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Bimba violentata in una comunità in provincia di Roma: il Giudice prende tempo

Intanto in comunità viene isolata e additata come “infame” per aver causato l’allontanamento del violentatore

(ROMA, 15 Settembre 2021). «Temiamo per la sua sicurezza: il giudice la tiri fuori da lì»: l’avvocato Miraglia, facendosi portavoce della madre della dodicenne violentata in una comunità romana, non usa mezzi termini e invita il Tribunale per i minorenni di Roma ad intervenire tempestivamente. Il giudice, invece, pare non nutrire la medesima preoccupazione: ha infatti convocato l’udienza per fare chiarezza sulla vicenda tra ben due mesi, il prossimo 10 novembre.
Nel frattempo la dodicenne, che ha avuto ripetuti rapporti con un quindicenne, ospite anch’egli della medesima comunità, si trova in un concreto stato di pericolo: mentre il giovane è stato allontanato, lei è rimasta nella struttura, dove è additata come “infame” e “spia”, e viene isolata dalle altre compagne.
«E’ in pericolo» prosegue l’avvocato Miraglia, «sia perché in comunità a quanto pare, non esiste il controllo stretto e può accadere che un quindicenne abusi ripetutamente di una bambina di 12 anni, ma anche perché, emersa la storia, il ragazzo è stato allontanato e le compagne della ragazzina la accusano di questo: l’hanno isolata trattandola da spia».

Ma perché il gruppo di amichetti oggi la disapprova perchè ha fatto venire alla luce questo fatto?

Perché, secondo le altre ragazzine, la piccola avrebbe dovuto tacere?

Come mai il gruppo ritiene che questa cosa dovesse rimanere nascosta?

“In genere gli omertosi colludono con il “reato” essendone complici, informati o attori” sostiene Il Consulente Tecnico della madre, Prof.ssa Vincenza Palmieri, presidente dell’Istituto Nazionale di Pedagogia Familiare, che segue con attenzione la vicenda e commenta:” Cosa altro potrebbe essere tenuto nascosto oltre all’abuso della piccola?

Se per le amichette, questo non si doveva sapere e si schierano con il quindicenne, è facile temere che per il gruppo delle bambine sia un fatto normale fare sesso in quel contesto e che questo debba rimanere nascosto. Ed è anche vero che se le indagini non sono più che celeri, le dinamiche interne, come in ogni Istituzione Totale, saranno così resettate che ogni verifica sarà prima passata attraverso una riprogrammazione, mediazione, condizionamento del gruppo, sia dei pari che degli adulti. Rendendo irrintracciabile la verità!”

Cosa succede quindi in quella comunità e perché il giudice, appresa la grave vicenda, temporeggia tanto? Perché nonostante le ripetute denunce nessuno interviene e l’unica ad essere punita è la madre, tenuta lontana dai figli? Mentre il padre pubblica su Facebook le foto recenti fatte con la bambina ed il fratellino, esponendoli a morbose curiosità?

La ragazzina viene lasciata chiaramente in una situazione di pericolo. Ci domandiamo come mai la tutrice, invece di preoccuparsi di mettere al sicuro la ragazzina che il tribunale le ha affidato, minimizza la vicenda poiché la bambina sarebbe stata “consenziente”.
«Eravamo già preoccupati e fin dal maggio del 2020 contestavamo la collocazione dei due fratelli in questa comunità» conclude l’avvocato Miraglia, «quando depositammo in tribunale prove corpose della fatiscenza della struttura, del cibo avariato, della sporcizia, dei bagni inadeguati. Qualcuno all’epoca era intervenuto? Perché in caso contrario qualcuno dovrà rispondere anche di questo. L’unico provvedimento certo è che da allora alla madre sono stati sospesi gli incontri con i figli».
Oltre ad intervenire tempestivamente, andrebbero indagati i rapporti che intercorrono tra tribunale, tutrice e operatori della comunità.

Velletri: bimbo strumentalizzato dal padre, rifiuta la madre

Il tribunale si disinteressa di lui

(VELLETRI, 10 Settembre 2021). C’è un bambino che rifiuta di vedere la mamma, separata dal padre: lei non gli ha fatto nulla eppure la rifiuta con astio. Ha soltanto 11 anni, ma non vuole stare con lei, la maltratta, se si vedono scappa dopo pochi minuti, al telefono le urla di sparire. È chiaro che il bambino, che vive con il padre per ordine del tribunale, non è arrivato da solo a scatenare questa forma di rifiuto verso di lei, ma è con tutta probabilità strumentalizzato dal genitore contro la mamma. Eppure, nonostante i comportamenti conclamati, che evidentemente dimostrano un disagio profondo di cui soffre questo bambino, il tribunale di Velletri, dove il ragazzino vive, non prende alcun provvedimento, non esamina il caso, non approfondisce le cause del suo malessere, non interviene in suo aiuto. Si limita ad ignorare il caso e a lasciare il bambino nell’angoscia.

Si tratta di un bambino di appena 11 anni, che esprime un’avversione nei confronti della madre del tutto incomprensibile ed ingiustificabile, attuando comportamenti intransigenti nei suoi confronti. Ha ingaggiato quasi una campagna denigratoria nei confronti della mamma, arrivando persino ad affermare “spero di non vederla più!”. «Manifestiamo pubblicamente la nostra preoccupazione» dichiara l’avvocato Miraglia, al quale la madre si è rivolta, temendo per la serenità del suo bambino, «perché è chiaro che questo ragazzino vive un disagio. Eppure, nonostante le prove, il tribunale non prende nessuna posizione. Anzi, poiché il ragazzino rifiuta di vedere la madre, il tribunale ha accettato la sua decisione, nonostante abbia solo 11 anni, e da un anno e mezzo ha sospeso gli incontri con lei. Troviamo vergognoso che il tribunale faccia finta di niente e faccia passare tutto sotto silenzio, che trovi normale che un bambino rifiuti la madre, senza indagare sulle motivazioni che lo spingono a respingerla con tanto astio, senza verificare come stia realmente questo ragazzino e cosa motivi questa ingiustificata opposizione, senza, tra l’altro, preoccuparsi di avviare un percorso di aiuto e sostegno per lui».

Sconcerta infatti che, anziché avviare un percorso che ricongiunga madre e figlio e rassereni i loro animi, il tribunale abbia di punto in bianco sospeso i loro incontri, peggiorando la situazione: la madre, infatti, non lo vede né lo sente da un anno e mezzo, non sa come stia, come vada a scuola. Nulla. «Ma siamo o no in uno Stato di diritto, che garantisca anche alla madre di vedere suo figlio?» prosegue l’avvocato Miraglia. «Abbiamo assistito in altre situazioni a bambini che vengono allontanati da genitori per motivazioni molto più blande e invece qui, dove è assai probabile che il padre stia strumentalizzando il bambino, si passa tutto sotto silenzio, fingendo di non sapere, ignorando le numerose prove depositate».

Chiamata in causa dalla madre, la Professoressa Vincenza Palmieri, nota Tecnico Forense, ha esaminato la documentazione relativa, ed ha rilevato oltre allo svolgimento della CTU e della testistica effettuati a ridosso del parto con minacce di aborto certificate e durante il puerpuerio, come sia anche in atto un condizionamento da parte del padre verso il bambino fino a farle percepire la madre negativamente e a rifiutarla. Quali sono le prove scientifiche per asserire questo? La Professoressa Palmieri sostiene che:

“La risposta è proprio nella PLATEALITA’ DEL RIFIUTO E NELLA DRAMMATIZZAZIONE che il bambino ha agito pubblicamente. Un bambino che rifiuta un genitore, verso cui l’altro comunque svolge un’azione educativa e di accettazione del genitore rifiutato, lo fa a bassa voce, a mono sillabe, quasi vergognandosi. In questo caso: se il padre avesse svolto un’azione educativa e non ostacolante l’accesso all’altro genitore, il bambino avrebbe mantenuto la sua relazione con la madre, non avrebbe utilizzato motivazioni adultizzate tipo “mia madre mi da troppe caramelle” o il rifiuto non sarebbe stato così teatrale.

Il piccolo invece ha bisogno – o è costretto ad adeguarsi mostrandolo a tutti – come se recitasse su un palcoscenico il suo rifiuto DRAMMATIZZANDOLO. Il piccolo dunque ha posto in essere comportamenti di tipo oppositivo dovuti all’alleanza con il padre, che non ha mai nascosto disprezzo ed ostilità verso la madre, che assume una portata ancora più negativa dopo l’impossibilità di vedere la madre per quasi un anno, disposto acriticamente dalle Autorità, contro ogni sapere scientifico. Ciò che è inconcepibile – commenta Palmieri – è come le istituzioni ma anche i tecnici abbiano omesso di occuparsene, oscurando aspetti così gravi e soprattutto privando il bambino della madre, esponendolo ad un grave serio disagio evolutivo. E’ pertanto urgente rivedere le scelte ed aiutare questo bambino che sta chiedendo aiuto, ben oltre l’apparente ed immotivato rifiuto.”

La madre, quindi, tramite l’avvocato Miraglia, ha così presentato istanza urgente al Tribunale ordinario di Velletri, chiedendo l’immediata ripresa degli incontri con il figlio, di poterlo sentire al telefono almeno due volte a settimana così da partecipare alla sua vita in modo costante e continuativo, e che il giudice valuti quale sia il miglior collocamento per questo ragazzino.

Verona, bambini allontanati per questione di genere: l’assessore dovrebbe leggere le carte prima di intervenire

Avvocato Miraglia: «L’assessore Maellare legga le carte»

(VERONA, 7 Agosto 2021). Nella questione dei bambini che i Servizi sociali di Verona hanno allontanato dai genitori per questione di “genere”, in realtà è proprio la relazione degli operatori che indica a mamma e papà di non far usare alla bambina giochi maschili. Smentendo così le affermazioni rilasciate dall’assessore ai Servizi sociali, Maria Daniela Maellare, secondo la quale ritenere che l’allontanamento sia stato generato da una questione di genere suonerebbe come un’offesa all’intelligenza degli assistenti sociali e dei giudici del Tribunale minorile». Purtroppo basta leggere le relazioni e si evince che è tutto vero, nero su bianco: gli operatori apprezzano che chi si sta prendendo cura dei ragazzi, che vivono in una comunità, li stia educando differenziando loro i giocattoli.

«Lungi dal voler polemizzare con l’assessore Maellare» dichiara l’avvocato Miraglia, che assiste i genitori, «probabilmente in questo periodo di ferie ha avuto poco tempo per leggere le relazioni. La invitiamo pertanto a prendere visione delle relazioni, poiché sarebbe grave che un amministratore, chiamato a rappresentare i cittadini, in particolare i più fragili, non conosca l’argomento e i provvedimenti assunti».

«Va condivisa e rispettata l’inclinazione individuale dei bambini nella libera espressione ludico-ricreativa» riporta testualmente la relazione degli operatori sociali «attraverso l’utilizzo di giochi adatti per età e per ruolo di genere (maschile e femminile), che i bambini stanno acquisendo dai caregivers nel contesto comunitario. Motivo per il quale l’indicazione data ai genitori è stata quella di non far utilizzare alla bambina giochi prettamente maschili».

«Invitiamo quindi l’assessore a chiedere spiegazioni a chi ha firmato le relazioni» prosegue l’avvocato Miraglia «e auspichiamo che il Tribunale per i minorenni di Venezia consideri questa relazione carta straccia. Quanto poi al fatto che l’assessore riferisce che i bambini siano sereni, ci permettiamo di obiettare: una bambina, che in comunità ha subito molestie sessuali, come potrebbe stare bene?».

 

Tribunale per i minorenni di Venezia giustifica l’inefficienza dei servizi allontanando due bambini dai genitori

(VERONA, 7 Luglio 2021). Il Tribunale dei Minorenni di Venezia deve aver letto le carte al contrario o aver preso un abbaglio: non si spiegherebbe, altrimenti, perché abbia allontanato due bambini veronesi dai loro genitori, impedendone persino gli incontri protetti e confinandoli per l’ennesima volta in una comunità, alla vigilia del loro rientro a casa. A motivare il provvedimento sarebbe un presunto atteggiamento oppositivo dei genitori, che invece si sono sempre dimostrati collaborativi con i Servizi sociali del Comune di Verona, dove abitano, e amorevoli con i figli. «Se c’è qualcuno che ha delle mancanze, questi sono il Servizio di Neuropsichiatria infantile e i Servizi sociali di Verona» dichiara l’avvocato Miraglia, legale dei genitori, «perché non hanno mai ottemperato alle originarie prescrizioni del Tribunale stesso. Non hanno mai avviato un percorso di sostengo ai genitori, per essendo loro più che collaborativi, né hanno iniziato una progettualità con i bambini». I genitori, tramite l’avvocato Miraglia, hanno presentato reclamo alla Corte d’Appello di Venezia, chiedendo che i bambini siano finalmente collocati a casa propria, dove praticamente non vivono stabilmente più dal 11 novembre 2019.

Sono infatti quasi tre anni   che questi bambini, che hanno 11, 7 e 4 anni non vivono con i genitori.

Da un anno la sorellina è potuta tornare a casa da mamma e papà per motivi di salute, mentre i due fratellini sono rimasti nella struttura.

I genitori nel frattempo hanno ripreso una vita regolare e hanno un ottimo rapporto con i figli, pertanto ad agosto dello scorso anno il Tribunale per i Minorenni aveva disposto il “rientro graduale dei minori presso i genitori”; che è avvenuto regolarmente tutti i fine settimana da agosto l’anno scorso fino al 20 giugno u.s.. A fine giugno, a sorpresa, i Servizi sociali hanno comunicato alla coppia che la comunità che ospitava i bimbi li avrebbe messi alla porta, non avendo più nulla da fare con loro ma soprattutto perché non era stato mai presentato un progetto da parte dei servizi sociali. Incredibilmente il Tribunale per i minorenni, invece di prendere atto dell’inefficienza dei servizi sociali ha ricollocato  i bambini a una comunità, l’ennesima, sospendendo pure gli incontri con i genitori perché questi non sarebbero collaborativi. Ma se hanno fatto tutto ciò che è stato chiesto loro! Sono le istituzioni che hanno mancato in tutto! E il Tribunale dei Minorenni ha travisato le risultanze fattuali, cadendo forse nel clamoroso errore di imputare la mancata ottemperanza delle sue indicazioni ad un atteggiamento oppositivo o non collaborativo dei genitori. Sono le istituzioni ad avere colpe e mancanze. È la comunità familiare che ospitava i bambini ad avere, in via autonoma, “deciso le dimissioni dei bambini”; mentre il Servizio di Neuropsichiatria infantile e i Servizi sociali del Comune di Verona non hanno mai ottemperato alle disposizioni del tribunale stesso, non avviando mai un percorso di sostegno ai bimbi e i genitori. I quali adesso, insieme ai loro figli, sono vittime di un sistema dalle grandissime falle e dalle palesi inadempienze e inadeguatezze».

Questa ennesima situazione dimostra che a pagare le conseguenze sono sempre i più deboli ma soprattutto mi chiedo e chiedo come è possibile che un Tribunale invece di condannare la superficialità, le inefficienze, il pressapochismo di chi con i soldi pubblici dovrebbe tutelare e salvaguardare i diritti dei minori, li ignora  o meglio ancora li giustifica sulla pelle dei bambini?

Ditta di Modena condannata per un infortunio sul lavoro occorso ad un suo dipendente

MODENA (9 Giugno 2021). Dopo sette anni è stata condannata una importante ditta di lattoneria modenese, ritenuta dai giudici del Tribunale di Modena, sia nel procedimento civile che penale, colpevole dell’infortunio sul lavoro avvenuto a Nonantola il primo maggio 2014 ai danni di un giovane operaio di 26 anni di origine albanese, precipitato da un tetto, da un’altezza di 8 metri. L’uomo ha riportato delle lesioni soprattutto a carico della faccia e di un arto, che lo rendono invalido per oltre il 60%. Mentre il Tribunale penale ha condannato i tre responsabili della ditta, a 2 mesi di reclusione, la sezione Lavoro del Tribunale civile ha condannato l’azienda a risarcire l’operaio con una cifra di 448.500 euro. «Siamo ancora una volta a raccontare episodi di infortuni sul lavoro» dichiara l’avvocato Miraglia, che da sei anni difende il giovane operaio rimasto ferito. «Questa volta, per pura causalità, l’operaio non ha perso la vita, sebbene sia rimasto gravemente invalido. La sentenza è importante perché stabilisce, in sede giudiziaria, la responsabilità civile dell’ impresa e la responsabilità penale dei preposti del datore di lavoro. Con questa sentenza viene riconosciuta pertanto la responsabilità del datore di lavoro nell’aver omesso di garantire la sicurezza del proprio dipendente. In ogni caso per legge i titolari delle aziende sono responsabili dell’incolumità dei loro lavoratori e devono garantire l’applicazione dei presidi di sicurezza previsti per norma».

<< Visti i tanti casi, purtroppo anche mortali, ritengo che l’ Italia debba fare di più in materia di sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro.>>, conclude l’ Avv. Miraglia,

Era il primo maggio 2014 e su Nonantola si era da poco abbattuto un tornado. L’operaio era salito su un tetto per rimuovere una grondaia sporgente, ed è stato accertato nel corso del processo che il datore di lavoro non avesse rispettato le prescrizioni del POS in materia di sicurezza del luogo di lavoro. Infatti, nel corso delle operazioni di rimozione della grondaia, l’uomo era caduto da un altezza di 8 metri, fratturandosi la testa e la faccia, tanto da rimanere tutt’oggi sfigurato e perdendo completamente la vista  dall’ occhio dx.

Per estrema maggiore chiarezza, la ditta è stata assolta dall’illecito amministrativo contestato nel processo penale perché il fatto non costituisce reato.

La ditta  è stata  invece condannata nel processo celebratosi davanti al giudice del lavoro.

Violentata una minorenne in un centro di recupero: confermata in appello a 5 anni di reclusione per un altro ospite all’epoca 43enne

ANCONA (4 Giugno 2021). Confermata anche dalla Corte d’Appello di Ancona la condanna di un uomo per lo stupro di una minorenne, avvenuto tre anni fa all’interno della comunità di recupero dalle dipendenze in cui entrambi erano alloggiati. L’uomo, che nel dicembre 2018 aveva 43 anni ed era ricoverato nella struttura per la sua dipendenza da alcol, ha usato violenza nei confronti della ragazzina, all’epoca diciassettenne, approfittando della sua condizione di inferiorità dovuta alla giovanissima età. Oltre al fatto che, nel momento in cui ha fatto irruzione nella sua stanza, la ragazzina stava dormendo. Una violenza che si è consumata senza che nessuno degli operatori addetti alla sorveglianza, pur presenti nel reparto in quel momento, si fosse accorto di nulla e fosse pertanto intervenuto in suo aiuto. La ragazzina aveva avuto il coraggio di denunciare tutto a un’operatrice sociosanitaria della comunità, che aveva notato in lei un atteggiamento strano e che le aveva quindi chiesto cosa le fosse capitato. Tra l’altro l’uomo, consumata la violenza, si era pure presentato per alcune notti successive nella stanza della giovane, che però in quelle occasioni era riuscita ad allontanarlo. Ne era seguita quindi un’inchiesta, con la relativa condanna dell’uomo in primo grado a cinque anni di reclusione. Condanna confermata da una recente sentenza emessa questa settimana dalla Corte d’Appello di Ancona.

«Soddisfatti della conferma della sentenza» commenta l’avvocato Miraglia, che difende il padre della ragazzina costituitosi parte civile, «procederemo ora con la richiesta di risarcimento dei danni morali e materiali sia al colpevole della violenza che al responsabile della struttura di recupero, che non ha saputo sorvegliare e prendersi cura adeguatamente della minore. C’è anche da sottolineare – e quindi mi rivolgo al ministro della Salute Roberto Speranza – come siano pochissime  i luoghi che possono aiutare i minori senza contattare che potrebbero essere aiutati a casa loro.

i. Purtroppo la stragrande maggioranza delle volte i minori vengono inseriti in strutture riabilitative nelle quali sono alloggiati anche gli adulti che, come si evince dal caso in questione, possono dimostrarsi assai pericolosi. Sarebbe pertanto opportuno cominciare a pensare di realizzare strutture dedicate esclusivamente all’accoglienza di minori affetti da dipendenze, soggetti particolarmente fragili e vulnerabili».

 

Verona: mamma “parcheggiata” in una casa famiglia da 55 mesi denuncia il Comune alla Corte dei Conti

In quasi 5 anni il municipio avrebbe speso oltre 600 mila euro per questa famiglia, senza programmare per loro il rientro a casa propria. VERONA (25 maggio 2021). Una donna ha denunciato il Comune di Verona alla Corte dei Conti di Venezia, per danno erariale: da quasi cinque anni si trova alloggiata con tre suoi figli in una comunità senza alcuna progettualità a parte dei Servizi sociali per farli tornare a casa propria. Una situazione che sarebbe costata ai contribuenti veronesi 660 mila euro.

La donna da anni chiede invano di poter tornare alla sua vita, mancando attualmente motivi validi per tenere lei e i suoi bambini segregati e lontani dai loro cari. L’incubo era iniziato nel 2015, quando aveva denunciato il padre dei suoi tre figli minori per abusi nei confronti della sua figlia maggiore, nata da una precedente relazione. L’uomo era stato condannato a sei anni di reclusione, la figlia maggiore era stata allontanata e collocata in una comunità, la donna con i tre figli più piccoli, rimasta senza aiuti economici, era stata ospitata in una casa famiglia. Dalla quale, nonostante siano trascorsi quasi cinque anni, la donna e i suoi figli non sono ancora usciti. Parcheggiati in un limbo, senza lavoro, senza poter tornare a casa propria, senza la possibilità di incontrare i parenti. I Servizi sociali veronesi in questi 55 mesi non hanno programmato per questa donna e per i suoi bambini alcun tipo di progetto di rientro. Vivono quindi a spese dei contribuenti. «Fatti dei conti a spanne» dichiara l’avvocato Miraglia, che difende la donna «dal 8 novembre 2016 a oggi sono passati 4 anni e 7 mesi: calcolando al ribasso di 400 euro al giorno per 55 mesi, questa famiglia finora è costata al Comune quasi 660 mila euro. Soldi che il municipio avrebbe potuto risparmiare oppure utilizzare per altri progetti e finalità, non ultimo far rientrare questa donna a casa propria e aiutarla ad essere economicamente indipendente».

Eppure il Tribunale di Verona era stato chiaro: nel 2017 e nel 2018 aveva ordinato ai Servizi sociali di predisporre ed iniziare un progetto educativo e di supporto per i minori nonché un percorso finalizzato al recupero delle capacità genitoriali per la loro madre. «In spregio alle disposizioni del Tribunale» prosegue l’avvocato Miraglia «i Servizi sociali, adottando dei provvedimenti abnormi e illegittimi e prevaricando i propri poteri e i propri fini sociali, ha letteralmente confinato questa donna e i suoi bambini in una struttura fatiscente, senza adoperarsi per assisterli, ammassandoli in quattro dentro un’unica stanza con vestiti, giocattoli e libri tutti accatastati per mancanza di spazio. La nostra permanenza presso la comunità è senza dubbio un’esperienza del tutto sterile e stressante per il procrastinarsi forzoso della lontananza dalla abitazione di Verona di questa famiglia e dai suoi affetti (inclusa la figlia primogenita, i nonni egli zii). E anzi, spendendo un’enorme quantità di denaro: invitiamo quindi la Corte dei conti a verificare se questo fatto non costituisca un danno erariale».

Sorelline di Cassino tornano dalla zia

Il Tribunale per i minorenni di Roma ne ha disposto il rientro a casa, togliendo al sindaco il ruolo di tutore. FROSINONE (7 Maggio 2021). Le sorelline di Cassino tornano a casa dalla zia: il Tribunale per i minorenni di Roma, riunitosi in Camera di Consiglio, ha stabilito che non vi erano motivi di grave pericolo tali da rendere necessario allontanare all’improvviso le due bambine, di 8 e 11 anni, da casa della zia materna, alla quale erano affidate, per farle alloggiare dallo scorso 6 aprile in una Casa famiglia. Ricusando, di fatto, quando asserito dal tutore e dai Servizi sociali di Cassino, i quali avevano motivato la decisione di allontanare le due minori ritenendo “potessero essere in pericolo per le reazioni  spropositate per eccesso di possesso manifestate dalla zia”. Pertanto il Tribunale ha revocato l’allontanamento delle minori dalla Casa famiglia e ne ha disposto il rientro presso la zia materna, che ne è attualmente affidataria.

Il Tribunale ha altresì sostituito il tutore provvisorio ovvero il sindaco di Cassino, nominando un avvocato al suo posto.

«Ogni commento sarebbe superfluo, abbiamo già detto tutto nel corso di questo mese» commenta l’avvocato Miraglia, al quale la zia si era affidata.

È  trascorso appunto un mese intero, per ritornare al punto di partenza: se i Servizi sociali avessero ben operato, avrebbero risparmiato alle bambine e alla loro zia tanto dolore.

Cassino, la segretaria comunale incontra la zia delle bambine

La dirigente mette in discussione l’operato dei Servizi sociali

Cassino (25 Aprile 2021). A sorpresa la zia delle bimbe, che il 6 aprile scorso i Servizi sociali di Cassino le hanno strappato e portato in comunità, ha incontrato la segretaria comunale del Comune, la quale, nel corso del colloquio, si è mostrata molto contrariata rispetto all’operato dei Servizi sociali in merito all’allontanamento illegittimo delle bambine, ritenendo assolutamente inspiegabile quanto accaduto. Nei confronti della zia ha avuto parole positive, ritenendola una persona perbene e con un elevato livello socio-culturale e, a suo parere, le bambine dovrebbero tornare immediatamente a casa con lei.

«Non possiamo che elogiare la segretaria comunale, dirigente ad interim dell’area Servizi» dichiara l’avvocato Miraglia, che difende la zia delle bambine, «perché ha fatto quello che ci attendevamo da venti giorni da parte del sindaco: ha parlato con la zia, l’ha conosciuta di persona, ha studiato i fatti. Sono intervenuti una serie di politici a difesa del sindaco, molti nemmeno sapevano cosa fosse accaduto in realtà: semplicemente si sono lanciati in una difesa d’ufficio del primo cittadino. Invece avrebbero dovuto fare tutti, sindaco in primis, quello che ha fatto la dirigente: parlare con la zia. Bisogna parlare con le persone, anziché agire sulla base di pregiudizi. Auspichiamo che il sindaco prenda le distanze da questi operatori e che il Tribunale tenga ora in considerazione queste dichiarazioni della dirigente comunale».

Nel frattempo la zia ha presentato un’integrazione di querela per abuso d’ufficio e violenza privata nei confronti degli assistenti sociali: le bambine furono portate via d’imperio, con l’inganno, un pomeriggio nel quale la zia le aveva accompagnate in municipio per un colloquio protetto con il loro papà. Appena saputo che avrebbero dovuto essere condotte in comunità le bimbe, piangendo, avevano tentato di fuggire disperate: una di loro, afferrata al volo da uno degli operatori, cadde a terra ferendosi alla mano e al ginocchio.

«L’articolo 403 del Codice civile, applicato in questo caso» conclude l’avvocato Miraglia «consente ai Servizi sociali di intervenire in situazioni di emergenza e grave pericolo in cui dovessero trovarsi dei minori. Ma auspichiamo un intervento del legislatore affinché lo abolisca, per l’abuso che ne fanno alcuni Servizi sociali, che lo utilizzano spesso a proprio piacimento e senza che vi sia un pericolo imminente da cui mettere al riparo i bambini».

Cassino, bimbe strappate alla zia. Il motivo è l’eccesso di possesso

FROSINONE, BIMBE STRAPPATE ALLA ZIA: IL MOTIVO È  L’ECCESSO DI POSSESSO
Avvocato Miraglia: «La ministra per la Famiglia intervenga immediatamente».
Cassino (15 Aprile 2021). Finalmente si è venuti a conoscenza dei “gravi” motivi che hanno portato all’allontanamento, martedì 6 Aprile a Cassino, di due bambine dalla loro zia cui erano affidate:  sarebbero in pericolo di “eccesso di possesso”. Stando almeno alla relazione che i Servizi sociali di Cassino hanno presentato al Tribunale per i minorenni di Roma. «Niente maltrattamenti, quindi» dichiara l’avvocato Miraglia, che tutela la zia e le due bambine, «nessuna violenza, né segni di abbandono o di incuria. Niente di tutto questo. La “colpa” della zia sarebbe quella di aver messo le nipotine in pericolo di “eccesso di possesso” e di assumere “atteggiamenti denigratori nei confronti del personale” dei Servizi sociali. Tutto ciò non può che farci indignare: ma è mai possibile che un provvedimento di urgenza, che la legge sancisce appositamente per mettere al riparo i minori da pericoli imminenti per la loro incolumità, quindi per la loro salute e la loro vita, vengano assunti perché  la zia si dimostra troppo premurosa con le nipotine e critica verso l’operato dei Servizi sociali? Adesso se critichi gli assistenti sociali questi ti portano via i bambini? Il provvedimento d’urgenza, adottato per allontanare le bambine dalla zia, sancito dall’articolo 403 del Codice civile, si applica in caso di estrema urgenza e per tutelare i minori, non per salvaguardare il buon nome degli operatori sociali. A questo punto non possiamo che chiedere che questi assistenti sociali smettano di occuparsi di minori e soprattutto chiediamo un intervento urgente dal parte della ministra della Famiglia, Elena Bonetti. Purtroppo, come siamo soliti ormai dire, “Bibbiano è solo la punta di un iceberg”, ben radicato e profondo nel sistema degli affidi e dei collocamenti dei minori nelle comunità e nelle case fam