Author: cmsadmino

  • Sort Blog:
  • All
  • Articoli Recenti
  • Comunicati stampa
  • Design
  • Evidenza
  • GALLERIA
  • In Evidenza
  • L'inchiesta
  • L'indiscreto
  • La giustizia e la mala giustizia
  • La Vetrina
  • Le vostre storie
  • Minori
  • Modern
  • Primo Piano
  • Principale home
  • Psichiatria
  • Scelta di campo
  • Sentenze
  • Senza categoria

Una bambina di soli tre anni, per la prima volta, potrà dormire a casa dei propri nonni

(Verona 22 luglio 2026) Un risultato importante ottenuto nel procedimento in cui assisto i nonni, che rappresenta un concreto riconoscimento del valore dei legami familiari e del ruolo insostituibile che i nonni possono svolgere nella crescita di un bambino.

Dietro ogni provvedimento come questo non c’è soltanto una decisione giuridica: c’è la restituzione di un affetto, di una quotidianità, di un rapporto che merita di essere coltivato e protetto.

Il diritto di un minore a mantenere rapporti significativi con i propri nonni è un principio che trova fondamento nella legge e nella giurisprudenza e che deve essere sempre valutato nell’esclusivo interesse del bambino.

Continuerò a difendere con determinazione questi diritti, perché ogni volta che un bambino recupera un pezzo della propria famiglia, vince non una parte processuale, ma l’interesse superiore del minore.

Ferrara, nove anni di affido e oggi gli incontri con la madre sono sospesi: il caso arriva al Sindaco

L’Avvocato Francesco Miraglia chiede un confronto con l’Amministrazione comunale: «Un genitore in difficoltà deve essere aiutato, non abbandonato». Il caso riapre il dibattito sul funzionamento del sistema degli affidi e dei Servizi Sociali.

 Ferrara – Un bambino lontano dalla propria famiglia da nove anni. Un affidamento eterofamiliare nato come misura temporanea di protezione e che, a distanza di quasi un decennio, è ancora in corso. Oggi gli incontri con la madre risultano sostanzialmente sospesi e la vicenda torna al centro dell’attenzione pubblica dopo che l’Avvocato Francesco Miraglia, difensore della madre, ha chiesto un incontro al Sindaco di Ferrara per sollecitare una riflessione istituzionale sul funzionamento del sistema degli affidi e sul ruolo dei Servizi Sociali.

La storia giudiziaria prende avvio nel 2018, anche se il bambino vive in affido eterofamiliare da nove anni. In tutto questo tempo la madre non ha mai rinunciato a cercare di recuperare il rapporto con il figlio. Attraverso il procedimento promosso davanti al Tribunale ha chiesto più volte che venisse avviato un concreto percorso di sostegno alla genitorialità, che fossero progressivamente ampliati gli incontri e che venisse costruito un serio progetto finalizzato al rientro del bambino nella famiglia d’origine. La donna sostiene di avere affrontato un importante percorso personale per superare le difficoltà che avevano determinato l’allontanamento e di avere sempre manifestato la volontà di ricostruire il proprio ruolo genitoriale.

Secondo quanto emerge dagli atti depositati nel procedimento, il nodo centrale della vicenda non riguarda soltanto l’allontanamento originario, ma ciò che sarebbe accaduto negli anni successivi. La difesa sostiene infatti che non sia mai stato predisposto un vero progetto di recupero della genitorialità, caratterizzato da obiettivi concreti, verifiche periodiche e da un percorso progressivo di riavvicinamento tra madre e figlio. Al contrario, gli incontri sarebbero stati progressivamente ridotti fino a risultare oggi sostanzialmente sospesi. Negli atti si evidenzia inoltre come le trascrizioni degli incontri descriverebbero un rapporto ancora caratterizzato da manifestazioni spontanee di affetto reciproco e dal desiderio del bambino di mantenere il legame con la madre, circostanze che, secondo la difesa, avrebbero dovuto costituire il punto di partenza per un graduale ricongiungimento familiare e non per un ulteriore allontanamento.

Nel ricorso vengono formulate anche numerose contestazioni sul percorso seguito dai Servizi Sociali e sulle valutazioni recepite dall’autorità giudiziaria. La difesa sostiene che le consulenze tecniche, le osservazioni difensive e le richieste istruttorie presentate nel corso del procedimento non avrebbero trovato un adeguato approfondimento e che sarebbe mancato un effettivo confronto con le criticità evidenziate dalla madre. Tra gli aspetti richiamati figurano anche l’assenza di un progetto di ricongiungimento familiare, la mancata valutazione della rete parentale e la progressiva riduzione dei contatti tra il bambino e la madre. Si tratta di questioni che saranno oggetto delle valutazioni delle competenti sedi giudiziarie.

È proprio questo, secondo il legale, il punto sul quale occorre aprire una riflessione che va oltre il singolo procedimento. L’affidamento familiare, infatti, non nasce come una misura destinata a sostituire definitivamente la famiglia d’origine, ma come uno strumento temporaneo volto a proteggere il minore mentre le istituzioni lavorano per consentire ai genitori di superare le difficoltà che hanno determinato l’allontanamento. La legge impone che, quando ciò è possibile e compatibile con l’interesse del bambino, venga costruito un percorso di sostegno alla genitorialità e di graduale ricongiungimento familiare. Per la difesa, dopo nove anni è inevitabile domandarsi quale sia stato il progetto concretamente realizzato per raggiungere questo obiettivo.

Proprio per questo motivo l’Avvocato Francesco Miraglia ha inviato una formale richiesta di incontro al Sindaco di Ferrara, chiedendo all’Amministrazione comunale di verificare, nell’ambito delle proprie competenze istituzionali, se il percorso seguito dai Servizi Sociali sia coerente con i principi che regolano l’affidamento familiare e con il dovere di favorire il recupero della famiglia d’origine. La richiesta non mira a interferire con l’attività della magistratura, ma a promuovere un confronto istituzionale sul funzionamento dei servizi pubblici e sull’effettiva attuazione delle finalità previste dalla legge.

«Questa vicenda», afferma Miraglia, «non riguarda soltanto una madre e suo figlio. Riguarda il modello di tutela dell’infanzia che il nostro Paese intende perseguire. Un genitore in difficoltà non è un genitore da abbandonare, ma una persona che le istituzioni hanno il dovere di aiutare. L’allontanamento di un bambino dovrebbe rappresentare l’inizio di un percorso di recupero della famiglia, non la sua conclusione.»

Il legale aggiunge che «dopo nove anni è legittimo chiedersi quale progetto sia stato concretamente costruito per consentire a questa madre di riabbracciare suo figlio. Se gli incontri vengono progressivamente ridotti, se manca un reale percorso di recupero della genitorialità e se il tempo diventa l’unico elemento che consolida l’allontanamento, allora è doveroso interrogarsi sul funzionamento del sistema. L’affidamento familiare è previsto dalla legge come una misura temporanea e non può trasformarsi, semplicemente con il trascorrere degli anni, in una separazione definitiva.»

Secondo Miraglia, la questione non riguarda soltanto Ferrara ma investe un tema più ampio di interesse nazionale. «I Servizi Sociali svolgono un ruolo essenziale nella tutela dei minori e nessuno mette in discussione la loro funzione. Proprio per questo è necessario verificare, caso per caso, se siano stati utilizzati tutti gli strumenti che la legge mette a disposizione per ricostruire la famiglia quando ciò è possibile. La vera tutela dell’infanzia non consiste soltanto nel proteggere un bambino da una situazione di difficoltà, ma anche nel lavorare affinché possa ritrovare la propria famiglia una volta superate le cause che avevano reso necessario l’allontanamento. Quando ciò non accade, è doveroso interrogarsi se il sistema abbia realmente perseguito l’obiettivo che il legislatore gli affida.»

La vicenda resta ora all’esame dell’autorità giudiziaria. Parallelamente, la richiesta di incontro rivolta al Sindaco di Ferrara punta ad aprire un confronto istituzionale su un interrogativo destinato ad andare oltre il singolo caso: se, nell’attuale sistema di tutela dei minori, l’affidamento familiare riesca sempre a conservare la propria natura temporanea e orientata al ricongiungimento, oppure se, in alcune situazioni, il trascorrere del tempo rischi di trasformare una misura nata per proteggere il bambino in una separazione destinata a diventare definitiva.

 

 

L’Avv. Francesco Miraglia tra i protagonisti del Congresso Nazionale dell’Associazione Sociologi Iliani

L’Avv. Francesco Miraglia, criminologo, giornalista pubblicista, docente ed esperto in tutela dei minori e diritti umani, parteciperà quale relatore e ospite al V Congresso Nazionale dell’Associazione Sociologi Italiani, che si terrà il prossimo 13 giugno 2026 presso il Consiglio Regionale della Calabria a Reggio Calabria, sul tema “La funzione della sociologia e dei sociologi nella società contemporanea”.

La presenza dell’Avv. Miraglia costituisce un importante riconoscimento del percorso professionale e culturale sviluppato nel corso degli anni nel campo della tutela dell’infanzia, della difesa delle donne vittime di violenza, della protezione delle famiglie fragili e della promozione dei diritti fondamentali della persona.

Da sempre impegnato nell’analisi critica delle politiche sociali e dei sistemi di protezione dell’infanzia, l’Avv. Miraglia ha contribuito ad alimentare il dibattito pubblico nazionale sui temi dell’affidamento familiare, dell’allontanamento dei minori, della bigenitorialità e della necessità di una maggiore responsabilizzazione delle istituzioni chiamate a intervenire nei contesti di vulnerabilità sociale.

Nel corso del congresso porterà il proprio contributo sul rapporto tra diritto, sociologia e tutela delle persone fragili, evidenziando come la comprensione dei fenomeni sociali rappresenti uno strumento indispensabile per garantire interventi realmente efficaci e rispettosi della dignità umana.

“Da anni mi occupo di minori, famiglie e persone vulnerabili e ho imparato che una società si misura dalla capacità di proteggere chi non ha voce. La sociologia, come il diritto, non può limitarsi ad osservare i problemi: deve contribuire a comprenderli, denunciarli e risolverli. Oggi più che mai è necessario costruire un dialogo autentico tra istituzioni, professionisti e cittadini per restituire centralità alla persona, alla famiglia e ai diritti fondamentali. Partecipare a questo importante Congresso Nazionale rappresenta per me un’occasione di confronto scientifico e umano, ma anche un momento di riflessione sul futuro della nostra società e sulle responsabilità che ciascuno di noi è chiamato ad assumersi”, dichiara l’Avv. Francesco Miraglia.

Autore di libri, relatore in convegni nazionali e internazionali e promotore di numerose iniziative culturali e sociali, l’Avv. Miraglia rappresenta una figura professionale che ha saputo integrare competenze giuridiche, criminologiche e sociologiche in una visione orientata alla tutela concreta delle persone e dei loro diritti.

La partecipazione al Congresso Nazionale ASI conferma il ruolo sempre più rilevante dell’Avv. Francesco Miraglia nel panorama del dibattito pubblico sui temi della tutela minorile, della giustizia familiare, delle politiche sociali e dei diritti umani, offrendo un contributo qualificato alla riflessione sulle grandi sfide che caratterizzano la società contemporanea.

“Non esiste vera giustizia senza comprensione dei fenomeni sociali e non esiste vera tutela dei diritti senza il coraggio di interrogarsi criticamente sul funzionamento delle istituzioni. Sociologia e diritto devono tornare ad essere strumenti di cambiamento sociale e non semplici apparati di gestione delle emergenze.”

 

Quattordicenne violenta e autodistruttiva abbandonata dalle istituzioni

Drammatico caso in provincia di Macerata svela i paradossi del sistema di tutela dei minori.

Avvocato Miraglia: «Ragazzi tranquilli tolti alle famiglie, quelli complicati lasciati allo sbando»

 

MACERATA (9 giugno 2026).  La rete di protezione istituzionale attorno ai minori mostra le ennesime crepe in provincia di Macerata, dove la vicenda di una quattordicenne in stato di grave vulnerabilità sta assumendo i contorni di una vera e propria emergenza. Attraverso un’istanza urgente presentata al Tribunale per i Minorenni di Ancona, l’avvocato Francesco Miraglia, legale della famiglia della ragazza, ha sollevato pesanti accuse nei confronti dei Servizi sociali, delle forze dell’ordine e delle strutture sanitarie, denunciando una situazione di totale inerzia e omissione davanti a un pericolo concreto, attuale e in rapido aggravamento. E chiede con assoluta fermezza che venga data immediata e concreta attuazione al provvedimento già emesso dallo stesso Tribunale, affinché la giovane sia urgentemente presa in carico, inserita all’interno di una comunità terapeutica idonea e sia finalmente avviato un progetto assistenziale multidisciplinare adeguato alla gravità del suo stato. «Siamo di fronte a un paradosso – dichiara l’avocato Francesco Miraglia – o, più probabile, a un vero e proprio sistema che si dimostra spesso fin troppo solerte e tempestivo nell’allontanare figli da contesti familiari tranquilli, ma che decide di voltarsi dall’altra parte e lasciare a casa i minori quando questi presentano problematiche complesse, autodistruttive e violente, scaricando l’intero peso della loro gestione sulle famiglie, spesso impotenti».

La ragazzina versa da tempo in una condizione di profonda sofferenza psicofisica ed educativa. Non si tratta più di un rischio potenziale, ma concreto, con ripetuti allontanamenti da casa, esposizione a contesti notturni incontrollati, frequentazioni con uomini adulti e aggressioni fisiche dirette verso i propri familiari. La spirale di alterazione ha toccato il culmine lo scorso quattro giugno, quando una violenta crisi comportamentale ha reso necessario il ricovero ospedaliero della quattordicenne, con la conseguente somministrazione di sedativi farmacologici e l’applicazione del contenimento fisico. Eppure, nonostante la gravità del quadro, le risposte istituzionali si sono rivelate del tutto inadeguate.

Il dato più allarmante risiede nel fatto che questa drammatica evoluzione degli eventi fosse ampiamente prevista e documentata: le ripetute denunce della madre avevano già spinto il Tribunale per i Minorenni a disporre, diversi mesi fa, l’inserimento della ragazza in una struttura comunitaria terapeutica. Di conseguenza, gli episodi critici verificatisi a giugno non possono essere considerati imprevedibili, ma rappresentano l’esatta conseguenza della mancata esecuzione dei provvedimenti giudiziari. La minore, ora, rischia di essere dimessa senza una struttura di riferimento e senza un progetto terapeutico definito in grado di garantirne l’incolumità. «Questa ragazzina va aiutata e subito – prosegue l’avvocato Miraglia – perché, dato il rischio reale che la minore finisca preda di adulti malintenzionati, se dovesse succederle qualcosa di brutto chi se ne assumerebbe la responsabilità?».

In questo scenario di solitudine istituzionale, l’istanza presentata al Tribunale di Ancona intende chiarire che non vi è alcuna inadeguatezza o disinteresse da parte della madre. La donna ha costantemente cercato la collaborazione di tutte le autorità competenti, ha formalizzato denunce, segnalato ogni singolo episodio e sollecitato misure di protezione, ricevendo in cambio solo risposte tardive o del tutto inefficaci. «La vicenda rappresenta il fallimento della rete assistenziale – conclude l’avvocato Miraglia – che avrebbe dovuto tutelare la minore, rendendo ormai improrogabile l’adozione di provvedimenti immediatamente esecutivi per sottrarre la quattordicenne a una condizione che rischia di produrre danni irreversibili, da anni denuncio una contraddizione che continua a ripetersi: bambini e ragazzi vengono allontanati da famiglie recuperabili con estrema rapidità, mentre quando esistono situazioni di reale emergenza, con rischi concreti per l’incolumità del minore, il sistema si blocca. Se una quattordicenne arriva a essere sedata e contenuta in ospedale dopo mesi di allarmi ignorati, significa che qualcuno ha fallito. E quando i provvedimenti esistono ma non vengono eseguiti, il risultato è che la sofferenza dei minori diventa l’oggetto di una gestione amministrativa anziché di una vera tutela.

 

 

Bergamo, una malattia genetica scambiata per maltrattamento: il dramma di due fratellini allontanati da casa. Miraglia attacca: «Servizi sociali fuori controllo, rischio adozione mascherata»

BERGAMO (2 giugno 2026). Una grave patologia genetica inizialmente scambiata per maltrattamento, il silenzio delle istituzioni e il timore che un affido temporaneo possa trasformarsi, nei fatti, in una forma di adozione mascherata. È la denuncia dei genitori di due bambini bergamaschi di cinque e quattro anni, allontanati da casa da quasi cinque anni su provvedimento del Tribunale per i Minorenni di Brescia. Una vicenda complessa che ora approda sul tavolo del Garante dell’Infanzia e dell’Adolescenza della Regione Lombardia, mentre la famiglia, assistita dall’avvocato Francesco Miraglia, denuncia uno stallo istituzionale ritenuto inspiegabile e potenzialmente dannoso per l’equilibrio affettivo e psicologico dei minori.
Tutto ha inizio quasi cinque anni fa con il ricovero del figlio più piccolo, allora di appena un mese e dodici giorni, giunto al pronto soccorso con crisi convulsive ed ematomi. Il primo sospetto dei medici si orienta verso la sindrome da scuotimento, la cosiddetta “shaken baby syndrome”, e si mette immediatamente in moto la macchina giudiziaria. Tuttavia, le successive indagini cliniche hanno accertato che il bambino è affetto da una predisposizione genetica alla fragilità vascolare. Quanto agli ematomi inizialmente ritenuti sospetti, secondo la famiglia sarebbe stato successivamente accertato che si trattava in realtà di una macchia mongolica, tuttora presente sul corpo del minore. Esclusa ogni ipotesi di violenza o incuria, secondo la famiglia la logica avrebbe imposto un immediato e graduale reinserimento dei bambini nel proprio nucleo familiare, dove continuano peraltro a vivere serenamente le sorelle, mai coinvolte da alcun provvedimento limitativo.
Ed è proprio questo uno dei punti che i familiari ritengono più difficili da comprendere: mentre le sorelle non sono mai state allontanate e continuano a vivere con i genitori, i due fratellini restano invece collocati fuori casa nonostante il progressivo venir meno delle originarie ipotesi accusatorie e le valutazioni positive emerse nel corso degli incontri protetti.
Ancora più paradossale, secondo la famiglia, sarebbe il fatto che gli stessi genitori dei bambini abbiano frequentato il corso per famiglie affidatarie e siano stati ritenuti idonei ad accogliere e occuparsi di altri minori, mentre parallelamente continuano a vedersi limitata la possibilità di vivere con i propri figli.
Secondo i familiari e il loro legale, sulla vicenda sarebbe nel tempo calato un persistente silenzio burocratico. Il Tribunale si sarebbe limitato, di fatto, a recepire le conclusioni della Consulenza Tecnica d’Ufficio senza predisporre un concreto percorso di rientro, nonostante lo Spazio Neutro e la psicologa incaricata abbiano attestato la qualità della relazione affettiva e la piena adeguatezza genitoriale durante gli incontri. La Corte d’Appello, pur avendo parzialmente riformato la decisione di primo grado aumentando la frequenza degli incontri tra i bambini e i genitori, secondo la famiglia avrebbe assunto una posizione attendista, demandando ai Servizi sociali il potere di liberalizzare progressivamente i rapporti e rinviando ogni concreta rivalutazione dell’affidamento al Tribunale tra circa un anno e mezzo. Nel frattempo, gli incontri restano ancora in modalità protetta, fortemente limitati e subordinati alle valutazioni discrezionali dei Servizi sociali.
L’attenzione della famiglia si concentra anche sulla gestione dei nuclei affidatari e sulla vigilanza esercitata dai Servizi sociali. Viene contestata, in particolare, la mancata cura di una ferita infetta causata da una scheggia a uno dei piccoli, giustificata con il semplice rifiuto del bambino a farsi medicare, oltre a una generale disattenzione rispetto all’igiene dell’altro figlio. A ciò si aggiunge la decisione di battezzare i bambini senza il consenso preventivo della famiglia di origine: una scelta considerata dai genitori particolarmente invasiva sotto il profilo identitario e affettivo. Preoccupa inoltre il rischio di una progressiva destrutturazione psicologica dei minori, indotti a utilizzare espressioni come “genitori di pancia” e “genitori di cuore” nella vita quotidiana e scolastica. La seconda famiglia affidataria avrebbe inoltre rinunciato alla gestione di uno dei fratellini, determinando nell’arco di un solo anno il passaggio del minore attraverso tre differenti nuclei affidatari. Secondo quanto riferito dalla famiglia, la rinuncia sarebbe avvenuta per consentire l’affidamento del bambino alla nipote degli zii affidatari e al marito di quest’ultima. La donna attualmente lavorerebbe come assistente sociale, mentre all’epoca dell’affidamento prestava servizio presso la struttura ospedaliera dalla quale sarebbe partita la segnalazione iniziale e presso la quale gli stessi zii accompagnavano il bambino per gli accertamenti successivi alla dimissione.
«L’istanza presentata al Garante dell’Infanzia -dichiara l’avvocato Francesco Miraglia -mira a sbloccare uno stallo che rischia di produrre danni irreversibili sul legame naturale tra i bambini e la loro famiglia. L’inerzia dei Servizi sociali e il progressivo svuotamento del ruolo dei genitori biologici e dei nonni alimentano il concreto timore che si stia realizzando, nei fatti, una forma di adozione mascherata».
Sullo sfondo resta anche il paradosso dei nonni materni, ai quali i bambini non sono stati affidati nonostante siano stati ritenuti idonei dalle stesse istituzioni all’affido eterofamiliare di altri minori.
«Due bambini continuano a restare lontani dalla propria famiglia per una malattia genetica inizialmente scambiata per maltrattamento, mentre i Servizi sociali continuano a esercitare un potere enorme senza controlli realmente efficaci e con provvedimenti che rischiano di protrarsi per anni senza una verifica realmente dinamica della situazione familiare. Il Tribunale, di fatto, si è limitato a recepire una CTU durata un anno e mezzo, redatta da un professionista impegnato anche nella formazione di coppie aspiranti all’adozione. A questo punto una domanda diventa inevitabile: se le accuse originarie sono venute meno, se la relazione affettiva è positiva e se durante gli incontri vengono riconosciute capacità genitoriali adeguate, perché questi bambini continuano a restare lontani dalla loro famiglia? A chi giova mantenere questa situazione? Chi trae vantaggio da un sistema che continua a rinviare ogni decisione? È arrivato il momento che qualcuno indaghi davvero fino in fondo su quanto sta accadendo», conclude Miraglia.

Salone Internazionale del Libro di Torino 2026

Ci sono momenti che vanno oltre la semplice presentazione di un libro.
Momenti in cui le parole diventano esperienza, dolore, verità, responsabilità.
Il confronto di oggi al Salone del Libro di Torino ha rappresentato tutto questo: un’occasione autentica di ascolto, riflessione e consapevolezza su temi che troppo spesso vengono affrontati solo quando diventano cronaca.
L’Avv. Francesco Miraglia è intervenuto nel dibattito dedicato alla vittimizzazione secondaria, alla violenza di genere, alla tutela dei minori e alle profonde criticità che ancora oggi emergono in molti procedimenti familiari e minorili.
Nel corso dell’incontro si è parlato anche del libro “Ma il problema sono io?!”, scritto insieme all’Avv. Daniela Vita, nato dall’esperienza concreta maturata ogni giorno nei tribunali, dall’ascolto di storie difficili e dal bisogno di dare voce a chi troppo spesso resta invisibile.
Vedere tante persone fermarsi, ascoltare, emozionarsi e condividere riflessioni profonde conferma che questi temi appartengono a tutti noi e non possono più essere ignorati o trattati con superficialità.
Perché dietro ogni fascicolo esiste una persona. Dietro ogni procedimento esiste una vita. E dietro ogni silenzio, molto spesso, esiste una sofferenza che merita di essere ascoltata davvero

“Non le avevano detto che la bisnonna era morta”: dopo mesi di accuse e relazioni contestate, il Tribunale revoca la casa famiglia

(La Spezia 13 maggio 2026) Solo pochi giorni fa avevamo raccontato la vicenda della bambina di tre anni collocata sin dalla nascita in comunità insieme alla madre e della denuncia presentata dalla famiglia contro operatori, assistenti sociali e psicologi della struttura.

Secondo quanto denunciato dai familiari e dalla difesa, le relazioni trasmesse al Tribunale avrebbero rappresentato in modo parziale e distorto gli incontri tra la bambina, i genitori e i nonni, omettendo invece numerosi elementi positivi emersi durante gli incontri protetti.

Tra gli aspetti che avevano maggiormente colpito l’opinione pubblica vi era il fatto che i servizi sociali avessero valorizzato negativamente persino la scelta della famiglia di non comunicare immediatamente alla bambina di tre anni la morte della bisnonna, spiegandole inizialmente che fosse “in vacanza”.

Ulteriore elemento contestato era stato anche il fatto che la minore avesse trascorso alcune ore con l’altra bisnonna durante le festività pasquali senza preventiva autorizzazione del servizio.

La famiglia aveva quindi presentato denuncia-querela alla Procura della Repubblica della Spezia ipotizzando gravi irregolarità nella gestione della vicenda, contestando inoltre il contenuto delle relazioni sociali e le modalità operative della comunità.

Oggi è arrivato il decreto del Tribunale per i Minorenni di Genova.

Il Tribunale ha disposto la revoca del collocamento in casa famiglia della madre e della bambina, autorizzandone il rientro presso la propria abitazione.

Una decisione che rappresenta un passaggio fondamentale in una vicenda che riapre ancora una volta il tema del controllo sulle relazioni dei servizi sociali e del peso enorme che determinate valutazioni possono avere sulla vita concreta dei bambini e delle famiglie.

Avv. Francesco Miraglia

“Non le hanno detto che la bisnonna era morta: per i servizi sociali questo basterebbe a togliere una bimba alla sua famiglia”

Audio shock e denuncia contro comunità e assistenti sociali: genitori e nonni accusano relazioni distorte e pressioni psicologiche

 

LA SPEZIA (6 Maggio 2026). Una bambina di appena tre anni, collocata sin dalla nascita in comunità su disposizione del Tribunale per i Minorenni di Genova, rischia oggi di essere trasferita presso un’altra famiglia sulla base di relazioni che i genitori e i nonni definiscono gravemente distorte, parziali e non aderenti alla realtà.

La minore vive attualmente all’interno della comunità insieme alla madre, ma anche questa permanenza sarebbe oggi in discussione. Secondo quanto riferito dalla famiglia, infatti, la struttura avrebbe chiesto le dimissioni della madre dopo che quest’ultima avrebbe iniziato a contestare apertamente il comportamento degli operatori, le modalità con cui venivano gestiti i rapporti con la figlia e le ricostruzioni contenute nelle relazioni inviate al Tribunale. Una presa di posizione che, secondo i parenti e la difesa, avrebbe ulteriormente aggravato il clima di tensione all’interno della struttura.

Per questo motivo, i genitori della minore e i nonni paterni hanno presentato una formale denuncia-querela alla Procura della Repubblica della Spezia contro psicologi, assistenti sociali e operatori della comunità, ipotizzando i reati di falso ideologico in atto pubblico ex artt. 479 e 481 c.p., violenza privata ex art. 610 c.p. e omissione di atti d’ufficio ex art. 328 c.p.

Secondo quanto emerge dalla denuncia, il cuore della vicenda sarebbe rappresentato dalla clamorosa difformità tra le relazioni depositate agli atti del Tribunale e il contenuto reale dei colloqui registrati tra gli operatori e la famiglia. Le registrazioni audio integrali, trascritte all’interno della consulenza tecnica di parte, mostrerebbero infatti conversazioni riportate in modo selettivo e parziale, con omissioni delle contestazioni dei familiari e una sistematica enfatizzazione degli aspetti negativi, ignorando invece gli elementi favorevoli emersi durante gli incontri protetti.

Secondo la denuncia, le stesse schede osservative descriverebbero una bambina serena, affettuosa e profondamente legata al padre e ai nonni, con continui momenti di gioco, abbracci, ricerca del contatto fisico e relazioni positive, dati che tuttavia sarebbero stati ridimensionati o omessi nelle relazioni conclusive trasmesse al Tribunale.

Particolarmente grave, secondo i familiari, sarebbe quanto emerso nel corso dell’ultima udienza davanti al Tribunale per i Minorenni, durante la quale gli assistenti sociali avrebbero ribadito la presunta incapacità genitoriale e l’inadeguatezza anche dei nonni paterni – che in subordine avevano chiesto l’affidamento della minore – sostenendo che tali carenze deriverebbero dal fatto che, dopo la morte della bisnonna paterna, i familiari non avrebbero detto immediatamente la verità alla bambina di tre anni, spiegandole invece che la donna fosse “in vacanza”.

Secondo quanto riferito dai familiari, un ulteriore elemento valorizzato negativamente dai servizi sociali sarebbe stato il fatto che, durante le festività pasquali, la bambina abbia trascorso   un breve tempo con l’altra bisnonna senza che il servizio avesse dato l’autorizzazione. Circostanza che, secondo la famiglia e la difesa, dimostrerebbe il livello ormai estremo e ideologico delle contestazioni mosse contro il nucleo familiare, arrivando a trasformare normali dinamiche affettive e relazionali in presunti indicatori di inadeguatezza.

Nella denuncia vengono inoltre riportate pesanti contestazioni sulle condizioni della comunità dove la bambina vive con la madre. I familiari descrivono un clima fortemente conflittuale e intimidatorio, caratterizzato – a loro dire – da atteggiamenti aggressivi da parte di alcuni operatori, scarsa cura degli ambienti, problemi igienici e modalità relazionali giudicate non compatibili con il benessere di minori molto piccoli.

Secondo la querela, le pressioni esercitate sulla madre sarebbero arrivate persino a interferire con la libertà difensiva della donna. Le registrazioni riportano infatti frasi rivolte dagli operatori alla madre come: “Hai capito che devi cambiare avvocato?” oppure “Se tu ti presenti con l’avvocato del padre risultate coppia”. Circostanze che la denuncia considera estremamente gravi perché idonee a condizionare le scelte personali e processuali della donna.

I familiari, assistiti dall’Avv. Francesco Miraglia, chiedono ora che la Procura e il Tribunale verifichino integralmente la corrispondenza tra quanto realmente avvenuto durante gli incontri e quanto successivamente trascritto nelle relazioni ufficiali, contestando inoltre la richiesta di collocamento della bambina presso un altro nucleo familiare.

«I tribunali – dichiara l’Avv. Francesco Miraglia – non dovrebbero fidarsi ciecamente dei servizi sociali, che troppo spesso dimostrano di non essere né obiettivi né trasparenti. Da anni chiedo che venga finalmente istituito un sistema capace di controllare chi esercita un potere così invasivo sulla vita delle famiglie. Quando relazioni incomplete o distorte finiscono per determinare l’allontanamento di una bambina dalla propria famiglia biologica, non siamo più davanti a semplici errori tecnici: siamo davanti a un problema enorme di responsabilità istituzionale. In questa vicenda stiamo parlando del futuro di una bambina di tre anni e della possibilità concreta che cresca lontana dai propri genitori e dai propri nonni sulla base di una rappresentazione dei fatti che la famiglia sostiene essere falsa e manipolata»

L’Avv. Francesco Miraglia invitato al Salone Internazionale del Libro di Torino 2026: una voce autorevole nel dibattito sulla vittimizzazione secondaria

L’Avv. Francesco Miraglia sarà presente, su invito, anche per l’edizione 2026 del Salone Internazionale del Libro di Torino, confermando un riconoscimento che non è episodico ma ormai consolidato all’interno di uno dei contesti culturali e istituzionali più rilevanti del panorama europeo.
L’invito ufficiale, nell’ambito dell’iniziativa promossa da Confprofessioni Piemonte e dal Comune di Pianezza, colloca l’Avv. Miraglia tra gli interlocutori qualificati chiamati a intervenire su un tema ad alta criticità sistemica: “Violenza contro le donne e vittimizzazione secondaria”, con evento fissato per il 14 maggio 2026 presso il Padiglione Oval – W154.
Accanto a lui, l’Avv. Daniela Vita, coautrice del volume “Ma il problema sono io?!”, testo che rappresenta il perno del confronto e che affronta senza filtri il fenomeno della vittimizzazione secondaria, ossia quel corto circuito istituzionale per cui la vittima, anziché essere tutelata, subisce un ulteriore pregiudizio proprio all’interno del sistema giudiziario.
Non si tratta di una trattazione teorica. Il contributo degli Avv.ti Miraglia e Vita nasce da attività difensiva concreta in procedimenti ad alta conflittualità, dove la gestione delle dinamiche familiari e delle denunce di violenza si traduce spesso in decisioni che incidono in modo irreversibile sui diritti fondamentali, fino – in alcuni casi – all’allontanamento dei figli dalle madri.
Il fatto che l’Avv. Miraglia venga nuovamente invitato al Salone del Libro non è un dato formale, ma un indicatore chiaro di posizionamento: significa essere riconosciuti come professionista capace di incidere nel dibattito pubblico, portando contenuti scomodi ma necessari, supportati da esperienza diretta e capacità di lettura critica del sistema.
La partecipazione all’evento, inserito in un panel strutturato con istituzioni, professionisti e operatori del settore, rafforza ulteriormente la sua immagine di avvocato che non si limita alla gestione del contenzioso, ma che interviene attivamente nella costruzione del pensiero giuridico e nella denuncia delle disfunzioni sistemiche.
In un contesto in cui molti si adeguano alle prassi, l’Avv. Francesco Miraglia si colloca in modo netto: analisi, esposizione e presa di posizione. Ed è esattamente questo che oggi viene richiesto, anche nei contesti più autorevoli.