparsi di lui e, non dovesse farcela, ci siamo noi, i suoi nonni, che non chiediamo altro che averlo in affido». Poi, l’urlo disperato: «Vogliamo assolutamente riabbracciare il nostro nipotino, vogliamo crescerlo e fargli capire che una famiglia ce l’ha, chi può pensare che sia più felice con degli estranei che con noi, che sia meglio per lui fare il Natale in Comunità che in casa tra i suoi affetti, i suoi giochi, le sue abitudini? Ma cosa costava lasciarlo tranquillo, povero bambino, almeno sotto le feste e aspettare il ricorso di gennaio? Ci sono i suoi regali di Santa Lucia ad aspettarlo in salotto, e anche quelli del 25 dicembre, glieli daremo, deve essere per forza così…». La storia di Marco è complicata. Attraverso un tira-molla durato mesi passato attraverso varie fasi – dalla giovane mamma giudicata «inadeguata» nel ruolo genitoriale, al collocamento nella famiglia disponibile ad accudirlo fino a soluzione dello stato di emergenza, dai nonni che hanno chiesto al Tribunale di essere scelti come affidatari del nipote fino invece alla nomina di un tutore legale – il risultato è che Marco è rimasto «da solo», a tre anni, schiacciato dalla sentenza numero 118 del 2018: è in Comunità, da alcuni giorni ormai, in attesa di adozione.
Ieri, la grande festa dei giocattoli di Santa Lucia, se l’è passata lì, in mezzo ad altri «casi» come il suo: via dalla sua casa, dai suoi tre fratellini «affidatari» e da quelli che ha imparato a chiamare «mamma e papà», senza i suoi nonni, lontano da tutti i suoi punti di riferimento. L’avvocato Miraglia è agguerrito. «A Venezia hanno giustificato la scelta spiegando che così il bambino si abitua all’adozione. Ma scherziamo?», sbotta, «il Tribunale dei minorenni strappa un piccolo di tre anni ai nonni e alla famiglia affidataria e lo mette in Comunità perchè così si tempra e comincia a capire quale sarà il suo destino? Ma questa è cattiveria pura, questa è crudeltà, questa non è tutela dei minori ma un modo per opprimerli». Poi, in un crescendo di rabbia: «Qual è la ratio nella scelta di stravolgere la vita di una creatura nata già sotto una stella poco buona, finalmente messa in sicurezza grazie a dei genitori affidatari e in stretto contatto con i nonni materni, sbattendolo in una struttura educativa?». Miraglia non usa mezzi termini: «La cosa più incredibile è che tutto ruota attorno al giudizio dei Servizi sociali di Comune e Ulss che hanno giudicato la nonna incapace di occuparsi di lui perchè vent’anni fa non è stata una madre ferma e autorevole con la figlia. Sembra una barzelletta se non fosse che di mezzo c’è il piccino che fino a ieri dormiva nel suo letto e oggi si trova circondato da perfetti sconosciuti».
L’avvocato conclude puntando il dito contro «Tribunale dei minorenni nato con lo scopo di tutelare i bambini e non con quello di opprimerli. Questa vicenda è una beffa per tutti: i nonni avevano chiesto aiuto all’assessorato per un sostegno e la risposta è stata invece quella di dare il piccolo ad una famiglia, con la quale per fortuna hanno da subito instaurato buoni rapporti. Poi, altra decisione improvvisa: Marco con i genitori collocatari non può stare per sempre, non può neanche tornare dalla nonna perchè appunto non ha mostrato polso fermo con la figlia vent’anni fa, quindi non resta che la comunità “così si abitua prima a staccarsi da loro, visto che una volta adottato non li rivedrà mai più”». L’assessore comunale al Sociale Bertacco è altrettanto amareggiato: «Ciò che ha fatto il Tribunale di Venezia è crudele, si trattava di aspettare l’appello. Il bimbo non può certo star bene dove è adesso, sbattuto di qua e di là a 3 anni, ma che modo di agire è questo?». L’avvocato Miraglia gli risponde invitandolo a recitare il mea culpa e lancia un appello al sindaco Sboarina «perché si informi su ciò che accade nella sua civilissima città».