Salute mentale, il grido di un padre dopo il TSO del figlio: quando la sofferenza delle famiglie diventa una responsabilità delle istituzioni
La testimonianza pubblicataLa Nuova riporta al centro ildiritto alla salute, le garanzie costituzionali nei trattamenti sanitari obbligatori e la necessità di percorsi terapeutici che restituiscano dignità, autonomia e futuro alle persone.
Ci sono testimonianze che non possono essere archiviate come semplici vicende personali. Ci sono parole che, per la sofferenza che esprimono e per le responsabilità che chiamano in causa, impongono una riflessione sul funzionamento delle istituzioni e sull’effettiva tutela dei diritti fondamentali.
La lettera di un padre, pubblicata il 20 ottobre 2026 dal quotidiano La Nuova, appartiene a questa categoria.
È il racconto di una famiglia del Veneto che da anni affronta le conseguenze di una grave condizione di sofferenza psichica del figlio, oggi ventiquattrenne. Un percorso segnato da crisi, trattamenti sanitari obbligatori, lunghi ricoveri ospedalieri e dalla permanenza in una comunità terapeutica.
Secondo quanto riferito dal padre, durante una delle crisi più gravi sarebbero stati necessari cinque Carabinieri, un medico e quattro infermieri per contenere il giovane. Dopo quell’episodio sarebbero seguiti sette mesi di ricovero in un reparto psichiatrico e un percorso in comunità che prosegue da circa tre anni.
Ma il passaggio più significativo della testimonianza non riguarda soltanto la drammaticità dell’intervento sanitario. Riguarda la richiesta di aiuto di un figlio al proprio padre, la disperazione di due genitori e la paura di non riuscire più a garantire al ragazzo un futuro dignitoso.
È una vicenda che interroga profondamente il nostro sistema di tutela della salute mentale.
Perché dietro ogni diagnosi esiste una persona. Dietro ogni ricovero esiste una storia. E dietro ogni famiglia che chiede aiuto esiste una responsabilità pubblica che non può essere ignorata.
La salute mentale non rappresenta una questione marginale dell’assistenza sanitaria. Costituisce parte integrante del diritto fondamentale alla salute riconosciuto dall’articolo 32 della Costituzione, che impone alla Repubblica di tutelare la salute come diritto dell’individuo e interesse della collettività.
A tale disposizione si affiancano gli articoli 2 e 3 della Costituzione, che riconoscono i diritti inviolabili della persona e impongono alle istituzioni di rimuovere gli ostacoli che limitano concretamente la libertà, l’uguaglianza e il pieno sviluppo della personalità umana.
Non si tratta di principi astratti.
Quando una persona con gravi difficoltà psichiche non riceve un’assistenza adeguata, quando una famiglia non trova risposte tempestive e quando un percorso terapeutico non offre prospettive concrete di recupero, emerge una questione che investe direttamente l’effettività di quei diritti.
Il trattamento sanitario obbligatorio, disciplinato dagli articoli 33, 34 e 35 della legge n. 833 del 1978, rappresenta uno degli strumenti più delicati previsti dal nostro ordinamento.
La sua applicazione in condizioni di degenza ospedaliera richiede specifici presupposti: alterazioni psichiche tali da rendere necessari interventi terapeutici urgenti, mancata accettazione delle cure e impossibilità di adottare tempestivamente misure sanitarie extraospedaliere idonee.
Il TSO non costituisce una sanzione, non rappresenta una forma di punizione e non può essere utilizzato come uno strumento ordinario di gestione del disagio sociale o familiare.
È una misura sanitaria eccezionale, destinata a rispondere a una situazione clinica che richiede un intervento urgente e che deve essere attuata nel rispetto della dignità e dei diritti della persona.
Proprio per la sua particolare incidenza sulla libertà individuale, il trattamento sanitario obbligatorio richiede garanzie rigorose.
La Corte costituzionale, con la sentenza n. 76 del 2025, ha ribadito che il TSO, quando comporta una limitazione coattiva della libertà personale, coinvolge non soltanto il diritto alla salute, ma anche le garanzie costituzionali previste dagli articoli 13 e 24 della Costituzione.
La Consulta ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l’articolo 35 della legge n. 833 del 1978 nella parte in cui non prevedeva la comunicazione all’interessato dei provvedimenti di applicazione e prosecuzione del TSO e delle relative convalide, nonché nella parte in cui non garantiva l’audizione della persona da parte del giudice tutelare nella fase di convalida.
È un pronunciamento di particolare rilevanza, perché riafferma un principio fondamentale: anche nelle condizioni di maggiore fragilità psichica, la persona non perde la titolarità dei propri diritti.
La necessità di curare non può cancellare il diritto alla dignità, all’informazione, alla partecipazione e alla tutela giurisdizionale.
Tuttavia, il rispetto delle garanzie costituzionali durante il trattamento rappresenta soltanto una parte del problema.
La questione più ampia riguarda ciò che accade prima e dopo il ricovero.
La lettera del padre pone infatti una domanda che dovrebbe essere al centro delle politiche sanitarie: quale futuro viene concretamente costruito per un giovane che, dopo una crisi psichiatrica, necessita di un percorso prolungato di cura e riabilitazione?
Una comunità terapeutica non dovrebbe rappresentare semplicemente il luogo nel quale una persona viene custodita o assistita per un tempo indefinito.
Dovrebbe costituire, in relazione alle condizioni cliniche e alle possibilità individuali, una fase di un progetto terapeutico e riabilitativo orientato al recupero delle capacità personali, delle relazioni sociali e della maggiore autonomia possibile.
Questo richiede valutazioni periodiche, obiettivi individualizzati, équipe multidisciplinari, interventi educativi e riabilitativi, collegamenti con i servizi territoriali e, quando praticabile, opportunità di formazione e inserimento lavorativo.
Naturalmente, non tutte le condizioni cliniche consentono gli stessi risultati e non ogni percorso può avere tempi predeterminati.
Ma proprio per questo è indispensabile che ogni persona possa contare su un progetto individuale verificabile, adeguato alle proprie esigenze e soggetto a costante rivalutazione.
La durata della permanenza in una struttura non può diventare, da sola, il criterio con il quale misurare la qualità dell’assistenza.
Occorre interrogarsi sui risultati, sulle prospettive e sull’effettiva appropriatezza del percorso.
Un ulteriore elemento merita particolare attenzione: il ruolo delle famiglie.
La testimonianza pubblicata descrive genitori profondamente provati, costretti ad affrontare per anni situazioni di emergenza, difficoltà economiche, conseguenze psicologiche e incertezze sul futuro del figlio.
È un aspetto che troppo spesso rimane sullo sfondo del dibattito pubblico.
Le famiglie possono rappresentare una risorsa fondamentale nei percorsi di cura, ma non possono essere considerate sostitute dei servizi sanitari e sociosanitari.
Il loro coinvolgimento deve essere accompagnato da strumenti concreti di sostegno, ascolto, orientamento e supporto psicologico, nel rispetto della volontà, della riservatezza e dei diritti della persona assistita.
Non è accettabile che l’accesso a un sostegno adeguato dipenda esclusivamente dalle possibilità economiche del nucleo familiare.
Il diritto alla salute deve trovare attuazione attraverso prestazioni accessibili e appropriate, indipendentemente dalle condizioni reddituali.
Quando una famiglia è costretta a sostenere privatamente interventi essenziali perché non riesce a ottenere risposte adeguate dal sistema pubblico, si pone una questione di equità e di effettività della tutela sanitaria.
È necessario, inoltre, evitare che il dibattito sulla salute mentale venga ridotto esclusivamente al tema della pericolosità.
La sofferenza psichica non coincide con la violenza e non può essere rappresentata attraverso generalizzazioni che alimentano stigma, paura e discriminazione.
Le situazioni di crisi acuta richiedono interventi appropriati e, quando necessario, misure di sicurezza per tutte le persone coinvolte. Ma la risposta sanitaria non può esaurirsi nella gestione dell’emergenza.
La vera sfida consiste nel costruire una rete territoriale capace di intercettare precocemente il disagio, garantire continuità assistenziale e sostenere percorsi terapeutici individualizzati.
La prevenzione, la cura e la riabilitazione devono essere parti di un unico sistema, non interventi separati che si attivano soltanto quando una situazione diventa ingestibile.
Alla lettera del padre è seguita, il 21 ottobre, una risposta pubblica del presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, che ha riconosciuto la necessità di rafforzare la rete dei servizi e ha invitato il genitore a un incontro istituzionale.
È un segnale di attenzione che merita di essere considerato positivamente.
Ma l’ascolto istituzionale, per produrre risultati, deve tradursi in programmazione, risorse, responsabilità definite e strumenti di verifica.
Non basta riconoscere la sofferenza delle famiglie. Occorre individuare le criticità del sistema e adottare interventi capaci di affrontarle.
Come avvocato impegnato da anni nella tutela dei diritti fondamentali della persona, ritengo che la qualità di uno Stato di diritto si misuri anche dalla capacità di proteggere chi si trova nelle condizioni di maggiore vulnerabilità.
La dignità umana non può dipendere dall’autonomia economica, dalla presenza di una famiglia in grado di sostenere ogni difficoltà o dalla capacità individuale di far valere i propri diritti.
Le istituzioni hanno il dovere di predisporre servizi adeguati, garantire il rispetto delle garanzie costituzionali e promuovere percorsi assistenziali che non si limitino a contenere le situazioni di crisi.
La tutela della salute mentale richiede un’assunzione di responsabilità che coinvolga Stato, Regioni, aziende sanitarie, servizi territoriali e strutture sociosanitarie, ciascuno nell’ambito delle proprie competenze.
Occorrono investimenti, personale qualificato, continuità terapeutica e una programmazione che tenga conto delle differenti condizioni cliniche e delle esigenze delle persone assistite.
Ma occorre soprattutto un cambiamento di prospettiva.
Una persona che affronta una grave sofferenza psichica non può essere identificata esclusivamente con la propria diagnosi, con il numero dei ricoveri o con gli anni trascorsi in una struttura.
Deve continuare a essere riconosciuta come titolare di diritti, portatrice di bisogni, relazioni, aspirazioni e possibilità.
La lettera di questo padre non chiede privilegi. Chiede che suo figlio possa avere una prospettiva di vita e che la famiglia non venga lasciata sola.
È una richiesta che non dovrebbe avere bisogno di diventare un caso giornalistico per essere ascoltata.
La salute mentale non può essere affrontata soltanto quando si verifica una crisi, quando intervengono le forze dell’ordine o quando una famiglia raggiunge il limite delle proprie capacità.
Deve essere una priorità permanente delle politiche sanitarie e sociali.
Perché il compito delle istituzioni non è soltanto intervenire nell’emergenza, ma creare le condizioni affinché le persone possano vivere con la maggiore dignità, sicurezza e autonomia possibile.
E soprattutto, perché una famiglia non dovrebbe essere costretta a chiedersi chi si prenderà cura del proprio figlio quando i genitori non ci saranno più, senza poter contare su una risposta credibile del sistema pubblico.
Il diritto alla salute mentale non si esaurisce nel diritto a ricevere cure. Comprende il diritto a essere riconosciuti come persone, a non essere abbandonati e ad avere, per quanto possibile, un futuro.
Ed è proprio su questa capacità di garantire dignità e prospettive concrete alle persone più fragili che si misura la responsabilità delle istituzioni.
Avv. Francesco Miraglia

