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Milano: il coraggio e la determinazione di una mamma

Nel 2013, il Tribunale per i Minorenni di Milano, disponeva l’apertura dell’adottabilità.

In data ,13 gennaio 2020, veniva deciso non luogo a procedere per l’adottabilità, dallo stesso Tribunale

Nel febbraio 2022, veniva denunciato l’assistente sociale che faceva le videochiamate alla mamma seduto sul wc.

in data 3 ottobre 2022, il Giudice Tutelare di Milano, disponeva il progetto di rientro definitivo del bambino  dalla mamma

Grande felicità per questa mamma e per  il suo giovanotto!!!

Ancona: undicenne dopo anni potrà vedere la madre

Tre anni fa gli aveva inviato un regalo di Natale, mai consegnato dai Servizi sociali.

ANCONA (6 giugno 2022). Ci sono voluti anni di battaglie legali, la tenacia di una mamma di Macerata e la caparbietà del legale per far sì che il Tribunale per i Minorenni di Ancona decidesse di far riavvicinare un ragazzino, oggi undicenne, alla sua mamma biologica. Non la vede da anni, perché nessuno da quando era piccolino si è impegnato per far sì che rivedesse la sua mamma e tornasse a casa da lei. Vive da anni con una coppia di genitori affidatari, che sono ormai la sua famiglia ed è come se qualcuno avesse voluto cancellargli la memoria, affinché si abituasse prima e meglio alla nuova famiglia. Tre anni fa la madre  aveva provato a consegnargli un pacco contenente vestiti e giocattoli per Natale: al bambino quel pacco non è mai arrivato, perché i Servizi sociali non glielo hanno consegnato, rispedendolo al mittente. «A questo punto, oltre la soddisfazione per questo primo passo,  ci domandiamo se si tratti di un affidamento lecito o meno. – dichiara l’avvocato Miraglia, a fianco della madre nella lotta per rivedere il figlio – Non possiamo che essere contenti del fatto che il Tribunale per i Minorenni di Ancona alla fine abbia accolto le nostre istanze e abbia stabilito la ripresa degli incontri tra madre e figlio, con un supporto psicologico per il minore. Il ragazzino infatti non ricorda la madre e sta accettando di incontrarla più per farle un favore che per desiderio personale di riabbracciare la sua mamma. È lecito quindi domandarsi cosa avranno raccontato negli anni a questo ragazzino. Saprà che la mamma lotta da anni per riaverlo con sé oppure gli hanno fatto credere che non volesse più avere a che fare con lui e che avrebbe dovuto vivere per sempre con la nuova famiglia? Tutto questo si sarebbe potuto evitare se soltanto l’affidamento avesse avuto carattere temporaneo, come previsto per legge e nel rispetto del diritto dei minori a vivere con la famiglia di origine; e se qualcuno in tutto questo tempo avesse avviato un programma di sostegno e riavvicinamento tra madre e figlio, con il suo progressivo rientro a casa: ma il Tribunale per i minorenni di Ancona non ha fatto nulla, facendo scivolare la pratica nell’oblio. E il tempo è passato inesorabile. Se avessimo bisogno di una conferma che al Tribunale Per i Minorenni di Ancona le cose non funzionano, questa ne è l’ennesima riprova. Nel frattempo auspichiamo che madre e figlio riescano a ricucire il loro rapporto strappato, ma chi non ci assicura che tra un paio d’anni non ci troveremo di fonte a un ragazzo che non vorrà più avere nulla a che fare con la madre percependola come un’estranea? E a quel punto la colpa di chi sarà?».

 

Bimbo sequestrato in comunità blitz dell’Assessore Caucino e della Garante C.: vuole tornare a casa dalla sua mamma

Torino  20 Maggio 2022, C. è un bambino del Torinese che vive “sequestrato” in una comunità terapeutica nella quale è stato confinato due anni fa.

Tutto nasce dalle lamentele della madre del bimbo disabile, che evidenziava l’incapacità di gestire l’iperattività del figlio, da parte della scuola che frequentava.

Invece di fornire un supporto alla famiglia, il Tribunale Per i Minorenni del Piemonte e Valle d’Aosta da più di 2 anni, ha confinato il bimbo dentro la comunità terapeutica, da cui non esce nemmeno per andare a scuola.

Da anni il bimbo non vede nessuno, nemmeno la mamma, inoltre viene regolarmente sedato con i farmaci.

“È un manicomio per bambini mascherato???” dichiarava l’Avvocato Miraglia, legale della madre di C. in un articolo pubblicato dopo averlo intervistato lo scorso Dicembre 2020.

Una madre disperata che per essersi recata in questa comunità con l’intento di poter vedere il suo bambino, o anche solo per poter sentirne la voce, è stata denunciata dagli stessi operatori della comunità, manco fosse una criminale.

Proprio per il legame della struttura con la Diocesi in questione, l’Avvocato Miraglia, l’anno scorso scrisse e pubblicò, una lettera destinata a Papa Francesco, di cui riportiamo uno stralcio :

«Sua Santità – prosegue l’avvocato Miraglia nella sua lettera – non è possibile trattare una mamma alla stessa stregua di un criminale, solo perché rivendica l’amore per il proprio figlio”.

“Ancor più grave è questo atteggiamento arrogante e prepotente, assunto dagli operatori che lavorano ed operano in una struttura di proprietà della Diocesi”.

“Ben sappiamo dei suoi tanti impegni, tanti sono i suoi pensieri, ma con tutto l’amore di Dio le chiediamo di dedicare un secondo della sua giornata a questo piccolo, che non vuole altro che riabbracciare la sua mamma”.

“Sua Santità, il mio studio legale da anni combatte contro il sistema degli affidamenti illeciti, contro l’alienamento dei minori dai propri genitori e contro questo mercato fatto sulla pelle dei bambini”.

“Mai avrei pensato di combattere contro chi opera in nome della Famiglia, dell’Amore e della Misericordia dei bambini”.

Ieri l’Assessore Regionale alla Famiglia Chiara Caucino, insieme al Garante per l’Infanzia, si è recata presso la struttura Paolo VI, dove da anni è rinchiuso C.

Un blitz istituzionale, dal quale sono emerse delle verità che da molto tempo sia l’Avvocato Miraglia, nella sua difesa, che l’Associazione Graziani Adelina, portano avanti.

In primis l’Avvocato Miraglia, l’Associazione Graziani Adelina, nella persone del Presidente Riccardo Ruà e la Vice Presidente Rachele Sacco, (e noi della testata che ci siamo occupati di alcuni articoli in merito alla situazione del bambino) vogliamo ringraziare, l’Assessore Caucino, per essersi prodigata in tal senso.

Anche l’Assessore Caucino insieme alla Garante per l’Infanzia Ylenia Serra, hanno appurato che il bambino chiede espressamente di poter ritornare a casa dalla sua mamma.

Una frase quella pronunciata da C. che noi conosciamo molto bene, una volontà che il povero bambino non ha mai smesso di esternare, pur vivendo in una realtà costrittiva, e di sedazione continua.

Ciò che chiede C. non è mai stato preso in considerazione, questo ci turba molto, e ci addolora apprendere che da molti anni il bambino soffre per questa ingiustificata reclusione, seppur né lui né la sua mamma si siano mai macchiati di alcun crimine.

Il bambino da anni non va più a scuola, non può parlare, e nemmeno ricevere l’affetto dalla sua famiglia, a lui è stato precluso tutto.

Dal blitz, che fece l’Associazione Graziani Adelina, che si occupa anche di Malasanità, emersero dei fatti a dir poco sconvolgenti.

Un medico della struttura, non solo non volle riceverli, ma asserì in presenza anche di testimoni, che il bambino non voleva vedere la sua mamma, in quanto ne aveva paura.

Un’affermazione questa che non corrisponde al vero, in quanto C. non ha mai smesso di amare la sua mamma, che tanto lo ama a sua volta.

Una madre amorevole, grande lavoratrice, che meritava un trattamento diverso, piuttosto che la privazione del figlio.

Una donna senza precedenti penali, una brava persona con una famiglia altrettanto integerrima, che si è vista strappare il suo bambino.

Era un normalissimo giorno di scuola per C. e non fosse che quando la sua mamma lo va a riprendere a scuola, e scopre che il bambino non c’era più, lo avevano portato via, per segregarlo in questa comunità.

Pensate a come possa essersi sentita questa madre, nell’apprendere tale abominio.

  1. aveva raccontato alla sua mamma che a scuola veniva addirittura bullizzato, e che i genitori degli altri alunni si erano uniti per fare in modo che il bambino non frequentasse più quella scuola.

Questo bimbo non è un mostro ve lo assicuriamo, è un bambino che oggi ha solo 9 anni, affetto da una disabilità, ma che può essere aiutato, non di certo ghettizzandolo, e togliendogli la famiglia.

 

Richiesta la nomina dell’amministratore di sostegno ad una mamma per aver chiesto gli alimenti per il figlio all’ex compagno

FERRARA (5 maggio 2022). Una vicenda particolare, per non dire assurda, ha come protagonista una donna di Ferrara: la quale si è rivolta al tribunale per ottenere le somme per il mantenimento del figlio che l’ex marito da tempo non versava. La felicità di aver vinto il procedimento si è spenta con la doccia fredda del provvedimento richiesto nei suoi confronti: il giudice e il pubblico ministero hanno chiesto che ad occuparsi di lei sia d’ora in poi un amministratore di sostegno, poiché «incapace di provvedere ai propri interessi di natura economica, si rende necessario provvedere alla nomina di un amministratore di sostegno che possa rappresentare la predetta nel compimento degli atti di quotidiana gestione». E a rincarare la dose, inspiegabilmente, il giudice dell’esecuzione avrebbe richiesto persino di sottoporre la donna a perizia medico-legale psichiatrica e alla sua segnalazione al centro di igiene mentale di Ferrara.

«Una vicenda allucinante – dichiara l’avvocato Miraglia – che vede questa donna colpita da un provvedimento inutile, che la priverebbe della possibilità di gestire il proprio denaro e di disporre della sua vita come meglio crede. E tutto sulla base del pronunciamento di un giudice che non ha mai incontrato né la signora, né noi che come studio legale la rappresentiamo. Una richiesta emessa sulla base di alcuni documenti presentati dall’ex compagno e che nulla hanno a che vedere con questa causa, intentata dalla signora per ottenere il pagamento della somma che l’ex marito non ha versato per il mantenimento di loro figlio. Causa per altro vinta proprio dalla signora stessa».

Come spesso succede la coppia, in grossa conflittualità, in sede di separazione si era denunciata a vicenda: tutte denunce che, nel caso della signora, sono cadute nel vuoto, tanto che la sua fedina penale è illibata. Ma a quanto pare il pubblico ministero avrebbe usato quelle vecchie denunce per screditare la signora agli occhi del giudice dell’esecuzione.

«In pratica la mia assistita – prosegue l’avvocato Miraglia – per aver avviato un procedimento di pignoramento verso l’ex marito che non corrispondeva il mantenimento a loro figlio, si è trovata a subire la richiesta di essere assistita da un amministratore di sostegno per gestire i suoi beni e considerata come malata psichiatrica. E senza che il giudice l’abbia mai vista in faccia e sulla base di documenti vecchi, non aggiornati e che nulla c’entrano con questo procedimento. Abbiamo scritto allora al Presidente del Tribunale di Ferrara, chiedendogli se la vicenda in questione si profili come un abuso, perpetrato ai danni di questa signora, oppure se si tratti di una prassi consolidata in tutti i procedimenti come questo. La signora, istruita e incensurata, è assolutamente in grado di intendere e volere e di provvedere a sé: in questo periodo si sta occupando a tempo pieno della madre invalida, a dimostrazione del fatto che le illazioni avanzate dal tribunale sul suo conto siano assolutamente prive di fondamento. Al Presidente del Tribunale di Ferrara chiediamo quindi di intervenire per capire su quali basi e con quali competenze il giudice dell’ esecuzione abbia ritenuto la signora passibile di procedimento psichiatrico e abbia quindi emanato un simile provvedimento, dal momento che la mia assistita non ha mai avuto un trattamento psichiatrico, non è in cura da nessun terapeuta né centro di salute mentale, ed è totalmente incensurata».

In tutta questa vicenda non si capiscono né il presupposto né la finalità di tale procedimento e ciò induce a pensare di essere davanti a un vero e proprio abuso, che si concretizza nell’esercizio anomalo da parte del giudice dell’esecuzione e del pubblico ministero del potere di incardinare un procedimento privo di fondamento e che limita in modo consistente i diritti di questa donna, senza alcuna ragione.

CISMAI: la denuncia della “società scientifica” che promuoveva le modalità terapeutiche messe in pratica a Bibbiano

Il 24 luglio 2019 è apparso sul Foglio l’articolo intitolato “Come ti plasmo il giudice antiabusi. Indagine sul CISMAI, che insegna la sua ideologia inquisitoria perfino al Csm”, a firma di Ermes Antonucci. Nel suo pezzo, il giornalista sottolinea la dubbia natura etica della dottrina seguita e promossa dal CISMAI e mette in discussione il suo ruolo di consulente e formatore dei magistrati, dimostrando quanto si siano radicate pratiche prive di riconoscimento scientifico e assai dannose per la salute psichica dei bambini. Per questo motivo, il CISMAI ha querelato Antonucci e il direttore del Foglio, Claudio Cerasa, i quali, tuttavia, non sono stati riconosciuti dal GIP colpevoli di reato.

Per capire meglio la gravità della vicenda, è bene spiegare innanzitutto che cosa si intende quando si parla di CISMAI. Riprendendo quanto scritto sulla pagina web dedicata, il Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia è un’associazione nazionale (più di 100 centri e quasi 200 soci individuali in tutta Italia) con l’obiettivo primario di “costituire una sede permanente di carattere culturale e formativo nell’ambito delle problematiche inerenti le attività di prevenzione e trattamento della violenza contro i minori, con particolare riguardo all’abuso intrafamiliare” (art. 1 del rispettivo Statuto). In virtù della sua missione, realizzata inizialmente attraverso lo scambio, il confronto e la rielaborazione delle esperienze professionali al fine di trarne linee guida sul piano scientifico-operativo, nel 2017 ha ricevuto il riconoscimento di società scientifica (DM 2/8/2017), così da poter istituire un comitato ufficiale dedicato alla valutazione e alla promozione delle metodologie sperimentate. Tra i membri del coordinamento si segnala la presenza della ONLUS Hansel e Gretel, il cui fondatore è Claudio Foti, lo psicoterapeuta condannato a quattro anni di reclusione nel corso delle indagini sul sistema di affidi illeciti messo in piedi a Bibbiano. Lo stesso Foti, inoltre, partecipava in prima persona alle attività formative organizzate dal CISMAI, in qualità di relatore in incontri di studio promossi dal Csm nell’ambito di un programma di formazione per i magistrati. Nel suo articolo, Ermes Antonucci mette in discussione la metodologia messa in pratica dagli esperti dell’organizzazione, sottolineando come questa non seguisse le linee guida della Carta di Noto, ma fosse stata elaborata da una commissione interna alla stessa associazione, senza alcuna approvazione ufficiale della comunità scientifica. Nello specifico, alla base delle teorie elaborate dagli esperti del CISMAI vi sarebbe la convinzione che l’abuso di minori sia un fenomeno ampiamente diffuso, ma in gran parte “sommerso”. Per questo motivo, non bisogna fidarsi semplicemente delle dichiarazioni degli adulti, ma è necessario andare a cercare tracce del maltrattamento nel minore, anche senza che sia lui stesso a rivelarlo, attraverso un approccio empatico da parte degli psicoterapeuti. Antonucci sottolinea la problematicità di questo modo di procedere, mettendo in evidenza i numerosi processi per presunti abusi, conclusisi spesso con “clamorose assoluzioni”, benché le perizie svolte dai rappresentanti del CISMAI sostenessero chiaramente la presenza di maltrattamenti. In particolare, si ricordano il processo per i presunti riti satanici svolti nella bassa modenese e il caso di Bibbiano, nonché una serie di abusi non comprovati in provincia di Salerno. Le indagini dimostrano che, in tutti questi casi, gli operatori avrebbero fatto emergere nei bambini coinvolti ricordi di fatti probabilmente non avvenuti, attraverso domande “guidate, incalzanti, confusive e suggestive” (come riporta il giudice in una delle sentenze riguardanti i processi di Salerno). Benché Foti abbia ripetuto più volte, nei suoi convegni, che è impossibile suscitare il ricordo di qualcosa non realmente avvenuto, sostenendo che ogni pur vaga reminiscenza è necessariamente collegata a qualcosa che si è effettivamente verificato, le modalità scelte dagli psicoterapeuti sono state spesso messe in discussione nel corso delle indagini, in quanto mirate a ottenere dichiarazioni forzate, nella maggior parte dei casi false o inverificabili. Al di là della validità più o meno discutibile delle pratiche seguite, ciò che questiona Antonucci, tuttavia, è soprattutto il coinvolgimento dell’organizzazione da parte delle istituzioni statali in convegni e corsi di formazione, per i quali venivano chiamati come relatori proprio gli esperti del CISMAI. Come è, infatti, possibile che, per la formazione dei magistrati, si facesse fede ad operatori che promuovevano tecniche senza adeguate fondamenta scientifiche e non ufficialmente riconosciute? L’articolo vuole fare chiarezza su tale questione, soprattutto alla luce dei numerosi casi di maltrattamenti non avvenuti che sono stati denunciati in tutta Italia. Scavando ancora a più fondo, è possibile affermare anche che non si tratta semplicemente di un problema di virtuosismo e presunzione scientifica: gli psicoterapeuti coinvolti delle indagini hanno messo in piedi un vero e proprio sistema di false dichiarazioni e affidi illeciti che ha messo in moto un ricchissimo giro di soldi. Benché il giornalista non ne parli, le sfumature economiche della vicenda restano assai rilevanti, dal momento che rendono ancora meno credibile l’ipotetico valore teoretico delle modalità di psicoterapia.

In seguito alla pubblicazione dell’articolo, il CISMAI ha denunciato il giornalista e il direttore del giornale per diffamazione (art. 595 c.p.). Tuttavia, affinché il fatto sia giudicabile reato, devono verificarsi contemporaneamente tre presupposti fondamentali: l’impossibilità per il soggetto offeso di percepire la diffamazione e di difendersi, la comunicazione ad almeno due persone in grado di comprendere il contenuto diffamatorio e l’utilizzo di espressioni volte a mettere in cattiva luce l’altrui reputazione. Il diritto di critica, affermato nell’art. 21 (di pari rango al diritto all’onore, dichiarato dall’art. 2 Cost. e tutelato dal menzionato art. 595 c.p.), protegge l’espressione del proprio a pensiero, a patto però che sussista la verità del fatto criticato, in quanto non è lecito attribuire ad un soggetto comportamenti che non si sono verificati (come dichiarato da recente giurisprudenza di legittimità). A tale proposito, è possibile affermare che gli eventi e i dati a cui Antonucci fa riferimento sono reali; inoltre, l’articolo risulta consono sul piano intellettuale ed è rimasto nei limiti della continenza formale. Le accuse mosse dal CISMAI risultano quindi senza fondamento. L’assoluzione del giornalista comporta la conseguente assoluzione del direttore, in quanto avrebbe subito il rinvio a giudizio soltanto qualora l’articolo fosse risultato effettivamente diffamatorio, dal momento che veniva pubblicato sul suo giornale, di cui avrebbe dovuto essere il garante in termini di veridicità. Tuttavia, la richiesta di archiviazione disposta dal PM in ragione dell’infondatezza della notizia di reato è stata contestata dallo stesso CISMAI attraverso un atto di opposizione. Quest’ultimo sottolinea alcune inesattezze nell’articolo, ritenute, però, veritiere in seguito alla consultazione della pagina web dell’associazione e alle locandine degli eventi organizzati. Si tratta, dunque, ancora una volta di accuse infondate, non rilevanti per un rinvio a giudizio e non concernenti elementi direttamente diffamatori nei confronti della persona offesa.

L’articolo di Antonucci è fondamentale per fare emergere quanto siano diffuse le metodologie errate messe in pratica dagli operatori sociali, quanto sia grave la mancanza di un adeguato controllo delle attività terapeutiche e di indagine svolte dai neuropsichiatri incaricati e quanto siano grandi la disattenzione e il disinteresse verso l’accadimento ripetuto di certi misfatti. Infatti, numerosi sono i processi durante i quali gli operatori del CISMAI coinvolti hanno condotto sedute secondo modalità non consone e dichiarato il falso. Inoltre, nonostante l’evidenza dei fatti, il CISMAI ha continuato ad essere considerato un punto di riferimento, tanto da essere contattato dal Csm in qualità di formatore e da essere riconosciuto dal Ministero della Salute come società scientifica. La risonanza mediatica che ha avuto il caso di Bibbiano, che grazie ai mezzi di comunicazione ha portato alla luce un disservizio ormai ripetuto e collaudato, dovrebbe far riflettere sulla gravità della situazione. Un buon trattamento neuropsichiatrico è fondamentale per la tutela dei minori e la modalità del suo svolgimento, affinché sia efficace, deve avere basi accettate dalla comunità scientifica. La formazione dei magistrati deputati a giudicare situazioni complesse e particolarmente delicate non può essere affidata ad un’associazione le cui metodologiche non sono ufficialmente riconosciute. L’articolo di Antonucci mette bene in rilievo la pervasività di un sistema malato, che tuttavia continua a funzionare, a discapito di famiglie rimaste vittime ingiustamente, talvolta senza potere più risolvere le conseguenze dei traumi e delle separazioni che le hanno segnate.

Milano: denuncia l’ex compagno per presunti abusi su i due figli le tolgono i bambini

 Avvocato Miraglia:  «Ma a chi giova tutto questo?»

 MILANO (25 febbraio 2022). Una madre attenta e premurosa si è accorta subito che certi atteggiamenti troppo “sessualizzati” della sua figlia maggiore, che all’epoca aveva appena 4 anni, non rientravano nel concetto di “normalità” e andando a fondo ha scoperto, dal racconto dei bambini, che il padre presumibilmente abusava di loro. Con grande coraggio ha denunciato il compagno e si è allontanata da casa per mettere al sicuro i suoi due figli di 4 e 2 anni, ma con quale risultato? A parte una prima archiviazione del caso, la cosa altrettanto grave è che le hanno tolto i bambini per collocarli in una comunità. Bambini traumatizzati e così piccini lontani da casa stanno davvero molto male: hanno frequenti incubi la notte e bagnano il letto nel sonno. «Ma a chi giova tutto questo?» domanda l’avvocato Miraglia, cui la donna si è rivolta. «In questa situazione non si sta aiutando proprio nessuno. Quando le donne non denunciano i mariti abusanti vengono per lo più ritenute corresponsabili e denunciate a loro volta: quando invece con grande coraggio la querela la sporgono, si trovano private dei figli. Ma che giustizia è?». Necessita ora, per la tranquillità dei due bambini, che rientrino al più presto a casa dalla mamma. Tre anni fa la donna si era accorta che la bambina aveva comportamenti troppo sessualizzati, troppo espliciti con gli adulti di sesso maschile, e che era coinvolto anche il fratellino più piccolo. Una prima denuncia contro il marito è caduta nel vuoto in quanto è stata archiviata e l’uomo, pertanto, ha continuato a vedere i figlioletti. Ripetendosi però gli abusi, la donna si era recata al pronto soccorso e i medici da lì, sentita la bambina, avevano inviato segnalazione all’autorità giudiziaria. Da allora all’uomo è stato impedito di vedere i bambini da solo, ma purtroppo pure alla madre è vietato stare coi figli. «L’allontanamento dei bambini dalla mamma non sta loro giovando» prosegue l’avvocato Miraglia, «manifestano profondo disagio, che non fa che peggiorare la loro già fragile condizione psicologica determinata dagli abusi. Ma soprattutto perché punire questa donna che ha solo cercato di mettere in salvo i suoi bambini? Se al padre è stato impedito di vedere i figli, forse un fondo di verità sugli abusi c’è: ma la mamma, invece, non ha fatto nulla. Ancora più incredibile è stata la decisione del Tribunale per i minorenni di Milano che ha disposto l’allontanamento e gli incontri protetti madre/figli.

Tutto questo a chi giova!!!!

Lo Studio Legale Miraglia, apre una sede Madrid !

Secondo quanto è affermato in un report dell’organizzazione internazionale Save the Children, tra il 10 e il 20% della popolazione in Spagna ha sofferto di un certo tipo di abuso sessuale in età infantile. Le vittime, in genere, soffrono di maltrattamenti per circa 4 anni, solo il 15% delle scuole in cui i bambini riportano le loro esperienze informano le autorità competenti e circa il 70% dei casi che vengono trattati a livello legale giungono ad un processo orale. Secondo quanto è affermato nella relazione, il numero dei minorenni implicati è quadruplicato nell’ultimo decennio. Nonostante ciò, soltanto 5 regioni autonome hanno un servizio libero e accessibile a tutti per le vittime di abuso e, malgrado la presenza dei servizi per la protezione infantile, nel 2007 sono stati registrati 800000 casi di violenza domestica. Nell’ultimo anno, sono stati circa 50000 i bambini presi in carico dall’assistenza statale, un numero consistente dovuto principalmente al fallimento dei programmi di supporto famigliare. In Spagna i bambini possono essere presi in carico dai servizi come misura precauzionale, un fatto che accade quattro volte più frequentemente della vicina Francia. La decisione di allontanare i figli dai genitori non è determinata dai giudici, ma dagli operatori sociali e spesso è quasi irreversibile, dal momento che le famiglie devono affrontare lunghe battaglie per riavere indietro i loro bambini. Le decisioni dei servizi sociali hanno conseguenze devastanti non solo per i genitori, spesso già finanziariamente indeboliti da un divorzio, ma anche per i bambini, che devono crescere in case-famiglia. Queste ultime sono per l’80% strutture private, alcune delle quali sotto indagine poiché oggetto di molteplici scandali. Anche se il sistema di assistenza per l’infanzia è regionale, il problema è percepito nell’intero Paese.

Per tutti questi motivi, lo studio legale Miraglia, specializzato in diritto minorile e di famiglia, già rinomato in Italia sia in ambito civile che penale, aprirà una nuova sede aMadrid, in Spagna. Infatti, la frequenza dei maltrattamenti infantili, unita alla tendenza a sottostimarli e all’atteggiamento di incredulità e silenzio diffuso in questo stato, lo rendono un’area di particolare interesse per lo studio, da anni impegnato nella difesa dei nuclei familiari e dei bambini, proprio per la loro condizione di estrema fragilità. In virtù della lunga esperienza sul territorio italiano e della varietà dei casi che ha dovuto trattare, lo studio è pronto ad assumere una dimensione internazionale, creando una succursale all’estero che si possa occupare di casi nuovi, di complessità diversa e su uno sfondo culturale differente, ma con l’esperienza e la dedizione già nota e confermata dal lavoro sul campo italiano.

Bologna: una madre vittima dei servizi sociali: una storia di errori che hanno rovinato una famiglia

Il caso di Angela (nome di fantasia), una mamma di 46 anni, è l’ennesima triste vicenda dovuta al malfunzionamento dei servizi sociali e alle errate valutazioni dei loro operatori. La signora ha convissuto 12 anni con Roberto (nome di fantasia), una convivenza che non esita a definire “molto sofferta”, durante la quale è stata più volte vittima dell’atteggiamento aggressivo del compagno, al punto da doversi rivolgere ad un centro antiviolenza. Nonostante ciò, la coppia ha avuto due figli, Luca e Martina (nomi di fantasia), classe 2000 e 2004, che hanno assistito per anni alle dolorose dinamiche familiari. La famiglia è stata presa in carico dal servizio sociale di Bologna, ma invece di trovare aiuto e conforto in questa istituzione, la signora ha dovuto denunciare nel tempo fatti spiacevoli dovuti alla condotta errata degli operatori, caratterizzata da disattenzioni, valutazioni superficiali e scarso interessamento al caso. Tra le principali accuse rivolte agli assistenti sociali vi è la falsificazione dei fatti commessa nell’ultima redazione stilata, nella quale Anna denuncia una “palese distorsione della realtà”, con l’omissione di elementi fondamentali e la messa in evidenza di falsi particolari che la pongono in cattiva luce e ne delineano un’immagine non attendibile.

I rapporti con gli assistenti sociali per Angela non sono mai stati facili. Nelle loro valutazioni, la descrivono eccessivamente aggressiva, provocatrice e bugiarda, “ostacolante e non collaboratrice”, nonché disattenta nei confronti dei figli. Tuttavia, i servizi sociali hanno sempre omesso di specificare la precaria condizione in cui Roberto ha lasciato la compagna; infatti, la signora e i figli sono stati sfrattati in quanto lui ha smesso di pagare l’affitto e, come se non bastasse, Angela ha anche dovuto successivamente interrompere il supporto domiciliare che le era stato concesso poiché in concomitanza con il suo orario di lavoro. La signora denuncia, poi, il mancato rispetto da parte del servizio sociale dell’ordine di protezione emesso a sua tutela, in base al quale il padre dei bambini non poteva avvicinarsi a lei, dal momento che l’aveva precedentemente violentata e picchiata. Gli assistenti, ignorandolo, costringevano la donna a compiere il percorso di valutazione genitoriale insieme al compagno, con suo grande disagio e fatica. L’atteggiamento violento di Roberto è continuato nonostante l’ordinanza, tanto che Angela doveva necessariamente lasciare i figli a un incrocio della strada al momento dell’incontro con il padre, per non entrare in contatto con lui. Questo fatto, segnalato in procura anche dal maresciallo dei carabinieri in carica, non era legale in quanto il servizio avrebbe dovuto obbligatoriamente assicurare la presenza di un educatore. Nonostante l’aggressività del compagno e le spiacevoli circostanze, la signora non ha mai smesso di permettere ai bambini di vederlo, dovendo rinunciare anche al nuovo lavoro da badante per poter garantire gli incontri. Si trattava di un impiego fondamentale per l’economia familiare poiché era l’unica fonte di sostentamento della famiglia, in quanto Roberto non versava più gli assegni per il mantenimento dei figli come imposto dal giudice. Angela si è vista costretta a fare domanda per accedere al banco alimentare, richiesta tuttavia negata dai servizi sociali, rifiuto (riguardante anche la domanda di sostegno psicologico ed economico) del quale non si fa mai menzione nei documenti ufficiali. Infatti, invece di ricevere un aiuto, era stata indirizzata alla distribuzione alimentare della Caritas, cosa di cui non ci sarebbe stato il bisogno se la signora avesse avuto la possibilità di lavorare invece di essere costretta ad abbandonare l’impiego per rispettare gli orari imposti dai servizi. Inoltre, nonostante le sue numerose sollecitazioni, inefficace e quasi nullo è stato il supporto psicologico per la figlia Martina, di cui gli assistenti sottolineano i problemi di apprendimento già alle elementari, senza però specificare che erano probabilmente attribuibili alla convivenza con il padre violento. Sembra che per Martina il rapporto con il papà sia sempre stato problematico: la madre sostiene che, anche dopo la sua separazione dal compagno, la figlia era sempre alterata dopo gli incontri con Roberto e che non ha mai ricevuto l’aiuto di cui necessitava, benché suggerito anche dal pediatra. Infatti, la bambina tornava dalla madre profondamente arrabbiata nei suoi confronti, accusandola di avere distrutto la famiglia e sostenendo, sotto sollecitazione del papà, che la colpa della separazione fosse unicamente sua. L’atteggiamento aggressivo di Martina nei confronti di Angela si è aggravato al punto da far sì che gli assistenti sociali collocassero i figli presso il padre, che fece loro cambiare immediatamente scuola e medico di riferimento, senza discuterne con l’ex compagna prima e senza informarla a cose fatte. Pare, infatti, che lei l’abbia scoperto andando a prendere un giorno Martina a scuola e non trovandola. Gli assistenti avrebbero poi gestito la situazione come se la collocazione dei figli presso il padre fosse un affidamento esclusivo, imponendo a lei di vederli solamente tramite incontri protetti, nonostante Roberto avesse già subito una condanna per violenza sessuale e maltrattamenti gravi in famiglia. La signora ha denunciato l’omissione da parte dei servizi sociali nelle loro relazioni della mancata garanzia degli incontri e dell’infelicità dei figli, a cui mancava la madre e che non erano contenti della scelta fatta. Nel periodo di permanenza dei bambini dal padre, le condizioni di Martina sono notevolmente peggiorate, specialmente sul piano scolastico: Angela dichiara di esserne stata informata direttamente dall’istituto frequentato dalla figlia (di cui lei non era comunque a conoscenza poiché tenuta all’oscuro anche delle scuole frequentate dai suoi ragazzi), benché le dichiarazioni degli assistenti sociali smentissero la realtà dei fatti sostenendo un miglioramento della ragazza da quando abitava presso Roberto. I problemi di Martina non erano limitati all’apprendimento, ma erano anche e soprattutto comportamentali: a scuola era spesso assente, mostrava un atteggiamento irrispettoso e violento e frequentava ragazzi che consumavano sostanze, facendone uso talvolta anche lei stessa. I servizi sociali, tuttavia, non hanno mai ammesso le molteplici segnalazioni della madre a questo proposito e, dopo un incontro a scuola con lei e gli insegnanti, non hanno comunque preso nessun provvedimento a favore della figlia. La situazione non è quindi migliorata, al punto che la ragazza ha chiamato la madre disperata perché voleva tornare da lei, dicendole che le era impedito dal padre, dalle assistenti sociali e dalla psicologa, da cui era stata indotta in passato a credere che la mamma fosse inadeguata a prendersi cura di lei e di suo fratello, nonché spinta a rilasciare dichiarazioni in favore del padre, senza tuttavia credere a ciò che diceva. Benché Angela abbia cercato più volte di contattare i servizi per poter riavere i figli, dal 2018 al 2020 è rimasta senza assistente sociale di riferimento, così da dover necessariamente lasciare la situazione in stallo, nonostante la grande sofferenza sia da parte sua che dei suoi ragazzi. Non sapendo, infatti, a chi rivolgersi, era del tutto impotente e impossibilitata a prendere qualsiasi tipo di iniziativa, dal momento che non poteva consultarsi con nessuno e non vi era alcun referente a cui chiedere il permesso. Un cambiamento è avvenuto soltanto a luglio 2020, quando ha avuto la possibilità di trascorrere due settimane con Martina. Insieme alla madre, Martina ha riacquistato serenità, ma il loro riavvicinamento non è stato privo di domande drammatiche, che hanno portato alla luce le false informazioni riguardanti Angela che gli assistenti sociali hanno riferito ai bambini negli anni, come se fosse stata intenzionalmente una mamma cattiva e assente, che trascurava i figli e non si preoccupava del loro stato di salute. Inoltre, pare che gli operatori non abbiano mai consegnato ai ragazzi i regali che la signora preparava per loro in occasione degli incontri e che abbiano addirittura consigliato a Martina, sprovvista di carta d’identità, di dichiarare che la madre era morta per poterla ottenere più agilmente. Davanti a queste dichiarazioni e al pianto disperato della figlia, Angela si è recata col suo legale presso la sede dei servizi sociali, dove è stata ricevuta dalla dirigente, che si è scusata dell’operato delle colleghe e ha promesso di stilare una nuova relazione per il Tribunale dei Minori al fine di dichiarare la volontà di Martina di tornare a vivere presso la madre e di segnalare le lacune e gli errori dei precedenti assistenti. Questo documento, tuttavia, non è mai stato scritto. L’assistente sociale deputata a seguire il caso è cambiata nuovamente e le procedure sono ricominciate dall’inizio, nonostante l’insofferenza della ragazza e la mancata volontà di ristabilire un calendario di incontri. Inoltre, allontanata ancora una volta dalla madre, Martina è stata nuovamente costretta a mentirle in favore del padre, nel frattempo condannato penalmente. Infatti, se lei fosse ritornata con Angela, Roberto avrebbe perso la collocazione della figlia minorenne presso di lui e sarebbe finito in carcere. Dopo essere tornata presso il papà, senza la possibilità di vedere la mamma con continuità, sembra che la ragazza sia nuovamente peggiorata nel comportamento.

Angela ha segnalato più volte l’abbandono dei suoi figli da parte del servizio sociale, l’impossibilità di comunicare con gli assistenti e l’omissione e la falsificazione delle informazioni da parte degli operatori sia nelle relazioni che nelle comunicazioni tra i membri familiari. Ha raccontato la sua storia su Facebook, ricevendo il sostegno di moltissime persone e la conferma di non essere l’unica a subire questi maltrattamenti. A suo favore sono state fatte varie interpellanze anche da parte delle onorevoli Veronica Giannone e Mariateresa Bellucci. Nonostante ciò, a seguito della relazione del 20 agosto 2021, dalla cui lettura ha potuto evincere l’errato racconto della sua vicenda e la falsa descrizione della sua situazione, Angela si è trovata costretta ad esporre denuncia nei confronti degli operatori del Servizio Sociale Tutela Minori del Quartiere Savena e Santo Stefano di Bologna per i reati di abuso di ufficio, lesioni personali, violenza privata, nonché di falsità ideologica in certificati commessa da persone esercenti un servizio di pubblica necessità e di false dichiarazioni all’autorità giudiziaria. Infatti, a pochi giorni dal compimento della maggiore età della figlia più giovane, non ha potuto che constatare amaramente di non essere riuscita a salvare nessuno dei suoi bambini e di non aver nemmeno potuto preservare Martina dall’acquisire il medesimo comportamento aggressivo del padre, cosa su cui era stata messa in guardia da più persone e per la quale Angela prova oggi un forte rammarico. La signora si è sempre battuta senza mai arrendersi, nonostante non riuscisse ad ottenere alcun progresso con il passare del tempo, e racconta oggi, senza più piangere ma con parole che ben esprimono la sua profonda sofferenza, che i suoi figli “sono il prodotto delle istituzioni”, dalle quali non ha mai ricevuto alcun aiuto e, anzi, delle quali è stata fin dall’inizio soltanto una vittima.

L’Aquila: psicologa di una minore la prepara all’udienza dove accusa il padre poi discute il caso come Giudice

Avvocato Miraglia: come dice Cetto La Qualunque “Ma è legale questa cosa?”

L’AQUILA (25 Gennaio 2022). La battuta è presa in prestito dalla comicità di Antonio Abanese, ma c’è purtroppo ben poco da ridere: un uomo è sotto processo per presunte molestie nei confronti della figlia maggiore, la quale è stata affidata a una comunità mentre i due fratellini minori vivono in altre due case diverse: il più piccolo da quando è nato non ha mai visto il padre, perché a questi genitori viene impedito di vedere i bambini da due anni. La madre è indagata di favoreggiamento e tutto perché si è dato  ascolto alla ragazzina che nonostante i suoi 14 anni ha problemi di neurosviluppo che la rendono, di fatto, ancora una bambina e che sarebbe stata influenzata dalle amichette, che l’avrebbero convinta a inventar tutto come ripicca per non aver ottenuto in regalo il telefonino tanto desiderato. A dare credito alla ragazzina invece è la psicologa che però, oltre a seguirla come paziente in terapia, l’ha preparata per l’udienza in Tribunale Penale ed ha persino fatto parte del Collegio Giudicante al Tribunale dei Minorenni de L’Aquila dove la famiglia vive. E parrebbe essere pure responsabile di alcune case famiglia. Un pasticcio giuridico mai sentito, nel quale ci sono cinque vittime e una persona che interviene in triplice veste a stravolgere le loro esistenze. «E appunto ci si chiede “Ma è legale questa cosa?” – dichiara l’avvocato Miraglia, al quale i genitori della giovane si sono affidati – e soprattutto è l’unico, sfortunato caso oppure al Tribunale per i Minorenni de L’Aquila le cose funzionano sempre cosi? Siamo di fronte a una svista clamorosa o a un vero e proprio caso di mala giustizia?».

La ragazzina è molto fragile e un paio d’anni fa avrebbe riferito di essere stata molestata dal padre, un giorno in cui la madre era assente, in verità cambiando spesso versione sulla vicenda. È emerso poi che erano state le amichette a convincerla (lei è molto influenzabile) ad accusare il genitore, come ripicca per non aver ricevuto il telefono cellulare richiesto e desiderato. La giovane è stata allontanata subito da casa e affidata a una comunità, così come i due fratellini minori, visto che il padre è stato rinviato a giudizio e la madre indagata per favoreggiamento. Il caso è approdato in Tribunale per i Minorenni che addirittura dispone l’apertura dello stato di abbandono dei minori senza  che ancora nessuna colpevolezza sia stata riconosciuta in capo  ai genitori.

Ad ogni modo il  Tribunale per i Minorenni, basandosi  di fatto su le semplici dichiarazioni di questa ragazzina ha disposto “l’eliminazione “ dei genitori: la ragazzina è stata destinata a vivere presso una famiglia affidataria, un fratello è stato affidato al nonno materno, l’altro ai nonni paterni. Famigliari che abitano persino in regioni diverse. «Come se tutto ciò non fosse abbastanza grave – prosegue l’avvocato Miraglia – emerge che la decisione del Tribunale per i Minorenni  si poggi su un vizio di forma gravissimo: uno dei magistrati che hanno sentenziato era nientemeno la psicoterapeuta che segue professionalmente la ragazzina e che, tra l’altro, l’aveva pure preparata ad affrontare l’udienza nella quale era stata sentita nel corso dell’incidente probatorio. La psicologa avrebbe preso parte infine al collegio giudicante in qualità di giudice onorario: circostanza di una gravità inaudita».

Per sua stessa ammissione la terapeuta avrebbe “informato tempestivamente il Presidente e il Collegio di conoscere la minore e di quale natura fosse la conoscenza” ma gli altri Giudici, mancando uno di loro per motivi personali e “in considerazione dell’urgenza del caso” hanno ritenuto che “non sussistesse incompatibilità e fosse sufficiente che non intervenisse nella discussione, limitandosi all’ascolto ed alla condivisione”. La terapeuta avrebbe quindi espresso “solo l’adesione alla deliberazione”.

Come dire: c’ero ma dormivo o ancora meglio come le tre scimmiette della garzanti: non vedo , non sento e non parlo ma intanto decido!!!

«L’avvocato curatore della minore e dei suoi fratellini, pur chiamata a tutelare i loro interessi, pare svicolare dalla presa di posizione su questa vicenda – conclude l’avvocato Miraglia – ma noi proseguiremo cercando verità e giustizia e soprattutto un giudizio imparziale, rivolgendoci agli organi competenti. Auspichiamo che vogliano altresì fare chiarezza sulla vicenda anche il Consiglio Superiore della Magistratura e il ministero della Giustizia: questo doppio anzi triplo ruolo mina la terzietà del Collegio Giudicante, che ha deciso delle vite dei bambini stravolgendole, con le conseguenze che questo comporta e comporterà».

Sarà l’unico caso a L’Aquila?

Salerno, usa il suo corpo come scudo per salvare il figlio il Tribunale lo dichiara adottabile

Il bimbo di 8 anni dichiarato adottabile in pochissime settimane. Avvocato Miraglia: “Il presidente della Campania Vincenzo De Luca sa come vengono gestite queste strutture nella sua regione?”

SALERNO (12 gennaio 2022). Non basta ciò che lei e il figlio hanno passato, dopo le botte da parte del compagno che ha addirittura ferito il piccolo alla gola con delle grosse cesoie.

Alloggiati d’urgenza in una Casa-famiglia in provincia di Salerno, la donna è passata da un incubo a un altro: costantemente bullizzata dalle altre ospiti, e costretta ad andarsene per qualche giorno, al suo ritorno ha trovato la porta sbarrata e soprattutto ha appreso che il suo bambino era stato dichiarato adottabile.

“Quando uno pensa di averle sentite tutte, arriva sempre di peggio” commenta l’avvocato Miraglia, al quale la donna disperata si è affidata.

“Quanto capitato a questa donna ha dell’incredibile : senza la verifica della capacità genitoriale sua e del resto della famiglia, il Tribunale per i minorenni, con una velocità che in tanti anni di lavoro nelle sedi di giustizia, mai mi è capitato di vedere, ha dichiarato adottabile il suo bambino”.

“Se fosse stato abbandonato capirei, ma lui solo non è e non lo è mai stato”.

“Ha una mamma che si prende cura di lui e un nucleo familiare dove poter abitare».

Il piccolo nella sua breve esistenza ne ha già patite molte : un anno e mezzo fa suo padre ha tentato di strangolarlo e accoltellarlo alla gola : se è vivo è grazie alla sua mamma, che è intervenuta e gli ha fatto da scudo.

Mamma e figlio  sono stati quindi alloggiati in una comunità, dove però la vita non si è rivelata più serena.

In quella struttura vivono ormai in pianta stabile alcune donne, che hanno trasformato la comunità in casa loro, tormentando  e isolando la donna, impedendole  persino l’accesso alla cucina.

Allontanatasi per alcuni giorni per recarsi in ospedale, quando è tornata non l’hanno più fatta entrare, ed il bambino era già stato dichiarato adottabile.

“Per quanto riguarda l’aspetto prettamente giuridico” conclude l’avvocato Miraglia “abbiamo presentato istanza alla Corte d’Appello di Salerno affinché riveda immediatamente il provvedimento di adottabilità di questo bambino, che non versa in stato di abbandono in quanto ha una mamma e una famiglia”.

Hanno dell’incredibile le risposte del Presidente della cooperativa che gestisce questa struttura sulle richieste dell’avvocato: quali competenze professionali hanno gli operatori?

Visto che il bambino in questione è affetto da un disturbo pervasivo dello sviluppo di cui fanno parte anche i disturbi appartenenti allo spettro autistico ?

Quali sono le caratteristiche professionali ?

Precisa  l’Avvocato Miraglia – “in data 23 Dicembre 2021, abbiamo inviato opportuna comunicazione, alla struttura in questione, invitandoli a precisare i requisiti professionali, e formativi degli operatori presenti all’intero della comunità, vista la patologia da cui è affetto il bambino, che necessità assolutamente di soli professionisti competenti che siano in possesso delle competenze specifiche, per potersi relazionare con il bambino, al fine di poter gestire tutte le criticità e le difficoltà che derivano dalla patologia che affligge il piccolo Luca (nome di fantasia), ma soprattutto al fine di non porre in essere comportamenti, o imposizioni controproducenti e peggio ancora, dannose in casi di questo tipo”.

“Ancora più incredibile è che gli stessi operatori hanno di fatto sostenuto l’inidoneità della mia assistita determinando l’adottabilità del bambino”.

Continua l’Avvocato Miraglia: “ Ebbene il Presidente della cooperativa che gestisce la struttura in questione, invece di dare le dovute informazioni, visto che percepisce soldi pubblici si è limitato a scrivere al Tribunale e alla Corte  di Appello, per chiedere  se la madre  è legittimata a chiedere  le sopra citate informazioni”.

Dal punto di vista morale, urge un intervento: da parte del presidente De Luca, che  vada a verificare il funzionamento di questa struttura, e soprattutto da parte delle onorevoli che promuovono la tutela per i diritti umani e per le donne, insieme alle associazioni di mamme.

Aggiunge l’Avvocato Miraglia, “A loro mi appello, affinché chiamino questa donna”.

“Fatevi raccontare la sua storia e fatele sentire la vostra vicinanza, dando così veste concreta a tutti i vostri discorsi”.

“Forse questa mamma non merita attenzione, perché non c’è scappato il morto?”

“O forse questa mamma è un po’ meno mamma delle altre ?”

“Forse per la mia assistita vale la citazione di Alessandro Manzoni nel suo romanzo dei Promessi sposi: “… caro Renzo…mal cosa nascer poveri !!”