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Bimba violentata in una comunità in provincia di Roma: il Giudice prende tempo

Intanto in comunità viene isolata e additata come “infame” per aver causato l’allontanamento del violentatore

(ROMA, 15 Settembre 2021). «Temiamo per la sua sicurezza: il giudice la tiri fuori da lì»: l’avvocato Miraglia, facendosi portavoce della madre della dodicenne violentata in una comunità romana, non usa mezzi termini e invita il Tribunale per i minorenni di Roma ad intervenire tempestivamente. Il giudice, invece, pare non nutrire la medesima preoccupazione: ha infatti convocato l’udienza per fare chiarezza sulla vicenda tra ben due mesi, il prossimo 10 novembre.
Nel frattempo la dodicenne, che ha avuto ripetuti rapporti con un quindicenne, ospite anch’egli della medesima comunità, si trova in un concreto stato di pericolo: mentre il giovane è stato allontanato, lei è rimasta nella struttura, dove è additata come “infame” e “spia”, e viene isolata dalle altre compagne.
«E’ in pericolo» prosegue l’avvocato Miraglia, «sia perché in comunità a quanto pare, non esiste il controllo stretto e può accadere che un quindicenne abusi ripetutamente di una bambina di 12 anni, ma anche perché, emersa la storia, il ragazzo è stato allontanato e le compagne della ragazzina la accusano di questo: l’hanno isolata trattandola da spia».

Ma perché il gruppo di amichetti oggi la disapprova perchè ha fatto venire alla luce questo fatto?

Perché, secondo le altre ragazzine, la piccola avrebbe dovuto tacere?

Come mai il gruppo ritiene che questa cosa dovesse rimanere nascosta?

“In genere gli omertosi colludono con il “reato” essendone complici, informati o attori” sostiene Il Consulente Tecnico della madre, Prof.ssa Vincenza Palmieri, presidente dell’Istituto Nazionale di Pedagogia Familiare, che segue con attenzione la vicenda e commenta:” Cosa altro potrebbe essere tenuto nascosto oltre all’abuso della piccola?

Se per le amichette, questo non si doveva sapere e si schierano con il quindicenne, è facile temere che per il gruppo delle bambine sia un fatto normale fare sesso in quel contesto e che questo debba rimanere nascosto. Ed è anche vero che se le indagini non sono più che celeri, le dinamiche interne, come in ogni Istituzione Totale, saranno così resettate che ogni verifica sarà prima passata attraverso una riprogrammazione, mediazione, condizionamento del gruppo, sia dei pari che degli adulti. Rendendo irrintracciabile la verità!”

Cosa succede quindi in quella comunità e perché il giudice, appresa la grave vicenda, temporeggia tanto? Perché nonostante le ripetute denunce nessuno interviene e l’unica ad essere punita è la madre, tenuta lontana dai figli? Mentre il padre pubblica su Facebook le foto recenti fatte con la bambina ed il fratellino, esponendoli a morbose curiosità?

La ragazzina viene lasciata chiaramente in una situazione di pericolo. Ci domandiamo come mai la tutrice, invece di preoccuparsi di mettere al sicuro la ragazzina che il tribunale le ha affidato, minimizza la vicenda poiché la bambina sarebbe stata “consenziente”.
«Eravamo già preoccupati e fin dal maggio del 2020 contestavamo la collocazione dei due fratelli in questa comunità» conclude l’avvocato Miraglia, «quando depositammo in tribunale prove corpose della fatiscenza della struttura, del cibo avariato, della sporcizia, dei bagni inadeguati. Qualcuno all’epoca era intervenuto? Perché in caso contrario qualcuno dovrà rispondere anche di questo. L’unico provvedimento certo è che da allora alla madre sono stati sospesi gli incontri con i figli».
Oltre ad intervenire tempestivamente, andrebbero indagati i rapporti che intercorrono tra tribunale, tutrice e operatori della comunità.

Velletri: bimbo strumentalizzato dal padre, rifiuta la madre

Il tribunale si disinteressa di lui

(VELLETRI, 10 Settembre 2021). C’è un bambino che rifiuta di vedere la mamma, separata dal padre: lei non gli ha fatto nulla eppure la rifiuta con astio. Ha soltanto 11 anni, ma non vuole stare con lei, la maltratta, se si vedono scappa dopo pochi minuti, al telefono le urla di sparire. È chiaro che il bambino, che vive con il padre per ordine del tribunale, non è arrivato da solo a scatenare questa forma di rifiuto verso di lei, ma è con tutta probabilità strumentalizzato dal genitore contro la mamma. Eppure, nonostante i comportamenti conclamati, che evidentemente dimostrano un disagio profondo di cui soffre questo bambino, il tribunale di Velletri, dove il ragazzino vive, non prende alcun provvedimento, non esamina il caso, non approfondisce le cause del suo malessere, non interviene in suo aiuto. Si limita ad ignorare il caso e a lasciare il bambino nell’angoscia.

Si tratta di un bambino di appena 11 anni, che esprime un’avversione nei confronti della madre del tutto incomprensibile ed ingiustificabile, attuando comportamenti intransigenti nei suoi confronti. Ha ingaggiato quasi una campagna denigratoria nei confronti della mamma, arrivando persino ad affermare “spero di non vederla più!”. «Manifestiamo pubblicamente la nostra preoccupazione» dichiara l’avvocato Miraglia, al quale la madre si è rivolta, temendo per la serenità del suo bambino, «perché è chiaro che questo ragazzino vive un disagio. Eppure, nonostante le prove, il tribunale non prende nessuna posizione. Anzi, poiché il ragazzino rifiuta di vedere la madre, il tribunale ha accettato la sua decisione, nonostante abbia solo 11 anni, e da un anno e mezzo ha sospeso gli incontri con lei. Troviamo vergognoso che il tribunale faccia finta di niente e faccia passare tutto sotto silenzio, che trovi normale che un bambino rifiuti la madre, senza indagare sulle motivazioni che lo spingono a respingerla con tanto astio, senza verificare come stia realmente questo ragazzino e cosa motivi questa ingiustificata opposizione, senza, tra l’altro, preoccuparsi di avviare un percorso di aiuto e sostegno per lui».

Sconcerta infatti che, anziché avviare un percorso che ricongiunga madre e figlio e rassereni i loro animi, il tribunale abbia di punto in bianco sospeso i loro incontri, peggiorando la situazione: la madre, infatti, non lo vede né lo sente da un anno e mezzo, non sa come stia, come vada a scuola. Nulla. «Ma siamo o no in uno Stato di diritto, che garantisca anche alla madre di vedere suo figlio?» prosegue l’avvocato Miraglia. «Abbiamo assistito in altre situazioni a bambini che vengono allontanati da genitori per motivazioni molto più blande e invece qui, dove è assai probabile che il padre stia strumentalizzando il bambino, si passa tutto sotto silenzio, fingendo di non sapere, ignorando le numerose prove depositate».

Chiamata in causa dalla madre, la Professoressa Vincenza Palmieri, nota Tecnico Forense, ha esaminato la documentazione relativa, ed ha rilevato oltre allo svolgimento della CTU e della testistica effettuati a ridosso del parto con minacce di aborto certificate e durante il puerpuerio, come sia anche in atto un condizionamento da parte del padre verso il bambino fino a farle percepire la madre negativamente e a rifiutarla. Quali sono le prove scientifiche per asserire questo? La Professoressa Palmieri sostiene che:

“La risposta è proprio nella PLATEALITA’ DEL RIFIUTO E NELLA DRAMMATIZZAZIONE che il bambino ha agito pubblicamente. Un bambino che rifiuta un genitore, verso cui l’altro comunque svolge un’azione educativa e di accettazione del genitore rifiutato, lo fa a bassa voce, a mono sillabe, quasi vergognandosi. In questo caso: se il padre avesse svolto un’azione educativa e non ostacolante l’accesso all’altro genitore, il bambino avrebbe mantenuto la sua relazione con la madre, non avrebbe utilizzato motivazioni adultizzate tipo “mia madre mi da troppe caramelle” o il rifiuto non sarebbe stato così teatrale.

Il piccolo invece ha bisogno – o è costretto ad adeguarsi mostrandolo a tutti – come se recitasse su un palcoscenico il suo rifiuto DRAMMATIZZANDOLO. Il piccolo dunque ha posto in essere comportamenti di tipo oppositivo dovuti all’alleanza con il padre, che non ha mai nascosto disprezzo ed ostilità verso la madre, che assume una portata ancora più negativa dopo l’impossibilità di vedere la madre per quasi un anno, disposto acriticamente dalle Autorità, contro ogni sapere scientifico. Ciò che è inconcepibile – commenta Palmieri – è come le istituzioni ma anche i tecnici abbiano omesso di occuparsene, oscurando aspetti così gravi e soprattutto privando il bambino della madre, esponendolo ad un grave serio disagio evolutivo. E’ pertanto urgente rivedere le scelte ed aiutare questo bambino che sta chiedendo aiuto, ben oltre l’apparente ed immotivato rifiuto.”

La madre, quindi, tramite l’avvocato Miraglia, ha così presentato istanza urgente al Tribunale ordinario di Velletri, chiedendo l’immediata ripresa degli incontri con il figlio, di poterlo sentire al telefono almeno due volte a settimana così da partecipare alla sua vita in modo costante e continuativo, e che il giudice valuti quale sia il miglior collocamento per questo ragazzino.

Roma: bimba dodicenne abusata in casa famiglia

Per la tutrice nessun problema: era consenziente

ROMA (7 Settembre 2021). A volte non c’è davvero limite al peggio e a quello che certe persone sono costrette a subire dalle istituzioni chiamate invece ad aiutarle. La tutrice nominata dal tribunale per occuparsi di due bambini affidati a una comunità, alla notizia di un episodio di violenza sessuale subita da una dei minori, una ragazzina di appena 12 anni, ha risposto che non c’erano problemi di sorta, che non era necessario intervenire, poiché il rapporto sessuale con un quattordicenne ospite della medesima struttura era stato consensuale.

«Ma che consenso consapevole può dare una bambina di appena 12 anni?» dichiara l’avvocato Miraglia, che segue da un anno la vicenda tormentata e assurda vissuta di questi due ragazzini e dalla loro madre, vittime delle angherie dell’avocato loro tutrice, la quale proprio non si occupa né preoccupa di loro, anzi, fa di tutto per ostacolare il rapporto sereno con la madre. «E adesso questa cosa, inaudita: minimizzare una violenza su una minore. Visto che le ripetute comunicazioni rivolte al giudice relatore sono rimaste lettera morta, questa volta chiamiamo in causa direttamente il Presidente del tribunale dei minorenni di Roma, affinché intervenga immediatamente. Un caso di violenza sessuale su una minore, come di fatto è questa vicenda, non deve passare sotto silenzio e nell’indifferenza delle istituzioni».

Tra l’altro la madre è stata persino diffidata a presentarsi insieme alle forze dell’ordine (che aveva chiamato nel momento in cui la figlia le aveva raccontato l’episodio avvenuto mentre si trovava al mare, in vacanza con gli alti giovani ospiti della comunità) in quanto “crea scompiglio e agitazione tra il personale e i piccoli ospiti”. «Quindi, secondo la tutrice, la madre dovrebbe accettare quanto accaduto» prosegue l’avvocato Miraglia, «rimanendo buona per non turbare il personale?  La figlia è stata violentata e lei dovrebbe stare zitta? Ma se al posto della figlia della mia assistita ci fosse stata la figlia della tutrice o del giudice, sarebbero rimasti ugualmente  inerti e indifferenti?».

Non è la prima volta che la tutrice si comporta in maniera arbitrariamente oppositiva al rapporto tra madre e figli: tutto era cominciato quando la mamma dei due ragazzi si era rivolta a un centro antiviolenza, stanca di subire le angherie del marito, che la costringeva a prostituirsi per pagarsi i debiti di gioco. Invece di un aiuto, perché lei era stata considerata una “poco di buono” visto che il marito l’aveva fatta prostituire, le erano stati tolti i bambini, mandati a vivere in una comunità, talmente fatiscente che quando la madre aveva “osato” rivelare lo stato di degrado e sporcizia, per tutta risposta la tutrice aveva sospeso gli incontri e le telefonate con i due figli. E per questo era stata denunciata.

«Ci siamo detto fin da subito, e lo ribadiamo con convinzione» conclude l’avvocato Miraglia «che eravamo pronti a dare battaglia legale nel caso fosse capitato qualcosa ai ragazzi, per l’incuria in cui vivono a causa delle scelte ingiustificate di questa tutrice, che tutto sta facendo tranne il bene di questi due adolescenti. Adesso, quanto meno, ci attendiamo un intervento urgente da parte del tribunale dei minorenni di Roma».

Verona, bambini allontanati per questione di genere: l’assessore dovrebbe leggere le carte prima di intervenire

Avvocato Miraglia: «L’assessore Maellare legga le carte»

(VERONA, 7 Agosto 2021). Nella questione dei bambini che i Servizi sociali di Verona hanno allontanato dai genitori per questione di “genere”, in realtà è proprio la relazione degli operatori che indica a mamma e papà di non far usare alla bambina giochi maschili. Smentendo così le affermazioni rilasciate dall’assessore ai Servizi sociali, Maria Daniela Maellare, secondo la quale ritenere che l’allontanamento sia stato generato da una questione di genere suonerebbe come un’offesa all’intelligenza degli assistenti sociali e dei giudici del Tribunale minorile». Purtroppo basta leggere le relazioni e si evince che è tutto vero, nero su bianco: gli operatori apprezzano che chi si sta prendendo cura dei ragazzi, che vivono in una comunità, li stia educando differenziando loro i giocattoli.

«Lungi dal voler polemizzare con l’assessore Maellare» dichiara l’avvocato Miraglia, che assiste i genitori, «probabilmente in questo periodo di ferie ha avuto poco tempo per leggere le relazioni. La invitiamo pertanto a prendere visione delle relazioni, poiché sarebbe grave che un amministratore, chiamato a rappresentare i cittadini, in particolare i più fragili, non conosca l’argomento e i provvedimenti assunti».

«Va condivisa e rispettata l’inclinazione individuale dei bambini nella libera espressione ludico-ricreativa» riporta testualmente la relazione degli operatori sociali «attraverso l’utilizzo di giochi adatti per età e per ruolo di genere (maschile e femminile), che i bambini stanno acquisendo dai caregivers nel contesto comunitario. Motivo per il quale l’indicazione data ai genitori è stata quella di non far utilizzare alla bambina giochi prettamente maschili».

«Invitiamo quindi l’assessore a chiedere spiegazioni a chi ha firmato le relazioni» prosegue l’avvocato Miraglia «e auspichiamo che il Tribunale per i minorenni di Venezia consideri questa relazione carta straccia. Quanto poi al fatto che l’assessore riferisce che i bambini siano sereni, ci permettiamo di obiettare: una bambina, che in comunità ha subito molestie sessuali, come potrebbe stare bene?».

 

Genitori ritenuti inadeguati perchè lasciavano giocare i figli con i giocattoli che prferiscono

I Servizi sociali impediscono il rientro in famiglia dei bambini anche perché i genitori non utilizzano con loro giochi “adatti per età e per ruolo di genere”

(VERONA, 29 Luglio 2021). «È totalmente inaccettabile che nel 2021 possa accadere una cosa simile e per di più da parte di istituzioni pubbliche, che dovrebbero essere super partes e quanto più obiettive possibili» dichiara l’avvocato Miraglia, riferendosi alla coppia di Verona, che assiste per cercare di far rientrare i propri figli a casa e che se li è visti allontanare nuovamente, questa volta con un pretesto assurdo: i genitori non utilizzano con loro giochi “adatti per età e per ruolo di genere”, lasciando il maschietto libero di giocare con le bambole, se lo desidera, e la femminuccia con le macchinine. I giochi comunque venivano usati tutti insieme, genitori e figli, nel corso degli incontri protetti cui sono costretti da anni.

«Molto meglio, per i Servizi sociali e per gli operatori della comunità che accoglie i ragazzi, il comportamento dei genitori affidatari» prosegue l’avvocato Miraglia, «attenti a differenziare i giochi in base al genere. Lasciar giocare i figli indistintamente, così come i bambini volevano fare, è stato addebitato ai genitori naturali come fatto inadeguato e pregiudizievole in vista di un possibile rientro dei bambini nella famiglia di origine. Siamo all’assurdo! Siamo di fronte a una situazione aberrante, riportata all’interno della relazione presentata dai Servizi sociali al Tribunale per i minorenni di Venezia, addebitandola come una mancanza dei genitori: fa davvero accapponare la pelle. I Servizi sociali e la Casa famiglia hanno modalità educative che vanno nella direzione opposta alla libertà di ognuno, in barba ai decreti e alle proposte di legge. Una mentalità che instilla nei minori comportamenti e idee esclusive, non certamente inclusive, e soprattutto lesive della libertà di ognuno.

A questo si aggiunga il fatto che i Servizi sociali, contrariamente ad ogni principio di buon senso e di legge, anziché favorire il rientro a casa dei due bambini, lo stanno ostacolando in ogni modo, anche riducendo i loro incontri con mamma e papà, in maniera che sia più facile per loro staccarsi dalle figure genitoriali e affezionarsi ai genitori affidatari.

Ancora una volta, e con maggior determinazione, chiedo un intervento della politica, in primis al deputato veneto Alessandro Zan, affinché si verifichi con appropriata ispezione il comportamento e le modalità operative dei Servizi sociali di Verona, non nuovi agli “allontanamenti facili” di bambini dalle proprie famiglie: caso emblematico fu il piccolo Marco, che si voleva addirittura dare in adozione e che ora finalmente è rientrato a casa dopo mesi passati in mezzo ad estranei».

I genitori dei due bambini (che vivono in una comunità dove la piccola è stata persino molestata da un altro ragazzino ospite) hanno presentato istanza urgente al Tribunale per i minorenni di Venezia, chiedendo l’immediata revoca dell’attuale collocamento dei due bambini e il loro rientro presso l’abitazione familiare; oltre che la sostituzione degli attuali operatori incaricati del Servizio sociale.

Per l’avvocatessa bolognese e la sua bambina di 1 anno è stato disposto il rientro a casa dopo quasi un anno di comunità

Bologna 27 Luglio, finalmente l’incomprensibile decisione assunta dai servizi sociali bolognesi, nei confronti di una madre (stimatissimo avvocato di professione), e della sua bambina di pochi mesi, gravemente malata, costrette a vivere, dentro una comunità, senza l’imprescindibile apporto dell’ambiente familiare, e dei propri affetti, nonché di una dimora più che adeguata, è stata stravolta dal Tribunale dei Minori di Bologna, grazie all’istanza urgente presentata dall’Avvocato Miraglia, difensore nominato dalla mamma della bimba.

“Ci riteniamo molto soddisfatti, – dichiara l’Avvocato Miraglia – per il risultato ottenuto oggi, e per la rinnovata possibilità  restituita a questa mamma, ed alla sua piccina, di vivere in un ambiente familiare materno, contornato dagli affetti più cari, e da un clima armonioso e sereno, che rappresentano un sostanziale e reale sollievo, nonché aiuto concreto, per questo nucleo familiare.  

Il calvario di questa mamma e delle sua piccolina, cominciò a Novembre 2020, quando il servizi sociali di Bologna, disponevano la collocazione della neonata di pochi mesi, presso una comunità, con o in assenza della madre, una bimba molto piccola, affetta da gravi problemi di salute.

La madre viene accusata dai sociali di essere oppositiva alle terapie suggerite dal personale sanitario, in quanto a seguito del quinto intervento chirurgico, subito dalla neonata, di cui 3 a cuore aperto, constatando le reali condizioni di salute della sua bambina, per niente convincenti agli occhi della madre, a discapito di ciò che asserivano i medici, al fine di tutelare la salute della propria figlia, e garantirne la serenità ed il riposo necessario, si opponeva che venisse trasferita nel reparto di pediatria, e che continuasse ad essere collocata per il tempo necessario alla riabilitazione della piccola, presso il reparto specializzato.

Ciò nonostante la richiesta della madre non venne rispettata, la bambina venne spostata di reparto, con il conseguente e repentino peggioramento delle condizioni si salute della piccina, tanto da costringere i medici, nuovamente, a sottoporla d’urgenza, ad un ulteriore intervento, a comprova della reale fondatezza di ciò che la madre aveva oggettivamente percepito e rilevato rendendo fondatissima, e motivata la sua richiesta.

Sta di fatto, però, che nonostante la palese valenza delle posizioni della madre volte alla reale tutela della bimba, partì ugualmente l’infondata segnalazione ai servizi sociali, che senza alcun tipo di accertamento, costrinsero madre e bimba, una volta dimessa dall’ospedale, ad essere collocate presso una comunità d’accoglienza, sospendendo addirittura la responsabilità genitoriale alla madre, e nominando un Tutore provvisorio per la bimba.

Una comunità, quella stabilita per la collocazione di mamma e bimba, dai sociali Bolognesi, fatiscente, senza riscaldamenti, priva di acqua calda e di qualsiasi forma di accoglienza e di confort, un luogo potenzialmente  pericoloso per la più che cagionevole salute della bimba, esposta a contrarre infezioni, con il rischio di aggravarne le condizioni.

Una mamma e la sua bimba, costrette a vivere lontano dalla famiglia materna, senza potersi avvalere della serenità e dell’affetto profondo dei propri cari.

Una situazione talmente squalificante questa, palesemente volta a cagionare più problemi, senza che vi sia una reale intenzione di risolverli, ma piuttosto di volerli “inventare”, quando in realtà non vi è alcuna sussistenza.

Siamo sempre più perplessi in qualità di cittadini, circa la reale competenza e l’utilità di sociali che agiscono in questa riprovevole maniera, offendendo e deturpando il nostro paese, divenuto famoso per le scelte spesso dissennate, e per i madornali problemi causati dall’incompetenza dei sociali, colpevoli della disgregazione di molte famiglie.

Un ruolo sinistro quello svolto da certi sociali, che ci hanno fatto scoprire l’esistenza di un traffico umano di minori, puntualmente sottratti, con violenza alle loro famiglie, per poi scoprirne l’infondatezza di tali allontanamenti, causa di danni incommensurabili, a tutto il tessuto sociale.

Tribunale per i minorenni di Venezia giustifica l’inefficienza dei servizi allontanando due bambini dai genitori

(VERONA, 7 Luglio 2021). Il Tribunale dei Minorenni di Venezia deve aver letto le carte al contrario o aver preso un abbaglio: non si spiegherebbe, altrimenti, perché abbia allontanato due bambini veronesi dai loro genitori, impedendone persino gli incontri protetti e confinandoli per l’ennesima volta in una comunità, alla vigilia del loro rientro a casa. A motivare il provvedimento sarebbe un presunto atteggiamento oppositivo dei genitori, che invece si sono sempre dimostrati collaborativi con i Servizi sociali del Comune di Verona, dove abitano, e amorevoli con i figli. «Se c’è qualcuno che ha delle mancanze, questi sono il Servizio di Neuropsichiatria infantile e i Servizi sociali di Verona» dichiara l’avvocato Miraglia, legale dei genitori, «perché non hanno mai ottemperato alle originarie prescrizioni del Tribunale stesso. Non hanno mai avviato un percorso di sostengo ai genitori, per essendo loro più che collaborativi, né hanno iniziato una progettualità con i bambini». I genitori, tramite l’avvocato Miraglia, hanno presentato reclamo alla Corte d’Appello di Venezia, chiedendo che i bambini siano finalmente collocati a casa propria, dove praticamente non vivono stabilmente più dal 11 novembre 2019.

Sono infatti quasi tre anni   che questi bambini, che hanno 11, 7 e 4 anni non vivono con i genitori.

Da un anno la sorellina è potuta tornare a casa da mamma e papà per motivi di salute, mentre i due fratellini sono rimasti nella struttura.

I genitori nel frattempo hanno ripreso una vita regolare e hanno un ottimo rapporto con i figli, pertanto ad agosto dello scorso anno il Tribunale per i Minorenni aveva disposto il “rientro graduale dei minori presso i genitori”; che è avvenuto regolarmente tutti i fine settimana da agosto l’anno scorso fino al 20 giugno u.s.. A fine giugno, a sorpresa, i Servizi sociali hanno comunicato alla coppia che la comunità che ospitava i bimbi li avrebbe messi alla porta, non avendo più nulla da fare con loro ma soprattutto perché non era stato mai presentato un progetto da parte dei servizi sociali. Incredibilmente il Tribunale per i minorenni, invece di prendere atto dell’inefficienza dei servizi sociali ha ricollocato  i bambini a una comunità, l’ennesima, sospendendo pure gli incontri con i genitori perché questi non sarebbero collaborativi. Ma se hanno fatto tutto ciò che è stato chiesto loro! Sono le istituzioni che hanno mancato in tutto! E il Tribunale dei Minorenni ha travisato le risultanze fattuali, cadendo forse nel clamoroso errore di imputare la mancata ottemperanza delle sue indicazioni ad un atteggiamento oppositivo o non collaborativo dei genitori. Sono le istituzioni ad avere colpe e mancanze. È la comunità familiare che ospitava i bambini ad avere, in via autonoma, “deciso le dimissioni dei bambini”; mentre il Servizio di Neuropsichiatria infantile e i Servizi sociali del Comune di Verona non hanno mai ottemperato alle disposizioni del tribunale stesso, non avviando mai un percorso di sostegno ai bimbi e i genitori. I quali adesso, insieme ai loro figli, sono vittime di un sistema dalle grandissime falle e dalle palesi inadempienze e inadeguatezze».

Questa ennesima situazione dimostra che a pagare le conseguenze sono sempre i più deboli ma soprattutto mi chiedo e chiedo come è possibile che un Tribunale invece di condannare la superficialità, le inefficienze, il pressapochismo di chi con i soldi pubblici dovrebbe tutelare e salvaguardare i diritti dei minori, li ignora  o meglio ancora li giustifica sulla pelle dei bambini?

Ditta di Modena condannata per un infortunio sul lavoro occorso ad un suo dipendente

MODENA (9 Giugno 2021). Dopo sette anni è stata condannata una importante ditta di lattoneria modenese, ritenuta dai giudici del Tribunale di Modena, sia nel procedimento civile che penale, colpevole dell’infortunio sul lavoro avvenuto a Nonantola il primo maggio 2014 ai danni di un giovane operaio di 26 anni di origine albanese, precipitato da un tetto, da un’altezza di 8 metri. L’uomo ha riportato delle lesioni soprattutto a carico della faccia e di un arto, che lo rendono invalido per oltre il 60%. Mentre il Tribunale penale ha condannato i tre responsabili della ditta, a 2 mesi di reclusione, la sezione Lavoro del Tribunale civile ha condannato l’azienda a risarcire l’operaio con una cifra di 448.500 euro. «Siamo ancora una volta a raccontare episodi di infortuni sul lavoro» dichiara l’avvocato Miraglia, che da sei anni difende il giovane operaio rimasto ferito. «Questa volta, per pura causalità, l’operaio non ha perso la vita, sebbene sia rimasto gravemente invalido. La sentenza è importante perché stabilisce, in sede giudiziaria, la responsabilità civile dell’ impresa e la responsabilità penale dei preposti del datore di lavoro. Con questa sentenza viene riconosciuta pertanto la responsabilità del datore di lavoro nell’aver omesso di garantire la sicurezza del proprio dipendente. In ogni caso per legge i titolari delle aziende sono responsabili dell’incolumità dei loro lavoratori e devono garantire l’applicazione dei presidi di sicurezza previsti per norma».

<< Visti i tanti casi, purtroppo anche mortali, ritengo che l’ Italia debba fare di più in materia di sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro.>>, conclude l’ Avv. Miraglia,

Era il primo maggio 2014 e su Nonantola si era da poco abbattuto un tornado. L’operaio era salito su un tetto per rimuovere una grondaia sporgente, ed è stato accertato nel corso del processo che il datore di lavoro non avesse rispettato le prescrizioni del POS in materia di sicurezza del luogo di lavoro. Infatti, nel corso delle operazioni di rimozione della grondaia, l’uomo era caduto da un altezza di 8 metri, fratturandosi la testa e la faccia, tanto da rimanere tutt’oggi sfigurato e perdendo completamente la vista  dall’ occhio dx.

Per estrema maggiore chiarezza, la ditta è stata assolta dall’illecito amministrativo contestato nel processo penale perché il fatto non costituisce reato.

La ditta  è stata  invece condannata nel processo celebratosi davanti al giudice del lavoro.

Violentata una minorenne in un centro di recupero: confermata in appello a 5 anni di reclusione per un altro ospite all’epoca 43enne

ANCONA (4 Giugno 2021). Confermata anche dalla Corte d’Appello di Ancona la condanna di un uomo per lo stupro di una minorenne, avvenuto tre anni fa all’interno della comunità di recupero dalle dipendenze in cui entrambi erano alloggiati. L’uomo, che nel dicembre 2018 aveva 43 anni ed era ricoverato nella struttura per la sua dipendenza da alcol, ha usato violenza nei confronti della ragazzina, all’epoca diciassettenne, approfittando della sua condizione di inferiorità dovuta alla giovanissima età. Oltre al fatto che, nel momento in cui ha fatto irruzione nella sua stanza, la ragazzina stava dormendo. Una violenza che si è consumata senza che nessuno degli operatori addetti alla sorveglianza, pur presenti nel reparto in quel momento, si fosse accorto di nulla e fosse pertanto intervenuto in suo aiuto. La ragazzina aveva avuto il coraggio di denunciare tutto a un’operatrice sociosanitaria della comunità, che aveva notato in lei un atteggiamento strano e che le aveva quindi chiesto cosa le fosse capitato. Tra l’altro l’uomo, consumata la violenza, si era pure presentato per alcune notti successive nella stanza della giovane, che però in quelle occasioni era riuscita ad allontanarlo. Ne era seguita quindi un’inchiesta, con la relativa condanna dell’uomo in primo grado a cinque anni di reclusione. Condanna confermata da una recente sentenza emessa questa settimana dalla Corte d’Appello di Ancona.

«Soddisfatti della conferma della sentenza» commenta l’avvocato Miraglia, che difende il padre della ragazzina costituitosi parte civile, «procederemo ora con la richiesta di risarcimento dei danni morali e materiali sia al colpevole della violenza che al responsabile della struttura di recupero, che non ha saputo sorvegliare e prendersi cura adeguatamente della minore. C’è anche da sottolineare – e quindi mi rivolgo al ministro della Salute Roberto Speranza – come siano pochissime  i luoghi che possono aiutare i minori senza contattare che potrebbero essere aiutati a casa loro.

i. Purtroppo la stragrande maggioranza delle volte i minori vengono inseriti in strutture riabilitative nelle quali sono alloggiati anche gli adulti che, come si evince dal caso in questione, possono dimostrarsi assai pericolosi. Sarebbe pertanto opportuno cominciare a pensare di realizzare strutture dedicate esclusivamente all’accoglienza di minori affetti da dipendenze, soggetti particolarmente fragili e vulnerabili».

 

Avvocatessa Bolognese vive in comunità con la sua bambina di un anno

AVVOCATESSA BOLOGNESE VIVE IN UNA COMUNITÀ CON LA SUA BAMBINA DI UN ANNO

 

Timore per la bimba: dopo aver trascorso l’intera sua piccola vita in ospedale per problemi di salute, avrebbe bisogno di tranquillità e di un ambiente quanto più sterile possibile

 

BOLOGNA (01 Giugno 2021). Incomprensibile la decisione assunta dai Servizi sociali bolognesi nei confronti di una donna, uno stimato avvocato, e della sua bambina, che il suo anno di vita lo ha trascorso interamente in ospedale, per gravi problemi di salute: sono costrette a vivere in una comunità, senza che però vi sia la necessità di metterle in salvo da un immediato pericolo o che necessitino di un qualsivoglia aiuto. Il motivo che ha spinto gli assistenti sociali ad assumere un simile provvedimento, è stata “l’opposizione alle terapie e ai suggerimenti del personale sanitario, l’atteggiamento polemico verso gli operatori e l’aver impedito le cure necessarie alla salute della piccola”. Motivazione che non rispecchia in alcun modo la vicenda come si è svolta nella realtà dei fatti.

L’avvocatessa vive sola e poco più di un anno fa ha dato alla luce una bambina, che ha mostrato fin da subito grossi problemi di salute e la necessità di essere sottoposta, a poche settimane di vita, al primo di una lunga serie di interventi chirurgici.

La bimba, infatti, ha subito ben sei interventi, tre dei quali a cuore aperto. L’evento che ha scatenato il procedimento è stato quando, dopo la quinta operazione, la madre si è opposta al trasferimento della figlia nel reparto di pediatria, sostenendo che la piccola stesse ancora troppo male per essere collocata in un reparto non specializzato. E infatti la bambina, le cui condizioni sono peggiorate sensibilmente, è stata sottoposta d’urgenza ad un ulteriore intervento. La madre quindi ci aveva visto giusto, aveva capito che qualcosa non andava, a dispetto di quanto affermavano i medici. Sta di fatto, però, che per questa sua “opposizione”, pur comprovatamente motivata, è stata segnalata ai Servizi sociali, che hanno provveduto a formalizzare la presa in carico di madre e figlia, collocandole, una volta che la piccola è stata dimessa dall’ospedale, in una comunità di accoglienza.

«Un contesto che non si addice alle necessità della piccola» dichiara l’avvocato Miraglia, al quale si è rivolta la donna, «la quale, a causa delle patologie di cui soffre, seppure al momento stabile, rischia di contrarre delle infezioni e conseguentemente di aggravare di nuovo la propria condizione di salute. È evidente che il collocamento presso la dimora della madre sarebbe la soluzione più consona alle esigenze di questa bambina».

Non si capisce quindi il motivo per il quale questa donna non possa ritornare nella tranquillità di casa propria, anche perché all’interno della comunità madre e figlia sono alloggiate senza che sia stato predisposto per loro un progetto di sostegno, un percorso di qualunque tipo. Parcheggiate e basta. «L’attuale collocazione» prosegue l’avvocato Miraglia «non è quindi giustificata né dal punto di vista dei fatti né dal punto di vista del diritto. A cosa serve una simile collocazione in comunità? Sarebbe importante che il Tribunale per i minorenni dell’Emilia Romagna spiegasse quale sia l’obiettivo di tale collocamento: è pacifico che la mancata risposta non fa che avvelare quella tesi che sostiene che siffatte collocazioni siano parte integrante di quel mercato fatto sulla pelle dei bambini».

La donna ha presentato quindi istanza urgente al Tribunale per i minorenni di Bologna, confidando che venga accolta quanto prima possibile, nell’interesse della salute di una piccina così fragile, che per tutta la sua vita ha conosciuto solo ambienti estranei e asettici e mai il calore della propria casa.