Scelta di campo

Dalle aule alla politica

(Abano Terme 5 agosto) L’intervista della settimana con l’Avv. Francesco Miraglia

L’esperienza maturata nelle aule di giustizia diventa proposta politica. Ogni settimana un confronto sui temi che riguardano famiglie, minori, giustizia e diritti.
Non basta denunciare ciò che non funziona. È arrivato il momento di cambiare le regole»

L’Avv. Francesco Miraglia, Vice Presidente Nazionale di Adesso Italia, presenta la proposta di legge per la riforma dei servizi sociali.

D. Avvocato Miraglia, negli ultimi mesi il suo nome è stato associato ad alcune delle più importanti vicende nazionali in materia di giustizia minorile, tra cui il caso di Torino. Oggi, però, lei compie un passo ulteriore: dalla denuncia alla proposta politica. Perché?

R. Prima di tutto desidero rivolgere un sincero ringraziamento al Segretario Nazionale di Adesso Italia, Maurizio Esposito, che ha creduto fin dal primo momento in questo progetto politico, comprendendone la portata e sostenendolo con determinazione. Un ringraziamento altrettanto sentito va a Francesco Nappi, cofirmatario della proposta di legge, con il quale ho condiviso un lungo e intenso lavoro di elaborazione normativa.
Questa proposta non nasce nelle stanze della politica. Nasce nelle aule dei tribunali, dall’ascolto delle famiglie, dal confronto con operatori e professionisti.
Per oltre vent’anni, come avvocato, ho denunciato criticità del sistema. Oggi ho deciso di fare un passo in più.
Non basta denunciare ciò che non funziona. La politica ha il dovere di cambiare le regole.
È questo il senso del mio impegno in Adesso Italia.

D. Lei è il difensore della madre nella vicenda di Torino e ha chiesto al Ministro della Giustizia Carlo Nordio l’invio degli ispettori ministeriali. Perché?

R. Perché credo profondamente nelle istituzioni.
Quando emergono vicende che suscitano interrogativi nell’opinione pubblica è giusto chiedere che venga fatta piena luce.
Per questo ho chiesto al Ministro Nordio di valutare l’invio degli ispettori ministeriali.
Ma attenzione.
Il vero tema non è soltanto Torino.
Il vero tema è che la politica non può continuare a intervenire solo quando un caso finisce sulle prime pagine dei giornali.
La politica deve prevenire.
Deve costruire regole che rendano il sistema più trasparente, più responsabile e più credibile.
È questo il significato della nostra proposta di legge.

D. Cosa vi ha spinto a scrivere una proposta di legge di iniziativa popolare?

R. Perché troppe volte abbiamo assistito a un copione già scritto.
Esplode un caso.
L’opinione pubblica si indigna.
La politica promette interventi.
Poi tutto torna come prima.
Noi abbiamo scelto una strada diversa.
Abbiamo scritto una proposta di legge.
Non un comunicato.
Non uno slogan.
Una vera riforma.
Il 28 settembre depositeremo in Corte di Cassazione una proposta di legge di iniziativa popolare che introduce maggiore trasparenza, responsabilità, controlli indipendenti e nuove garanzie per famiglie, minori e operatori.
Crediamo che questo sia il vero compito della politica.

D. Qual è il principio che ispira la vostra riforma?
R. Un principio semplice.
Quando una relazione può incidere sulla vita di un bambino o sul destino di una famiglia, deve essere fondata su fatti verificati, documentati e chiaramente distinguibili dalle valutazioni professionali.
La trasparenza non è un ostacolo.
È la più grande garanzia per tutti.
Per i cittadini.
Per i magistrati.
Per gli operatori sociali.
Per le istituzioni.
Le istituzioni diventano più forti quando sono trasparenti.

D. Alcuni potrebbero sostenere che questa proposta rappresenti un attacco ai servizi sociali.
R. Sarebbe una lettura completamente sbagliata.
Io conosco tantissimi operatori straordinari che ogni giorno lavorano con professionalità e sacrificio.
Questa riforma è anche per loro.
Perché regole più chiare significano maggiore tutela per chi opera correttamente.
Noi non siamo contro i servizi sociali.
Siamo contro l’opacità.
Siamo contro la mancanza di controlli.
Siamo contro un sistema che, quando emergono criticità, troppo spesso fatica a mettersi in discussione.

D. Perché ha deciso di portare la sua esperienza professionale dentro la politica?

R. Perché a un certo punto mi sono posto una domanda.
Ha senso continuare a vincere processi se poi le regole che hanno generato quei problemi rimangono sempre le stesse?

Da oltre vent’anni difendo famiglie e minori.
Ho imparato che dietro ogni fascicolo c’è una storia.
Una madre.
Un padre.
Un bambino.
Vincere una causa può cambiare il destino di una famiglia.
Cambiare una legge può migliorare il futuro di migliaia di famiglie.
È questa la ragione del mio impegno politico.

D. Qual è il ruolo che Adesso Italia vuole avere su questo tema?

R. Vogliamo essere il partito delle proposte.
Non delle polemiche.
Vogliamo dimostrare che la politica può ancora ascoltare i cittadini e trasformare le loro esigenze in riforme concrete.
La nostra proposta non nasce contro qualcuno.
Nasce per costruire uno Stato più autorevole, più trasparente e più vicino alle persone.

D. Qual è il suo appello finale agli italiani?

R. Chiedo una cosa molto semplice.
Non fermatevi ai titoli dei giornali.
Leggete la nostra proposta.
Valutatela nel merito.
Criticatela, se ritenete.
Ma fatelo dopo averla letta.
Nei prossimi giorni pubblicheremo i passaggi più significativi del testo perché vogliamo che siano i cittadini a giudicarlo.
Dal 28 settembre inizierà la raccolta delle firme.
Invito tutti a visitare il sito di Adesso Italia, conoscere la proposta di legge e sostenerla.
Ogni firma non sarà soltanto un sostegno a un progetto politico.
Sarà una scelta a favore di uno Stato più trasparente, più responsabile e più vicino alle famiglie.
Le grandi riforme non nascono nelle stanze del potere.
Nascono quando qualcuno ha il coraggio di scriverle e quando i cittadini scelgono di trasformarle in realtà. Io, insieme a Maurizio Esposito e Francesco Nappi, abbiamo fatto il primo passo. Ora confidiamo che siano gli italiani a compiere il secondo.

Intervista a Francesco Miraglia “Le parole sono giustizia”

 ospite al Salone del Libro di Torino
A cura di Alessio Romano

Torino – Una testimonianza intensa, civile, umana. Sabato 17 maggio, presso lo Spazio Calabria del Salone Internazionale del Libro di Torino, Francesco Miraglia, autore e operatore nel campo della tutela dei diritti, ha presentato due libri che affrontano frontiere sensibili del nostro tempo: “Ci sono anch’io” e “Ma il problema sono io?”, entrambi pubblicati da Armando Editore e scritti in collaborazione con Daniela Vita.

Un fumetto per raccontare i diritti delle persone con disabilità. Un saggio che dà voce alle vittime di violenza domestica e a chi subisce l’ingiustizia dopo la denuncia. Un doppio lavoro che unisce racconto e denuncia, esperienza professionale e urgenza civile.

 

Francesco, com’è stato tornare al Salone del Libro da autore, con due opere così impegnative?

«È stato un momento di grande impatto umano e professionale. Tornare al Salone non solo come autore, ma come portavoce di temi tanto delicati e necessari, è un’esperienza che ti segna. “Ci sono anch’io” è un fumetto che parla con linguaggio semplice ma potente dei diritti delle persone con disabilità, e si ispira alla Convenzione ONU.
“Ma il problema sono io?” invece affronta, senza sconti, il tema della violenza domestica, della violenza assistita e della vittimizzazione secondaria. Entrambi i volumi nascono dalla volontà di offrire strumenti concreti, di lettura, di comprensione e di difesa. Portarli in un contesto così importante ha rafforzato il senso del nostro lavoro.»

 

Nel libro “Ci sono anch’io” dai voce ai diritti delle persone con disabilità attraverso il linguaggio del fumetto. Cosa ti ha spinto a scegliere questo approccio?

«La disabilità è spesso raccontata con pietismo o invisibilità. Volevamo superare entrambi gli estremi. Il fumetto ci è sembrato il linguaggio ideale per arrivare a tutti – ragazzi, famiglie, educatori, cittadini – in modo diretto, empatico, senza rinunciare alla profondità.
Il libro si basa sulla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ma la rende accessibile, concreta. Non si tratta solo di enunciare diritti, ma di raccontare il diritto alla dignità, alla partecipazione, all’autonomia, attraverso storie e immagini che parlano alla coscienza. Questo libro vuole essere uno strumento nelle mani di chi lotta ogni giorno per essere visto, ascoltato, rispettato.»

 

Secondo te, qual è il legame tra disabilità e diritti umani oggi?

«Il legame è totale e inscindibile. Parlare di disabilità non significa parlare solo di sanità o assistenza, ma di diritti umani fondamentali: il diritto all’istruzione, al lavoro, alla libertà di movimento, all’accessibilità, all’amore, alla piena cittadinanza.
Troppo spesso, invece, le persone con disabilità vengono trattate come soggetti da proteggere, e non come persone da includere. Ecco perché ho scelto di raccontare questi diritti come diritti umani, universali, irrinunciabili, e non come concessioni o privilegi. Finché non cambieremo questo sguardo, continueremo a escludere, anche senza volerlo.»

 

Cosa significa oggi parlare di violenza sulle donne e vittimizzazione secondaria? Perché hai scelto di portare questi temi in un libro?

«Significa fare luce su ciò che accade non solo nel momento della violenza, ma dopo, quando la donna trova il coraggio di denunciare e si scontra con l’indifferenza, il sospetto, la burocrazia che la espone di nuovo al dolore.
Questo è ciò che chiamiamo vittimizzazione secondaria: un sistema che, invece di proteggere, spesso giudica, colpevolizza, minimizza. In “Ma il problema sono io?” abbiamo voluto mettere al centro proprio queste esperienze, usando casi reali, vissuti giudiziari, e trasformandoli in un racconto che è insieme denuncia e guida.
Scrivere di questi temi è un atto di responsabilità. Perché il silenzio, in certi casi, è complicità.»

 

Cosa ha rappresentato per te essere ospite dello stand della Regione Calabria?

«È stato un onore. Essere calabrese è parte della mia identità e motivo di orgoglio.
Portare due libri che parlano di giustizia, dignità e consapevolezza nello stand della Regione Calabria è stato per me un gesto di appartenenza e responsabilità. La mia terra mi ha formato, e restituirle qualcosa attraverso parole che difendono la dignità umana è stato emozionante.»

 

I tuoi progetti non nascono da soli. Vuoi raccontarci qualcosa sul lavoro di squadra che c’è dietro a questi volumi?

«Assolutamente. Nessun libro nasce in solitudine. “Ci sono anch’io” e “Ma il problema sono io?” sono frutto di un percorso condiviso.
Un sentito ringraziamento va a Daniela Vita, coautrice con cui ho costruito, passo dopo passo, ogni contenuto, ogni messaggio, ogni pagina. La nostra è stata una collaborazione autentica, fondata sulla comune volontà di dare voce a chi spesso resta invisibile.
Un grazie profondo alla Dott.ssa Sabina Cannizzaro e alla Prof.ssa Palmieri, che hanno curato con grande sensibilità e rigore le prefazioni dei volumi.
Desidero ringraziare anche Rath Bosca e Laura Dumitrana per aver curato la presentazione pubblica con attenzione, passione e professionalità.»

 

Che bilancio fai di questa esperienza al Salone?

«Il bilancio è più che positivo, direi umano prima ancora che professionale.
Questa giornata è stata per me la conferma che c’è un bisogno urgente di contenuti che parlino alla coscienza collettiva. Il libro, il fumetto, la parola scritta – quando ben usati – diventano strumenti potentissimi per trasformare il pensiero, per generare consapevolezza, per sostenere chi è più fragile.
È la conferma che vale la pena continuare a lavorare su progetti scomodi ma necessari.»

 

Nel tuo libro si parla anche dell’allontanamento dei minori nei casi di violenza. Perché hai voluto affrontare questo tema così delicato?

«Perché troppo spesso, nei casi di violenza domestica, a subire le conseguenze più gravi sono proprio i figli. L’allontanamento del minore dalla madre vittima di violenza, in nome di una presunta neutralità, rappresenta una delle forme più crudeli di vittimizzazione secondaria.
Non solo la donna non viene creduta o tutelata, ma viene anche privata del legame più sacro, quello con il proprio figlio. È una doppia punizione, un trauma per entrambi.
Parlarne significa denunciare prassi distorte, chiedere giustizia, ma anche proporre un cambiamento nel modo in cui il sistema giudiziario guarda al benessere del minore e della madre. Il mio impegno è dare voce a chi subisce tutto questo senza possibilità di difesa.»

 

Francesco, cosa ti porti nel cuore da questa giornata al Salone del Libro?

«Mi porto nel cuore gli sguardi silenziosi, le strette di mano sincere, la commozione condivisa senza bisogno di troppe parole.
Mi porto la consapevolezza che, anche quando si parla di temi duri e dolorosi, la cultura può unire, consolare, dare speranza.
E mi porto l’orgoglio di aver rappresentato la mia Calabria con dignità, verità e rispetto.
È stato un giorno che non dimenticherò. Un giorno in cui, più che parlare di diritti, abbiamo provato a viverli insieme.»

Due libri che parlano forte e chiaro. Due messaggi che restano. Gli autori hanno scelto, con coraggio, di non voltarsi dall’altra parte.

La libertà è la voce che non si piega

Intervista a Francesco  Miraglia  di Ilda Giovanbattista

( Roma 9 maggio 2025) Ilda Giovanbattista: Francesco, oggi ricevi un riconoscimento importante. Cosa rappresenta per te il Premio “Le Voci della Libertà”?

Francesco Miraglia: È un segnale che le parole libere ancora contano. Questo premio non è un traguardo, ma un invito a continuare. Non ho mai avuto l’ambizione di piacere a tutti, ma la volontà di essere autentico, anche quando è scomodo. Avere voce, oggi, significa soprattutto avere il coraggio di usarla. E se questa voce arriva a toccare qualcuno, allora ha senso.

I.G.: La premiazione si tiene il 9 maggio, Giornata dell’Europa. Un caso o un messaggio?

F.M.: È una coincidenza carica di significato. L’Europa è nata da un’idea di pace, di unione, di dignità. Ma quei valori, oggi, vanno riaffermati con forza. La libertà, quella vera, non è mai garantita. Vediamo ogni giorno nuove forme di censura, sottotraccia o istituzionalizzate. Celebrare la libertà proprio il 9 maggio significa ricordare che non può esserci Europa senza pensiero libero, senza dissenso, senza verità.

I.G.: Sei noto per prendere posizioni forti, spesso non allineate. Hai mai pensato di fermarti?

F.M.: Sì, nei momenti di stanchezza. Ma poi guardo negli occhi chi non ha voce, chi viene ignorato o schiacciato, e tutto torna chiaro. Fermarsi significherebbe diventare complice. E io ho scelto, da tempo, da che parte stare. Non cerco consenso, cerco coerenza. E se a qualcuno dà fastidio, vuol dire che sto toccando un punto sensibile.

I.G.: Nella tua esperienza, quando hai capito che la libertà non era più un dato scontato?

F.M.: Quando ho visto la paura negli occhi di chi voleva parlare e non poteva. Quando ho sentito persone chiedermi di “fare attenzione” perché “certe cose è meglio non dirle”. Lì ho capito che qualcosa non andava. La libertà si logora lentamente, con piccoli silenzi, con autocensure quotidiane. E io ho scelto di rompere quel silenzio, sempre.

I.G.: A chi senti di dedicare questo premio?

F.M.: A chi combatte senza microfoni, a chi si espone e rischia tutto, a chi resiste anche nel silenzio. Ma anche ai giovani: perché imparino che libertà non significa solo parlare, ma sapere cosa dire, avere coscienza, essere pronti a pagarne il prezzo. La libertà non è uno slogan: è una scelta, faticosa e necessaria.

I.G.: Se potessi rivolgerti oggi direttamente all’Europa, che messaggio lanceresti?

F.M.: Che non dobbiamo aver paura delle voci scomode. Che non esiste democrazia senza dissenso. Che un’Europa viva è quella che ascolta anche chi contesta, chi denuncia, chi mette in discussione. Chi ci invita a riflettere, non solo ad applaudire.

I.G.: Per concludere: in una sola frase, cos’è per te la libertà?

F.M.: È la voce che non si piega. È restare in piedi, anche quando tutto intorno chiede di abbassare la testa.

 

Napoli, violenza e giovani, un grido di allarme che non possiamo inorare

di Francesco Miraglia,

La morte di Arcangelo Correra, diciottenne ucciso per un colpo di pistola esploso dal cugino, rappresenta una nuova e tragica ferita per Napoli. Non è il primo giovane che, in pochi giorni, perde la vita per un’escalation di violenza, e temo che non sarà l’ultimo, a meno che non decidiamo finalmente di guardare in faccia questa emergenza e di prendere provvedimenti seri e risolutivi. Questa tragedia segue di poche settimane la morte di Emanuele Tufano, un ragazzo di appena 15 anni, colpito durante una sparatoria tra adolescenti, e di Santo Romano, diciannovenne ucciso in una lite esplosa per un motivo banale. Sono tre giovani vite spezzate, in appena diciassette giorni, una sequenza di eventi tragici che interroga la nostra coscienza collettiva e impone una riflessione profonda sul nostro fallimento come società.

In qualità di esperto in diritto penale e minorile, e autore di libri dedicati al disagio giovanile e alla tutela dei minori, tra cui “Bambini prigionieri”, “I malamente” e “Avvocato dei bambini”, sento la necessità di portare alla luce le storie di tanti ragazzi e famiglie che vivono nel silenzio e nell’invisibilità. Lavorando da anni a stretto contatto con situazioni di degrado e di emarginazione, ho visto troppi ragazzi abbandonati a sé stessi, privi di un sistema di supporto, lasciati a convivere con un vuoto educativo e sociale che li rende vulnerabili alla rabbia e alla violenza. Questo vuoto non è altro che il fallimento della nostra società, incapace di ascoltare e di intervenire per offrire alternative reali.

La violenza tra i giovani è un problema che va ben oltre la sicurezza pubblica. Si tratta di un disagio profondo, di una sofferenza che spesso nasce in famiglia, cresce nel degrado sociale e si alimenta della mancanza di opportunità e di speranza. Molti ragazzi vedono nella violenza una risposta naturale, quasi inevitabile, ai propri problemi e frustrazioni. In troppe realtà manca tutto: l’educazione, il supporto psicologico, il senso di appartenenza a una comunità che possa aiutarli a trovare la loro strada.

Mi chiedo se, come comunità, stiamo facendo abbastanza per i nostri giovani. La risposta, purtroppo, è no. Certo, il controllo delle armi è fondamentale: non possiamo ignorare quanto sia semplice per un adolescente mettere le mani su una pistola modificabile, come dimostrato recentemente dal presidente di Asso.gio.ca durante una manifestazione a Napoli, mostrando una pistola scacciacani acquistabile con pochi euro online. Ma la questione delle armi, seppur centrale, è solo una parte del problema. Non possiamo pensare di risolvere tutto con una sorveglianza più intensa o con l’inasprimento delle pene. Si tratta di risposte superficiali, che non arrivano alle radici del problema.

Napoli è una città splendida, viva, piena di potenziale, e vedere i giovani perdersi nella violenza mi spezza il cuore. Ogni volta che un ragazzo muore, perdiamo una parte della nostra comunità, e con lui un futuro che non potrà mai realizzarsi. Ho seguito da vicino realtà difficili e so quanto sia importante investire sulle persone e sui giovani per costruire una comunità solida e sana. I miei libri sono stati un tentativo di far emergere queste storie, di mettere in evidenza quanto siano radicati i problemi e quanto sia necessario un intervento strutturale per spezzare questo circolo vizioso.

L’approccio dev’essere a tutto campo. In primo luogo, occorre investire risorse reali nell’educazione e nel sostegno sociale. Non possiamo pensare che sia solo compito della polizia intervenire su questa crisi: abbiamo bisogno di assistenti sociali, psicologi, educatori e di ambienti protetti per i nostri giovani, dove possano sentirsi ascoltati e sostenuti. È indispensabile che ci sia una volontà politica decisa, perché senza impegno concreto da parte delle istituzioni, i nostri ragazzi continueranno a rimanere invisibili, intrappolati in un mondo di solitudine e di abbandono.

Come ha sottolineato il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, ciò che si sta facendo non è sufficiente. L’intervento deve essere su più livelli, dalla famiglia alla scuola, dai quartieri fino ai centri di aggregazione giovanile. Non è una questione che si possa risolvere dall’oggi al domani, ma servono iniziative a lungo termine che restituiscano ai giovani la speranza e un senso di appartenenza. Devono poter vedere una prospettiva concreta, un’alternativa alla strada e alla violenza.

Il futuro dei nostri ragazzi è anche il futuro di Napoli. Se continuiamo a perdere giovani a causa della violenza, impoveriamo la nostra città e rischiamo di perdere il suo patrimonio più prezioso. Come esperto e come cittadino, mi sento in dovere di fare tutto il possibile per creare un contesto in cui la violenza non sia più una risposta, in cui i giovani possano crescere in un ambiente sicuro, rispettati e valorizzati. Napoli ha bisogno di loro, ha bisogno della loro energia e della loro creatività, ma dobbiamo fare la nostra parte per proteggerli.

Non possiamo più permettere che i nomi di questi ragazzi diventino solo un elenco di cronaca nera. Le loro storie devono servire a costruire un cambiamento, a scuotere le coscienze e a spingere le istituzioni a fare di più. Per Arcangelo, per Emanuele, per Santo e per tutti gli altri giovani che non ci sono più, impegniamoci finalmente a dare loro una risposta e a costruire una città che sappia ascoltare, proteggere e valorizzare le nuove generazioni.

 Storie silenziose di violenza: l’ascolto come strumento per il cambiamento

Ci sono storie silenziose che si muovono nelle stanze di case dove ciò che erroneamente viene chiamato amore lascia i segni sulle pareti, nei frantumi degli oggetti scagliati a terra, sulla pelle e negli occhi delle donne, fino a penetrarle in profondità, laddove non si vede. Ci sono storie rumorose, che si muovono nelle stanze di case dove ciò che comunemente si chiama amore urla insulti e fa tremare i vetri. Ci sono storie visibili e invisibili, taciute e nascoste che sanno di vergogna, smarrimento, dolore per il fallimento di una relazione, paura di non essere credute, paura di non essere protette, paura di perdere i propri figli. Sono storie che attraversano gli anni e le generazioni mentre il termine che le accomuna resta immutato: violenza.

La violenza nei confronti delle donne è un fenomeno endemico, presente a tutte le latitudini, tuttavia, gli stereotipi che esistono intorno a questo fenomeno portano spesso a ritenere che si riscontri solo tra le fasce più vulnerabili della popolazione. In realtà, le statistiche dimostrano il contrario: secondo i dati rilevati da ISTAT, in Italia il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni ha subito nel corso della propria vita almeno una forma di violenza. Il dato è trasversale a tutte le regioni, le classi socioeconomiche e il livello di istruzione. In effetti, tra le vittime di violenza non vi sono distinzioni di titolo di istruzione o livello socioeconomico, che invece determinano la possibilità di uscire dal circolo della violenza rendendosi indipendenti (Save The Children, 2024).

In particolare, la violenza domestica colpisce nella maggioranza dei casi le donne, e quando queste sono madri anche i loro figli diventano vittime di maltrattamento in quanto testimoni di violenza. Un’indagine del 2021 condotta dall’Agia, Cismai e Terres des Hommes, ha messo in evidenza come il 32,4% dei bambini presi in carico dai servizi sociali assistono alla violenza sulle loro madri, dato che configura la violenza assistita nei confronti dei minorenni in Italia come la seconda forma di maltrattamento dopo la patologia delle cure (Save The Children, 2024).

Secondo uno studio che ha aggregato i dati del 2021 e del 2022 (fino al primo trimestre) la principale violenza subita dalle donne è generalmente di tipo fisico; segue la violenza di natura psicologica, sessuale, e le minacce. Nella maggior parte dei casi le violenze avvengono all’interno della propria abitazione e consistono in ripetuti episodi nel corso dei mesi e degli anni. Secondo i dati raccolti dallo studio, solo in 129 casi di 2.966 la chiamata al numero antiviolenza è seguita a un unico episodio. Del resto, sono anche molti i casi in cui una violenza subita non si traduce in una denuncia formale; nei primi mesi del 2022, ad esempio, meno del 13% ha denunciato. Tra i motivi più frequenti vengono segnalati il non voler compromettere la famiglia e la paura nei confronti del soggetto violento. Va specificato che questi dati vanno letti in relazione alla presenza di figli nel nucleo famigliare (Openpolis, 2022).  La casistica più frequente è quella in cui la vittima con figli indica che questi non hanno subito direttamente la violenza, ma hanno assistito a quella perpetrata. Seguono i casi in cui i figli sono vittime e testimoni della violenza nei confronti del proprio genitore. Le conseguenze per questi sono spesso l’inquietudine, l’aggressività, comportamenti adultizzati di accudimento verso i familiari e disturbi del sonno (Openpolis, 2022).

 

L’evoluzione della normativa italiana in materia di violenza sulle donne prende le mosse dalla ratifica della Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e sulla lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (legge n. 77 del 2013) (Parlamento Italiano, 2024). In seguito alla ratifica l’Italia ha compiuto una serie di interventi mirati a istituire una strategia integrata per combattere la violenza. Il primo è stato operato dal decreto-legge n.93 del 2013 che ha apportato modifiche in ambito penale e processuale e ha previsto l’attuazione di misure contro la violenza di genere. Il provvedimento più incisivo è la legge n.69 del 2019 (c.d. Codice Rosso) che ha rafforzato le tutele processuali delle vittime di violenza sessuale e domestica e ha introdotto alcuni nuovi reati nel codice penale quali: il delitto di deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso, il delitto di diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti e quello di costrizione o induzione al matrimonio. ll Codice Rosso ha cercato di rispondere alla necessità di protezione immediata per le vittime, accelerando i tempi di intervento delle autorità e offrendo strumenti legali più incisivi contro i maltrattanti. Tuttavia, nonostante l’importanza di questo provvedimento, resta ancora molto da fare. Infatti, il Codice Rosso ha portato a un aumento delle denunce, ma non sempre queste si traducono in una protezione effettiva per le vittime. Troppo spesso le donne si trovano ad affrontare un sistema giudiziario che, pur dotato di leggi più severe, può risultare inefficace a causa di ritardi burocratici, mancanza di coordinamento tra le istituzioni e una persistente cultura di scetticismo verso le vittime. Ci sono stati numerosi casi in cui le misure previste dal Codice Rosso non sono state applicate con la dovuta celerità, lasciando le vittime esposte a ulteriori rischi. Pertanto, è fondamentale che tutte le parti coinvolte – dalle forze dell’ordine ai giudici, dai servizi sociali agli operatori sanitari – siano adeguatamente formate e sensibilizzate e siano in grado di riconoscere immediatamente i segni della violenza, di intervenire prontamente e di offrire un sostegno continuo e coordinato.

Anche la legge n.134 del 2021 ha previsto un’estensione delle tutele per le vittime di violenza domestica e di genere, mentre la legge n.53 del 2022 ha potenziato la raccolta di dati statistici sulla violenza di genere attraverso un maggiore coordinamento di tutti i soggetti istituzionali coinvolti. Nella legislatura corrente sono state approvate la legge n.168 del 2023 che ha apportato modifiche al fine di rendere più efficaci le misure di prevenzione e contrasto alla violenza sulle donne, la legge n.12 del 2023 che prevede l’istituzione di una Commissione bicamerale d’inchiesta sul femminicidio, e la legge n. 122 del 2023 che obbliga il pubblico ministero di assumere informazioni dalla persona offesa o da chi ha denunciato i fatti di reato entro tre giorni dall’iscrizione della notizia (Parlamento Italiano, 2024).

 

È indubbio che il sistema di gestione e protezione a favore delle vittime di violenza siano evoluti negli anni al fine di proteggere le vittime, tuttavia, accade che lo stesso sistema generi risultati fallimentari. Molti centri antiviolenza, ad esempio, hanno verificato che nei percorsi legali, sanitari e dei servizi sociali accade spesso che non siano riconosciuti i presupposti della violenza, che si metta in discussione la parola della donna o che le sue scelte di vita vengano giudicate. Queste azioni hanno come risultato quello di trasmettere al maltrattante un senso di impunità, colpevolizzando la donna per la violenza subita. È stato notato, inoltre, che molti operatori istituzionali assumono che entrambi vittima e maltrattante abbiano dei problemi ed elaborano un sistema di indagine e controllo sulla genitorialità, ritenendola discutibile per entrambi. In questo caso vengono attivate pratiche e protocolli di intervento tra istituzioni prima di ascoltare la donna e di invitarla a recarsi presso un centro antiviolenza.

Secondo il CADMI (Casa delle Donne Maltrattate, 2024) la non conoscenza degli effetti che la violenza produce sulle donne induce diversi operatori istituzionali a giudicarle negativamente, a disporre un allontanamento dal loro contesto di vita e a imporre percorsi non autodeterminanti della donna che la fanno sentire in una posizione subalterna che la rende passiva; ossia, altri decidono per lei cosa le serve e cosa deve fare sulla base di presupposti e scelte su cui la donna non ha alcun potere decisionale.

A questo proposito, nel febbraio del 2022 lo Studio Legale Miraglia depositò una querela per falsità ideologica in certificati commessa da persone esercenti un servizio di pubblica necessità, per false dichiarazioni all’autorità giudiziaria, abuso di ufficio, lesioni personali e violenza privata a carico di una donna vissuta in un contesto di vita violento insieme ai suoi due figli. Di fatto, la distorsione della realtà mascherando elementi importanti nei confronti di alcuni soggetti coinvolti ed evidenziando, invece, nei confronti della donna elementi non attinenti al vero, avevano causato l’allontanamento fisico ed emotivo tra la donna e i suoi figli generando situazioni di profonda sofferenza per entrambe le parti.

Questo è uno dei casi limite che sottolinea la necessità per l’apparato istituzionale di promuovere tra i suoi membri l’utilizzo consapevole di uno strumento chiave per la buona riuscita del loro lavoro: l’ascolto.

Ascoltare una donna che ha vissuto violenza domestica significa concederle del tempo e permetterle di raccontare le sue verità, senza interferire. In questa fase l’ascoltatore è un foglio bianco che aspetta di essere scritto dalla voce del narratore.

Ascoltare significa anche leggere la storia del narratore tra le righe, e rintracciare gli indicatori (psicologici, comportamentali, fisici) della persona. Tra gli indicatori psicologici vi sono paura, stress, attacchi di panico, depressione, perdita di autostima, agitazione, auto colpevolizzazione; tra quelli comportamentali troviamo racconti incongruenti relativi alle violenze fisiche subite, chiusura o isolamento sociale; infine, tra gli indicatori fisici vi sono ferite, contusioni, danni permanenti, aborti spontanei e disordini alimentari.

Le donne che hanno vissuto episodi di violenza domestica, abusi e altri tipi di soprusi hanno diritto all’ascolto come parte fondamentale e integrante della presa in carico del loro caso, sia dal punto di vista psicologico che da quello giuridico. È un processo che richiede sensibilità, conoscenza e un approccio multidisciplinare, pertanto, è necessario sensibilizzare la società e soprattutto i professionisti in ambito giuridico e psicologico affinché siano preparati alla pratica dell’ascolto e possano condividere le loro conoscenze ed esperienze al fine di promuovere pratiche più rigorose che siano in linea con i veri interessi delle donne, come di tutti gli individui che hanno subito, o subiscono, violenza. In definitiva, se da un lato esiste un apparato giudiziario che rafforza le capacità di intervento delle forze dell’ordine e inasprisce le pene in supporto alle vittime di violenza, dall’altro questo approccio consolidatosi nel tempo non è sufficiente a limitare efficacemente un fenomeno così strutturale. È imprescindibile, dunque, cambiare il paradigma sociale e culturale in cui è radicato questo fenomeno. Per questo servono strategie a lungo termine e soprattutto interventi formativi in ogni sfera della società. Infatti, solo riconoscendo che il fenomeno della violenza non è imputabile a casi isolati dovuti a situazioni eccezionali di disagio psicologico e sociale, ma è prettamente strutturale si potranno definire pratiche più coerenti che riflettano e proteggano i veri bisogni psicologici e giuridici delle persone che vivono in contesti di vita violenta.

 

La violenza di genere non è solo un problema sociale, è una ferita aperta nel cuore della nostra umanità, una tragedia che si consuma ogni giorno nelle stanze silenziose di migliaia di case. Come avvocato che ha dedicato la propria vita alla difesa dei diritti delle donne e dei bambini, ho avuto il privilegio e il dolore di assistere in prima linea alla battaglia contro questo flagello. Ogni caso che affronto non è solo un numero nelle statistiche, ma una storia viva di sofferenza, coraggio, e una resistenza che sfida ogni comprensione.

Non dimenticherò mai le lacrime delle madri che ho difeso, il terrore nei loro occhi e la loro determinazione a proteggere i propri figli, anche a costo della propria vita. Queste donne non sono solo vittime, sono eroine, combattenti in una guerra invisibile, costrette a lottare contro i loro aguzzini e contro un sistema che dovrebbe proteggerle ma che troppo spesso le tradisce. Ogni volta che una di queste donne trova il coraggio di alzare la voce, di chiedere aiuto, di dire “basta”, è un atto di straordinario eroismo. Ma è inaccettabile che debbano affrontare questa battaglia da sole, con una società che le guarda con sospetto, le giudica, le condanna a un silenzio forzato.

La mia battaglia contro la violenza di genere è anche una battaglia personale. Ho visto come il sistema può fallire, come le istituzioni possano ignorare o addirittura colpevolizzare chi cerca aiuto. Ho assistito a casi in cui le vittime sono state ulteriormente ferite da chi avrebbe dovuto proteggerle. Come uomo e come avvocato mi sento profondamente oltraggiato da ogni singola storia di violenza che mi viene raccontata e mi sento investito di una missione: quella di combattere per la giustizia, per il riconoscimento dei diritti, per una società in cui nessuna donna debba più vivere nella paura. La mia esperienza mi ha insegnato che la legge, pur essendo uno strumento potente, non è sufficiente da sola. Non basta punire i colpevoli, dobbiamo anche educare, prevenire, sensibilizzare. Dobbiamo insegnare ai nostri figli il rispetto, l’uguaglianza, la dignità di ogni essere umano. Dobbiamo smantellare gli stereotipi di genere, combattere la cultura del possesso e del controllo che alimenta la violenza. Dobbiamo costruire una società in cui le donne possano sentirsi sicure, supportate, credute.

Ogni giorno mi impegno affinché le voci delle donne che difendo vengano ascoltate. Ogni vittoria in tribunale e ogni volta che una donna trova il coraggio di parlare mi dà la forza di continuare, ma so anche che la strada è lunga e piena di ostacoli. Il sistema spesso fallisce, i pregiudizi sono radicati e il cambiamento è lento; tuttavia, la determinazione delle vittime e il loro spirito indomabile mi ispira ogni giorno a non arrendermi. La mia speranza è che, un giorno, non ci sarà più bisogno di combattere questa battaglia, che le donne possano vivere in una società che le protegge e le valorizza. Ma fino a quel giorno, continuerò a lottare  al fianco di tutte le donne e i bambini che hanno bisogno di aiuto, giustizia e un futuro migliore.

Infine, un altro aspetto che merita attenzione è la strumentalizzazione delle denunce. Purtroppo, ci sono casi in cui le accuse di violenza vengono utilizzate in modo strumentale per motivi economici o per ottenere l’affidamento dei figli. Questo non solo distorce la realtà e complica ulteriormente la vita delle vere vittime di violenza, ma mina anche la credibilità del sistema giudiziario e il suo obiettivo di protezione.

In conclusione, la lotta contro la violenza di genere richiede più di leggi e pene severe; necessita di un cambiamento radicale nella nostra cultura e mentalità. Ogni storia di violenza è una ferita aperta nella nostra società, un grido di aiuto che non può rimanere inascoltato. Dobbiamo costruire un mondo in cui le donne possano vivere senza paura, in cui ogni voce venga ascoltata e rispettata. Solo con un impegno collettivo possiamo sperare di sanare queste ferite e offrire un futuro sicuro e dignitoso a tutte le donne e ai loro figli. La vera giustizia inizia dall’ascolto e dalla comprensione; solo così potremo trasformare il dolore in speranza e il silenzio in una potente dichiarazione di cambiamento.

Francesco Miraglia

“Diritto all’Ascolto: Il Ruolo Cruciale della Tutela dei Minori nel Sistema Giuridico”

Il tema che mi preme sottolineare in questo beve intervento è sicuramente l’ascolto del minore, soprattutto nell’ambito giudiziario.
Il tema è di cruciale importanza nel campo del diritto di famiglia e nei procedimenti tutti che vedono un minore coinvolto.
Per sottolineare, questo aspetto voglio fare riferimento alla vicenda tragica di Amanda Todd sottolinea drammaticamente le conseguenze potenzialmente devastanti di un sistema che fallisce nell’ascoltare e proteggere i suoi giovani più vulnerabili. Questo tema solleva questioni fondamentali riguardanti non solo il diritto e la procedura ma anche la moralità e la responsabilità

Nel 2012 Amanda Todd, una giovane canadese di 15 anni, si tolse la vita dopo aver subito un prolungato periodo di cyberbullismo. Prima dell’evento, Amanda aveva raccontato la sua storia e cercato di chiedere aiuto attraverso un video su YouTube; nonostante i suoi tentativi di segnalare gli abusi, le risposte delle autorità non furono sufficienti a proteggerla. La vicenda evidenziò le gravi carenze nel sistema di supporto per i giovani vittime di bullismo e l’incapacità delle istituzioni scolastiche e della società nel complesso di ascoltare e intervenire a favore dei minori in difficoltà. Ma cosa significa realmente “ascoltare” un minore? Quanto è importante ascoltare i minori nei procedimenti giudiziari?
L’articolo 12 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia stabilisce che ogni minore ha il diritto di esprimere le proprie opinioni; tuttavia, spesso, è proprio questo a mancare quando si tutelano i minori.
Dopo la costituzione del sopra citato articolo, sono state condotte alcune ricerche nel contesto europeo che hanno messo in evidenza come i minori non si sentano coinvolti nelle decisioni che li concernono, infatti ben 2/3 dei bambini in Europa non sono soddisfatti del modo in cui vengono ascoltati nel loro ambiente di vita e di come questo interagisce con loro (The Europe Kids Want, 2019). Le raccomandazioni che ne derivano, pertanto, richiamano i decisori ad un maggior coinvolgimento di bambini e giovani nei dialoghi politici a livello europeo, nazionale e locale, nonché invitano l’Unione Europea ad intervenire per istituire meccanismi di partecipazione dei minori ai processi decisionali sulle questioni che li riguardano. I minori costituiscono un elemento chiave e imprescindibile nella realizzazione di società civili inclusive. La ricerca “Our Europe, our rights, our future”, che nel 2021 ha visto la partecipazione di migliaia di minori tra gli 11 e i 17 anni, sottolinea che, indipendentemente dal background, la stragrande maggioranza degli intervistati vorrebbe partecipare di più alle scelte che li riguardano se ne avesse l’opportunità, con un maggior interesse riscontrato nel genere femminile. Se i bambini si sentono ascoltati in ambito familiare, lo stesso non può dirsi nelle altre sfere della vita sociale come la scuola, ma soprattutto i servizi sociali e sanitari, esprimendo che spesso i professionisti preferiscono parlare con i genitori piuttosto che con loro. Una considerevole percentuale di partecipanti addirittura riferisce che, ai fini di una maggiore protezione dei loro diritti, i minori non dovrebbero interfacciarsi con ulteriori figure professionali, con particolare riferimento agli assistenti sociali, in quanto non considerati figure di ausilio che valorizzano e ascoltano le opinioni e i desideri dei minori.
Alla luce di quanto emerge, la Commissione Europea, al fine di favorire e rafforzare meccanismi di partecipazione dei giovani nelle decisioni che li riguardano, nel 2022 ha istituito la “European Union Children’s participation platform”, uno spazio dedicato a dar voce alle opinioni dei giovani, i quali sono chiamati a condividere le loro priorità, nonché a suggerire strategie efficaci e partecipate per il reale esercizio e rispetto dei loro diritti.
La progressiva evoluzione delle normative nazionali e internazionali sull’ascolto dei minori
evidenzia un riconoscimento crescente dell’importanza di dare voce ai bambini e agli adolescenti
nei procedimenti che li riguardano. L’introduzione di articoli specifici nel codice civile italiano e la ratifica di convenzioni internazionali dimostrano un impegno verso l’incorporamento di queste
pratiche nell’ambito giuridico. Tuttavia, come sottolineato, esistono ancora molte sfide pratiche e interpretative nell’attuazione di questi principi.
Gli strumenti e le competenze necessari per ascoltare efficacemente un minore nei procedimenti giudiziari sottolineano l’importanza di un approccio olistico e multidisciplinare. La comprensione delle capacità di discernimento variabili, il riconoscimento delle potenziali influenze esterne, la
valutazione delle emozioni e la creazione di un ambiente accogliente sono tutti aspetti cruciali per garantire un ascolto genuino e rispettoso.
La necessità di un ascolto efficace va oltre la semplice raccolta di informazioni; è un processo che valida l’esperienza del minore e riconosce il suo valore e la sua autonomia all’interno del contesto
giudiziario. Questo non solo rispetta i diritti del minore ma contribuisce anche a decisioni giuridiche più informate, giuste e sensibili al contesto.
Nel corso degli anni, la pratica dell’ascolto dei minori nei procedimenti giudiziari a livello nazionale ha assunto un ruolo sempre più centrale. Questa trasformazione è dovuta in parte a nuove dinamiche processuali nella legislazione nazionale, ma anche a importanti convenzioni internazionali che hanno evidenziato l’importanza di garantire ai bambini il diritto di essere ascoltati in tutte le questioni che li riguardano.
Già negli anni Ottanta la legge italiana aveva iniziato a considerare la possibilità di ascoltare i figli minori durante i procedimenti di separazione e di divorzio, ma solo se il Presidente del Tribunale lo riteneva necessario.
Nel panorama giuridico internazionale fu la Convenzione di New York sui diritti dell’infanzia del 1989 a stabilire il principio del diritto del minore di esprimere liberamente la propria opinione su questioni che lo riguardavano nei procedimenti giudiziari. Successivamente, la ratifica della Convenzione di Strasburgo sull’esercizio dei diritti del minore nel 2003 ha reso obbligatorio che i minori siano ascoltati nei procedimenti giudiziari su questioni riguardanti il loro affidamento. L’introduzione dell’articolo 155 sexies del codice civile italiano, denominato “Poteri del giudice e ascolto dei minori”, ha sottolineato ulteriormente l’importanza dell’ascolto dei minori in ambito giuridico. L’articolo, infatti, stabilisce l’obbligo del giudice di disporre l’audizione del figlio minore che abbia compiuto i dodici anni, nonché di età inferiore se capace di discernimento.
L’art. 336 bis del Codice civile afferma che l’ascolto del minore è un diritto fondamentale, ma non impone un obbligo categorico ai giudici. In altre parole, la legge prevede una valutazione discrezionale da parte del giudice, che deve considerare alcuni fattori quali l’età del minore, la sua capacità di discernimento e le circostanze specifiche del caso. Allo stesso modo, la clausola di “superfluità manifesta” consente l’omissione dell’ascolto in situazioni in cui l’informazione è già accertata o non contestata, ovvero nei casi in cui l’ascolto del minore non aggiunge elementi utili alla sentenza. Tuttavia, questa disposizione ha sollevato preoccupazioni riguardo al diritto del minore di essere ascoltato, anche in circostanze che implicano una separazione consensuale o un procedimento di divorzio congiunto.
La riforma della filiazione ha rafforzato il diritto dei minori a essere ascoltati, introducendo principi di flessibilità e discrezionalità che consentono al giudice di valutare caso per caso la necessità di ascoltare il minore. Questo approccio mira a bilanciare il diritto del minore a essere ascoltato con la

necessità di tutelare il suo benessere. Tuttavia, la sfida rimane nell’interpretazione e nell’applicazione di queste disposizioni.
Per poter ascoltare in modo efficace è fondamentale possedere non solo competenze giuridiche, ma anche conoscenze extra-giuridiche. In particolare, è necessario:

• comprendere che la capacità di discernimento varia a seconda dell’età del minore e che ciò incide sulla sua capacità di formulare ragionamenti logici, sia concreti che astratti;
• riconoscere che il minore può essere influenzato. Questo aspetto deve essere considerato per garantire un ascolto genuino;
• valutare le emozioni come parte integrante del modo in cui il bambino esprime la sua opinione e la sua storia;
• creare un ambiente accogliente: assicurarsi che il tribunale sia un luogo sicuro e accogliente per il minore, evitando lunghe attese e atteggiamenti disattenti da parte degli adulti coinvolti;
• collaborare con avvocati e consulenti al fine di promuovere discussioni positive e costruttive;
• instaurare un rapporto empatico con il minore mostrando un interesse genuino per le sue parole e sentimenti;
• spiegare al minore, con termini adatti alla sua età, che ruolo avrà il suo ascolto nel procedimento giudiziario. Questo approccio farà sentire il minore parte attiva e non solo oggetto del procedimento giudiziario.
Essere ascoltati non è soltanto un bisogno imprescindibile di un individuo, ma anche un diritto, e l’obiettivo dell’ascolto è comprendere cosa l’individuo pensa della situazione che sta vivendo; farlo in ambito giuridico è indubbiamente diverso dal farlo in ambito psicologico ma per procedere all’ascolto non si può prescindere da una serie di conoscenze extragiuridiche come quelle discusse precedentemente. Integrare queste conoscenze in ambito giuridico permetterà di valutare adeguatamente un caso e di evitare decisioni sbagliate o incomplete che non riflettono gli interessi dei minori, come in un caso preso in carico recentemente riguardante l’affidamento di una minore di solo 7 anni. Nel caso specifico la curatrice della minore non solo non aveva mai incontrato di persona la bambina, ma soprattutto era a 1.200 km distante dal luogo di residenza della stessa bambina.
La stessa curatrice aveva incontrato, la bambina, soltanto mediante videoconferenza, durata soltanto cinque minuti e avvenuta perché́ richiesta dalla madre. Tuttavia, in udienza aveva chiesto al giudice di disporre l’affidamento della stessa bambina al servizio sociale, e di conseguenza addebitando alla

madre una presunta incapacità genitoriale visto che, secondo la curatrice la stessa non era in grado di facilitare il rapporto padre/figlia.

Questo dimostra, secondo il mio pare che prima di tutto, bisogna nominare curatore chi dimostra di avere non solo competenze giuridiche ma anche capacità di ascolto e anche vivere sul territorio per conoscere l’ambiente in cui un minore vive. Come può essere assolto l’incarico di rappresentare gli interessi di un minore se effettivamente non si è in grado di frequentare, conoscere ascoltare il minore? Di fatti, quelle che sono state definite problematiche psichiche e comportamentali della minore non erano altro che un’interpretazione erronea della sua condizione, frutto dell’omissione del suo ascolto, il che avrebbe reso evidente che le sue difficoltà relazionali erano di natura linguistica dato che la minore non parlava la lingua madre del padre (in questo caso l’inglese) e il padre non conosceva in maniera approfondita la lingua italiana. In conclusione, l’ascolto di un minore in ambito giudiziario rappresenta non solo un dovere giuridico, ma anche un imperativo etico. Garantire che i minori siano ascoltati nei procedimenti che li riguardano non solo rispetta i loro diritti fondamentali, ma contribuisce anche a un processo decisionale più giusto e sensibile. Di fatto, le sezioni unite della Corte di Cassazione, hanno svolto un ruolo fondamentale nel consolidare il principio dell’ascolto del minore. Attraverso la sentenza n. 22238 del 21 ottobre 2009, le sezioni riunite hanno ribadito che il mancato ascolto del minore costituisce violazione dei principi del contraddittorio e del giusto processo. Come elucidato dai due casi empirici discussi brevemente in precedenza, l’ascolto di un minore è un processo cruciale e complesso che richiede sensibilità, conoscenza e un approccio multidisciplinare. Pertanto, è fondamentale continuare a sensibilizzare la società, e soprattutto i professionisti in abito ambito giuridico affinché siano preparati alla pratica dell’ascolto e possano condividere le loro conoscenze ed esperienze al fine di promuovere pratiche più eque e rigorose che siano in linea con i veri interessi dei minori. In conclusione, il discorso sull’importanza dell’ascolto del minore nei procedimenti giudiziari ci invita a riflettere su come la legge e la società possono meglio proteggere, sostenere e valorizzare le voci dei giovani. È un appello all’azione per tutti i professionisti del diritto, gli educatori, i legislatori e la società nel suo insieme per garantire che i diritti e il benessere dei minori siano al centro delle nostre preoccupazioni legali e morali. Questa è una responsabilità collettiva che richiede impegno, sensibilità e un costante aggiornamento delle nostre pratiche in risposta alle esigenze in evoluzione dei minori che serviamo.

Francesco Miraglia

Torino come Bibbiano!!!

31. 10. 2019: Miraglia segnala in Procura 3 adozioni mascherate; 23.8.2020: Torino come Bibbiano, parla l’avvocato. del papa della piccola Violetta. Oggi 3.12.2021:Bimbi tolti con false accuse. Torino caso fotocopia di Bibbiano. Purtroppo anche questa volta avevo ragione!

L’esperto: “Migliaia di bambini iperattivi o ‘troppo amati’ vengono sottratti alle famiglie. Legalmente”

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30 gennaio 2014 0 commenti di 

L’eccessiva o sproporzionata cura del minore, una casa disordinata, un bambino poco attento a scuola, i suoi commenti sui genitori che litigano sono tutte potenzialimotivazioni che potrebbero far allontanare il bambino dal nucleo familiare di origine. Con una modalità che lascia perplessi.
Come spiega Francesco Miraglia, avvocato modenese specializzato in casi di bambini tolti alle famiglie, è sufficiente una segnalazione dei Servizi Sociali arrivata alla Procura della Repubblica per far sì che una richiesta di allontanamento del bambino al Tribunale dei Minori si trasformi in un provvedimento: ”Manca tutta la parte dedicata a una giusta istruttoria – racconta il legale che ha anche un sito internet nel quale riepiloga i casi a lui sottoposti -. Dopo che arriva una segnalazione si dovrebbe indagare e verificare i fatti riportati. Si devono convocare le parti, far parlare l’assistente sociale, valutare il perché della sua segnalazione e confrontarla con la realtà in cui è inserito il bambino. Inoltre chiamare a colloquio gli avvocati, la famiglia e in caso in cui il bambino sia capace di intendere e di volere, richiedere anche la sua testimonianza”. L’avvocato Miraglia aggiunge anche che l’allontanamento debba essere immediato nei casi di violenza ma non in quelle situazioni in cui si parla di bambini iperattivi, di case disordinate o di genitori che litigano. In tutte queste situazioni si devono andare a verificare le reali condizioni in cui vive il minore.
Molto controversa e clamorosa la vicenda, seguita dallo stesso legale emiliano, di un bambino di Bolzano prelevato da scuola e trasferito in una comunità di Forlì senza vedere per mesi i genitori. La ‘colpa’ del piccolo è quella di essere iperattivo. Il punto critico del sistema sono i tribunali dei minori: “A mio parere – osserva Miraglia – quello di Bologna funziona male”. Se Sparta piange, Atene di sicuro non ride: “La situazione della nostra regione è perfettamente in linea con il resto dell’Italia, se non peggio”.
Oggi in Italia, fa sapere il giurista modenese, il giro economico dietro ai bambini dati in affido è di circa 170 milioni di euro. “Un vero e proprio mercato, che costa ogni giorno dai 100 ai 300 euro a caso – puntualizza -. Non considerando il fatto che i bambini nelle case-famiglia o nelle famiglie affidatarie non sono sempre soggetti a verifiche che attestino l’esistenza di un contesto adatto e di qualità per la crescita del bambino stesso”.
Nel momento in cui è in atto un provvedimento di questo tipo non si può ricorrere alla Corte di Appello, perché il provvedimento è definito provvisorio e quindi il ricorso è inammissibile: “Si tratta di ‘adozioni mascherate’, perché cinque o sei provvedimenti di questo tipo, uno dopo l’altro, vanno a immobilizzare la situazione e a far sì che questo bambino non torni più a vivere con la sua famiglia di origine”. Sono pochissimi infatti i minori che fanno ritorno in famiglia, la maggior parte rimangono nelle strutture apposite fino al raggiungimento della maggiore età. Bambini imprigionati dalle regole, trattati con una durezza che non di rado il sistema risparmia agli adulti.
“Di sicuro c’è un problema strutturale, poco personale, tanti casi da osservare, ma sono tante le cose che non quadrano – prosegue -. Come è possibile, ad esempio, che una bambina venga adottata dagli stessi educatori che l’hanno fatto allontanare dalla madre? Mi riferisco al caso forlivese. Quella mamma ha tutto il diritto di dire ‘chi mi ha giudicato adesso ha mia figlia!’”.
L’avvocato Miraglia intravede però un barlume di speranza grazie alla nuova presidenza del Tribunale dei Minori di Bologna, affidata al dottor Giuseppe Spadaro: “Speriamo che con questo cambiamento ci sia un’apertura in questo senso”.
Per visitare il sito dell’avvocato Francesco Miraglia, clicca qui

Duro attacco all’Ordine: avvocato assolto dopo sei anni

Il TRIBUNALe: esercitò il suo diritto di critica
L’avvocato modenese Francesco Miraglia è stato assolto dopo sette anni dall’accusa di aver diffamato l’Ordine degli Avvocati Modena per un articolo pubblicati sulla Gazzetta nel quale accusava l’istit..
L’avvocato modenese Francesco Miraglia è stato assolto dopo sette anni dall’accusa di aver diffamato l’Ordine degli Avvocati Modena per un articolo pubblicati sulla Gazzetta nel quale accusava l’istituzione. Il giudice monocratico di Mantova Matteo Grimaldi ha sentenziato che Miraglia ha solo esercitato un diritto di critica, magari in modo pesante ma sicuramente in alcuni punti con un «nucleo di veridicità». La sentenza di assoluzione sarà discussa questa mattina al Consiglio dell’Ordine di Modena che deciderà se appellarsi oppure no. Il caso riguarda un articolo pubblicato sul nostro giornale il 24 gennaio dell’ormai lontano 2006 che commentava l’intenzione del Governo Prodi di abolire gli ordini professionali, «ormai – scriveva Miraglia – considerati inutili carrozzoni corporativi che difendono , non già l’interesse dei cittadini che hanno a che fare con una giustizia lentissima, discriminante e costosissima, ma un gruppo elitario di avvocati che usano l’Ordine in nome e per conto dei propri interessi». L’altro passaggio del suo articolo nel quale l’Ordine ravvisava una chiara diffamazione diceva: «La cosa grave è che per noi avvocati non esistono opzioni nel senso di aderire all’Ordine: siamo obbligati a pagare la tassa e sottostare spesso e volentieri a prepotenze e/o vendette di chi in quel periodo sta ai vertici». «In quel periodo», stando all’espressione di Miraglia, era a capo dell’ordine modenese l’avvocato Picchioni che vide in queste affermazioni una ingiuria al suo operato e a quello del Consiglio. Scattò in seguito la denuncia per diffamazione a mezzo stampa. Nel suo articolo Miraglia indicava come riferimento proprio l’ordine che in quei giorni stava rinnovando il vertice. Tuttavia, il giudice, pur riconoscendo «la gravità delle condotte attribuite» all’ordine, ritiene che Miraglia abbia di fatto esercitato un suo diritto di critica sancito da due articoli della Costituzione (51 e 21). Non solo: il magistrato rileva che la critica «in quanto espressione di opinione meramente soggettiva, ha per sua natura carattere congetturale, che non può, per definizione, pretendersi rigorosamente obiettiva ed asettica». Questo limite e l’assenza di attacchi o offese personali fanno sì che «risultino rispettati tutti i limiti dell’esercizio legittimo del diritto di critica essendo ravvisabile nelle espressioni utilizzate un nucleo di veridicità».
Carlo Gregori
04 marzo 2013