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Trieste: assolto il marito della giovane mamma suicida

La donna lo aveva denunciato per maltrattamenti, ma si era tolta la vita nel 2019 alla vigilia del processo 

TRIESTE (7 dicembre 2022). Assolto con formula piena dalla Corte d’Appello di Trieste l’uomo, denunciato nel 2018 per maltrattamenti e lesioni dalla compagna, che si era tolta la vita alla vigilia del processo, nel febbraio del 2019. Lasciando due bimbi in tenera età. Condannato in primo grado, nell’udienza celebratasi lo scorso 5 dicembre la Corte d’Appello lo ha assolto. Per l’uomo termina così un doloroso calvario durato cinque anni, durante i quali agli occhi della famiglia della compagna e dell’opinione pubblica era stato ritratto come un violento, ma soprattutto quasi responsabile del suicido dell’ex compagna.

«La Corte, dopo una lunga camera di consiglio ha stabilito che il fatto non sussiste – sottolinea l’avvocato Miraglia, che ha assunto la difesa dell’uomo in secondo grado – pertanto è stato completamente scagionato da ogni accusa di maltrattamenti e lesioni nei confronti della madre dei suoi due bambini. Insieme alla soddisfazione per la chiusura del procedimento, resta il cordoglio per la scomparsa di una giovane mamma, che ha scelto in maniera volontaria di porre fine alla propria vita. Siamo profondamente dispiaciuti, ma è sbagliato pensare di attribuirne la responsabilità all’ex compagno: quando si giunge a gesti così estremi, significa che c’è un disagio profondo precedente, che va al di là del singolo episodio e soprattutto della strumentalizzazione che ne è stata fatta».

Un po’ troppo frettolosamente, infatti, si è gridato “al mostro”, additando quest’uomo come responsabile di maltrattamenti e quindi della morte della compagna, dipingendolo come colpevole senza attendere i gradi di giudizio.

«C’è poi da porre attenzione alla facilità con la quale agiscono alcune associazioni, che si dovrebbero occupare di protezione di donne e minori – prosegue l’avvocato Miraglia –. La denuncia contro il mio assistito fu sollecitata dall’ associazione alla quale la compagna si era rivolta e che, forse, forzando la mano, aveva avviato il procedimento contro di lui. La donna ad un certo punto voleva ritirare la denuncia, ma l’associazione non era d’accordo. E alla fine, i capi di imputazione si sono rivelati del tutto immotivati. Mi auguro che tutta questa dolorosa vicenda possa essere da monito per eventuali episodi a venire»

 

 

Roma: sei bimbi senegalesi tolti alla famiglia tornano a casa

Quella dei genitori non era incuria, ma solo diversità culturale

ROMA (6 Ottobre 2022). Il Tribunale per i minorenni di Roma ha riconosciuto la buona fede di tre genitori di origine senegalese: quello che per lo Stato italiano è considerata incuria dei minori, come lasciare i figli soli in casa seppure piccoli, per loro è culturalmente una cosa del tutto normale. Dopo un periodo di affiancamento, in cui hanno appreso la lingua e le leggi italiane, hanno collaborato attivamente con Servizi sociali e hanno potuto riabbracciare i loro figli, che progressivamente devono tornare a casa così come ha deciso il Tribunale per i Minorenni di Roma il 30 settembre.

«Giudici e assistenti sociali hanno capito la buona fede di questi genitori – commenta l’avvocato Miraglia, al quale questa famiglia si è rivolta – e ci hanno consentito di affiancare un nostro referente privato, la dott.ssa Marzia Pantanella.  E ha dato ai genitori il tempo di capire e imparare le leggi italiane e di adattarsi ad esse. Con la mediazione anche della comunità senegalese questi genitori hanno compreso che certi comportamenti in Italia sono considerati inadeguarti. La collaborazione tra istituzioni, che in questo caso ha portato a un risultato positivo, dovrebbe essere la prassi, per evitare ingiusti e dolorosi allontanamenti che durano anni, con inevitabili ripercussioni negative sui minori, incapaci di comprendere perché devono vivere improvvisamente lontani da mamma e papà. Ma purtroppo ancora non è così e spesso i tribunali decidono troppo frettolosamente per l’allontanamento dei bambini».

La vicenda trae inizio dalla denuncia presentata nel 2018 nei confronti del padre, un uomo senegalese che vive in un Comune della città metropolitana di Roma, che aveva lasciato in auto da solo uno dei suoi figli minori. I Servizi sociali avevano quindi avviato, insieme al Tribunale, un’indagine sulla situazione abitativa e famigliare: l’uomo ha due figli piccoli dall’attuale moglie e quattro da una compagna precedente, tutti minori.

Lo standard di pulizia della casa non era stato ritenuto idoneo e grave era stata considerata l’abitudine di lasciare i figli a casa da soli. Un comportamento del tutto usuale in Senegal, che però in Italia è considerato abbandono di minore. Tutti e sei i bambini erano stati quindi allontanati dalle mamme e dal padre e ospitati in strutture di accoglienza, mentre i tre genitori avevano perso la potestà genitoriale: ad occuparsi delle decisioni riguardanti i bambini erano stati nominati un tutore e un curatore.

«Dopo anni vissuti fuori casa – prosegue l’avvocato Miraglia – adesso progressivamente bambini e ragazzi, di età compresa oggi tra i 16 e i 4 anni, potranno tornare in seno alle loro famiglie. Una volta affiancati, infatti, i genitori hanno dimostrato sincero affetto per i figli e si sono impegnati a seguire quelle che sono le regole italiane, imparando anche bene l’italiano».

Questo è un caso emblematico, purtroppo non isolato, nel quale troppo sbrigativamente i Tribunali adottano provvedimenti severi e drastici, senza prima considerare le differenze culturali e affiancare in genitori in un percorso di informazione.

Si parla tato di integrazione ma puntualmente le diversità culturali vengono giudicate invece di essere considerate. Proprio per prevenire queste situazioni Francesco Miraglia del Foro di Madrid Miraglia, in collaborazione   con Moustapha Wagne, segretario generale del coordinamento migranti di Verona e consulente in materia di immigrazione, hanno avviato degli incontri dislocati nel territorio nazionale con le varie comunità senegalesi in una campagna d’informazione sul compito dei servizi sociali e sulle norme vigenti in materia minorile

 

Ancona: undicenne dopo anni potrà vedere la madre

Tre anni fa gli aveva inviato un regalo di Natale, mai consegnato dai Servizi sociali.

ANCONA (6 giugno 2022). Ci sono voluti anni di battaglie legali, la tenacia di una mamma di Macerata e la caparbietà del legale per far sì che il Tribunale per i Minorenni di Ancona decidesse di far riavvicinare un ragazzino, oggi undicenne, alla sua mamma biologica. Non la vede da anni, perché nessuno da quando era piccolino si è impegnato per far sì che rivedesse la sua mamma e tornasse a casa da lei. Vive da anni con una coppia di genitori affidatari, che sono ormai la sua famiglia ed è come se qualcuno avesse voluto cancellargli la memoria, affinché si abituasse prima e meglio alla nuova famiglia. Tre anni fa la madre  aveva provato a consegnargli un pacco contenente vestiti e giocattoli per Natale: al bambino quel pacco non è mai arrivato, perché i Servizi sociali non glielo hanno consegnato, rispedendolo al mittente. «A questo punto, oltre la soddisfazione per questo primo passo,  ci domandiamo se si tratti di un affidamento lecito o meno. – dichiara l’avvocato Miraglia, a fianco della madre nella lotta per rivedere il figlio – Non possiamo che essere contenti del fatto che il Tribunale per i Minorenni di Ancona alla fine abbia accolto le nostre istanze e abbia stabilito la ripresa degli incontri tra madre e figlio, con un supporto psicologico per il minore. Il ragazzino infatti non ricorda la madre e sta accettando di incontrarla più per farle un favore che per desiderio personale di riabbracciare la sua mamma. È lecito quindi domandarsi cosa avranno raccontato negli anni a questo ragazzino. Saprà che la mamma lotta da anni per riaverlo con sé oppure gli hanno fatto credere che non volesse più avere a che fare con lui e che avrebbe dovuto vivere per sempre con la nuova famiglia? Tutto questo si sarebbe potuto evitare se soltanto l’affidamento avesse avuto carattere temporaneo, come previsto per legge e nel rispetto del diritto dei minori a vivere con la famiglia di origine; e se qualcuno in tutto questo tempo avesse avviato un programma di sostegno e riavvicinamento tra madre e figlio, con il suo progressivo rientro a casa: ma il Tribunale per i minorenni di Ancona non ha fatto nulla, facendo scivolare la pratica nell’oblio. E il tempo è passato inesorabile. Se avessimo bisogno di una conferma che al Tribunale Per i Minorenni di Ancona le cose non funzionano, questa ne è l’ennesima riprova. Nel frattempo auspichiamo che madre e figlio riescano a ricucire il loro rapporto strappato, ma chi non ci assicura che tra un paio d’anni non ci troveremo di fonte a un ragazzo che non vorrà più avere nulla a che fare con la madre percependola come un’estranea? E a quel punto la colpa di chi sarà?».

 

Richiesta la nomina dell’amministratore di sostegno ad una mamma per aver chiesto gli alimenti per il figlio all’ex compagno

FERRARA (5 maggio 2022). Una vicenda particolare, per non dire assurda, ha come protagonista una donna di Ferrara: la quale si è rivolta al tribunale per ottenere le somme per il mantenimento del figlio che l’ex marito da tempo non versava. La felicità di aver vinto il procedimento si è spenta con la doccia fredda del provvedimento richiesto nei suoi confronti: il giudice e il pubblico ministero hanno chiesto che ad occuparsi di lei sia d’ora in poi un amministratore di sostegno, poiché «incapace di provvedere ai propri interessi di natura economica, si rende necessario provvedere alla nomina di un amministratore di sostegno che possa rappresentare la predetta nel compimento degli atti di quotidiana gestione». E a rincarare la dose, inspiegabilmente, il giudice dell’esecuzione avrebbe richiesto persino di sottoporre la donna a perizia medico-legale psichiatrica e alla sua segnalazione al centro di igiene mentale di Ferrara.

«Una vicenda allucinante – dichiara l’avvocato Miraglia – che vede questa donna colpita da un provvedimento inutile, che la priverebbe della possibilità di gestire il proprio denaro e di disporre della sua vita come meglio crede. E tutto sulla base del pronunciamento di un giudice che non ha mai incontrato né la signora, né noi che come studio legale la rappresentiamo. Una richiesta emessa sulla base di alcuni documenti presentati dall’ex compagno e che nulla hanno a che vedere con questa causa, intentata dalla signora per ottenere il pagamento della somma che l’ex marito non ha versato per il mantenimento di loro figlio. Causa per altro vinta proprio dalla signora stessa».

Come spesso succede la coppia, in grossa conflittualità, in sede di separazione si era denunciata a vicenda: tutte denunce che, nel caso della signora, sono cadute nel vuoto, tanto che la sua fedina penale è illibata. Ma a quanto pare il pubblico ministero avrebbe usato quelle vecchie denunce per screditare la signora agli occhi del giudice dell’esecuzione.

«In pratica la mia assistita – prosegue l’avvocato Miraglia – per aver avviato un procedimento di pignoramento verso l’ex marito che non corrispondeva il mantenimento a loro figlio, si è trovata a subire la richiesta di essere assistita da un amministratore di sostegno per gestire i suoi beni e considerata come malata psichiatrica. E senza che il giudice l’abbia mai vista in faccia e sulla base di documenti vecchi, non aggiornati e che nulla c’entrano con questo procedimento. Abbiamo scritto allora al Presidente del Tribunale di Ferrara, chiedendogli se la vicenda in questione si profili come un abuso, perpetrato ai danni di questa signora, oppure se si tratti di una prassi consolidata in tutti i procedimenti come questo. La signora, istruita e incensurata, è assolutamente in grado di intendere e volere e di provvedere a sé: in questo periodo si sta occupando a tempo pieno della madre invalida, a dimostrazione del fatto che le illazioni avanzate dal tribunale sul suo conto siano assolutamente prive di fondamento. Al Presidente del Tribunale di Ferrara chiediamo quindi di intervenire per capire su quali basi e con quali competenze il giudice dell’ esecuzione abbia ritenuto la signora passibile di procedimento psichiatrico e abbia quindi emanato un simile provvedimento, dal momento che la mia assistita non ha mai avuto un trattamento psichiatrico, non è in cura da nessun terapeuta né centro di salute mentale, ed è totalmente incensurata».

In tutta questa vicenda non si capiscono né il presupposto né la finalità di tale procedimento e ciò induce a pensare di essere davanti a un vero e proprio abuso, che si concretizza nell’esercizio anomalo da parte del giudice dell’esecuzione e del pubblico ministero del potere di incardinare un procedimento privo di fondamento e che limita in modo consistente i diritti di questa donna, senza alcuna ragione.

Torino: bimbo iperattivo “sequestrato” dalla comunità terapeutica

Non va nemmeno a scuola. Avvocato Miraglia: «Non è degno di un sistema democratico quello che sta accadendo a questo bimbo»

TORINO (30 Novembre 2021). Un bambino di nove anni che abita nel Torinese vive “sequestrato” dalla comunità terapeutica nella quale è stato confinato due anni fa per una sorta di “ripicca” nei confronti della madre, che si era lamentata con la scuola che all’epoca il bimbo frequentava, incapace di gestire la sua iperattività. Invece di fornire un supporto alla famiglia, il Tribunale Per i Minorenni del Piemonte e Valle d’Aosta ha confinato il bimbo dentro la comunità terapeutica, da cui non esce nemmeno per andare a scuola. Non vede nessuno, nemmeno la mamma. E viene regolarmente sedato con i farmaci. «È un manicomio per bambini mascherato???» commenta l’avvocato Miraglia, al quale la madre del bimbo si è rivolta. Tra l’altro è stata denunciata perché protesta contro quella comunità lager che impedisce persino al professionista incaricato dal Tribunale di redigere una Ctu, valutando il bambino e il suo rapporto con la mamma. La psicologa responsabile della struttura terapeutica, infatti, impedisce al professionista di eseguire un esame obiettivo, dal momento che gli vieta perentoriamente di vedere il bimbo fuori dal contesto della comunità, dalla quale il ragazzino è fortemente condizionato.

«In pratica questo bambino vive sotto sequestro – prosegue l’avvocato Miraglia – . È sedato costantemente, è ingrassato, non sta frequentando alcuna scuola ed è regredito nel comportamento e nel linguaggio. Come lui stesso ammette, lì dentro si trova male ed è sempre triste. La madre non lo può incontrare da parecchi mesi ed è pure stata denunciata solo perché protesta contro la struttura e il trattamento riservato a suo figlio, che avrà certamente necessità di cure, ma soprattutto di avere vicino la sua mamma». A questo punto oltre all’abuso di potere, avendo assunto decisioni arbitrarie nei suoi confronti che esulano dai provvedimenti emanati dal Giudice, per la comunità potrebbe profilarsi pure il reato di sequestro di persona: sarà la Procura a valutarlo. «Nel frattempo – conclude l’avvocato Miraglia – invitiamo il Tribunale ad occuparsi di questo caso, dal momento che tutto questo sta accadendo nel silenzio più totale dell’istituzione giudiziaria».

 

 

 

 

Reggio Calabria: servizi sociali disattendono le disposizioni del Tribunale

Da mesi un padre non vede il proprio figlio. Avvocato Miraglia: «Ma a chi deve rivolgersi quest’uomo se non all’autorità giudiziaria: a Papa Francesco?».
REGGIO CALABRIA (29 Ottobre 2021). «A Reggio Calabria siamo di fronte a un caso Bibbiano 2.0» dichiara l’avvocato  Miraglia. Il sistema “difettoso” degli allontanamenti dei minori dalle famiglie a Reggio Calabria ha assunto una piega particolare, quasi un’evoluzione di quanto recentemente emerso a Bibbiano, con episodi in tutto analoghi nel resto d’Italia: i Servizi sociali disattendono nel caso specifico da più di un anno, l’applicazione dei provvedimenti emanati dai tribunali – e questo purtroppo è un déjà vu  – ma qui siamo di fronte a un tribunale che nemmeno controlla, che passa tutto sotto silenzio nell’indifferenza più totale, che non si prende minimamente la briga di verificare se qualcuno applichi disposizioni e sentenze. A fare le spese di questo sistema è un uomo di Reggio Calabria, da mesi impossibilitato a vedere il suo bambino, nonostante il Tribunale per i minorenni abbia stabilito che possa incontrare il figlioletto.

La madre del piccolo si rifiuta di farglielo vedere, per tutta una serie di circostanze che comprendono anche la sua instabilità dovuta ad assunzione di sostanze alteranti: ma un comportamento conflittuale tra i genitori lo ci si può aspettare nelle separazioni e appunto per questo i Servizi sociali sono nominati e autorizzati ad intervenire, a verificare che i minori non soffrano e, laddove siano presenti dei provvedimenti emanati dal Tribunali, assicurarsi che questi vengano rispettati. «Non è così a Reggio Calabria» prosegue l’avvocato Miraglia, «dove non solo i Servizi sociali non applicano le disposizioni dei giudici, ma nemmeno il tribunale stesso si preoccupa di verificare se, una volta emanata una sentenza, questa venga o meno osservata. E a nulla serve presentare i ricorsi: restano immancabilmente lettera morta.  I Servizi sociali agiscono di propria iniziativa e nessuno controlla.  Ma a chi ci si dovrebbe rivolgere per ottenere giustizia, se non alla magistratura?  Forse al Papa? Se così fosse, ci appelleremo al Santo Padre. Intanto è stata presentata una denuncia-querela sia nei confronti del responsabile dei servizi sociali nonché della stessa assistente sociale referente del caso per mancata ottemperanza dell’ordine del giudice e lesioni personali.

“Dall’altro canto ci si auspica un intervento urgente del Presidente del Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabra per fare chiarezza sulla vicenda e ribadire che i provvedimenti dell’autorità giudiziaria nel nostro paese hanno un senso, conclude l’Avv. Miraglia.

 

Bimba violentata in una comunità in provincia di Roma: il Giudice prende tempo

Intanto in comunità viene isolata e additata come “infame” per aver causato l’allontanamento del violentatore. (ROMA, 15 Settembre 2021). «Temiamo per la sua sicurezza: il giudice la tiri fuori da lì»: l’avvocato Miraglia, facendosi portavoce della madre della dodicenne violentata in una comunità romana, non usa mezzi termini e invita il Tribunale per i minorenni di Roma ad intervenire tempestivamente. Il giudice, invece, pare non nutrire la medesima preoccupazione: ha infatti convocato l’udienza per fare chiarezza sulla vicenda tra ben due mesi, il prossimo 10 novembre.
Nel frattempo la dodicenne, che ha avuto ripetuti rapporti con un quindicenne, ospite anch’egli della medesima comunità, si trova in un concreto stato di pericolo: mentre il giovane è stato allontanato, lei è rimasta nella struttura, dove è additata come “infame” e “spia”, e viene isolata dalle altre compagne.
«E’ in pericolo» prosegue l’avvocato Miraglia, «sia perché in comunità a quanto pare, non esiste il controllo stretto e può accadere che un quindicenne abusi ripetutamente di una bambina di 12 anni, ma anche perché, emersa la storia, il ragazzo è stato allontanato e le compagne della ragazzina la accusano di questo: l’hanno isolata trattandola da spia».

Ma perché il gruppo di amichetti oggi la disapprova perchè ha fatto venire alla luce questo fatto?

Perché, secondo le altre ragazzine, la piccola avrebbe dovuto tacere?

Come mai il gruppo ritiene che questa cosa dovesse rimanere nascosta?

“In genere gli omertosi colludono con il “reato” essendone complici, informati o attori” sostiene Il Consulente Tecnico della madre, Prof.ssa Vincenza Palmieri, presidente dell’Istituto Nazionale di Pedagogia Familiare, che segue con attenzione la vicenda e commenta:” Cosa altro potrebbe essere tenuto nascosto oltre all’abuso della piccola?

Se per le amichette, questo non si doveva sapere e si schierano con il quindicenne, è facile temere che per il gruppo delle bambine sia un fatto normale fare sesso in quel contesto e che questo debba rimanere nascosto. Ed è anche vero che se le indagini non sono più che celeri, le dinamiche interne, come in ogni Istituzione Totale, saranno così resettate che ogni verifica sarà prima passata attraverso una riprogrammazione, mediazione, condizionamento del gruppo, sia dei pari che degli adulti. Rendendo irrintracciabile la verità!”

Cosa succede quindi in quella comunità e perché il giudice, appresa la grave vicenda, temporeggia tanto? Perché nonostante le ripetute denunce nessuno interviene e l’unica ad essere punita è la madre, tenuta lontana dai figli? Mentre il padre pubblica su Facebook le foto recenti fatte con la bambina ed il fratellino, esponendoli a morbose curiosità?

La ragazzina viene lasciata chiaramente in una situazione di pericolo. Ci domandiamo come mai la tutrice, invece di preoccuparsi di mettere al sicuro la ragazzina che il tribunale le ha affidato, minimizza la vicenda poiché la bambina sarebbe stata “consenziente”.
«Eravamo già preoccupati e fin dal maggio del 2020 contestavamo la collocazione dei due fratelli in questa comunità» conclude l’avvocato Miraglia, «quando depositammo in tribunale prove corpose della fatiscenza della struttura, del cibo avariato, della sporcizia, dei bagni inadeguati. Qualcuno all’epoca era intervenuto? Perché in caso contrario qualcuno dovrà rispondere anche di questo. L’unico provvedimento certo è che da allora alla madre sono stati sospesi gli incontri con i figli».
Oltre ad intervenire tempestivamente, andrebbero indagati i rapporti che intercorrono tra tribunale, tutrice e operatori della comunità.

Velletri: bimbo strumentalizzato dal padre, rifiuta la madre

Il tribunale si disinteressa di lui

(VELLETRI, 10 Settembre 2021). C’è un bambino che rifiuta di vedere la mamma, separata dal padre: lei non gli ha fatto nulla eppure la rifiuta con astio. Ha soltanto 11 anni, ma non vuole stare con lei, la maltratta, se si vedono scappa dopo pochi minuti, al telefono le urla di sparire. È chiaro che il bambino, che vive con il padre per ordine del tribunale, non è arrivato da solo a scatenare questa forma di rifiuto verso di lei, ma è con tutta probabilità strumentalizzato dal genitore contro la mamma. Eppure, nonostante i comportamenti conclamati, che evidentemente dimostrano un disagio profondo di cui soffre questo bambino, il tribunale di Velletri, dove il ragazzino vive, non prende alcun provvedimento, non esamina il caso, non approfondisce le cause del suo malessere, non interviene in suo aiuto. Si limita ad ignorare il caso e a lasciare il bambino nell’angoscia.

Si tratta di un bambino di appena 11 anni, che esprime un’avversione nei confronti della madre del tutto incomprensibile ed ingiustificabile, attuando comportamenti intransigenti nei suoi confronti. Ha ingaggiato quasi una campagna denigratoria nei confronti della mamma, arrivando persino ad affermare “spero di non vederla più!”. «Manifestiamo pubblicamente la nostra preoccupazione» dichiara l’avvocato Miraglia, al quale la madre si è rivolta, temendo per la serenità del suo bambino, «perché è chiaro che questo ragazzino vive un disagio. Eppure, nonostante le prove, il tribunale non prende nessuna posizione. Anzi, poiché il ragazzino rifiuta di vedere la madre, il tribunale ha accettato la sua decisione, nonostante abbia solo 11 anni, e da un anno e mezzo ha sospeso gli incontri con lei. Troviamo vergognoso che il tribunale faccia finta di niente e faccia passare tutto sotto silenzio, che trovi normale che un bambino rifiuti la madre, senza indagare sulle motivazioni che lo spingono a respingerla con tanto astio, senza verificare come stia realmente questo ragazzino e cosa motivi questa ingiustificata opposizione, senza, tra l’altro, preoccuparsi di avviare un percorso di aiuto e sostegno per lui».

Sconcerta infatti che, anziché avviare un percorso che ricongiunga madre e figlio e rassereni i loro animi, il tribunale abbia di punto in bianco sospeso i loro incontri, peggiorando la situazione: la madre, infatti, non lo vede né lo sente da un anno e mezzo, non sa come stia, come vada a scuola. Nulla. «Ma siamo o no in uno Stato di diritto, che garantisca anche alla madre di vedere suo figlio?» prosegue l’avvocato Miraglia. «Abbiamo assistito in altre situazioni a bambini che vengono allontanati da genitori per motivazioni molto più blande e invece qui, dove è assai probabile che il padre stia strumentalizzando il bambino, si passa tutto sotto silenzio, fingendo di non sapere, ignorando le numerose prove depositate».

Chiamata in causa dalla madre, la Professoressa Vincenza Palmieri, nota Tecnico Forense, ha esaminato la documentazione relativa, ed ha rilevato oltre allo svolgimento della CTU e della testistica effettuati a ridosso del parto con minacce di aborto certificate e durante il puerpuerio, come sia anche in atto un condizionamento da parte del padre verso il bambino fino a farle percepire la madre negativamente e a rifiutarla. Quali sono le prove scientifiche per asserire questo? La Professoressa Palmieri sostiene che:

“La risposta è proprio nella PLATEALITA’ DEL RIFIUTO E NELLA DRAMMATIZZAZIONE che il bambino ha agito pubblicamente. Un bambino che rifiuta un genitore, verso cui l’altro comunque svolge un’azione educativa e di accettazione del genitore rifiutato, lo fa a bassa voce, a mono sillabe, quasi vergognandosi. In questo caso: se il padre avesse svolto un’azione educativa e non ostacolante l’accesso all’altro genitore, il bambino avrebbe mantenuto la sua relazione con la madre, non avrebbe utilizzato motivazioni adultizzate tipo “mia madre mi da troppe caramelle” o il rifiuto non sarebbe stato così teatrale.

Il piccolo invece ha bisogno – o è costretto ad adeguarsi mostrandolo a tutti – come se recitasse su un palcoscenico il suo rifiuto DRAMMATIZZANDOLO. Il piccolo dunque ha posto in essere comportamenti di tipo oppositivo dovuti all’alleanza con il padre, che non ha mai nascosto disprezzo ed ostilità verso la madre, che assume una portata ancora più negativa dopo l’impossibilità di vedere la madre per quasi un anno, disposto acriticamente dalle Autorità, contro ogni sapere scientifico. Ciò che è inconcepibile – commenta Palmieri – è come le istituzioni ma anche i tecnici abbiano omesso di occuparsene, oscurando aspetti così gravi e soprattutto privando il bambino della madre, esponendolo ad un grave serio disagio evolutivo. E’ pertanto urgente rivedere le scelte ed aiutare questo bambino che sta chiedendo aiuto, ben oltre l’apparente ed immotivato rifiuto.”

La madre, quindi, tramite l’avvocato Miraglia, ha così presentato istanza urgente al Tribunale ordinario di Velletri, chiedendo l’immediata ripresa degli incontri con il figlio, di poterlo sentire al telefono almeno due volte a settimana così da partecipare alla sua vita in modo costante e continuativo, e che il giudice valuti quale sia il miglior collocamento per questo ragazzino.

Genitori ritenuti inadeguati perchè lasciavano giocare i figli con i giocattoli che prferiscono

I Servizi sociali impediscono il rientro in famiglia dei bambini anche perché i genitori non utilizzano con loro giochi “adatti per età e per ruolo di genere”

(VERONA, 29 Luglio 2021). «È totalmente inaccettabile che nel 2021 possa accadere una cosa simile e per di più da parte di istituzioni pubbliche, che dovrebbero essere super partes e quanto più obiettive possibili» dichiara l’avvocato Miraglia, riferendosi alla coppia di Verona, che assiste per cercare di far rientrare i propri figli a casa e che se li è visti allontanare nuovamente, questa volta con un pretesto assurdo: i genitori non utilizzano con loro giochi “adatti per età e per ruolo di genere”, lasciando il maschietto libero di giocare con le bambole, se lo desidera, e la femminuccia con le macchinine. I giochi comunque venivano usati tutti insieme, genitori e figli, nel corso degli incontri protetti cui sono costretti da anni.

«Molto meglio, per i Servizi sociali e per gli operatori della comunità che accoglie i ragazzi, il comportamento dei genitori affidatari» prosegue l’avvocato Miraglia, «attenti a differenziare i giochi in base al genere. Lasciar giocare i figli indistintamente, così come i bambini volevano fare, è stato addebitato ai genitori naturali come fatto inadeguato e pregiudizievole in vista di un possibile rientro dei bambini nella famiglia di origine. Siamo all’assurdo! Siamo di fronte a una situazione aberrante, riportata all’interno della relazione presentata dai Servizi sociali al Tribunale per i minorenni di Venezia, addebitandola come una mancanza dei genitori: fa davvero accapponare la pelle. I Servizi sociali e la Casa famiglia hanno modalità educative che vanno nella direzione opposta alla libertà di ognuno, in barba ai decreti e alle proposte di legge. Una mentalità che instilla nei minori comportamenti e idee esclusive, non certamente inclusive, e soprattutto lesive della libertà di ognuno.

A questo si aggiunga il fatto che i Servizi sociali, contrariamente ad ogni principio di buon senso e di legge, anziché favorire il rientro a casa dei due bambini, lo stanno ostacolando in ogni modo, anche riducendo i loro incontri con mamma e papà, in maniera che sia più facile per loro staccarsi dalle figure genitoriali e affezionarsi ai genitori affidatari.

Ancora una volta, e con maggior determinazione, chiedo un intervento della politica, in primis al deputato veneto Alessandro Zan, affinché si verifichi con appropriata ispezione il comportamento e le modalità operative dei Servizi sociali di Verona, non nuovi agli “allontanamenti facili” di bambini dalle proprie famiglie: caso emblematico fu il piccolo Marco, che si voleva addirittura dare in adozione e che ora finalmente è rientrato a casa dopo mesi passati in mezzo ad estranei».

I genitori dei due bambini (che vivono in una comunità dove la piccola è stata persino molestata da un altro ragazzino ospite) hanno presentato istanza urgente al Tribunale per i minorenni di Venezia, chiedendo l’immediata revoca dell’attuale collocamento dei due bambini e il loro rientro presso l’abitazione familiare; oltre che la sostituzione degli attuali operatori incaricati del Servizio sociale.

Per l’avvocatessa bolognese e la sua bambina di 1 anno è stato disposto il rientro a casa dopo quasi un anno di comunità

Bologna 27 Luglio, finalmente l’incomprensibile decisione assunta dai servizi sociali bolognesi, nei confronti di una madre (stimatissimo avvocato di professione), e della sua bambina di pochi mesi, gravemente malata, costrette a vivere, dentro una comunità, senza l’imprescindibile apporto dell’ambiente familiare, e dei propri affetti, nonché di una dimora più che adeguata, è stata stravolta dal Tribunale dei Minori di Bologna, grazie all’istanza urgente presentata dall’Avvocato Miraglia, difensore nominato dalla mamma della bimba.

“Ci riteniamo molto soddisfatti, – dichiara l’Avvocato Miraglia – per il risultato ottenuto oggi, e per la rinnovata possibilità  restituita a questa mamma, ed alla sua piccina, di vivere in un ambiente familiare materno, contornato dagli affetti più cari, e da un clima armonioso e sereno, che rappresentano un sostanziale e reale sollievo, nonché aiuto concreto, per questo nucleo familiare.  

Il calvario di questa mamma e delle sua piccolina, cominciò a Novembre 2020, quando il servizi sociali di Bologna, disponevano la collocazione della neonata di pochi mesi, presso una comunità, con o in assenza della madre, una bimba molto piccola, affetta da gravi problemi di salute.

La madre viene accusata dai sociali di essere oppositiva alle terapie suggerite dal personale sanitario, in quanto a seguito del quinto intervento chirurgico, subito dalla neonata, di cui 3 a cuore aperto, constatando le reali condizioni di salute della sua bambina, per niente convincenti agli occhi della madre, a discapito di ciò che asserivano i medici, al fine di tutelare la salute della propria figlia, e garantirne la serenità ed il riposo necessario, si opponeva che venisse trasferita nel reparto di pediatria, e che continuasse ad essere collocata per il tempo necessario alla riabilitazione della piccola, presso il reparto specializzato.

Ciò nonostante la richiesta della madre non venne rispettata, la bambina venne spostata di reparto, con il conseguente e repentino peggioramento delle condizioni si salute della piccina, tanto da costringere i medici, nuovamente, a sottoporla d’urgenza, ad un ulteriore intervento, a comprova della reale fondatezza di ciò che la madre aveva oggettivamente percepito e rilevato rendendo fondatissima, e motivata la sua richiesta.

Sta di fatto, però, che nonostante la palese valenza delle posizioni della madre volte alla reale tutela della bimba, partì ugualmente l’infondata segnalazione ai servizi sociali, che senza alcun tipo di accertamento, costrinsero madre e bimba, una volta dimessa dall’ospedale, ad essere collocate presso una comunità d’accoglienza, sospendendo addirittura la responsabilità genitoriale alla madre, e nominando un Tutore provvisorio per la bimba.

Una comunità, quella stabilita per la collocazione di mamma e bimba, dai sociali Bolognesi, fatiscente, senza riscaldamenti, priva di acqua calda e di qualsiasi forma di accoglienza e di confort, un luogo potenzialmente  pericoloso per la più che cagionevole salute della bimba, esposta a contrarre infezioni, con il rischio di aggravarne le condizioni.

Una mamma e la sua bimba, costrette a vivere lontano dalla famiglia materna, senza potersi avvalere della serenità e dell’affetto profondo dei propri cari.

Una situazione talmente squalificante questa, palesemente volta a cagionare più problemi, senza che vi sia una reale intenzione di risolverli, ma piuttosto di volerli “inventare”, quando in realtà non vi è alcuna sussistenza.

Siamo sempre più perplessi in qualità di cittadini, circa la reale competenza e l’utilità di sociali che agiscono in questa riprovevole maniera, offendendo e deturpando il nostro paese, divenuto famoso per le scelte spesso dissennate, e per i madornali problemi causati dall’incompetenza dei sociali, colpevoli della disgregazione di molte famiglie.

Un ruolo sinistro quello svolto da certi sociali, che ci hanno fatto scoprire l’esistenza di un traffico umano di minori, puntualmente sottratti, con violenza alle loro famiglie, per poi scoprirne l’infondatezza di tali allontanamenti, causa di danni incommensurabili, a tutto il tessuto sociale.