Tso e contenzione applicazioni, limiti e abusi

Tso e contenzione applicazioni, limiti e abusi

Verona 19 ottobre  2007
 
TSO e Contenzione applicazione, limiti e abusi
 
 
 
  Sono profondamente grato agli organizzatori di questo convegno sul TSO e Contenzione applicazione, limiti e abusi, in quanto offre finalmente l’opportunità di affrontare problematiche e tematiche sulla psichiatria del cui uso non si parla di solito in libri, riviste o nei convegni delle illustri società cosiddette scientifiche.
Sono pochissime le volte in cui si parla di questi problemi, e quelle pochissime volte lo si fa in  sotto voce e marginalmente. Ma quello che è peggio, è che se parla solo in chiave ideologica discutendo sulla libertà terapeutica e addirittura riproponendo  tematiche quale il consenso presunto che richiamano alla mente immediatamente i vecchi manicomi.
Quelle sulla contenzione e sul TSO sono tematiche gravissime di cui non se ne parla, non se ne scrive,  ma se ne serve.
Nel nostro paese, infatti, la contenzione meccanica e farmacologia è una pratica assai diffusa nei centri di diagnosi cura, sia pubblici che in quelli  privati che esistono oggi in Italia.
Si può affermare tranquillamente che la pratica della contenzione supera di gran lunga il 50 %.
Purtroppo il fatto che su di essa non ci sono studi  o ricerche è come se non avvenisse.
Con questo mio intervento sono perfettamente consapevole della gravità di quanto verrò a sostenere.
Mi auspico  che finalmente in Italia si riapri  in modo reale, pratico e concreto con ricerca scientifica in merito, un vero dibattito su questi due temi, che a mio avviso sono i punti nodali e fondamentali di tutta la psichiatria  territoriale e ospedaliera.
Mi viene chiesto di descrivere : “Come è la situazioni sul campo oggi”.
Anticipo fin da ora la risposta che cercherò di argomentare: “la contenzione meccanica e/o fisica e quella psicofarmacologica è applicata in tutte le strutture sanitarie ospedaliere ed è (e non temo di essere smentito)..è senza controllo.
Il primo grande pubblico intervento politico di informazione sulla contenzione risale addirittura a circa 10 anni fa.
Il 17 novembre 1999, le associazioni dei familiari dei malati psichiatri incontrando a Roma l’allora ministro della sanità On.le Bindi per avere una garanzia su diritto alla salute mentale, presentavano una lettera di un giovane paziente; lettera poi pubblicata sul il Sole 24 ore Sanità n° 46 1999, che riporto testualmente: “onorevole sig. Ministro ho 29 anni, vengo dalla Sardegna per parlare con lei. Durante la degenza al servizio di psichiatria di Cagliari, durante una settimana sono stato legato per giorni interi e imbottito di psicofarmaci. Quando ero legato qualcuno degli infermieri mi insultava dicendomi: “adesso cagati e pisciati addosso.” Ero spaventato e agitato chiedevo che mi slegassero, volevo andare a casa. Sono rimasto legato per tre giorni interi; solo l’intervento di mio padre ha messo fine a questa tortura. Signora ministro io le chiedo, a nome di migliaia di persone che hanno i miei stessi problemi queste riforme: 1)eliminare i farmaci che hanno effetti gravi come le crisi dislettiche; 2) creare comunità per i malati di mente; 3) divieto di legare i malati di mente”.
Consapevole della gravità della denuncia che si presentava “cose che si facevano nei manicomi”, nel tentativo di promuovere il prima possibile linee guida in merito, l’allora ministro e tecnici presenti giustificarono la contenzione fisica di una persona come “preventiva” o addirittura “terapeutica”, tentando di definire i casi in cui la contenzione poteva essere “ammessa”.
L’ipocrita tentativo di dare un aspetto “quasi umano” alla contenzione, veniva presentato in questo modo: “la contenzione fisica della persona assistita che si configura come un atto coercitivo e quindi in contrasto con la libertà della persona è ammessa solo nei casi quali essa possa configurarsi come provvedimento di  vigilanza, di custodia o di cura, quindi solamente allo scopo di tutelare la vita o la salute delle persone, a fronte di una condizione di una incapacità di intendere e di volere che rende di fatto attendibile ogni scelta o manifestazione di volontà del soggetto”.
 Per queste per così dire false interpretazioni del concetto di contenzione, va riconosciuto alla Bindi il tentativo di potenziare ricerche e soprattutto la formazione degli operatori in merito. Sappiamo tutti, purtroppo, come nei fatti le cose siano andate. La Bindi fu sostituita con Veronesi; ci sono stati 5 anni di governo Berlusconi in cui né Sirchia, né Storace, né tanto meno Guidi, che portava sulle proprie spalle l’Handicap, osarono affrontare questa tematica della Psichiatria.
Potrebbe accadere, tuttavia, che nel prossimo mese di marzo 2008, mese in cui è fissata la conferenza nazionale sulla salute mentale che, grazie anche a dibattiti come questi, si riesca a porre al centro dell’attenzione e dell’opinione pubblica situazioni disumane, argomenti come quelli affrontati questa sera.
Ovviamente, tutto ciò è legato alla non caduta di questo governo, ed è facile perciò prevedere ancora una volta che di contenzione meccanica o farmalacologica non si parli, non si scriva ma si continui ad applicarla.
Io sono un avvocato, ed ovviamente rimando le specifiche competenze psichiatriche agli esperti in materia, ma nel libro che da alcuni mesi è uscito, edito dalla casa editrice Koinè di Roma “Casi da pazzi”, con un sottotitolo che non lascia dubbi alcuno; “quando la psichiatria, la giustizia e i servizi sociali incrociano la strada del cittadino italiano”; vengono raccontati alcuni casi di pazienti psichiatrici assistiti legalmente dal sottoscritto, trattati senza diritti, senza sindacato e senza rispetto della dignità umana.
Io stesso ho fatto miei alcuni concetti di un altro libro, molto importante  in materia “la notte dell’assistenza” (Franco Angeli, 2000) del dott. Belloi e del dott. Valgimigli, uno dei pochi pubblicati in Italia sulla contenzione. Gli stessi scrivono testualmente: “ le corde non curano mai, legare una persona malata di mente è l’atto estremo della limitazione della libertà individuale. Riferito a una persona, il termine legare assume costantemente connotazione negativa e suggerisce sempre: privazione di indipendenza, annullamento della personalità, condanna. Contenzione è la definizione alternativa, o se si vuole l’eufemismo di legare, che ne stempera i significati o i motivi negativi. Ma dev’essere chiaro che legare che suggerisce violenza sull’individuo, e contenere che indica un’inderogabile necessità assistenziale, sono concetti entro cui si definiscono i limiti della liceità della giustificabilità terapeutica della necessità assistenziale”.
Senza mezzi termini concludono Belloi e Valgimigli : “il pericoloso per sé e per gli altri non è altro che un concetto dei vecchi manicomi.”.
Proprio questa formulata “pericoloso per se e per gli altri” funge da sostanziale liberatoria per il medico che sancisce la prova provata della necessità di contenimento.
Io vorrei che tutti fossimo d’accordo su questo modo di interpretare la contenzione perché è un intervento da abolire, da non utilizzare assolutamente laddove ci si riferisce alla prevenzione e alla terapia psichiatrica.
Non servono interpretazioni giustificative del tipo sopra descritti: c’è già l’art. 54 del c.p., sullo stato di necessità, che prevede situazioni del tutto particolari in cui la contenzione può essere per così dire giustificata. Tra l’altro, ricorrere all’art. 54 del c.p. in modo generalizzato non dovrebbe essere neppure possibile, se è vero – come è vero che i casi di contenzione per stato di necessità dovrebbero essere seguiti dopo una verifica a posteriori che dovrebbe dimostrare senza mezzi termini che non esistevano alternative a questa procedura di urgente intervento.
In tutti questi anni, purtroppo, si è mantenuto il concetto preventivo o terapeutico, questa è la grave denuncia nei confronti dei centri di diagnosi cura italiani: si continuano a legare a letto i pazienti, senza scrivere, nella maggior parte dei casi, sulla cartella clinica la durata e il motivo del ricorso alla contenzione.
Senza paura di essere smentito, denuncio fin d’ora che i pazienti psichiatrici vengono legati al letto per tutta la notte senza che da parte del personale infermieristico o medico vengano registrati,  ad intervalli di tempo, pressione e  polso del paziente contenuto.
Io posso documentare che fino all’anno scorso, per i casi di cui mi sono occupato, anziché in cartella clinica, la contenzione veniva registrata nella consegna infermieristica, dove alla voce paziente contenuto, vi era la firma del medico di guardia il quale firmava prima di uscire dal turno, nella maggior parte dei casi, senza neppure valutare il paziente. Mai è successo nel territorio modenese in cui lavoro,  che i NAS si siano recati in diagnosi cura o reparti ospedalieri psichiatrici dove i pazienti, miei assistiti, continuano  ad essere contenuti, per verificare almeno le regolarità delle procedure e relative certificazioni nella cartella clinica.
Preso atto della gravità delle denuncia che sono venuto a sostenere pubblicamente in questo contesto mi resta poco tempo per parlare di TSO.
Anche in questo caso riferendomi al libro Casi da Pazzi e al territorio provinciale modenese che spesso si riempie la bocca di principi contenuti nella 180, credo di poter sostenere, anche  sulla base di alcune denuncie da me presentate che ci sia un uso del TSO  o ASO,  ancora una volta concepito sul concetto della pericolosità per se o per gli altri
La realtà in questi casi è addirittura drammatica: le persone vengono letteralmente sequestrate e ricoverate coattivamente senza alcun consenso informato e spesso senza rispetto delle dignità del paziente.
Se richiesto potrei soffermarmi su alcuni gravi casi descritti nel libro. Quello che mi preme sottolineare in questo contesto è che, il TSO viene utilizzato contro le persone pericolose per se o per gli altri e che soprattutto costituisce la minaccia di un vero e proprio ricatto per i pazienti che rifiutano la terapia psicofarmacologica.
Spesso e volentieri i centri di salute mentale  utilizzano la minaccia del TSO per obbligare i pazienti a presentarsi a controllo o per prendere la terapia.
Ancora più grave è il comportamento dei Giudici tutelati, magistrati di sorveglianza e pubblici ministeri stessi i quali di fronte a denuncie  che riguardano il mancato consenso informato, il sequestro di persona, la mancata regolarità delle cartelle cliniche  e i diritti dei pazienti psichiatrici, si girano dall’altra parte.

 

Avv. Francesco Miraglia