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“Ci sono anch’io” Al Caffè Dante di Verona: Francesco Miraglia e Daniela Vita propongono il loro libro,  che definisce la disabilità come diritto umano

 Giovedì 16 aprile 2026, ore 18:00 al Caffè Dante Bistrot in Piazza dei Signori a Verona, Francesco Miraglia e  Daniela Vita presentano il volume Ci sono anch’io. La disabilità è una dimensione della diversità umana (Armando Editore). Modera il giornalista Maurizio Pedrini. Intermezzi musicali alla tastiera a cura di Andrea Speri. Ingresso libero. 

 Verona, lunedì 13 aprile 2026 – Quante volte, di fronte a una persona con disabilità, la società ha scelto di non vedere e di non ascoltare? Dire “ci sono anch’io” non è una rivendicazione retorica: è un atto di esistenza, un’affermazione giuridica e sociale che impone attenzione e riconoscimento.

È con questa urgenza che giovedì 16 aprile 2026, alle ore 18:00, il Caffè Dante Bistrot a Verona ospita la presentazione del libro «Ci sono anch’io. La disabilità è una dimensione della diversità umana» (Armando Editore) scritto da Francesco Miraglia con Daniela Vita.

A moderare la conversazione è il Comm. Dott. Acc. Maurizio Pedrini, giornalista freelance, Segretario Nazionale UNCI, Direttore di testate nazionali e locali e responsabile dello Studio Verona Comunica, che offre una chiave di lettura sul ruolo dell’informazione nella costruzione di una cultura realmente inclusiva.

L’incontro rappresenta non solo un momento di presentazione editoriale, ma un’occasione di confronto aperto su temi centrali per la società contemporanea: inclusione, pari opportunità, tutela delle fragilità e responsabilità delle istituzioni. L’evento si inserisce in un più ampio percorso di sensibilizzazione e promozione dei diritti, con l’obiettivo di stimolare un cambiamento culturale concreto, che passi dalla conoscenza alla responsabilità.

IL LIBRO

Ci sono anch’io. La disabilità è una dimensione della diversità umana è scritto dall’Avv. Francesco Miraglia, cassazionista e penalista con consolidata esperienza nella tutela dei minori e dei soggetti vulnerabili, affiancato in veste di coautrice, da Daniela Vita, avvocato esperta in diritti umani, tutela delle persone con disabilità e politiche inclusive. Il testo si colloca in un contesto culturale e giuridico di assoluta attualità, affrontando il tema della disabilità non come limite, ma come espressione della pluralità dell’esperienza umana.

Attraverso la storia di Sara, la narrazione restituisce una rappresentazione autentica e concreta della quotidianità delle persone con disabilità, mettendo a fuoco criticità, ostacoli sistemici e, soprattutto, la forza identitaria di chi rivendica il proprio spazio nel mondo.

Dedicato a coloro che non sanno, affinché imparino innanzitutto a capire e poi ad agire di conseguenza, il volume racconta la vita di Sara giorno per giorno: gli sforzi, le difficoltà e la forza interiore per non lasciarsi abbattere e dare una dignità positiva alla propria vita. La sua storia è un invito a riflettere sull’unicità di ogni persona, sul diritto di essere diversi e di potersi esprimere in condizione di parità con gli altri. Affermare la propria esistenza, dire ci sono anch’io, significa riconoscere l’essere umano e trovarlo anche dove la voce è troppo flebile per arrivare da sola.

L’opera si configura come uno strumento di riflessione e di consapevolezza collettiva, capace di superare approcci assistenzialistici e stereotipati per affermare un paradigma inclusivo fondato sul riconoscimento dei diritti fondamentali della persona.

Non si tratta di un semplice racconto, ma di un vero e proprio percorso che richiama principi giuridici e costituzionali troppo spesso disattesi, ponendo al centro il diritto all’uguaglianza sostanziale, alla dignità e alla piena partecipazione sociale. Il volume si propone come un viaggio attraverso i principi di diritto a fondamento della tutela della persona nei suoi aspetti più profondi: principi troppo spesso trascurati, che hanno il bisogno di essere riaffermati, senza retorica. In una prospettiva sociale e inclusiva, se tanto è stato fatto, molto resta ancora da fare.

 

GLI AUTORI:

FRANCESCO MIRAGLIA

Avvocato e fondatore dello Studio Legale Miraglia Associato, cassazionista-penalista, giornalista-pubblicista e mediatore familiare e penale, criminologo Francesco Miraglia è una delle voci più riconosciute in Italia nella tutela dei minori e dei soggetti vulnerabili.

Docente e direttore di master all’INPEF (Istituto Nazionale di Pedagogia Familiare) di Roma, è stato Consulente per lo Stato dell’Ecuador per le vicende penali e di diritto di famiglia (2013–2015). Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive e radiofoniche nazionali, tra cui Porta a PortaI Fatti VostriLa Vita in direttaNon è l’Arena, Radio 24 e Radio Rai, ed è stato relatore in Commissioni parlamentari sul diritto minorile presso la Camera dei Deputati.

Tra i numerosi riconoscimenti: Medaglia d’oro del premio internazionale Maison des Artistes per l’impegno sociale (Università La Sapienza, Roma, 2012), Premio Nazionale “Pedagogia Familiare”, Life Gates 2015 per l’impegno in difesa dei minori e del diritto alla vita.

Francesco Miraglia è autore di numerosi volumi pubblicati con Armando Editore, tra cui Ridateci i nostri figli! (2011), Mai più un bambino (2013), Papà portami via da qui (2015), Bambini prigionieri (2021) e L’avvocato dei bambini (2022).

 

DANIELA MARIA VITA

Avvocato del Foro di Reggio Calabria, specializzato in diritto penale e diritto di famiglia, è un’autrice impegnata nella tutela dei diritti umani, con particolare attenzione ai diritti delle persone con disabilità, giustizia di genere e protezione dei minori tra Italia e Spagna. Promotrice della Tutela dei Diritti Fondamentali, delle Pari Opportunità e delle Politiche Inclusive a livello Nazionale  e Internazionale. Ha fondato lo Studio Legale VITA, con sedi in Italia e Spagna, è Vicepresidente della delegazione Spagna dell’Associazione A.N.I.L.D.D.. Esperta sia nella  gestione e coordinamento di team multidisciplinari, sia in attività di advocary e relazioni istituzionali, è docente e autrice di Pubblicazioni Giuridiche.  Ha conseguito il Riconoscimento Nazionale “Liberi e forti” per l’impegno nel mondo del sociale e della disabilità – conferito dalla Regione Lazio. Ha scritto alcuni libri, tra cui:  “Ci sono anch’io – la disabilità è una dimensione della diversità umana” – insieme a Francesco Miraglia  Armando Editore, 2023 ed è autrice del volume: “Ma il problema sono io?!” – la vittimizzazione secondaria ad opera del sistema giudiziario: violenza domestica e allontanamenti dei figli dalle madri” – Armando Editore 2025.

 

Dal processo Aemilia al libro “Colpevole di essere calabrese”: quando il contesto prende il posto delle prove

Nel libro Colpevole di essere calabrese, Francesco Miraglia parte dal maxi processo Aemilia per denunciare una deriva silenziosa della giustizia italiana: il rischio che origine, contesto e appartenenza diventino criteri di giudizio al posto dei fatti e delle prove. Un’intervista che interroga il metodo, non le sentenze.

 

  • L’intervista

Perché ha sentito il bisogno di scrivere Colpevole di essere calabrese?
Perché a un certo punto ho capito che in tribunale non bastava più difendere le persone. bisognava difendere il metodo. Nel processo Aemilia ho visto qualcosa che mi ha profondamente inquietato: l’origine geografica, il cognome, il contesto familiare smettevano di essere elementi neutrali e iniziavano a pesare come fattori interpretativi. Quando succede questo, la giustizia rischia di non giudicare più i fatti, ma le identità.

 

Sta sostenendo che in Italia si venga condannati perché si è calabresi?

No, e sarebbe una semplificazione scorretta. Sto dicendo una cosa più sottile e più pericolosa: in alcuni processi complessi l’essere calabrese diventa una lente attraverso cui tutto viene letto. Un comportamento neutro diventa sospetto, una relazione familiare diventa “operativa”, un silenzio diventa strategia criminale. Non è una norma scritta, ma un riflesso culturale che incide sul giudizio.

 

Il titolo del libro è molto forte. Non teme che venga letto come una provocazione?

È una provocazione voluta, ma non gratuita.

Se avessi scelto un titolo neutro, il tema sarebbe stato addomesticato. Così invece emerge la domanda vera: siamo sicuri che, in certi procedimenti, non si stia giudicando anche l’origine delle persone, oltre ai fatti contestati? Il titolo serve a costringere il lettore a porsi questa domanda.

 

Nel libro lei è molto critico sull’uso della prova indiziaria nel processo Aemilia. Perché?
La prova indiziaria è uno strumento legittimo. Il problema è il metodo con cui viene costruita.
In diversi passaggi ho riscontrato un meccanismo pericoloso: prima si forma un’ipotesi di colpevolezza, poi si selezionano gli indizi che la confermano. È una trappola cognitiva. Quando più indizi nascono dalla stessa narrazione, sembrano concordanti, ma in realtà si rafforzano solo in apparenza.

 

Il legame familiare è stato trattato come una prova?
In alcuni casi è stato trattato come qualcosa di più di quello che è.
Il legame di sangue non è una colpa. Può assumere rilevanza solo se accompagnato da condotte specifiche, ruoli concreti, apporti causali individuali. Se invece diventa un indizio automatico, allora si scivola verso una giustizia per appartenenza, che è incompatibile con lo Stato di diritto.

 

Lei ha messo in discussione anche l’attendibilità dei collaboratori di giustizia. Non è una posizione rischiosa?

È rischioso non farlo. Il collaboratore di giustizia è una fonte delicata e interessata, proprio per questo va verificata con un rigore assoluto. Il problema nasce quando il suo racconto diventa l’ossatura del processo e i riscontri servono solo a confermare quella storia. In quel momento il controllo critico si indebolisce e il rischio di errore giudiziario aumenta.

 

Nel 2018, durante il maxi processo Aemilia, lei finì al centro di un forte dibattito pubblico per un suo intervento molto duro riportato dalla stampa. Disse che, se davvero si fosse voluta “fare la storia della ’ndrangheta a Reggio Emilia”, gli imputati avrebbero dovuto essere molti di più, includendo anche amministratori, politici e sindacati che avevano consentito a quel sistema di operare. A distanza di anni, conferma quella posizione? E ritiene che il processo abbia davvero indagato fino in fondo la cosiddetta zona grigia politico-istituzionale?

Confermo integralmente quella posizione. E la rivendico sul piano del metodo, non della polemica.
Il ragionamento era – ed è tuttora – molto semplice: se si sostiene l’esistenza di un radicamento mafioso strutturato, non ci si può fermare agli ultimi anelli della catena. Un sistema che lavora, fattura, opera nei cantieri e si muove nel tessuto economico non può esistere senza relazioni istituzionali, amministrative ed economiche.
La vera domanda è perché l’azione giudiziaria si sia concentrata soprattutto sui soggetti più esposti e meno sui livelli di intermediazione che hanno consentito a quel sistema di funzionare. Senza l’analisi della zona grigia, il rischio è una giustizia simbolica: severa verso i deboli, molto più prudente verso chi aveva potere decisionale.

 

Lei sostiene che il Nord non sia stato solo vittima della mafia, ma anche parte del problema.
Sì, perché nessuna mafia si radica senza una domanda.
Raccontare la criminalità organizzata come un fenomeno “importato” dal Sud è rassicurante, ma falso. Serve a non interrogarsi sulle responsabilità locali, sulle convenienze economiche, sulle complicità silenziose. È una narrazione che assolve il sistema.

 

Eppure i colpiti sembrano essere sempre gli stessi.

Perché sono la parte più esposta e sacrificabile.  Colpire l’ultimo anello della catena è più semplice che colpire chi ha capitale, relazioni e reputazione. Non serve parlare di complotti: basta osservare dove è più facile intervenire e dove è più costoso farlo.

 

Nel libro lei critica anche strumenti come le interdittive antimafia. Perché?
Perché, se usate senza contraddittorio effettivo e senza tempi certi di revisione, possono diventare una pena senza processo. La prevenzione è fondamentale, ma quando distrugge un’attività economica sulla base del sospetto, senza reali possibilità di difesa, produce una forma di morte civile che pone seri problemi di equilibrio costituzionale.

 

Il tema dello stigma calabrese attraversa tutto il libro.
Perché lo stigma non è solo culturale, ma produce effetti concreti.
Quando un territorio viene percepito come “naturalmente criminale”, tutto diventa giustificabile: meno investimenti, meno diritti, meno servizi. La Calabria non ha bisogno di retorica o compassione, ma di istituzioni normali che funzionino.

 

Cosa pensa della cosiddetta “restanza”?

Restare ha senso solo se è una scelta libera, non una condanna.
Senza lavoro, servizi e diritti certi, la restanza diventa solo una parola vuota. Io credo in una Calabria che resta per costruire, non per sopravvivere.

 

Difendere imputati di mafia le ha creato difficoltà personali e professionali?
Sì. In Italia chi difende viene spesso confuso con ciò che difende.
Ma la difesa non è una complicità: è una garanzia. Se si indeboliscono le garanzie nei processi scomodi, domani si indeboliranno per tutti.

 

Lei si occupa anche di diritto minorile. Vede un collegamento tra questi ambiti?
Sì, nel rischio dell’automatismo. Nei processi di mafia come negli allontanamenti dei minori vedo decisioni enormi prese con controlli spesso insufficienti. Il problema non è l’istituto, ma l’abuso di potere senza una reale responsabilità.

M.G.

L’inefficienza del tribunale per i minorenni di Torino: un grido d’allarme per i diritti dei bambini

Torino (15 gennaio) La tutela dei diritti dei minori dovrebbe essere una priorità assoluta per ogni società civile tuttavia a Torino il Tribunale per i Minorenni sembra essere travolto da inefficienze strutturali che stanno compromettendo gravemente il benessere di molti bambini e delle loro famiglie questa realtà non può e non deve passare inosservata

Lo Studio Legale Miraglia impegnato nella difesa dei diritti dei minori e delle loro famiglie ha recentemente portato alla luce situazioni drammatiche che evidenziano i ritardi cronici nell’adozione di provvedimenti necessari per garantire la serenità dei minori tali ritardi che spesso si protraggono per mesi o addirittura anni rappresentano non solo una violazione del diritto dei bambini a vivere in un ambiente stabile e amorevole ma anche un fallimento del sistema giudiziario

Storie di sofferenza e incertezza

Tra i casi emblematici spicca quello di una bambina che da oltre cinque mesi può incontrare sua madre solo una volta al mese senza che vi sia stato emesso un provvedimento formale la separazione è avvenuta su richiesta del Servizio Sociale lasciando madre e figlia intrappolate in una situazione di sofferenza ogni incontro è carico di emozione e dolore ma il legame rischia di spezzarsi a causa della mancata tempestività del Tribunale

Un altro caso riguarda una bambina di due anni che da oltre un anno attende una decisione definitiva sulla sua custodia nonostante le relazioni estremamente positive della Neuropsichiatria Infantile che evidenziano la capacità del padre di offrire un ambiente amorevole e stabile nessun provvedimento è stato emesso l’inerzia giudiziaria rischia di compromettere il rapporto tra padre e figlia

Infine vi è la vicenda di un padre che da sei anni può vedere sua figlia solo in ambiente neutro nonostante siano trascorsi più di due anni dalla conclusione del procedimento il Tribunale non ha ancora preso una decisione la figlia rischia di raggiungere la maggiore età senza che vi sia stata una soluzione concreta

Un sistema in crisi

Questi esempi non sono casi isolati essi rappresentano un sistema in affanno incapace di rispondere tempestivamente alle esigenze dei più vulnerabili sebbene la carenza di personale e l’elevato numero di casi pendenti possano spiegare parzialmente i ritardi nulla può giustificare l’inerzia quando si tratta di diritti fondamentali ogni giorno che passa senza una decisione è un giorno sottratto all’infanzia di un bambino un tempo che nessuno potrà mai restituire

Un appello alla società e alle istituzioni

Di fronte a questa situazione allarmante lo Studio Legale Miraglia si è rivolto all’Assessore alle Politiche Sociali della Regione Piemonte e al Garante per l’Infanzia del Comune di Torino chiedendo un intervento immediato e risolutivo è essenziale che le istituzioni assumano la responsabilità di garantire il superiore interesse del minore sancito dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia

“Fiat iustitia ruat caelum” si faccia giustizia anche se crollassero i cieli questo principio dovrebbe guidare ogni decisione che riguarda i minori tuttavia la realtà ci racconta di un sistema che tarda a intervenire lasciando bambini e famiglie in balìa dell’incertezza

“Non nobis solum nati sumus” non siamo nati solo per noi stessi questo richiamo alla solidarietà e al dovere collettivo deve essere il motore di un cambiamento concreto è tempo che le istituzioni competenti intervengano con urgenza per garantire il diritto dei bambini a crescere in un ambiente amorevole e protetto

Il futuro dei nostri bambini dipende dalla capacità di agire oggi ogni ritardo è una ferita che rischia di lasciare segni indelebili la giustizia non può attendere

 

Maltrattamenti su minori: Denunciata una comunità in provincia di Frosinone.

Frosinone (30 aprile 2024). Tre fratelli, proveniente da ambiente familiare agiato e sereno, sono stati collocati in struttura in seguito ad una separazione conflittuale.

I ragazzi sono stati letteralmente sradicati dal loro contesto familiare e messi in un ambiente ostile, afferma l’avv. Miraglia che rappresenta il padre. Da quando sono stati collocati in questa comunità,  a dire del padre, i tre fratelli hanno subito violenze da parte di altri ospiti della comunità e hanno ricevuto cure mediche inappropriate e potenzialmente pericolose per uno di loro che soffre di una patologia cronica.

Le richieste e le preoccupazioni del padre vengono completamente ignorate. Nonostante il padre porti loro dei vestiti, i ragazzi si ritrovano ad indossare quelli di altri e anche di taglie diverse.

“Il padre ha segnalato più volte questa situazione alla responsabile della struttura – riferisce l’Avvocato Miraglia – che però ha sempre minimizzato, asserendo che fossero tutte fantasie inventate dai ragazzi, sebbene presentassero sul corpo ecchimosi e graffi”.

Alcune relazioni hanno rappresentato fatti completamente diversi da quelli realmente accaduti, con il solo scopo di screditare i ragazzi e il padre stesso.

Nonostante le prove di maltrattamenti fornite dal padre, che includono registrazioni che dimostrano la manipolazione delle informazioni, il giudice della separazione,  che ha ascoltato personalmente uno dei ragazzi, ha deciso di mantenerli in struttura.

Questa decisione pone interrogativi significativi sulle modalità con cui vengono prese le decisioni nel contesto del diritto di famiglia e sulle valutazioni dei rischi per la sicurezza e il benessere dei minori.

“L’azione del giudice che ha confermato la collocazione, nonostante le accuse del padre, richiede un esame critico e solleva preoccupazioni sulle procedure adottate dal Tribunale” aggiunge l’avv. Miraglia.

“E’ essenziale che i tribunali, non solo ascoltino le voci dei minori, ma che considerino attentamente tutte le prove disponibili”.

E’ fondamentale che le istituzioni preposte operino in modo trasparente e conforme alle normative vigenti, garantendo che le strutture di accoglienza siano ambienti sicuri e supportivi.

La vicenda di questi tre fratelli richiede un’indagine più dettagliata, assicurando che la loro sicurezza e il loro benessere siano sempre posti al centro di ogni decisione.

 

Child protection policy 2024 policy guidelines and Procedures on child sateguarding and protection

Studio Legale Miraglia has developed this Child Protection Policy to ensure the highest standards of professional conduct and personal practice in situations involving children. More specifically, this policy includes measures concerning recruitment procedures, management structures, staff training, and development of protocols.
1. DEFINITIONS
For the purposes of the present policy, the following definitions apply:
• A child is every human being below the age of eighteen years old, as defined by the UN – Convention of the Rights of the Child.
For the purpose of this policy we use child/children and minors interchangeably.
• Protecting a child means preventing and responding to violence, exploitation and abuse of children in all contexts.
Protecting a child entails analyzing the child’s unique personal context, situation and needs on a case-to-case basis.
• Child participation means that any person under the age of 18 can freely express their views, to be heard and to contribute to the decision-making process. Their views must be given due weight in accordance with the individual’s age and maturity.

• Staff members are all paid staff, volunteers, interns and external collaborators.

• Child maltreatment refers to the abuse and neglect that occurs to children under 18 years old. This includes all types of physical and/or emotional ill-treatment, sexual abuse, neglect, negligence, and any form of exploitation that threatens to harm or jeopardizes the child’s health, survival, development and dignity.
2. PRINCIPLES AND VALUES
Studio Legale Miraglia is committed to the following values and principles, which should be respected and promoted by all its staff members:
• it values and treats every person without discrimination of any kind, irrespective of their age, sex, language, religion, political or other opinions, and national, ethnic or social origin and status;
• it has a zero-tolerance policy towards any kind of inappropriate behaviour, violence or abuse including towards children;
• it recognizes the right of every child to be protected from any harm and abuse;
• it promotes the right of children to be heard and share their views regarding matters which affect them.
3. SCREENING AND HIRING PRACTICES
Studio Legale Miraglia is committed to sustaining rigorous hiring and selection practices, including reference checks, criminal background checks and social security checks.
Prospective staff members will be interviewed to make sure that they meet the requirements, and they will be required to sign the organization’s Code of Conduct and Child Protection Policy once they obtain the job.
4. PRINCIPLES OF CONDUCT AND PROCEDURES OF STAFF IN CONTACT/WORKING WITH CHILDREN
4.1. The following principles apply when working with children:
• compliance with Studio Legale Miraglia’s Code of Conduct and Child Protection Policy.
As previously mentioned, before performing any work duties, staff members will sign and date a copy of the Code of Conduct, to which the Child Protection Policy is annexed. If changes or updates are made, all staff members will be provided with the new version, which must be signed in acknowledgement and acceptance.
• All external collaborators will be provided with the Child Protection Policy and the Code of Conduct if they work with children younger than 18 years of age.
• The Code of Conduct includes the procedures for data collection and treatment of data regarding children and young people. Data privacy and protection issues shall comply with relevant EU rules (especially the General Data Protection Regulation (GDPR) (EU) 2016/679.
• If personal data about minors needs to be collected, written informed consent will be sought from their parents/legal guardians.
• Staff who may come in contact with the personal data of research participants is required to sign a declaration of confidentiality before engaging in research.
• Written informed consent of the parents/legal guardians shall be specifically sought if disclosing information regarding a minor. This includes disclosing any type of information (including images) regarding a minor. Acquired images and data are stored on the local server of Studio Legale Miraglia and are accessible only by the staff who have the specific credentials and who have signed the Code of Conduct.
• All publications must comply with the Child Protection Policy before being publicized or shared.
4.2. Training on child protection
The Child Protection Policy will be shared with each new staff member and will be regularly reinforced and updated. More specifically,
• all paid staff, volunteers and interns will participate in a comprehensive child protection training and in further training throughout their employment period;
• external collaborators who may come in contact with children will participate in the same child protection training.
All staff members and external collaborators have an obligation to report any child abuse concerns they may have or suspect both within the organization or in an external context.
5. DECLARATION
By submitting this report, the subject declares that:
• He/she is aware that this report could be used an official statement, should the report give rise to legal action on behalf of Studio Legale Miraglia;
• He/she is in good faith and that all the information provided above is correct and truthful;
• He/she is aware that providing false accusations against someone is a breach punishable by Italian law.
The reporting subject
(Read and approved) date

L’Università “Agorà” di Oradea sigla una collaborazione con Francesco Miraglia

L’università Agorà di Oradea e Francesco Miraglia, avvocato del foro di Madrid, hanno recentemente siglato un protocollo di collaborazione, sottolineando l’importanza di questa partnership nel campo del diritto minorile, penale e nella lotta contro la violenza di genere.
Questa collaborazione darà l’opportunità agli studenti dell’Università “Agorà” di partecipare a seminari, corsi e conferenze guidate da Francesco Miraglia, rinomato esperto in diritto minorile e impegnato nella tutela delle vittime di violenza di genere.
La sinergia tra Francesco Miraglia, avvocato del Foro di Madrid e l’Università “Agorà” promette di fornire un importante scambio internazionale di conoscenza e risorse, permettendo agli studenti di accedere a materiale didattico di alta qualità e di apprendere da una delle figure di spicco della giustizia minorile. Questa collaborazione, che durerà 3 anni, non solo migliorerà l’esperienza educativa degli studenti, ma dimostra anche la rilevanza e l’impatto del lavoro e l’impegno di Francesco Miraglia oltre i confini nazionali. Lo stesso Miraglia si è dichiarato soddisfatto ed entusiasta di collaborare con l’Università di Oradea. Questa partnership ci permetterà di offrire agli studenti un’eccellente opportunità di apprendimenti, arricchimento del curriculum con una prospettiva globale e contribuendo alla formazione di futuri professionisti consapevoli e preparati. Lp stesso Miraglia: non posso che essere grato al rettore di Agorà per questa possibilità e non vedo l’ora di avviare questo prezioso scambio di conoscenza.

Cassino: processo per il capo dei servizi sociali e per l’assistente sociale per violenza privata e abuso d’ufficio

avevano tolto due ragazzine alla zia, cui erano affidate, solo per ripicca.

CASSINO (08.02.2024). Imputazione coatta per due reati gravi: violenza privata e abuso d’ufficio. Il giudice per le indagini preliminari ha disposto l’imputazione coatta per due membri dei servizi sociali di Cassino. Il pubblico ministero aveva richiesto l’archiviazione, ma il gip ha ritenuto che per questi due reati ci fossero delle prove serie e circostanziate e che il provvedimento di allontanamento delle due ragazzine – trasferite in una comunità – fosse del tutto illegittimo. E’ basato su una forma di rancore verso la zia delle ragazze, alla quale erano state affidate nel 2018, poiché il giudice tutelare l’aveva ritenuta la scelta idonea per la loro crescita serena: la mamma soffre di disordini psicologici e psichiatrici, il padre non riesce ad occuparsi delle figlie e si è sposato con una donna che, per sua stessa ammissione, era alquanto severa e molto poco amorevole con le bambine. Con la zia invece le ragazzine erano serene, frequentavano la scuola con profitto, praticavano sport.
Poi ad aprile 2021, il tutore e l’assistente sociale avevano deciso di allontanare le bambine senza preavviso, ritenendo eccessivo l’attaccamento della zia verso di loro. “Eccesso di possesso” lo avevano definito. Per toglierle le bimbe avevamo usato uno stratagemma alquanto subdolo, per di più: le sorelline erano infatti convinte di dover incontrare il padre nel corso di un incontro protetto, invece vennero caricate su un veicolo, senza vestiti di ricambio né libri di scuola e nemmeno effetti personali e portate in Casa famiglia, dove erano rimaste un mese, fino a quanto il tribunale aveva revocato l’allontanamento, ritenendo che le bimbe stessero molto meglio con la zia.
E’ sulla base di questo comportamento dei servizi sociali che la zia – assistita dall’avvocato Miraglia – ha sporto una denuncia che ha dato il via alle indagini. Al termine delle quali il gip ha ravvisato che esistano gli estremi per una ragionevole previsione di condanna per i reati di abuso d’ufficio e violenza privata, avendo cagionato un danno ingiusto alle bambine, provate dell’allontanamento dal loro domicilio abituale e dall’affetto della zia. E tutto sulla base di un provvedimento immotivato e illegittimo che i due assistenti sociali avrebbero compiuto solo perché la donna era loro invisa per il suo modo di approcciarsi a loro. Arrivando a effettuare una “macroscopica violazione e falsa applicazione dell’articolo 403 del codice civile” (l’intervento della pubblica autorità a favore dei minori) né necessaria né opportuna, anzi dannosa ed esclusivamente con l’intenzionalità di “procurare volutamente danno ingiusto” alla signora, incuranti di arrecare un trauma alle bambine.
Andranno a processo il Capo sei servizi sociali del comune di Cassino ed un Assistente sociale dello stesso comune.
«È una vittoria amara – dichiara l’avvocato Miraglia – in quanto siamo contenti di questa decisione storica: in molti casi in cui abbiamo denunciato i servizi sociali in tutta Italia per comportamenti analoghi, questa è la prima volta che un giudice arriva all’imputazione cotta per dei reati. D’altro canto siamo però amareggiati in quanto queste situazioni accadono, e succedono molto, troppo spesso. Se questa storia deve insegnare qualcosa, è ad essere di esempio e stimolo a chiunque si senta vittima di una ingiustizia come questa, di andare a denunciarla».

Verona: fratellini allontanati dai genitori, il più grande scappa e torna a casa.

Il ragazzo ha detto: “Voglio stare con il mio papà e la mia mamma”, ma il piccolo è ancora lì.

Verona (29 luglio 2023). Ieri sera il più grande dei due fratellini di Verona è scappato dalla comunità ed è tornato a casa in treno: un ragazzino di soli 13 anni da solo sui mezzi pubblici. Per fortuna il viaggio è andato bene e verso le sei di sera ha suonato al campanello di casa dei genitori. La mamma lo ha accolto in casa e ha chiamato subito la comunità. Ha provato anche a chiamare la tutrice e i servizi sociali ma non ha trovato nessuno.

Ecco il racconto concitato della mamma: “Appena l’ho visto, l’ho abbracciato forte e ho cercato di parlare con lui. Lui non voleva dire nulla. Ho avvisato subito la comunità. Hanno parlato con lui dicendogli che se non tornava in comunità aggravava le cose e quando ha detto che non sarebbe tornato gli hanno detto che avrebbero chiamato le forze dell’ordine. Lui era molto scosso dopo la telefonata. Quindi ho provato a chiamare i servizi sociali ma con esito negativo e ho cercato anche di contattare la tutrice ma non c’è stato nulla da fare. A quel punto ho chiamato i Carabinieri. Si è presentato un brigadiere che ha parlato con mio figlio. Nel frattempo è arrivata anche l’educatrice della comunità che ha parlato con lui ma non ha voluto in nessun modo andarsene dicendo «voglio stare con il mio papà e la mia mamma». Alla fine vista la determinazione del bambino e constatato che era in una casa accogliente dove vivono serenamente i suoi due fratelli più piccoli sono andati via dicendo che avrebbe deciso il tribunale cosa fare.”.

Questa mattina il ragazzino ha colazionato felicemente con la mamma e il papà; dopo ben quattro anni di istituzionalizzazione era molto felice di questo momento di normalità. “Ora dobbiamo ridargli la serenità e la felicità che solo la sua famiglia può dargli. Ho provato più volte a contattare i i servizi e la tutrice anche per il fratellino più piccolo che ora si sentirà sperduto da solo in comunità senza il fratello a cui era molto legato. Visto che non rispondono lascerò che sia l’avvocato a contattarli”, ha concluso la mamma.

Secondo la prof.ssa Vincenza Palmieri, Consulente Tecnico della famiglia: “Il rocambolesco rientro a casa del ragazzino non ci stupisce. Aveva manifestato più volte il desiderio di rientrare in famiglia e la sua è la reazione di un essere umano esasperato dalla mancanza di ascolto da parte delle Istituzioni. Non si può ignorare o peggio sedare per sempre la naturale aspirazione di un bambino. Quello che preoccupa è la situazione del piccolino che è rimasto da solo in comunità, dato che da quattro anni a questa parte il fratellino maggiore era ormai diventato il suo punto di riferimento affettivo perché il calendario delle visite con i genitori, che non posso che definire disumano, prevedeva incontri di un’ora ogni due settimane in una situazione di cattività. Non posso nemmeno immaginare che cosa proverà adesso questo bambino. È urgente riportarlo a casa per permettere all’affetto dei genitori e del fratello di lenire e curare il trauma della lontananza dai suoi affetti e per prevenire qualunque altra reazione traumatica.
Il piccolino, in questa situazione è oggetto di una grave tortura fisica e mentale. E, a riguardo, sarà interessante sentire anche dal più grande, ora a casa, cosa accadeva in struttura…”.

Per l’avvocato Miraglia: “La vicenda dei fratellini è una delle tante situazioni che dimostrano ancora una volta come la giustizia minorile ha bisogno di una profonda riforma che riguardi soprattutto i giudici che devono mettere al centro delle loro decisioni il diritto del minore a vivere nella propria famiglia.
È inammissibile che il Tribunale, abbia fondato la sua decisione appiattendosi completamente alle relazioni dei servizi sociali.
Addirittura non considerando la volontà degli stessi minori che lo hanno gridato a tutti compreso il Giudice di voler tornare dalla loro mamma e dal loro papà.
Anni fa, dopo la vicenda del piccolo Marco, l’allora amministrazione si è preoccupata di difendere la propria immagine invece che attivare un processo di riforma. Oggi si vedono le conseguenze della loro latitanza oltre che nella storia di questi due fratellini anche per quanto riguarda il piccolo Luca. Lancio un appello al Sindaco per questa famiglia ma anche per tutte le altre famiglie e bambini di Verona che chiedono giustizia.”.

Nel frattempo in città stanno continuando ad essere appesi cartelli e selfie di sostegno per i due fratellini che sono poi postati nel gruppo Facebook Io sto con i fratellini veronesi. Le firme per la petizione online per i due fratellini strappati di Verona (indirizzate a: Presidente del Consiglio On. Giorgia Meloni, Presidente della Regione Veneto dott. Luca Zaia, Assessore alla Sanità e ai Servizi Sociali dott.ssa Manuela Lanzarin, Garante dell’Infanzia e Adolescenza avv. Mario Caramel e Sindaco di Verona dott. Damiano Tommasi) continuano ad aumentare con ben 500 sottoscrizioni. Siamo ancora in attesa della risposta del Sindaco alle 1.000 firme depositate alcuni giorni fa.

 

In considerazione della situazione del piccolo fratellino ancora rinchiuso in comunità e dell’inerzia dell’Amministrazione e dei Servizi Territoriali, oltre a continuare le azioni di supporto per questa famiglia, la manifestazione indetta sabato 2 settembre alle ore 11.00 in Piazza Brà non verrà cancellata.