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Cuore spezzato: la battaglia legale di una giovane mamma di etnia sinti contro l’ingiustizia

Denunciati gli assistenti sociali e l’intero collegio dei Giudici minorili di Roma

In una tranquilla periferia di Roma, dove le strade si intrecciano come i destini di chi le percorre, si è consumato un dramma che racchiude in sé le sfumature di un’ingiustizia tanto sottile quanto profonda. Al centro di questa storia c’è una giovane mamma sinti, una ragazza di appena 13 anni che ha visto il suo mondo capovolgersi in un istante, strappata alla gioia ineffabile di tenere tra le braccia la sua neonata.
Il preludio a questa vicenda ha i contorni di un inganno: una convocazione ai servizi sociali con la promessa di una casa popolare, una speranza che si è trasformata in un incubo. La realtà era ben diversa, e quello che doveva essere un sostegno si è rivelato un tranello che ha portato alla separazione forzata tra una madre e sua figlia, un dolore incommensurabile che nessuna parola può pienamente descrivere.
Le accuse mosse contro assistenti sociali, operatori sanitari, il sindaco e persino giudici del Tribunale per i minorenni di Roma sono gravi: abuso d’ufficio, lesioni personali, violenza privata, sequestro di persona, maltrattamenti in famiglia. Accuse che, se confermate, disegnano un quadro di violazioni legali e morali difficili da comprendere e accettare.
Ma al di là delle accuse, delle procedure legali e delle battaglie in tribunale, c’è una verità semplice e devastante: una famiglia è stata spezzata. Una giovane mamma, nonostante la sua età, aveva scelto di accogliere con amore sua figlia, supportata dalla propria famiglia, pronta a crescerla secondo le proprie tradizioni, in un ambiente di affetto e protezione.
La rapidità con cui è stata dichiarata l’adottabilità della neonata solleva interrogativi profondi sulla giustizia e sull’equità del nostro sistema. Il diritto di una madre di crescere il proprio figlio, il desiderio di una famiglia di rimanere unita, il rispetto per le tradizioni e l’identità etnica: valori che sembrano essere stati trascurati o, peggio, calpestati.
In questa storia, la giovane mamma sinti rappresenta non solo se stessa ma tutte quelle voci che troppo spesso restano inascoltate, quelle storie che non trovano spazio nei titoli dei giornali o nelle agende politiche. La sua lotta è la lotta di chi si trova a fronteggiare pregiudizi radicati, di chi cerca giustizia in un sistema che a volte sembra dimenticare i più vulnerabili.
Mentre la battaglia legale continua, resta il dolore di una famiglia divisa, la lotta di una madre per riabbracciare sua figlia. In questa vicenda, il cuore di una giovane ragazza batte forte, un cuore spezzato ma non sconfitto, che ci ricorda l’importanza dell’amore, della giustizia e della speranza.
In questa storia, come in molte altre, la vera questione al centro è l’umanità: la nostra capacità di ascoltare, di comprendere, di empatizzare. È un richiamo a guardare oltre le etichette, a riconoscere l’individuo dietro la statistica, a ricordarci che, al di là di ogni differenza, ciò che ci unisce è molto più profondo di ciò che ci divide.
La storia di questa giovane mamma e della sua bambina non è solo una cronaca di ingiustizie; è un monito, un appello a riflettere su come trattiamo gli altri, su come proteggiamo i più deboli, su come costruiamo un mondo in cui ogni bambino possa crescere amato e ogni madre possa vivere senza il terrore di vedersi strappare il proprio figlio. Un mondo in cui la giustizia non sia solo una parola, ma una realtà per tutti. A parte il modo subdolo in cui si sono comportati, è chiaro che avessero tutti fin da subito intenzione di togliere la bimba alla giovane mamma: il Tribunale per i minorenni di Roma ha provveduto infatti in un tempo record (in soli 28 giorni), alla dichiarazione dello stato di adottabilità della neonata, ravvisando un fantomatico “stato di abbandono” che, in realtà, non si è mai verificato giacché sia la neomamma che la sua famiglia hanno sempre espresso il desiderio di tenere la bambina.
«La legge è chiara – dichiara l’avvocato Miraglia, al quale la famiglia si è affidata per ottenere giustizia – e prevede che per i genitori minori di 16 anni il procedimento di accertamento dello stato di abbandono si apra e contestualmente si sospenda fino al compimento del sedicesimo anno Confidiamo sicuramente nell’operato della Procura della Repubblica ci Cassino e in quella di Perugia competente per eventuali reati a carico dei giudici affinché faccia chiarezza ed eventualmente vengano puniti i colpevoli.
In questo caso, invece, la legge è stata palesemente violata e ignorata e non vorremmo che fosse stato fatto solo perché la ragazzina è di etnia sinti. Non si è tenuto in conto né della volontà della ragazzina, né della presenza di una cerchia familiare in grado di occuparsi di lei e della figlioletta e nemmeno del fattore culturale, che potrà pure contrastare con i principi di molti, ma che è radicato e va tenuto in considerazione».