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Bimba violentata in una comunità in provincia di Roma: il Giudice prende tempo

Intanto in comunità viene isolata e additata come “infame” per aver causato l’allontanamento del violentatore

(ROMA, 15 Settembre 2021). «Temiamo per la sua sicurezza: il giudice la tiri fuori da lì»: l’avvocato Miraglia, facendosi portavoce della madre della dodicenne violentata in una comunità romana, non usa mezzi termini e invita il Tribunale per i minorenni di Roma ad intervenire tempestivamente. Il giudice, invece, pare non nutrire la medesima preoccupazione: ha infatti convocato l’udienza per fare chiarezza sulla vicenda tra ben due mesi, il prossimo 10 novembre.
Nel frattempo la dodicenne, che ha avuto ripetuti rapporti con un quindicenne, ospite anch’egli della medesima comunità, si trova in un concreto stato di pericolo: mentre il giovane è stato allontanato, lei è rimasta nella struttura, dove è additata come “infame” e “spia”, e viene isolata dalle altre compagne.
«E’ in pericolo» prosegue l’avvocato Miraglia, «sia perché in comunità a quanto pare, non esiste il controllo stretto e può accadere che un quindicenne abusi ripetutamente di una bambina di 12 anni, ma anche perché, emersa la storia, il ragazzo è stato allontanato e le compagne della ragazzina la accusano di questo: l’hanno isolata trattandola da spia».

Ma perché il gruppo di amichetti oggi la disapprova perchè ha fatto venire alla luce questo fatto?

Perché, secondo le altre ragazzine, la piccola avrebbe dovuto tacere?

Come mai il gruppo ritiene che questa cosa dovesse rimanere nascosta?

“In genere gli omertosi colludono con il “reato” essendone complici, informati o attori” sostiene Il Consulente Tecnico della madre, Prof.ssa Vincenza Palmieri, presidente dell’Istituto Nazionale di Pedagogia Familiare, che segue con attenzione la vicenda e commenta:” Cosa altro potrebbe essere tenuto nascosto oltre all’abuso della piccola?

Se per le amichette, questo non si doveva sapere e si schierano con il quindicenne, è facile temere che per il gruppo delle bambine sia un fatto normale fare sesso in quel contesto e che questo debba rimanere nascosto. Ed è anche vero che se le indagini non sono più che celeri, le dinamiche interne, come in ogni Istituzione Totale, saranno così resettate che ogni verifica sarà prima passata attraverso una riprogrammazione, mediazione, condizionamento del gruppo, sia dei pari che degli adulti. Rendendo irrintracciabile la verità!”

Cosa succede quindi in quella comunità e perché il giudice, appresa la grave vicenda, temporeggia tanto? Perché nonostante le ripetute denunce nessuno interviene e l’unica ad essere punita è la madre, tenuta lontana dai figli? Mentre il padre pubblica su Facebook le foto recenti fatte con la bambina ed il fratellino, esponendoli a morbose curiosità?

La ragazzina viene lasciata chiaramente in una situazione di pericolo. Ci domandiamo come mai la tutrice, invece di preoccuparsi di mettere al sicuro la ragazzina che il tribunale le ha affidato, minimizza la vicenda poiché la bambina sarebbe stata “consenziente”.
«Eravamo già preoccupati e fin dal maggio del 2020 contestavamo la collocazione dei due fratelli in questa comunità» conclude l’avvocato Miraglia, «quando depositammo in tribunale prove corpose della fatiscenza della struttura, del cibo avariato, della sporcizia, dei bagni inadeguati. Qualcuno all’epoca era intervenuto? Perché in caso contrario qualcuno dovrà rispondere anche di questo. L’unico provvedimento certo è che da allora alla madre sono stati sospesi gli incontri con i figli».
Oltre ad intervenire tempestivamente, andrebbero indagati i rapporti che intercorrono tra tribunale, tutrice e operatori della comunità.

Verona, bambini allontanati per questione di genere: l’assessore dovrebbe leggere le carte prima di intervenire

Avvocato Miraglia: «L’assessore Maellare legga le carte»

(VERONA, 7 Agosto 2021). Nella questione dei bambini che i Servizi sociali di Verona hanno allontanato dai genitori per questione di “genere”, in realtà è proprio la relazione degli operatori che indica a mamma e papà di non far usare alla bambina giochi maschili. Smentendo così le affermazioni rilasciate dall’assessore ai Servizi sociali, Maria Daniela Maellare, secondo la quale ritenere che l’allontanamento sia stato generato da una questione di genere suonerebbe come un’offesa all’intelligenza degli assistenti sociali e dei giudici del Tribunale minorile». Purtroppo basta leggere le relazioni e si evince che è tutto vero, nero su bianco: gli operatori apprezzano che chi si sta prendendo cura dei ragazzi, che vivono in una comunità, li stia educando differenziando loro i giocattoli.

«Lungi dal voler polemizzare con l’assessore Maellare» dichiara l’avvocato Miraglia, che assiste i genitori, «probabilmente in questo periodo di ferie ha avuto poco tempo per leggere le relazioni. La invitiamo pertanto a prendere visione delle relazioni, poiché sarebbe grave che un amministratore, chiamato a rappresentare i cittadini, in particolare i più fragili, non conosca l’argomento e i provvedimenti assunti».

«Va condivisa e rispettata l’inclinazione individuale dei bambini nella libera espressione ludico-ricreativa» riporta testualmente la relazione degli operatori sociali «attraverso l’utilizzo di giochi adatti per età e per ruolo di genere (maschile e femminile), che i bambini stanno acquisendo dai caregivers nel contesto comunitario. Motivo per il quale l’indicazione data ai genitori è stata quella di non far utilizzare alla bambina giochi prettamente maschili».

«Invitiamo quindi l’assessore a chiedere spiegazioni a chi ha firmato le relazioni» prosegue l’avvocato Miraglia «e auspichiamo che il Tribunale per i minorenni di Venezia consideri questa relazione carta straccia. Quanto poi al fatto che l’assessore riferisce che i bambini siano sereni, ci permettiamo di obiettare: una bambina, che in comunità ha subito molestie sessuali, come potrebbe stare bene?».

 

Tribunale per i minorenni di Venezia giustifica l’inefficienza dei servizi allontanando due bambini dai genitori

(VERONA, 7 Luglio 2021). Il Tribunale dei Minorenni di Venezia deve aver letto le carte al contrario o aver preso un abbaglio: non si spiegherebbe, altrimenti, perché abbia allontanato due bambini veronesi dai loro genitori, impedendone persino gli incontri protetti e confinandoli per l’ennesima volta in una comunità, alla vigilia del loro rientro a casa. A motivare il provvedimento sarebbe un presunto atteggiamento oppositivo dei genitori, che invece si sono sempre dimostrati collaborativi con i Servizi sociali del Comune di Verona, dove abitano, e amorevoli con i figli. «Se c’è qualcuno che ha delle mancanze, questi sono il Servizio di Neuropsichiatria infantile e i Servizi sociali di Verona» dichiara l’avvocato Miraglia, legale dei genitori, «perché non hanno mai ottemperato alle originarie prescrizioni del Tribunale stesso. Non hanno mai avviato un percorso di sostengo ai genitori, per essendo loro più che collaborativi, né hanno iniziato una progettualità con i bambini». I genitori, tramite l’avvocato Miraglia, hanno presentato reclamo alla Corte d’Appello di Venezia, chiedendo che i bambini siano finalmente collocati a casa propria, dove praticamente non vivono stabilmente più dal 11 novembre 2019.

Sono infatti quasi tre anni   che questi bambini, che hanno 11, 7 e 4 anni non vivono con i genitori.

Da un anno la sorellina è potuta tornare a casa da mamma e papà per motivi di salute, mentre i due fratellini sono rimasti nella struttura.

I genitori nel frattempo hanno ripreso una vita regolare e hanno un ottimo rapporto con i figli, pertanto ad agosto dello scorso anno il Tribunale per i Minorenni aveva disposto il “rientro graduale dei minori presso i genitori”; che è avvenuto regolarmente tutti i fine settimana da agosto l’anno scorso fino al 20 giugno u.s.. A fine giugno, a sorpresa, i Servizi sociali hanno comunicato alla coppia che la comunità che ospitava i bimbi li avrebbe messi alla porta, non avendo più nulla da fare con loro ma soprattutto perché non era stato mai presentato un progetto da parte dei servizi sociali. Incredibilmente il Tribunale per i minorenni, invece di prendere atto dell’inefficienza dei servizi sociali ha ricollocato  i bambini a una comunità, l’ennesima, sospendendo pure gli incontri con i genitori perché questi non sarebbero collaborativi. Ma se hanno fatto tutto ciò che è stato chiesto loro! Sono le istituzioni che hanno mancato in tutto! E il Tribunale dei Minorenni ha travisato le risultanze fattuali, cadendo forse nel clamoroso errore di imputare la mancata ottemperanza delle sue indicazioni ad un atteggiamento oppositivo o non collaborativo dei genitori. Sono le istituzioni ad avere colpe e mancanze. È la comunità familiare che ospitava i bambini ad avere, in via autonoma, “deciso le dimissioni dei bambini”; mentre il Servizio di Neuropsichiatria infantile e i Servizi sociali del Comune di Verona non hanno mai ottemperato alle disposizioni del tribunale stesso, non avviando mai un percorso di sostegno ai bimbi e i genitori. I quali adesso, insieme ai loro figli, sono vittime di un sistema dalle grandissime falle e dalle palesi inadempienze e inadeguatezze».

Questa ennesima situazione dimostra che a pagare le conseguenze sono sempre i più deboli ma soprattutto mi chiedo e chiedo come è possibile che un Tribunale invece di condannare la superficialità, le inefficienze, il pressapochismo di chi con i soldi pubblici dovrebbe tutelare e salvaguardare i diritti dei minori, li ignora  o meglio ancora li giustifica sulla pelle dei bambini?

Avvocatessa Bolognese vive in comunità con la sua bambina di un anno

AVVOCATESSA BOLOGNESE VIVE IN UNA COMUNITÀ CON LA SUA BAMBINA DI UN ANNO

 

Timore per la bimba: dopo aver trascorso l’intera sua piccola vita in ospedale per problemi di salute, avrebbe bisogno di tranquillità e di un ambiente quanto più sterile possibile

 

BOLOGNA (01 Giugno 2021). Incomprensibile la decisione assunta dai Servizi sociali bolognesi nei confronti di una donna, uno stimato avvocato, e della sua bambina, che il suo anno di vita lo ha trascorso interamente in ospedale, per gravi problemi di salute: sono costrette a vivere in una comunità, senza che però vi sia la necessità di metterle in salvo da un immediato pericolo o che necessitino di un qualsivoglia aiuto. Il motivo che ha spinto gli assistenti sociali ad assumere un simile provvedimento, è stata “l’opposizione alle terapie e ai suggerimenti del personale sanitario, l’atteggiamento polemico verso gli operatori e l’aver impedito le cure necessarie alla salute della piccola”. Motivazione che non rispecchia in alcun modo la vicenda come si è svolta nella realtà dei fatti.

L’avvocatessa vive sola e poco più di un anno fa ha dato alla luce una bambina, che ha mostrato fin da subito grossi problemi di salute e la necessità di essere sottoposta, a poche settimane di vita, al primo di una lunga serie di interventi chirurgici.

La bimba, infatti, ha subito ben sei interventi, tre dei quali a cuore aperto. L’evento che ha scatenato il procedimento è stato quando, dopo la quinta operazione, la madre si è opposta al trasferimento della figlia nel reparto di pediatria, sostenendo che la piccola stesse ancora troppo male per essere collocata in un reparto non specializzato. E infatti la bambina, le cui condizioni sono peggiorate sensibilmente, è stata sottoposta d’urgenza ad un ulteriore intervento. La madre quindi ci aveva visto giusto, aveva capito che qualcosa non andava, a dispetto di quanto affermavano i medici. Sta di fatto, però, che per questa sua “opposizione”, pur comprovatamente motivata, è stata segnalata ai Servizi sociali, che hanno provveduto a formalizzare la presa in carico di madre e figlia, collocandole, una volta che la piccola è stata dimessa dall’ospedale, in una comunità di accoglienza.

«Un contesto che non si addice alle necessità della piccola» dichiara l’avvocato Miraglia, al quale si è rivolta la donna, «la quale, a causa delle patologie di cui soffre, seppure al momento stabile, rischia di contrarre delle infezioni e conseguentemente di aggravare di nuovo la propria condizione di salute. È evidente che il collocamento presso la dimora della madre sarebbe la soluzione più consona alle esigenze di questa bambina».

Non si capisce quindi il motivo per il quale questa donna non possa ritornare nella tranquillità di casa propria, anche perché all’interno della comunità madre e figlia sono alloggiate senza che sia stato predisposto per loro un progetto di sostegno, un percorso di qualunque tipo. Parcheggiate e basta. «L’attuale collocazione» prosegue l’avvocato Miraglia «non è quindi giustificata né dal punto di vista dei fatti né dal punto di vista del diritto. A cosa serve una simile collocazione in comunità? Sarebbe importante che il Tribunale per i minorenni dell’Emilia Romagna spiegasse quale sia l’obiettivo di tale collocamento: è pacifico che la mancata risposta non fa che avvelare quella tesi che sostiene che siffatte collocazioni siano parte integrante di quel mercato fatto sulla pelle dei bambini».

La donna ha presentato quindi istanza urgente al Tribunale per i minorenni di Bologna, confidando che venga accolta quanto prima possibile, nell’interesse della salute di una piccina così fragile, che per tutta la sua vita ha conosciuto solo ambienti estranei e asettici e mai il calore della propria casa.

 

Verona: mamma “parcheggiata” in una casa famiglia da 55 mesi denuncia il Comune alla Corte dei Conti

In quasi 5 anni il municipio avrebbe speso oltre 600 mila euro per questa famiglia, senza programmare per loro il rientro a casa propria. VERONA (25 maggio 2021). Una donna ha denunciato il Comune di Verona alla Corte dei Conti di Venezia, per danno erariale: da quasi cinque anni si trova alloggiata con tre suoi figli in una comunità senza alcuna progettualità a parte dei Servizi sociali per farli tornare a casa propria. Una situazione che sarebbe costata ai contribuenti veronesi 660 mila euro.

La donna da anni chiede invano di poter tornare alla sua vita, mancando attualmente motivi validi per tenere lei e i suoi bambini segregati e lontani dai loro cari. L’incubo era iniziato nel 2015, quando aveva denunciato il padre dei suoi tre figli minori per abusi nei confronti della sua figlia maggiore, nata da una precedente relazione. L’uomo era stato condannato a sei anni di reclusione, la figlia maggiore era stata allontanata e collocata in una comunità, la donna con i tre figli più piccoli, rimasta senza aiuti economici, era stata ospitata in una casa famiglia. Dalla quale, nonostante siano trascorsi quasi cinque anni, la donna e i suoi figli non sono ancora usciti. Parcheggiati in un limbo, senza lavoro, senza poter tornare a casa propria, senza la possibilità di incontrare i parenti. I Servizi sociali veronesi in questi 55 mesi non hanno programmato per questa donna e per i suoi bambini alcun tipo di progetto di rientro. Vivono quindi a spese dei contribuenti. «Fatti dei conti a spanne» dichiara l’avvocato Miraglia, che difende la donna «dal 8 novembre 2016 a oggi sono passati 4 anni e 7 mesi: calcolando al ribasso di 400 euro al giorno per 55 mesi, questa famiglia finora è costata al Comune quasi 660 mila euro. Soldi che il municipio avrebbe potuto risparmiare oppure utilizzare per altri progetti e finalità, non ultimo far rientrare questa donna a casa propria e aiutarla ad essere economicamente indipendente».

Eppure il Tribunale di Verona era stato chiaro: nel 2017 e nel 2018 aveva ordinato ai Servizi sociali di predisporre ed iniziare un progetto educativo e di supporto per i minori nonché un percorso finalizzato al recupero delle capacità genitoriali per la loro madre. «In spregio alle disposizioni del Tribunale» prosegue l’avvocato Miraglia «i Servizi sociali, adottando dei provvedimenti abnormi e illegittimi e prevaricando i propri poteri e i propri fini sociali, ha letteralmente confinato questa donna e i suoi bambini in una struttura fatiscente, senza adoperarsi per assisterli, ammassandoli in quattro dentro un’unica stanza con vestiti, giocattoli e libri tutti accatastati per mancanza di spazio. La nostra permanenza presso la comunità è senza dubbio un’esperienza del tutto sterile e stressante per il procrastinarsi forzoso della lontananza dalla abitazione di Verona di questa famiglia e dai suoi affetti (inclusa la figlia primogenita, i nonni egli zii). E anzi, spendendo un’enorme quantità di denaro: invitiamo quindi la Corte dei conti a verificare se questo fatto non costituisca un danno erariale».

Verona: il piccolo Marco affidato definitivamente ai nonni

Dopo tre anni finisce l’odissea del piccolo che i Servizi sociali volevano far adottare ad altra famiglia

VERONA (25 Aprile 2021). Dopo tre anni finisce l’odissea del piccolo Marco, che i Servizi sociali volevano far adottare ad altra famiglia: il Tribunale per i minorenni di Venezia ha decretato che il bambino, che ora ha cinque anni e mezzo, venga affidato ai nonni materni, con i quali è tornato a vivere. Il tribunale ha anche stabilito che i Servizi sociali si attivino per riavvicinalo alla mamma.

«Finalmente dopo tre anni si conclude la tragica vicenda di questo bambino» dichiara l’avvocato Miraglia, al quale si erano affidati i nonni per riavere il piccolo con sé. «Non possiamo che essere soddisfatti del fatto che il Tribunale per i minorenni abbia accolto le nostre istanze e che abbia fatto tornare Marco nella sua casa, dai nonni, dove era accudito amorevolmente. Ci sono voluti però tre anni di sofferenze, per arrivare ad affermare quanto noi abbiamo sempre sostenuto fino dal primo giorno: Marco stava bene con i nonni materni. Tre anni persi, tre anni nei quali il bambino è vissuto lontano dall’affetto della sua famiglia, senza motivo, sballottato tra comunità e famiglie affidatarie. Abbiamo avuto mandato di valutare ora un’azione civile di risarcimento danni nei confronti dell’assistente sociale e soprattutto della psicologa che ha determinato l’allontanamento del bambino e questo lungo e doloroso iter giudiziario».

Il piccolo Marco era stato allontanato fin dalla nascita dalla madre, che aveva all’epoca problemi di tossicodipendenza: viveva con i nonni, ma gli assistenti sociali di Verona lo hanno allontanato da casa, affidandolo ad un’altra famiglia e chiedendo che venisse dichiara adottabile, sostenendo che la nonna, che era stata incapace di tenere lontana la propria figlia dalla droga, non poteva essere un’educatrice adeguata. Incuranti del fatto che una famiglia il bambino l’avesse, amorevole e in grado di occuparsi di lui.

Per il piccolo Marco c’era stata una grande mobilitazione: manifestazioni in piazza, volantini sulle vetrine dei negozi. Del caso si era interessato anche l’ex ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana.

«Adesso il tribunale ha ufficializzato l’affidamento alla nonna materna, che ne è la tutrice provvisoria» prosegue l’avvocato Miraglia, «incaricando i Servizi sociali di elaborare un percorso di sostegno in favore della madre, volto a favorire il possibile rapporto con il piccolo. Questo per noi è motivo di grande soddisfazione e ci auguriamo che per i Servizi sociali questa vicenda sia d’esempio a non giudicare preventivamente le persone, ma di valutarle e conoscerle, prima di allontanare un bambino dalla sua famiglia e di farlo dichiarare adottabile». Un ringraziamento va a tutta la citta di Verona che sin dall’inizio ha mostrato partecipazione, sostengo e sensibilità per il piccolo Marco e la sua famiglia. 

Cassino: squalificante mettere sul piano politico la vicenda delle due bambine strappate alla zia

Cassino  (20 Aprile 2021).  Nella giornata di ieri, è stato pubblicato, su un quotidiano locale un articolo dal titolo “Le bimbe tolte alla zia e quel fallo da cartellino rosso di una “certa destra”, a firma del già vice sindaco di Cassino.

Visto che si ritorna ad intervenire sulla vicenda delle bambine che i Servizi sociali hanno strappato due settimane fa alla zia e che attraverso alcuni mass media si stia operando una difesa d’ufficio del sindaco stesso e degli assistenti sociali, non possiamo esimerci dall’intervenire, anche noi, in quanto legali della zia, per chiarire ulteriormente alcuni passaggi e rispedire al mittente alcune, gratuite, accuse.

 

Corre l’obbligo innanzitutto di precisare che il Tribunale per i minorenni di Roma non ha confermato l’operato dei Servizi sociali di Cassino e non è vero che non abbia rilevato elementi per sconfessare l’operato delle assistenti sociali, dal momento che l’udienza è fissata per il prossimo 5 Maggio.

Pertanto chi si sente in dovere di intervenire, almeno abbia la compiacenza di informarsi sulle cose, altrimenti farebbe bene a tacere.

 

Accusare poi lo Studio Miraglia di strumentalizzare la vicenda di queste due bambine per questione politica, non trova riscontro alcuno e la trasparenza e trasversalità con il quale operiamo è sotto gli occhi di tutti. Da anni interveniamo a tutela di minori, indipendentemente dal colore politico delle amministrazioni che emanano dei provvedimenti di allontanamento ingiustificati. E quando ci si riferisce al “caso Bibbiano” è per indicare il metodo adottato da più e più Comuni, purtroppo, di allontanare i bambini per affidarli a case famiglia che magari hanno rapporti poco trasparenti con le amministrazioni stesse oppure con gli assistenti sociali che vi operano. E a questo proposito il sindaco di Cassino ci spieghi che rapporti ha con gli assistenti sociali che hanno deciso di allontanare queste due bambine, i quali pare vengano forniti da un consorzio e non sono nemmeno alle dirette dipendenze del municipio.

 

Costoro hanno applicato in questa vicenda l’articolo 403 del Codice civile, il quale recita: “Quando il minore si trova in una condizione di grave pericolo per la propria integrità fisica e psichica la pubblica autorità, a mezzo degli organi di protezione dell’infanzia, lo colloca in luogo sicuro sino a quando si possa provvedere in modo definitivo alla sua protezione”. Ci debbono dire, questi signori, che grave pericolo correvano queste due bambine, dal momento che la motivazione che i Servizi sociali hanno addotto nella relazione presentata al Tribunale per i minorenni di Roma è l’eccesso di possesso e un atteggiamento della zia ritenuto troppo critico verso l’operato degli assistenti sociali.

Tra l’altro fu il sindaco per primo ad intervenire dicendo di non conoscere la vicenda e, come cittadini, siamo sdegnati dal fatto che il tutore delle bambine non sappia cosa si decida dei minori a lui affidati, né conosca i motivi di un allontanamento così brutale. Ma quando firma un provvedimento, lo fa senza chiedere, senza controllare?

 

La vicenda sicuramente la ben conosce chi, come noi, ci è addentro pertanto, chi si è lanciato in una accorata difesa del sindaco, sarebbe stato opportuno che avesse un minimo di conoscenza dei fatti. Porre la vicenda, poi, sul piano politico è squalificante e non centra l’obiettivo della questione: il sindaco non ha certo bisogno di una difesa d’ufficio. Chi agisce con le sue responsabilità deve essere forte solo della propria decisione, del proprio buon operato.

 

Quanto a noi, legali dello Studio Miraglia, dire che agiamo per interessi o posizioni meramente politiche è oltremodo ingiusto e offensivo. Gli avvocati non si schierano: gli avvocati rispondono al mandato ricevuto dai loro assistiti e agiscono in loro difesa. Respingiamo pertanto ogni infondata accusa di partigianeria politica: soprattutto quando si parla di bambini, non ci sono colori o schieramenti o interessi politici. Ci sono solo i diritti delle persone, persone fragili e indifese.

Cassino. bimbe sottratte alla zia. Il Sindaco tace i motivi

FROSINONE (14 Aprile 2021). «Abbiamo letto la replica del Sindaco di Cassino, Enzo Salera, al caso delle due bambine sottratte alla zia che abbiamo sollevato nei giorni scorsi: riteniamo che abbia perso un’occasione per stare zitto» dichiara l’avvocato Miraglia, che tutela la zia delle due bambine, le quali, affidate a lei dal tribunale, all’improvviso e senza motivo apparente sono state condotte in una casa famiglia. «Colpisce la cifra dei minori, un centinaio, che si vanta di far seguire ai suoi Servizi sociali» prosegue l’avvocato Miraglia. «Un po’ altina visto che Cassino è un Comune di medie dimensioni, annoverando suppergiù 36 mila abitanti. Il suo comunicato, comunque, tutto diceva tranne i motivi per i quali i Servizi sociali hanno sottratto alla zia le due bambine, che con lei vivevano serene. A parte che anziché una nota stampa, poteva convocare la zia in Municipio per parlare direttamente con lei, ci deve spiegare e illustrare quali sarebbero le sue mancanze, tali da non consentire che le bambine avessero una “crescita educativa, fisica e psicologica normale”».

Quello che pare evidente, ancora una volta, è che il Sindaco nulla sappia di tutta questa vicenda e che soprattutto si sia di fronte ad un abuso di potere. «Ricordiamo al Sindaco» prosegue ancora l’avvocato Miraglia, «al quale diciamo che, grazie, ma non ci servono lezioni su come sono organizzati i  Servizi sociali, ebbene ricordiamo che l’unica possibilità per la Pubblica Amministrazione di sostituirsi all’Autorità Giudiziaria, che le consenta di allontanare di impeto dei minori dalla casa e dalla famiglia in cui vivono, è che sussistano dei gravi e imminenti pericoli per la loro incolumità.

 

Ma quale pericolo ci poteva essere se queste bambine sono brave a scuola, serene e che quel giorno la zia le aveva accompagnante in municipio a un incontro i genitori, oltretutto per pura iniziativa arbitraria degli operatori sociali, pulite e ben vestite? Invece di lanciarsi in una difesa d’ufficio nei confronti dei suoi assistenti sociali, ci spieghi i motivi che hanno portato a questo allontanamento coatto.

 

E soprattutto, visto l’elevato numero di casi di minori che il Comune dice di seguire, ci illustri quante e quali convenzioni siano in essere con le case famiglia  e le comunità di accoglienza; quanto spende, in denaro pubblico, il Comune di Cassino per alloggiare i minori allontanatati da casa e nello specifico quanto costano queste due bambine alla collettività. Soldi che potevano essere tranquillante risparmiati. Ci si conceda poi un’ultima affermazione: siamo stati contattati da diversi cittadini di Cassino, che ci hanno raccontato come episodi di allontanamento in tutto simili a quello di queste bambine sarebbero già avvenuti, e non un paio di volte soltanto, e come parrebbe esserci pure un procedimento penale in corso per gli ambigui rapporti che gli operatori sociali avrebbero intrattenuto con strutture di accoglienza. Diciamo che se il  Sindaco vuole parlare, ha diversi argomenti da illustrare a questa zia e ai suoi concittadini».

Frosinone: i servizi sociali “rapiscono” due bambine affidate alla zia

Senza motivo sono state portate in una comunità. La zia denuncia gli assistenti sociali per sottrazione di minore

FROSINONE (9 Aprile 2021). Ha dell’incredibile quanto accaduto lunedì a due sorelline di 8 e 11 anni, che vivono in provincia di Frosinone e che da tre anni sono affidate alla zia materna: convinte di andare a un incontro protetto con il padre, sono state invece “rapite” dagli assistenti sociali, che le hanno portate in una comunità nascosta. Sarebbe logico se questo fosse avvenuto in un contesto familiare degradato, se le bambine fossero state in grave pericolo o vivessero in un contesto di abbandono morale e materiale. Invece da tre anni sono affidate alla zia, con cui hanno uno splendido rapporto e alla quale sono molto affezionate. Frequentano la scuola con ottimo profitto e al pomeriggio la zia ha sempre garantito loro la frequenza ad attività ludiche e sportive.

Non solo. Diversi mesi fa la zia si era rivolta all’Istituto Nazionale di Pedagogia Familiare affinché le bambine ricevessero una valutazione pedagogica e un programma didattico personalizzato, per consentir loro di essere seguite nel migliore dei modi anche dal punto di vista della formazione scolastica: perché acquisissero una buona metodologia di studio e raggiungessero gli obiettivi previsti con soddisfazione e autostima. La zia, dunque, ha curato sia l’ordinario che lo straordinario delle bambine, avvalendosi anche dell’ausilio di una equipe di professionisti.

Il team dell’Istituto – che seguiva le bambine – ne aveva rilevato l’estrema necessità di stabilizzarsi e di vivere serenamente quell’equilibrio familiare che finalmente avevano trovato con la famiglia della zia dopo aver vissuto una condizione di grave disagio. Dopo le indicibili sofferenze a cui erano state sottoposte, infatti, avevano trovato stabilità e calore familiare.

Bambine brave e finalmente serene, quindi; ecco perché risulta ad oggi incomprensibile il motivo per il quale lunedì pomeriggio sono state allontanate dalla zia all’improvviso e senza che, per altro, vi sia un provvedimento da parte del Tribunale per i minorenni di Roma. Al quale la zia, attraverso lo studio legale Miraglia, si è rivolta ora, chiedendo di dichiarare illegittimo l’allontanamento delle sue nipotine.

Non ultimo, la donna ha denunciato gli assistenti sociali del Comune del Frusinate in cui risiede per abuso di potere e sottrazione di minori: quando si è rivolta a loro, incredula, chiedendo il motivo per cui le nipoti le fossero state strappate così, senza preavviso, senza un abito di ricambio, senza i loro libri di scuola, convinte di andare a trovare il papà, si è sentita rispondere che adesso sono loro i tutori delle bimbe e che possono disporre come meglio credono, avendo “pieni poteri e diritti decisionali”. «Ma chi glieli ha attributi questi poteri?» domanda l’avvocato Miraglia «dal momento che manca un provvedimento e che fu il giudice tutelare, nel 2018, ad aver affidato alla zia materna le due ragazzine, ritenendola la situazione idonea per la loro crescita serena e facendo decadere la potestà di entrambi i genitori: la mamma soffre di disordini psicologici e psichiatrici, il padre non riesce ad occuparsi delle figlie e si è sposato con una donna che, per sua stessa ammissione, è alquanto severa e molto poco amorevole con le bambine.

La Prof.ssa Palmieri, si unisce alla preoccupazione espressa dall’Avv. Miraglia, rappresentando – proprio sulla base delle osservazioni effettuate presso il proprio Istituto – l’estremo bisogno di certezze familiari e di equilibrio da parte delle bambine. «Questo “rapimento” rappresenta, infatti, un fatto pericoloso per la loro salute psichica: il distacco improvviso e forzato dai primi affetti sperimentatati in famiglia, dopo tante sofferenze, le scaraventa in un rischio involutivo-patologico grave. Chi ha operato tale scelta scellerata lo ha fatto non considerando le importanti conseguenze che già nel breve periodo si verificano sulla salute mentale delle bambine.
Ecco perché è necessario che queste tornino immediatamente agli affetti familiari; ecco perché è fondamentale che la zia possa riabbracciarle presto, raccontando loro che è stato solo un brutto sogno e che nessuno tornerà più a spezzare quella serena stabilità che si era appena cominciata a costruire».

Le due sorelline devono tornare a casa dalla zia. Ci auguriamo che il Tribunale per i minorenni di Roma voglia mettere immediatamente mano al loro fascicolo e che la Procura minorile prenda le distanze da questi operatori, altrimenti saremo davanti ad un doppio abuso. Purtroppo sembra che si sia una “Bibbiano” pure a Frosinone».

Poste italiane condannata a risarcire un cliente derubato di 11 mila euro

Gli impiegati non si erano accorti che l’assegno incassato da un truffatore era palesemente falso.
MODENA (27 Marzo 2021).Sentenza che farà giurisprudenza quella emessa giovedì dal Tribunale di Modena contro Poste Italiane, riconosciuta colpevole di non essersi accorta di avere fatto incassare a un truffatore un assegno palesemente falso. Con il quale, ad uno Sportello postale di Oderzo (Treviso), aveva sottratto 11 mila euro ad un uomo che lo aveva contattato per l’acquisto di un’auto. Al povero malcapitato ci sono voluti sei anni di battaglie legali, ma alla fine si è visto riconoscere la ragione e anche la cifra sottrattagli, con tanto di interessi, oltre al risarcimento delle spese legali e di quelle affrontate per la perizia tecnica.

«La sentenza ribadisce il principio di diritto secondo cui la diligenza richiesta a chi svolge l’ attività bancaria è caratterizzata dal maggior grado di attenzione e di prudenza» dichiara l’avvocato Miraglia, al quale il derubato si è rivolto per ottenere giustizia «e riconosce il diritto ai clienti di Poste Italiane ad essere tutelati dai tentativi di truffa. Nessuno, che affidi i suoi risparmi alle Poste, deve vivere con il perenne terrore di vedersi svuotare il conto da una qualunque persona si presenti a incassare un assegno emesso falsamente a suo nome».

I fatti risalgono al 2015: la vittima del raggiro aveva contattato il truffatore, intenzionata ad acquistare l’auto che costui metteva in vendita al prezzo di 11 mila euro. Nel corso della trattativa, quale garanzia, gli aveva spedito via mail la foto dell’assegno che aveva emesso a suo nome. Poi però l’affare non era andato in porto, poiché il venditore aveva fatto perdere le proprie tracce. L’acquirente credeva fosse finita lì, sennonché poco dopo si è accorto che dal suo conto postale mancavano 11 mila euro, prelevati dal truffatore tramite assegno a uno sportello del Trevigiano.

Poste Italiane ha inizialmente respinto ogni addebito di responsabilità, ma dopo sei anni di battaglie legali l’uomo si è visto riconoscere la ragione: la perizia tecnica aveva infatti messo in luce quanto l’assegno, che il truffatore aveva riprodotto e incassato, fosse chiaramente falso, privo dei contrassegni di sicurezza anti-contraffazione e difforme persino nei caratteri tipografici rispetto a quelli emessi dalle Poste. L’impiegato, pertanto, avrebbe dovuto accorgersi immediatamente che si trattava di un raggiro.

«Proprio sulla base di questa palese contraffazione, il Tribunale ha riconosciuto al mio cliente la completa restituzione della cifra, interessi compresi» conclude l’avvocato Miraglia.