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I ragazzo "effeminato" può stare con la madre

 
La Corte d’Appello di Venezia reintegra la potestà alla madre del sedicenne
Le lacrime di gioia della donna dopo anni di battaglie giudiziarie
«Finalmente posso ricominciare la mia vita» le parole del ragazzo
 
PADOVA (12 marzo 2019). Alla fine ce l’ha fatta e la prima cosa che le è venuto spontaneo fare, appresa la notizia della decisione pronunciata dalla Corte di Appello, è stata sciogliersi in un pianto liberatorio. Ci sono voluti anni, ma alla fine una tenace madre della provincia di Padova è riuscita a tenere con sé il figlio che i Servizi sociale e il Tribunale dei minorenni di Venezia hanno fatto di tutto per allontanare da lei, adducendo persino la motivazione secondo la quale la vicinanza alla madre e alle sorelle maggiori ne avrebbe determinato un comportamento eccessivamente effeminato. La Corte di Appello di Venezia ne ha reintegrato appieno la potestà genitoriale e il ragazzo, che oggi ha sedici anni, resterà con lei per sempre. «Finalmente posso ricominciare la mia vita» le parole pronunciate del ragazzo.
«Ma se la madre e io stesso come suo avvocato non avessimo lottato, creando anche un caso “mediatico”, questo ragazzino da due anni vivrebbe con degli sconosciuti, senza facoltà di disporre della sua vita e delle sue scelte» commenta l’avvocato Francesco Miraglia, esperto in Diritto minorile, cui la madre si era rivolta, commentando la sentenza. «Dalla perizia disposta dal tribunale ne era uscito il ritratto di un comunissimo adolescente, che stava bene nel contesto familiare in cui è sempre vissuto e cresciuto, che ha potuto scegliere la scuola superiore da frequentare (e la sta frequentando serenamente). Lo stesso ritratto che ne era emerso ad agosto, quando lui personalmente si era presentato in Corte d’Appello: davanti ai giudici c’era un normalissimo adolescente, che non comprendeva il motivo per il quale avrebbe dovuto trasferirsi in una comunità di Treviso, lasciando la casa e la famiglia che aveva sempre conosciuto. La “normalità” del ragazzo ha convinto i giudici che, prima di emanare una sentenza, hanno voluto verificare con una perizia lo stato psicologico del giovane. L’analisi tecnica ha dato ragione alla madre, che si è sempre strenuamente battuta per tenerlo con sé, disposta a dimostrare con ogni mezzo che suo figlio stava benissimo e non aveva problemi tali da indurre i Servizi sociali a portarglielo via.
Alla luce di tutto questo è giunta in questi giorni la decisione finale della Corte d’Appello: il ragazzo può stare con la madre e le sorelle, sebbene i Servizi sociali debbano periodicamente verificare la situazione del minore.
Tutto era iniziato due anni fa: dopo anni di controversie legali familiari, che avevano portato all’intervento dei Servizi sociali, alla madre era arrivata all’improvviso la disposizione emanata dal Tribunale dei Minori di Venezia, con la quale le si comunicava il decadimento della potestà genitoriale su suo figlio, sulla base di una relazione presentata dai Servizi sociali territoriali, che consigliavano un allontanamento al di fuori della famiglia visto gli atteggiamenti “effeminati” che il ragazzino mostrava. Questo nonostante fossero anni che non vedevano il ragazzo. La madre allora aveva presentato ricorso alla Corte di Appello veneziana, che aveva sospeso il provvedimento di allontanamento e disposto una nuova perizia. «Se questa madre non si fosse opposta, suo figlio da due anni vivrebbe altrove, senza motivo e senza colpa» prosegue il legale, «con danni incalcolabili per la sua salute psicologica: prigioniero senza aver commesso alcun reato. Senza contare che sarebbe stato anche un costo per la collettività. I Servizi sociali territoriali hanno sbagliato, ormai è acclarato, e mi auguro che queste assistenti sociali vengano sollevate dal caso. Ma anche il Tribunale dei minorenni di Venezia ha assunto decisioni discutibili: cosa è cambiato da due anni a questa parte?  Nulla, il ragazzo è sempre lo stesso. Perché allora ci sono voluti anni prima che venissimo ascoltati e fossero letti attentamente i documenti, che ci davano pienamente ragione? Trovo inconcepibile l’atteggiamento che assume in certi casi il Tribunale dei minorenni di Venezia: l’ultimo caso eclatante è quello del piccolo Marco, un bimbo veronese di tre anni, sottratto inspiegabilmente dalla famiglia affidataria che avrebbe voluto adottarlo, per imporne l’adozione a un altro nucleo familiare, sconosciuto al piccolo. E cosa ancor più grave, in attesa del pronunciamento sul ricorso presentato, da dicembre questo piccolo vive, triste e solo, in una casa famiglia, tra completi estranei».

Padova, 13enne tolto ai genitori perché effeminato.Il legale:"Dov'è Boldrini?"

L’avvocato Miraglia: “E’ ostaggio del sistema, che lo considera malato. Nemmeno libero di assumere un farmaco o di scegliere che scuola frequentare”
 
PADOVA. Al di là del mero aspetto giudiziario, c’è qualcosa di terribile dietro al provvedimento emesso dal Tribunale dei Minori di Venezia, che ha sospeso la potestà ai genitori di un ragazzino tredicenne di Padova perché considerato troppo effeminato. Oltre alla discriminazione che una simile decisione porta con sé, il provvedimento è paradossalmente inattuabile, perché non prevede che venga fatto rispettare con la forza pubblica. Il ragazzino di sua spontanea volontà non andrà sicuramente nella comunità dove sarebbe destinato, ma non è nemmeno libero di assumere una qualunque decisione che riguardi la sua vita, dalle visite mediche alla scuola superiore da frequentare. Nemmeno libero di fare una vacanza, figuriamoci all’estero, perché finché non compirà i 18 anni saranno i Servizi sociali a dover decidere per lui. E’ bloccato per i prossimi quattro anni in un limbo, prigioniero delle istituzioni pur senza essere in galera. «E questo può innescare un comportamento di tipo ricattatorio da parte dei Servizi sociali nei confronti di questo ragazzo» dichiara l’avvocato Francesco Miraglia, che segue la madre nella complicata vicenda giudiziaria che vede il tredicenne da quasi dieci anni alle prese con i tribunali e con una giustizia che tutto ha fatto, tranne ascoltarlo. «Mettiamo che non voglia andare in comunità – come ha già annunciato ampiamente – i Servizi che faranno? Gli negheranno le vacanze? O di fare ciò cui tiene? Ma perché poi?».
Già, perché si è arrivati a un provvedimento che di fatto toglie il ragazzo ai genitori, ma lo lascia poi in seno alla sua famiglia, sebbene privato della libertà di decidere per sé?
«La decisione che ha assunto il tribunale è quella più comoda per salvarsi la faccia» prosegue il legale, «ma soprattutto nasconde una componente profondamente discriminante. Implicitamente il tribunale, nello stabilire che il ragazzo è troppo effeminato perché vive in una famiglia di sole donne cui è molto affezionato, indica una comunità di tipo terapeutico in cui dovrebbe venire accolto. Ma come? Tratta l’effeminatezza o la presunta omosessualità come fosse una malattia? Ma dove siamo? Nel Medioevo? Nemmeno più la Chiesa cattolica ha posizioni così discriminatorie. A questo punto mi domando dove siano i politici e gli opinionisti che tanto si erano stracciati le vesti quando il caso emerse alcuni mesi fa a livello nazionale. Tutti a cavalcare l’onda emotiva del momento per farsi propaganda. Ma adesso che il provvedimento è stato emesso (la madre comunque ha presentato appello), dove sono i Nichi Vendola, gli Alessandro Cecchi Paone, la presidente della Camera Laura Boldrini, paladini dei diritti degli omosessuali e delle minoranze? E’ adesso che occorre farsi sentire, perché l’effeminatezza non può venire considerata una malattia né un motivo valido per strappare un ragazzino alla propria famiglia.

"Troppo effeminato", tredicenne tolto alla madre. E a Padova scoppia la polemica

Il Tribunale dei Minori allontana il ragazzino dalla famiglia perché “è diverso e ostenta atteggiamenti in modo provocatorio”. Una storia di abusi e disagio in cui la vittima è sempre l’adolescente
precedentesuccessivo
Padova, 13enne tolto alla madre. Il legale: “Provvedimento sessista”
PADOVA. “Tende in tutti i modi ad affermare che è diverso e ostenta atteggiamenti effeminati in modo provocatorio”. Parole con cui il Tribunale dei Minori definisce il comportamento di un ragazzino di 13 anni della provincia di Padova. Parole che incidono pesantemente sulla sua vita perché ora quell’adolescente non potrà più stare con la sua mamma. L’atteggiamento ‘ambiguo’, secondo la relazione dei Servizi sociali, sarebbe dovuto al fatto che “il suo mondo affettivo risulta legato quasi esclusivamente a figure femminili e la relazione con la madre appare connotata da aspetti di dipendenza, soprattutto riferendosi a relazioni diadiche con conseguente  difficoltà di identificazione sessuale”.
La notizia è stata pubblicata dal “Mattino di Padova”. Secondo il quotidiano, in alcune occasioni il ragazzo era andato a scuola con gli occhi truccati, lo smalto sulle unghie e brillantini sul viso, contestano nella relazione che ha generato il decreto di allontanamento dal nucleo familiare. Ma la madre ribatte, sostenendo che si trattava di una festa di Halloween.
Il disagio in questa famiglia parte da lontano. C’è un’accusa di abusi sessuali da parte del padre. Il processo si conclude con un’assoluzione per l’uomo, anche se nella sentenza si dice che “non c’è motivo di dubitare dei fatti raccontati dal bambino”. Tutto e il contrario di tutto, in una girandola di accuse in cui la vittima è sempre una: lui, con i suoi 13 anni.
Da quei presunti abusi sessuali scaturisce il primo affidamento a una comunità diurna, dalle 7 alle 19. I responsabili della struttura notano gli atteggiamenti effeminati del ragazzino, li segnalano ai servizi sociali e così prende corpo un secondo provvedimento dei giudici. Quello del definitivo allontanamento dalla madre.
“Trovo scandalosa la decisione di allontanare un ragazzino solo per l’atteggiamento effeminato”, dice l’avvocato Francesco Miraglia, specializzato in diritto di famiglia. “Mi sembra un provvedimento di pura discriminazione”. La decisione del Tribunale dei Minori è stata impugnata dal legale che annuncia battaglia.
 

 http://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=2&cad=rja&uact=8&ved=0ahUKEwid9Par_5PSAhWNhRoKHS-BCN8QFgggMAE&url=http%3A%2F%2Fwww.repubblica.it%2Fcronaca%2F2017%2F01%2F10%2Fnews%2F_troppo_effemminato_tredicenne_tolto_alla_madre_e_a_padova_scoppia_la_polemica-155728297%2F&usg=AFQjCNFMy1HK8AKgUpnb9PABeiyd180LKg

Sedicenne stuprato in Psichiatria, l'Usl nega risarcimento: «Sesso consenziente»

Sedicenne stuprato in Psichiatria, l’Usl nega risarcimento: «Sesso consenziente» – Cronaca – Il Mattino di Padova

Fu violentato da un trans affetto da Aids al Sant’Antonio di Padova, la perizia dell’ospedale: «Non è rimasto turbato»

PADOVA. «Il paziente non ne è rimasto particolarmente turbato, quindi il danno non sussiste».

 Il succo della memoria difensiva con la quale emerge che l’Usl 6 Euganea non intende risarcire il giovane stuprato cinque anni fa all’interno del reparto di Psichiatria 2 del Sant’Antonio in cui era ricoverato.

Non avrebbe patito, a loro dire, danni legati alla vicenda, riconducibile a un episodio di sesso consensuale.
«Inaudito» commenta l’avvocato Francesco Miraglia, che rappresenta la famiglia del giovane, adesso maggiorenne, ma che all’epoca della violenza aveva soltanto 16 anni. «Oltre a non tenere in considerazione quanto l’episodio possa aver turbato il giovane nel tempo, anche in virtù del fatto che l’uomo che lo aveva stuprato era affetto da Aids, l’Usl non pare dare alcun peso al fatto che la violenza si sia consumata nei confronti di un minore».
Oggi giovedì 9 febbraio la prima udienza alla sezione civile del Tribunale: da una parte l’avvocato Miraglia, che tutela il ragazzo e i suoi genitori, dall’altro l’Usl 6 che, tramite il proprio legale, propone a sua difesa la tesi secondo cui il sesso fosse consensuale e che l’episodio non avrebbe cagionato nuovi turbamenti al ragazzino.
«È stata esclusa la sussistenza di un danno risarcibile, versando il giovane nella stessa condizione in cui si trovava nel momento in cui venne ricoverato presso il servizio psichiatrico» si legge nella memoria difensiva presentata dall’azienda sanitaria, che intende escludere ogni ipotesi di risarcimento. «Come a dire “Matto era e matto è rimasto e tanti saluti” commenta l’avvocato Miraglia «Si tratta di una tesi difensiva vergognosa. A parte che nessuno pare tenere in considerazione che il giovane all’epoca dei fatti fosse minorenne, come si può affermare che una violenza o un episodio simile non possa aver lasciato degli strascichi emotivi? Di certo non ha aiutato il giovane nella ricerca di un equilibrio psicologico. Senza contare i mesi trascorsi nell’angoscia di essere stato contagiato dal virus dell’Hiv, da cui era affetto l’uomo che lo aveva stuprato (morirà tre mesi più tardi), e dalle cure cui si era dovuto sottoporre. Ci auguriamo invece che si voglia tenere conto di tutti questi aspetti, niente affatto marginali, e che si tenga a mente che gli abusi sono stati commessi su un sedicenne affidato, in quel momento, al servizio sanitario».
La famiglia aveva presentato una causa civile contro l’allora Usl 16 (divenuta da quest’anno Usl 6 Euganea), chiedendo un risarcimento di 750 mila euro, per quanto subito e vissuto dal giovane e dai genitori stessi dopo la violenza. Il giovane, affetto da problemi psicologici, nel novembre del 2012, in seguito a un episodio di contrasto in famiglia, era stato accompagnato dalla madre al Pronto soccorso dell’ospedale di Padova, da cui venne trasferito al reparto psichiatrico per la forte agitazione che presentava. Qui era ricoverato anche un transessuale, che nel corso della notte aveva adescato il ragazzino, convincendolo a seguirlo nei bagni.
Quando il giovane si era accorto che si trattava di un uomo e non di una donna, aveva cercato di andarsene, ma l’uomo lo aveva costretto a subire un rapporto sessuale. I due erano stati quindi sorpresi da due infermieri, che si erano messi alla ricerca del giovane quando si accorsero che mancava dalla propria stanza. L’Usl 6 è assistita dall’avvocato Lorenzo Locatelli e pare che la ricostruzione dei fatti, sulla base anche di testimoni, sia profondamente diversa da quella fatta dalla vittima e dall’avvocato Miraglia. La verità si avrà con la decisione del giudice. (c.bel.)

Mamma assolta dall’accusa di violenza sessuale ma continua a non poter vedere i figli

Mamma assolta dall’accusa di violenza sessuale ma continua a non poter vedere i figli

La mamma di Cesate racconta la sua storia nella  trasmissione La Malagiustizia vissuta dai cittadini

Esprimere la propria indignazione, raccontare la propria esperienza di malagiustizia per evitare che altri simili episodi si ripetano. Con questo intento il 26 ottobre Rosanna Romano, accompagnata dal suo legale Francesco Miraglia del Foro di Modena che ha seguito il caso sarà ospite della trasmissione La Malagiustizia vissuta dai cittadini… su Italia 53. Tra gli altri sarannoospitati anche Pino Zarrilli del Comitato Spontaneo Cittadini Contro la Malagiustizia, Gino Sannino di Firenze, nonché in diretta telefonica l’avv. Francesco Morcavallo di Roma.

Una vicenda triste a cui la redazione del programma ha voluto dare voce approfondendo le vicissitudini di questa mamma che abita a Cesate, nell’hinterland milanese e che da diversi anni non può vedere i suoi figli (di 8 e 6 anni) perché in un primo tempo accusata di aver saputo che i suoi figli venivano abusati e di non aver fatto nulla per impedirlo e ora, nonostante sia stata assolta con formula piena, perché deve sottoporsi a nuovi accertamenti giudiziari e psicologici al fine di dimostrare di essere un “buon genitore”.

Una denuncia pesante, un’enorme bugia quella a cui è stata sottoposta la donna, che di recente è stata smascherata con l’assoluzione della stessa dal reato di violenza sessuale. Malgrado Rosanna Romano sia stata dichiarata innocentecontinua a vedere pochissimo i suoi figli.

Dopo essere stata assolta lo scorso 9 luglio del 2013– ha spiegato Rosanna Romano – ho potuto rivedere mia figlia per un’ora (ogni due mesi), mentre mio figlio non lo vedo da tre anni e mezzo. Attendo ancora che le cose cambino.”

Da parte sua l’avvocato Miraglia ha sottolineato come: “la situazione sia paradossale in quanto mamma Rosanna, dopo essere stata assolta, deve ora sottoporsi a un altro processo che è quello della reintegrazione della patria potestà e dimostrare di essere capace di fare la mamma. Inoltre il capo di imputazione era riferito ad un periodo in cui la mia assistita, per assurdo, non frequentava e non vedeva i figli che erano già stati collocati dalla nonna come suggeritole dai Servizi Sociali. Ha dovuto difendersi da un’accusa che inevitabilmente non c’era. Lo abbiamo fatto presente alla Procura, al giudice per le indagini preliminari … ”.

Ora malgrado la situazione sia chiarita Rosanna Romano è stata invitata a fare ulteriori percorsi per poter rivedere i propri figli, che prevedono incontri con lo psicologo e visite“protette” con i figli.

Ho deciso nel 2009 di lasciare mio marito – ha concluso la donna – dopo tante percosse, e ho chiesto aiuto ai servizi sociali per un collocamento in casa famiglia dopo aver fatto denuncia ai Carabinieri. Non essendo possibile mi hanno invitato a portarli dai suoceri. Io fino ad agosto 2009 non ho mai avuto problemi con loro, poi…”.

In seguito l’inizio del calvario che ci auguriamo possa terminare presto, permettendo a una famiglia di ritornare ad essere tale.

La redazione

 

Sospeso il trasferimento di un bambino in una comunità diurna

 

Il Tribunale dei minori di Venezia accoglie il ricorso presentato dalla madre, che avrebbe dovuto portare il figlio ogni giorno in provincia di Venezia a spese proprie

 

PADOVA. «Possibile che in tutta la provincia di Padova non esista un centro diurno in grado di accogliere un minore, ma che si debba trasferirlo quotidianamente in provincia di Venezia, a spese del genitore per giunta?». L’avvocato di Modena, Francesco Miraglia, è stupito e perplesso e altrettanto deve esserlo stato il giudice del Tribunale veneziano che si occupa dei minori, visto che dopo appena un paio di giorni dal deposito dell’istanza di revoca, ha sospeso il provvedimento di trasferire il ragazzino undicenne e ha chiesto maggiori delucidazioni ai Servizi sociali di Piazzola sul Brenta (Padova). I quali, all’interno di una vicenda che vede il padre del piccolo indagato per abusi sessuali commessi contro di lui, avevano invece programmato un percorso di allontanamento dalla madre, che si oppone agli incontri tra padre e figlio. «Secondo il progetto stilato dai Servizi sociali territoriali, la mamma del ragazzino avrebbe dovuto tenere con sé il figlio soltanto la notte e portarlo ogni giorno alla struttura diurna di Marghera» precisa l’avvocato Miraglia, «che dista da Padova 50 chilometri, accompagnandolo alle 8 e andando a riprenderlo alle 18.  Si troverebbe, pertanto, a compiere il tragitto quattro volte in una giornata. E questo ogni giorno della settimana, weekend compresi». 

Il legale ha calcolato che per le 120 volte al mese che la madre dovrebbe compiere il tragitto Padova-Marghera, arriverebbe a percorrere 6 mila chilometri e a spendere mensilmente 2.500 euro: per la madre un provvedimento simile risulterebbe dispendioso e incompatibile con qualunque tipo di attività lavorativa.

E si verrebbe a sradicare completamente il ragazzino dalla realtà in cui vive, dalla sua scuola e dagli amici, oltre che dalle sorelle: il progetto, quindi, non tutela certo il minore e non va nella direzione di garantirgli una serenità e un benessere psicofisico. Che ha già in parte raggiunto, con un maggiore serenità e integrazione con gli amici coetanei, da quando non è più costretto agli incontri protetti con il padre.

Sulla base quindi dell’istanza presentato dalla madre, il Tribunale di Venezia ha sospeso il provvedimento e chiesto ulteriore documentazione ai Servizi sociali, che hanno redatto il progetto riferendosi a visite e colloqui con il ragazzino che risalgono ad oltre un anno fa.

«Se questo è lo standard dei provvedimenti messi in atto dai Servizi sociali» conclude l’avvocato Miraglia «mi chiedo se non sia il caso di promuovere dei corsi di aggiornamento, perché non si capisce quale utilità possa portare al benessere del bambino questo percorso di totale sradicamento dal proprio contesto familiare e sociale, che si configura, alla fine, più come una sorta di trasferimento coatto». 

La redazione

 

Servizi sociali nei guai: incontri sospesi tra il bambino e il padre rinviato a giudizio per abusi sessuali.

download (1)L’uomo ora è stato rinviato a giudizio. La prossima udienza fissata per il 12 marzo 2014

 

Un bambino padovano era stato costretto dai Servizi sociali a incontrare il padre dopo che lo aveva abusato. Ora il giudice dell’udienza preliminare, il dott. Gambardella, durante l’udienza preliminare dello scorso 24 ottobre ha deciso di rinviarlo a giudizio con l’accusa di abusi sessuali fissando per il 12 marzo 2014, la data della prossima udienza. La situazione si complica anche per l’assistente sociale e la psicologa dei servizi sociali del Consultorio di Piazzola sul Brenta (Padova) che hanno “costretto” il bambino ad incontrare il padre nonostante la citata accusa di abusi sessuali.
Ancora più grave è l’atteggiamento del servizio referente nei confronti della madre del bambino che protestava per l’assurda decisone di forzare il figlio ad incontrare il padre: ho ci aiuta a convincere il bambino ad incontrare il padre o altrimenti siamo costretti a collocare il bambino in struttura|
Ancora più assurdo, è  che tutto ciò è avvenuto sotto la  completa indifferenza del  Tribunale per i Minori di Venezia.
Finalmente dopo l’ennesima protesta e avvertimento di denuncia, dell’avv. Francesco Miraglia  legale del madre e del bambino il servizio sociale in persona del suo rappresentate ha comunicato l’interruzione dell’incontri padre e figlio, ma non solo in data 31 ottobre il TM di Venezia, finalmente emetteva un decreto ove chiedeva tutta la documentazione inerente il rinvio a giudizio del padre, forse si sono resi contro che insistere nell’incontri è una decisione quanto meno discutibile.  
 “Finalmente qualcuno sembra essersi accorto della gravità della situazione, – afferma l’avvocato Francesco Miraglia del foro di Modena legale della madre del minorenne – mi sembra inverosimile che un servizio pubblico, quale quello sociale contribuisca a far del male ad un bambino che già di per sta vivendo un grosso disagio, ancora di più è la superficialità e il pressapochismo  del Tribunale per i minorenni che fino ad adesso è rimasto completamente sordo  ad una siffatta vicenda.
A questo punto ci auspichiamo che il servizio sociale che fino ad oggi si è occupato del caso venga rimosso in toto è  che il Tribunale per i minorenni svolga effettivamente il suo compito di tutela e non semplicemente di ratificare di quanto sostiene l’assistente sociale,  la psicologa o la consulente d’ufficio di turno. Mi preme inoltre, informare l’opinione pubblica della risposta del Pubblico Tutore dei Minori della Regione Veneto a cui si era rivolta la madre per denunciare il grave disagio del figlio nell’incontrare il padre:Si suggerisce nelle more delle indagini in corso di accompagnare fiduciosamente il piccolo Marco (nome di fantasia) nel percorso di avvicinamento al padre come disposto del Tribunale per i Minori attraverso il sostegno degli operatori socio-sanitario dello stesso incaricato.
A tal proposito ogni mio commento è superfluo  sulla funzione e utilità di un Pubblico Tutore dei Minori.

Padre rinviato a giudizio per pedofilia

padre rinviato a giudizio per pedofiliaSi complica la situazione del padre, ma anche dell’assistente sociale e della psicologa di Piazzola sul Brenta che stanno costringendo un bambino di Padova a incontrare il padre
Si complica la situazione del padre, ma anche dell’assistente sociale e della psicologa di Piazzola sul Brenta che stanno costringendo un bambino di Padova a incontrare il padre
 
Comunicato Stampa
Dopo l’udienza preliminare del 24 ottobre 2013, il tribunale ha rinviato a giudizio il padre accusato di pedofilia fissando l’udienza per il 12 marzo 2014 collegio C. La vicenda era salita all’onore delle cronache perché una psicologa e un’assistente sociale del Consultorio di Piazzola sul Brenta avevano costretto il bambino a continuare a vedere il padre, malgrado le accuse di abusi. E avevano persino prospettato alla madre che “se il figlio non avesse incontrato il padre l’alternativa sarebbe stata l’allontanamento dalla famiglia”. Dopo il recente rinvio a giudizio la situazione delle due professioniste, che il 9 giugno erano state querelate dell’avvocato Francesco Miraglia del foro di Modena “a causa del loro comportamento lesivo, pregiudizievole e dannoso” verso il figlio della sua assistita, si complica ulteriormente.
In seguito alla decisione del tribunale, Il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani, che da anni si batte contro gli abusi giudiziari nei confronti dei minori generate dalla discrezionalità delle perizie psichiatriche e delle valutazioni psicologiche, ha annunciato che si presenterà come parte civile nell’eventuale procedimento contro le due professioniste. “Questa è l’ennesima dimostrazione che l’incontro tra psicologia/psichiatria e giustizia può causare dei danni indicibili, come nel caso di questo bambino costretto a vedere il suo presunto carnefice sulla base di astratte teorie psicologiche. È nostro dovere riportare la giustizia sui binari corretti!” ha affermato Silvio De Fanti, Vicepresidente del Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani. “Nel recente convegno di Milano ‘Psichiatria e distorsione della Giustizia’, organizzato dal CCDU e dalla sezione italiana della LIDU – Lega Internazionale per i Diritti dell’Uomo, infatti, il prof. Morris Ghezzi, ordinario di Filosofia e Sociologia del Diritto all’Università degli Studi di Milano, ha sostenuto che il giudice non è più peritus peritorium – esperto degli esperti, che ascolta i pareri dei periti ma poi si riserva di fare una valutazione indipendente – ma ha ceduto la funzione di controllo sociale alla medicina, e alla psichiatria in particolare.”
“Mi auguro che questo contribuisca a chiarire la situazione affinché a questo bambino venga restituita un po’ di serenità visto che fino adesso per le decisioni del Tribunale per i Minorenni di Venezia e del servizio sociale di Piazzola, ha dovuto incontrare quel papà rinviato a giudizio per abusi sessuali come se niente fosse. Certo che ci riserveremo in tutte le sedi di denunciare quei giudici che nonostante tutto hanno contribuito ad aggravare la situazione psicofisica di questo bambino.” ha commentato l’avvocato Francesco Miraglia, legale della mamma

Bimbo costretto a vedere il papà pedofilo «E ha molestato anche la sorellina»

20130725_bimbo-costretto-vedere-padre-pedofilo-2La donna si è rivolta a un avvocato che ha querelato gli assistenti sociali. Ex marito a giudizio per abusi sessuali

di Michelangelo Cecchetto
PADOVA – Una psicologa ed un’assistente sociale di un consultorio dell’Alta Padovana che fa capo ai Servizi sociali dell’Ulss 15 sono state querelate dall’avvocato Francesco Miraglia del foro di Modena. Motivo: «Il figlio della mia assistita – scrive il legale – viene costretto dai servizi ad incontrare il padre, dopo che l’uomo è stato rinviato a giudizio con l’accusa di aver compiuto abusi sessuali. L’uomo aveva molestato anche la sorellina». Il 29 giugno scorso è stata intrapresa l’azione legale dalla mamma del bambino, che ha chiesto che le due professioniste non si occupino della vicenda avvenuta quando il figlio aveva 3 anni e la figlia 11.
«Nel 2007 la donna sospetta che il compagno molesti la figlia e quest’ultima, interrogata nel Tribunale di Padova, racconta di come sia stata obbligata dall’uomo a vedere film pornografici, a denudarsi davanti a lui e di come questo adulto la ritenga “l’unica donna della sua vita”, invitandola poi, compiuti i quattordici anni, a «vivere insieme per essere una famiglia».
«Il fratello più piccolo, nel frattempo, viene obbligato a chiamare “mamma” la sorella e a subire i primi abusi – ricostruisce il legale – Il bimbo già all’epoca comincia a dare i primi segni di insofferenza. Il suo comportamento cambia ogni volta che incontra il padre che, nel frattempo, non abita più con loro. Anche il bambino viene ascoltato dal Giudice e nel 2012, l’uomo viene rinviato a giudizio con l’accusa di violenza sessuale sul proprio figlio. Malgrado questo, il Tribunale per i Minori di Venezia obbliga il piccolo a vedere comunque il padre presso i Servizi sociali. Il bambino non approva la scelta e manifesta più volte il suo dissenso, anche davanti agli stessi operatori».
«Nel giugno scorso – continua l’avvocato – i Servizi sociali vengono invitati a presentare una relazione al Tribunale per i Minori di Venezia. La donna si sente “accusare” dagli operatori del Servizio di manipolare il figlio a suo favore. Tutte queste accuse – spiega Miraglia – non solo non sono supportate da documenti, da testimonianze, ma denotano come ci sia stato un vero e proprio accanimento contro la donna, che io ritengo ingiustificato. Se il figlio non incontra il padre, è stato detto alla madre, l’alternativa è l’allontanamento».

“Mai Più Un Bambino” in difesa degli oltre 40.000 minori allontanati dal loro nucleo familiare

COMUNICATO STAMPA

Presentazione del libro “Mai Più Un Bambino” in difesa degli oltre 40.000 minori allontanati dal loro nucleo familiare

Sensibilizzare gli adulti e gli addetti ai lavori sulle tematiche legate alla famiglia e soprattutto tutelare i bambini cercando, qualora ci siano situazioni di profondo disagio, di offrire loro un valido supporto psicopedagogico e optare affinché rimangano il più possibile vicini al loro nucleo familiare originario.
Sarà proprio questo uno dei principali argomenti della serata “Mai Più Un Bambino: indagine sociale sul fenomeno dei bambini abusati, sottratti alle famiglie, abbandonati, sottoposti ad abuso diagnostico e terapeutico”, che si terrà il prossimo 29 aprile alle ore 20.45 presso la Sala teatro “Falcone-Borsellino”, in via Roma n. 44 a Limena (Padova).
L’iniziativa, promossa dal Comune di Limena e dall’Istituto Nazionale di Pedagogia Familiare (INPEF) di Roma sarà moderata dalla dott.ssa Monia Gambarotto, conduttrice di Caffè TV 24 e vedrà la partecipazione del sindaco della cittadina Giuseppe Costa e dell’assessore ai Servizi sociali, Stefano Tonazzo. Tra gli ospiti l’avvocato Francesco Miraglia del Foro di Modena, la prof.ssa Vincenza Palmieri dell’INPEF e l’onorevole Antonio Guidi, ex ministro per la Famiglia, autori del libro “Mai Più Un Bambino” (Armando Editore, 2013) oltre che il giudice del Tribunale per i Minorenni di Bologna, Francesco Morcavallo.
“”Mai Più Un Bambino” – spiega l’avvocato Miraglia – non è soltanto il titolo del libro che presenteremo questa sera ma è una vera e propria petizione che stiamo portando e facendo conoscere in tutta Italia e che ci auguriamo venga sottoscritta da molti. Petizione, va ricordato, che si propone di realizzare una serie di azioni pratiche per aiutare i bambini che sono stati allontanati dalle loro famiglie e che nel 2010, in Italia, sono stati circa 40.000 (di età compresa tra 0 e 17 anni). Un dato decisamente allarmante. Diversi i motivi che hanno spinto gli Enti preposti a compiere questo atto. Per il 37% dei casi il motivo è stato l’inadeguatezza genitoriale, per il 9% la dipendenza dei genitori, per l’8% i problemi relazionali tra i genitori, per il 7% i maltrattamenti e l’incuria e infine il 6% è dipeso dai problemi sanitari dei genitori. Allontanamenti che hanno portato i bambini a vivere in case famiglie o altre strutture che spesso si sono rilevate incapaci di tutelarli e curarli. Proprio per evitare che questa situazione si riproponga, insieme agli altri autori della pubblicazione, stiamo proponendo nelle sedi opportune una serie di iniziative legislative per garantire loro una maggiore tutela e benessere sociale, oltre ad informare e sensibilizzare le famiglie e gli addetti ai lavori su questa problematica attraverso la partecipazione e organizzazione di convegni (in Senato, alla Camera, presso la Presidenza del Consiglio, in Campidoglio), seminari, serate, incontri in tutta Italia”.