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Verona: mamma “parcheggiata” in una casa famiglia da 55 mesi denuncia il Comune alla Corte dei Conti

In quasi 5 anni il municipio avrebbe speso oltre 600 mila euro per questa famiglia, senza programmare per loro il rientro a casa propria. VERONA (25 maggio 2021). Una donna ha denunciato il Comune di Verona alla Corte dei Conti di Venezia, per danno erariale: da quasi cinque anni si trova alloggiata con tre suoi figli in una comunità senza alcuna progettualità a parte dei Servizi sociali per farli tornare a casa propria. Una situazione che sarebbe costata ai contribuenti veronesi 660 mila euro.

La donna da anni chiede invano di poter tornare alla sua vita, mancando attualmente motivi validi per tenere lei e i suoi bambini segregati e lontani dai loro cari. L’incubo era iniziato nel 2015, quando aveva denunciato il padre dei suoi tre figli minori per abusi nei confronti della sua figlia maggiore, nata da una precedente relazione. L’uomo era stato condannato a sei anni di reclusione, la figlia maggiore era stata allontanata e collocata in una comunità, la donna con i tre figli più piccoli, rimasta senza aiuti economici, era stata ospitata in una casa famiglia. Dalla quale, nonostante siano trascorsi quasi cinque anni, la donna e i suoi figli non sono ancora usciti. Parcheggiati in un limbo, senza lavoro, senza poter tornare a casa propria, senza la possibilità di incontrare i parenti. I Servizi sociali veronesi in questi 55 mesi non hanno programmato per questa donna e per i suoi bambini alcun tipo di progetto di rientro. Vivono quindi a spese dei contribuenti. «Fatti dei conti a spanne» dichiara l’avvocato Miraglia, che difende la donna «dal 8 novembre 2016 a oggi sono passati 4 anni e 7 mesi: calcolando al ribasso di 400 euro al giorno per 55 mesi, questa famiglia finora è costata al Comune quasi 660 mila euro. Soldi che il municipio avrebbe potuto risparmiare oppure utilizzare per altri progetti e finalità, non ultimo far rientrare questa donna a casa propria e aiutarla ad essere economicamente indipendente».

Eppure il Tribunale di Verona era stato chiaro: nel 2017 e nel 2018 aveva ordinato ai Servizi sociali di predisporre ed iniziare un progetto educativo e di supporto per i minori nonché un percorso finalizzato al recupero delle capacità genitoriali per la loro madre. «In spregio alle disposizioni del Tribunale» prosegue l’avvocato Miraglia «i Servizi sociali, adottando dei provvedimenti abnormi e illegittimi e prevaricando i propri poteri e i propri fini sociali, ha letteralmente confinato questa donna e i suoi bambini in una struttura fatiscente, senza adoperarsi per assisterli, ammassandoli in quattro dentro un’unica stanza con vestiti, giocattoli e libri tutti accatastati per mancanza di spazio. La nostra permanenza presso la comunità è senza dubbio un’esperienza del tutto sterile e stressante per il procrastinarsi forzoso della lontananza dalla abitazione di Verona di questa famiglia e dai suoi affetti (inclusa la figlia primogenita, i nonni egli zii). E anzi, spendendo un’enorme quantità di denaro: invitiamo quindi la Corte dei conti a verificare se questo fatto non costituisca un danno erariale».

Verona: il piccolo Marco affidato definitivamente ai nonni

Dopo tre anni finisce l’odissea del piccolo che i Servizi sociali volevano far adottare ad altra famiglia

VERONA (25 Aprile 2021). Dopo tre anni finisce l’odissea del piccolo Marco, che i Servizi sociali volevano far adottare ad altra famiglia: il Tribunale per i minorenni di Venezia ha decretato che il bambino, che ora ha cinque anni e mezzo, venga affidato ai nonni materni, con i quali è tornato a vivere. Il tribunale ha anche stabilito che i Servizi sociali si attivino per riavvicinalo alla mamma.

«Finalmente dopo tre anni si conclude la tragica vicenda di questo bambino» dichiara l’avvocato Miraglia, al quale si erano affidati i nonni per riavere il piccolo con sé. «Non possiamo che essere soddisfatti del fatto che il Tribunale per i minorenni abbia accolto le nostre istanze e che abbia fatto tornare Marco nella sua casa, dai nonni, dove era accudito amorevolmente. Ci sono voluti però tre anni di sofferenze, per arrivare ad affermare quanto noi abbiamo sempre sostenuto fino dal primo giorno: Marco stava bene con i nonni materni. Tre anni persi, tre anni nei quali il bambino è vissuto lontano dall’affetto della sua famiglia, senza motivo, sballottato tra comunità e famiglie affidatarie. Abbiamo avuto mandato di valutare ora un’azione civile di risarcimento danni nei confronti dell’assistente sociale e soprattutto della psicologa che ha determinato l’allontanamento del bambino e questo lungo e doloroso iter giudiziario».

Il piccolo Marco era stato allontanato fin dalla nascita dalla madre, che aveva all’epoca problemi di tossicodipendenza: viveva con i nonni, ma gli assistenti sociali di Verona lo hanno allontanato da casa, affidandolo ad un’altra famiglia e chiedendo che venisse dichiara adottabile, sostenendo che la nonna, che era stata incapace di tenere lontana la propria figlia dalla droga, non poteva essere un’educatrice adeguata. Incuranti del fatto che una famiglia il bambino l’avesse, amorevole e in grado di occuparsi di lui.

Per il piccolo Marco c’era stata una grande mobilitazione: manifestazioni in piazza, volantini sulle vetrine dei negozi. Del caso si era interessato anche l’ex ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana.

«Adesso il tribunale ha ufficializzato l’affidamento alla nonna materna, che ne è la tutrice provvisoria» prosegue l’avvocato Miraglia, «incaricando i Servizi sociali di elaborare un percorso di sostegno in favore della madre, volto a favorire il possibile rapporto con il piccolo. Questo per noi è motivo di grande soddisfazione e ci auguriamo che per i Servizi sociali questa vicenda sia d’esempio a non giudicare preventivamente le persone, ma di valutarle e conoscerle, prima di allontanare un bambino dalla sua famiglia e di farlo dichiarare adottabile». Un ringraziamento va a tutta la citta di Verona che sin dall’inizio ha mostrato partecipazione, sostengo e sensibilità per il piccolo Marco e la sua famiglia. 

Bimba di 7 anni molestata nella casa famiglia

I genitori tenuti all’oscuro per settimane

VERONA (13 Aprile 2021). Una bambina di sette anni da settimane viene molestata nella casa famiglia nella quale da cinque mesi è costretta a vivere insieme al fratello di 11, dopo essere stati trasferiti dalla comunità ove erano collocati precedentemente, essendo state riscontrate notevoli negligenze da parte della comunità stessa, allontanati dai genitori solo perché questi non avevano un lavoro e perché la madre aveva segnalato gli episodi di bullismo ai quali il figlio veniva sottoposto a scuola. Gli operatori della struttura e i Servizi sociali di Verona per settimane hanno taciutole violenze che la piccina subisce da un altro ragazzo ospite della medesima struttura, mentendo continuamente ai genitori e riferendo loro che i bambini stavano invece bene e non avessero problemi di sorta. Con grande sgomento i genitori hanno saputo soltanto dieci giorni fa quanto invece era ripetutamente accaduto alla loro bambina costretta da tempo a subire gravi e ripetute molestie fisiche e sessuali.

E pensare che la piccola in quella casa famiglia non ci sarebbe più dovuta stare: a luglio del 2020 il tribunale aveva chiesto ai Servizi sociali di Verona di provvedere a valutare con solerzia il rapido rientro dei bambini all’interno del nucleo famigliare. Ma la loro negligenza ha fatto sì che i bambini continuassero a rimanere alloggiati in comunità: se solo fossero stati ottemperanti alle disposizioni del giudice, tutto questo non sarebbe accaduto.

«Come si può permettere che una bambina di appena 7 anni venga ripetutamente violentata all’interno di una comunità, in cui alloggia perché dovrebbe essere protetta?» dichiara l’avvocato Miraglia, al quale i genitori si sono rivolti. «Ma dove erano gli operatori, chiamati per loro ruolo, compito e professione a sorvegliare i ragazzi che gli vengono affidati? Costoro non si devono più occupare di minori! O sono in malafede o sono conniventi, perché non hanno avvertito immediatamente la famiglia degli abusi subiti da questa bambina».

I genitori hanno denunciato alla Procura di Verona l’assistente sociale e la psicologa dei Servizi sociali di Verona, l’avvocato curatore dei due minori e i coniugi responsabili della comunità familiare vicentina per i reati di mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice, violenza sessuale, violenza privata, lesioni personali, abbandono di minori, maltrattamenti in famiglia.

«Purtroppo ad oggi» prosegue l’avvocato Miraglia, «nonostante le molteplici comunicazioni, rimaste prive di riscontro, non consentendo ai genitori di vedere la loro figlioletta, costoro non sanno come stia la bambina, con chi trascorra le sue giornate e se la stessa sia stata immediatamente allontanata dalla situazione di pericolo».

Mamma Veronese denuncia il cibo scaduto nella casa famiglia in cui vivono i suoi figli

Mamma Veronese denuncia il cibo scaduto nella casa di famiglia in cui vivono i suoi figli, dopo quasi un anno potrà riaverli con sé.
Verona (13 Agosto 2020). Aveva denunciato la presenza di cibo marcio e scaduto nella casa famiglia veronese in cui era alloggiata insieme ai suoi tre figli. E da allora i bambini sono stati allontanati da lei, quasi per ripicca o per vendetta, dai Servizi sociali di Verona e da nove mesi oramai vivono soli in comunità senza di lei. La donna non si era data per vinta e aveva combattuto per riaverli con sé e finalmente dopo mesi arriva una buona notizia: il Tribunale dei minorenni di Venezia ha concesso ai bambini di tornare a casa, anche se in maniera graduale.

Con la supervisione dei Servizi sociali, la piccina di due anni tornerà subito da mamma e papà, mentre i suoi fratellini più grandi torneranno dapprima per i fine settimana, poi, se le cose andranno bene, torneranno definitivamente a casa. Purtroppo i mesi in comunità, lontani dai genitori e dagli amici, hanno lasciato il segno: il bimbo più grande mostra un certo disagio psicologico, il fratello ha problemi di linguaggio, la piccolina necessita di sedute di psicomotricità.

«Perché infliggere tanta sofferenza a dei bambini, se poi lo stesso Tribunale dei minorenni ha ammesso che stanno meglio con i propri genitori e ha permesso il loro rientro a casa?» domanda l’avvocato Francesco Miraglia, legale dei genitori. «Questo è il classico caso in cui i genitori non devono essere giudicati dai Servizi sociali, bensì sostenuti e aiutati.

E lo dimostra questa famiglia: nel momento in cui i genitori sono stati sostenuti, e si sono sentiti supportati e non giudicati le cose sono migliorare, addirittura con il rientro dei bambini a casa.

Gli assistenti sociali che stanno seguendo la famiglia in questo momento hanno dimostrato la volontà di volerla aiutare veramente, mentre chi si occupava di loro prima, ha voluto punire la madre, allontanandole i bambini, solo per aver denunciato la presenza di cibo marcio e scaduto nella casa famiglia in cui alloggiavano. Felici ora di veder tornare questa famiglia alla normalità, ci si interroga, però, se quegli assistenti sociali, che hanno determinato l’allontanamento dei tre bambini, pagheranno mai per l’ingiustizia che hanno commesso e le sofferenze che hanno inflitto loro. Continueranno ad occuparsi di bambini e di casi così delicati o saranno magari trasferiti in un ufficio a timbrare documenti?».
La vicenda è seguita, in qualità di Consulente Tecnico Forense, anche dalla Prof.ssa Vincenza Palmieri, presidente dell’Istituto nazionale di pedagogia familiare, che ha dichiarato: « Le famiglie possono attraversare momenti difficili ma la soluzione non è mai la disgregazione, che produce, come ho dimostrato in tantissimi casi, danni a volte irreversibili, catastroficamente maggiori rispetto ai “rischi psicoevolutivi IPOTETICI” che si vorrebbero evitare. Servono invece: analisi oggettiva, difesa coraggiosa adeguata progettazione pedagogico-familiare personalizzata. I bambini e gli stessi genitori sono stati sottoposti ad uno stato di tortura continuata quando avrebbero potuto ricevere un vero sostegno genitoriale fatto di azioni e programma e non di “infiniti racconti”. L’idea corretta, per questa famiglia, avrebbe potuto essere “AIUTIAMOLI A CASA LORO”. Lo faremo, a partire da ora, nella ricomposizione  di questo bellissimo nucleo »

E chi ha sbagliato, è il caso che incominci a saldare i conti.

Sono senza lavoro, invece di aiutarli gli tolgono i figli

Ennesimo, immotivato “atto di forza” commesso dai Servizi sociali di Verona

VERONA (16 Marzo 2020). Il Servizio sociale di Verona e il Tribunale dei minorenni di Venezia hanno già dato prova in passato di assumere decisioni alquanto dure nei confronti dei genitori in difficoltà economica e di togliere loro i figli con estrema immotivata facilità, invece di operare per garantire un supporto famigliare che consenta ai bambini di vivere serenamente in casa con la propria mamma e il proprio papà.
Da due anni due bambini di 10 e 6 anni vivono lontani dai genitori, che lavorano solo saltuariamente. Questo pare già un’aggravante per il Tribunale dei minorenni di Venezia, cui si aggiunge un’altra “colpa”: la madre avrebbe comunicato più volte alla scuola e alle assistenti sociali, cui si era rivolta per un aiuto economico, che il figlioletto fosse vittima di bullismo, anche grave (un compagno, bloccatolo a terra, lo aveva costretto a leccare il pavimento del bagno). Episodi minimizzati e negati da tutti, tanto che, di fatto, i genitori e il bambino erano stati messi in cattiva luce e il piccolo era stato isolato dai compagni di classe, dentro e fuori dalla scuola. Successivamente il tribunale, anziché far attivare azioni di sostegno a questa coppia, ha finito con il toglierle i figli, affidandoli a una struttura, dove hanno sospeso la lunga e continuata terapia di cui aveva necessità il bambino, con gravi ripercussioni sulla sua salute. «Gravissimo atteggiamento negligente dei Servizi sociali e della Casa famiglia» sottolinea l’avvocato Francesco Miraglia, «che si aggiunge al fatto che i bambini siano stati allontanati da casa, senza tenere conto che attorno a loro c’è tutta una rete familiare amorevole, fatta di nonni e zii, in grado di occuparsi di loro. Un interesse sincero, testimoniato da una lettera che la nonna paterna ha scritto al ministro della Famiglia e disabilità, nella quale afferma che i genitori in difficoltà non debbano essere puniti, bensì aiutati». Le assistenti sociali non hanno certo messo in atto tutte le azioni necessarie e opportune per assicurare il benessere psicofisico dei minori. I quali ad ogni telefonata chiedono ai genitori di tornare a casa, perché non si trovano bene, sono infelici: la più piccola non è più allegra e spensierata come prima.
I genitori hanno presentato quindi, attraverso l’avvocato Miraglia, un’istanza urgente al tribunale dei minorenni di Venezia.

"Invece di parlare, uscite a controllare le vostre comunità"

Dura replica dell’avvocato Miraglia agli amministratori del Comune di Verona
VERONA (20 Agosto 2019). «Ma l’assessore Stefano Bertacco ci fa o ci è?». Non gliele manda a dire stavolta l’avvocato Francesco Miraglia, che dal Comune di Verona si è sentito replicare che sta sollevando i casi di mala gestione degli affidi e delle comunità di accoglienza solo per farsi pubblicità, strumentalizzando a suo vantaggio difficili situazioni dei minori. «A  parte che sono anni che scendo in campo in prima persona proprio sollevando i casi ambigui o clamorosamente finti di affidi facili e adozioni mascherate, sempre e solo per il benessere dei bambini, oltre che per tutelare i loro genitori» prosegue l’avvocato Miraglia.  «Di certo non ho bisogno di pubblicità ed eticamente mai lo farei sulla pelle dei bambini. Detto questo, come si fa a scaricare sul Banco alimentare  la responsabilità del cibo avariato nella comunità “Mamma Bambino” a Verona, asserendo  poi che il cibo si possa tranquillamente consumare dopo 40 giorni dalla data di scadenza? Mi pare  che dal febbraio 2019 (data di scadenza di una confezione di sugo di pomodoro) siano ben passati questi 40 giorni! E come mai, se va tutto bene, ieri si sono presentati quattro ispettori a prelevare uno scatolone e mezzo di merce scaduta? Pare ci fosse anche la Guardia di Finanza fino a metà pomeriggio. E alla consigliera Maria Fiore Adami, che mi accusa di “uscire dal buio per un minuto di gloria” vorrei dire di uscire lei ogni tanto da Palazzo Barbieri e di andare a controllare le comunità dove il Comune di Verona spedisce i cittadini, visto che il cibo scade nelle dispense  e che lei immagino manco sappia dove sono parcheggiate le persone, come la madre di 4 figli alloggiata  a Marghera da mesi, ancora in attesa di provvedimenti, di aiuto concreto e di un percorso di reinserimento. Ma lo sa la consigliera Adami, che presiede la Commissione delle Politiche sociali, che questa donna e i suoi figli sono stati praticamente dimenticati e costretti a vivere tutti in una stanza, lontani da casa propria? Ecco, invece di attaccare chi fa emergere la verità, si adoperi per controllare le strutture e risolvere  i casi di competenza della commissione che lei presiede».

Verona: il piccolo Marco torna a casa

Rientrerà in seno all’affettuosa famiglia affidataria da cui i Servizi sociali lo avevano tolto per darlo in adozione ad estranei. Per lui si era mossa un’intera città
VERONA (26 Luglio 2019). Vittoria su tutta la linea: il piccolo Marco, il bimbo veronese di 3 anni, può tornare finalmente nella casa dei genitori affidatari, da cui un’assistente sociale lo aveva strappato il 13 dicembre scorso. La Corte d’Appello di Venezia ha accolto il ricorso presentato dall’avvocato Francesco Miraglia, cui i nonni materni si erano rivolti. Revocata la sua adottabilità, i giudici hanno stabilito che torni di nuovo in seno alla famiglia che per lui (tolto fin da subito alla madre tossicodipendente) era stata l’unica che aveva conosciuto. Famiglia amorevole, disposta anche ad adottarlo, che aveva instaurato un ottimo e sano rapporto con i nonni materni. Ecco, a questo proposito, i giudici hanno anche reintegrato la nonna nelle sue capacità genitoriali, che erano state messe in dubbio dall’assistente sociale in quanto non aveva avuto un polso fermo e autorevole tale da impedire che la figlia (la madre del piccolo Marco) prendesse una brutta strada.
Nonostante Marco vivesse in una situazione serena e tranquilla, di punto in bianco l’assistente sociale ha decretato che per lui sarebbe stato meglio essere adottato da una famiglia diversa, che interrompesse i rapporti coi nonni, che lasciasse gli unici che fino ad ora aveva chiamato mamma e papà. E perché si abituasse meglio al distacco, lo hanno preso di forza, proprio il giorno della festa tanto atteso dai bambini veronesi e portato in comunità, dove il piccolo non si era ambientato e anzi, aveva mostrato evidenti segni di malessere. Il Tribunale dei minorenni di Venezia si era bastato esclusivamente sulla relazione dell’assistente sociale del Comune di Verona per decidere dell’adottabilità di Marco, senza convocare le parti anzi, non si è capito perché, all’insaputa dei legali del piccolo e del suo tutore, era stata convocata un’udienza “carbonara”, alla sola presenza dell’assistente sociale e del giudice onorario per decidere della sua adozione.
«Marco torna quindi in famiglia e di questo non possiamo che essere contenti» commenta soddisfatto l’avvocato Francesco Miraglia, che si è avvalso della competenza della dottoressa Vincenza Palmieri in qualità di Consulente tecnico di parte. «Abbiamo vinto su tutta la linea e questo sta a significare che non c’è soltanto il caso di Bibbiano, ma si profila anche un caso veronese di immotivato allontanamento di un bambino da far adottare a chissà chi. Sulla base della decisione assunta dalla Corte di Appello di Venezia, chiederemo ora la revoca del provvedimento di affidamento e che il piccolo venga assegnato ai nonni materni. Ci rivolgeremo, inoltre, alla Procura perché una situazione simile, un provvedimento assolutamente immotivato e ingiusto come quello assunto da questa assistente sociale, devono essere verificati e sanzionati nelle maniere opportune».

 

Mamma “segregata” in comunità con i figli  L’assessore veronese Bertacco: “Non è affar mio”

VERONA (14 giugno 2019). «Ma come viene amministrata la città di Verona se l’assessore competente ai Servizi sociali, colui che dovrebbe aiutare e sostenere i propri concittadini più fragili, manco si interessa di che fino fanno?». L’avvocato Francesco Miraglia stavolta punta il dito dritto contro l’assessore veronese Stefano Bertacco, cui si era rivolto per chiedere un incontro in merito alla donna, madre di quattro figli, che da quando ha denunciato il marito per violenza sessuale nei confronti della figlia più grande, da tre anni è costretta a vivere segregata in una comunità veneziana, quindi pure lontana dalla sua città, senza un minimo di progettualità, senza aiuto, parcheggiata, lei e si suoi tre figli minori (la maggiore è persino stata allontanata da lei e vive da sola in un’altra comunità) ammassati in quattro dentro un’unica stanza, in una struttura fatiscente. «L’assessore, oltre a non aver voluto ricevermi» prosegue Miraglia, «mi ha risposto scrivendo testuali parole “La gestione della tutela dei minori investe aspetti prettamente tecnici ed amministrativi attinenti agli esclusivi ruoli e competenze della dirigenza e degli assistenti sociali di riferimento, ai quali pertanto potrà rivolgersi per eventuali necessità”. Che, per me, significa “Me ne lavo le mani di dove siano questa madre e i suoi figli e nemmeno mi interessa poiché “tecnicamente” se ne deve occupare qualcun altro. Ma allora, dico io, che ci sta a fare questo assessore? Di chi o di cosa dovrebbe occuparsi se il benessere dei suoi concittadini non è affar suo?».
L’avvocato Miraglia si è rivolto, allora, al responsabile dei Servizi sociali, ottenendo una risposta ancora più “balzana”: il funzionario ha annunciato che la relazione non sarebbe stata redatta prima di settembre, come se questa povera famiglia potesse attendere ancora tre mesi di calvario e “prigionia”: tra l’altro vivono in comunità a spese del Comune di Verona, che paga fior di quattrini per loro. Se tornassero “liberi” il Comune risparmierebbe migliaia di euro. Ebbene, il detto funzionario ignorava completamente che, per l’istanza presentata dall’avvocato Miraglia, il tribunale aveva chiesto di venire informato della situazione della famiglia entro il 2 luglio.
«Ma allora, chi vigila su cosa accade ai cittadini?» si interroga l’avvocato Miraglia. «Chi si occupa veramente delle persone in stato di disagio? Una volta parcheggiate da qualche parte il problema non scompare, anzi! A sparire sono invece le persone in difficoltà, di cui nessuno si occupa, lasciate in un limbo per anni a causa dell’inerzia della burocrazia e per il disinteresse delle istituzioni. Che facciamo? Le nascondiamo in comunità come si fa con la polvere sotto il tappeto, perché sono soltanto un grattacapo? Forse l’assessore e il dirigente dei Servizi sociali dovrebbero rivedere i loro ruoli e le priorità d’intervento».
 

Verona: il piccolo Marco ancora in comunità

Servizi sociali e Tribunale dei minorenni stipulano un accordo “privato”.

VERONA (31 gennaio 2019). Il piccolo Marco è ancora in comunità, dove non è dato sapere se stia bene o se pianga invocando i genitori affidatari e i fratellini con cui è cresciuto nella sua breve vita. E’ ancora lì, vittima di un sistema e di accordi tra assistenti sociali e tribunale. Che stanno facendo di tutto per toglierlo alla famiglia che l’ha avuto finora in affidamento e che si è detta disposta ad adottarlo, per farlo adottare invece ad un’altra famiglia, la cui scelta sarebbe a discrezione del tribunale. Una famiglia di estranei. Perché? Che avrebbe in più questa famiglia rispetto a quella con cui è vissuto finora il piccino, sottratto alla madre dalla vita difficile, ma accudito poi amorevolmente da genitori affidatari e dai nonni materni, che lo crescevano sereno come una grande famiglia? E tutto sta avvenendo all’insaputa dei legali del piccolo e del suo tutore: un’udienza, infatti, è stata celebrata alla sola presenza dell’assistente sociale e del giudice onorario, senza che venissero convocate le parti. Tra l’altro a sentenza di adottabilità già emanata, pertanto a cose già stabilite. «Perché? A chi giova tutto questo?» si interroga l’avvocato dei nonni del bimbo, Francesco Miraglia. «Non certo alla serenità di Marco».

Una vicenda che poteva concludersi in un paio di settimane al massimo, si sta protraendo da due mesi e ingarbugliando sempre più. E Marco resta lontano da persone amorevoli, alloggiato in una comunità, lontano da quelli che ha sempre chiamato mamma e papà, che pur non essendo i suoi veri genitori, lo hanno cresciuto amorevolmente. E lontano dai fratellini, con i quali giocava, mangiava e dormiva.

«Ho interpellato il presidente del Tribunale dei minori di Venezia» aggiunge l’avvocato Miraglia, «che però non mi ha ancora risposto. Da lui vorrei sapere per quale motivo, nonostante il provvedimento di adottabilità fosse già stato pronunciato e la famiglia affidataria si fosse offerta di accompagnare il bimbo in un percorso di graduale distacco (idea per altro accettata dall’assistente sociale), ebbene all’insaputa di tutti proprio l’assistente sociale con il giudice onorario si sono incontrati in udienza decidendo che no, era meglio strapparlo subito da tutti, alloggiarlo in una comunità e farlo adottare poi da una famiglia scelta da loro. Vorrei sapere perché è stata convocata quell’udienza “carbonara”, da cui per altro è seguita una disposizione a mio avviso illegittima, in quanto manca persino della firma del presidente del tribunale. Dovesse accadere qualcosa a questo bambino, chi ne risponderebbe in questo marasma di provvedimenti non cristallini? Che partita si sta giocando sulla pelle di questo bambino?».

A 3 anni tolto a chi  l'ha cresciuto «Così  si abitua all'adozione»

14.12.2018

Forse, non è stata la festa magica che hanno avuto i suoi «fratelli piovuti dal cielo», quelli con cui ha vissuto dai suoi 8 mesi fino a quando il Tribunale dei minori di Venezia, in ottobre, ha messo sulla sua vita il timbro di «bambino in stato di adottabilità». Marco (nome di fantasia) ha solo 3 anni ed è già un numero: per i giudici lagunari è il «caso» 118 del 2018.
È di Verona e anche in Comune, così come all’Ulss 9, c’è un fascicolo a suo nome gonfio di carte. E’ nato da una ventenne con seri problemi di salute a cui i giudici hanno sospeso ancora nel 2016 la «responsabilità genitoriale» in quanto incapace di occuparsi del figlio (inesistente pure il papà che non l’ha riconosciuto ed è scappato appena nato). Ha due nonni materni (ancora giovani, under 60, e quindi con un’età compatibile per crescere il nipote), uniche figure positive nella sua già difficile vita: due mesi fa le assistenti sociali hanno avviato l’iter concluso in modo drammatico, con la sentenza di adottabilità del piccolo.
«Doveva andare diversamente e invece è stato un incubo», si disperano i familairi del piccolo Marco attraverso il loro avvocato, Francesco Miraglia di Roma, «abbiamo presentato ricorso in appello a Venezia, a gennaio ci sarà l’udienza, intanto ce l’hanno portato via perchè, hanno detto, si deve abituare al distacco. Ma scherziamo? Ma si gioca così con i bambini? Non è orfano, ha una mamma che si sta curando per tornare prima o poi ad occuparsi di lui e, non dovesse farcela, ci siamo noi, i suoi nonni, che non chiediamo altro che averlo in affido». Poi, l’urlo disperato: «Vogliamo assolutamente riabbracciare il nostro nipotino, vogliamo crescerlo e fargli capire che una famiglia ce l’ha, chi può pensare che sia più felice con degli estranei che con noi, che sia meglio per lui fare il Natale in Comunità che in casa tra i suoi affetti, i suoi giochi, le sue abitudini? Ma cosa costava lasciarlo tranquillo, povero bambino, almeno sotto le feste e aspettare il ricorso di gennaio? Ci sono i suoi regali di Santa Lucia ad aspettarlo in salotto, e anche quelli del 25 dicembre, glieli daremo, deve essere per forza così…». La storia di Marco è complicata. Attraverso un tira-molla durato mesi passato attraverso varie fasi – dalla giovane mamma giudicata «inadeguata» nel ruolo genitoriale, al collocamento nella famiglia disponibile ad accudirlo fino a soluzione dello stato di emergenza, dai nonni che hanno chiesto al Tribunale di essere scelti come affidatari del nipote fino invece alla nomina di un tutore legale – il risultato è che Marco è rimasto «da solo», a tre anni, schiacciato dalla sentenza numero 118 del 2018: è in Comunità, da alcuni giorni ormai, in attesa di adozione.
Ieri, la grande festa dei giocattoli di Santa Lucia, se l’è passata lì, in mezzo ad altri «casi» come il suo: via dalla sua casa, dai suoi tre fratellini «affidatari» e da quelli che ha imparato a chiamare «mamma e papà», senza i suoi nonni, lontano da tutti i suoi punti di riferimento. L’avvocato Miraglia è agguerrito. «A Venezia hanno giustificato la scelta spiegando che così il bambino si abitua all’adozione. Ma scherziamo?», sbotta, «il Tribunale dei minorenni strappa un piccolo di tre anni ai nonni e alla famiglia affidataria e lo mette in Comunità perchè così si tempra e comincia a capire quale sarà il suo destino? Ma questa è cattiveria pura, questa è crudeltà, questa non è tutela dei minori ma un modo per opprimerli». Poi, in un crescendo di rabbia: «Qual è la ratio nella scelta di stravolgere la vita di una creatura nata già sotto una stella poco buona, finalmente messa in sicurezza grazie a dei genitori affidatari e in stretto contatto con i nonni materni, sbattendolo in una struttura educativa?». Miraglia non usa mezzi termini: «La cosa più incredibile è che tutto ruota attorno al giudizio dei Servizi sociali di Comune e Ulss che hanno giudicato la nonna incapace di occuparsi di lui perchè vent’anni fa non è stata una madre ferma e autorevole con la figlia. Sembra una barzelletta se non fosse che di mezzo c’è il piccino che fino a ieri dormiva nel suo letto e oggi si trova circondato da perfetti sconosciuti».
L’avvocato conclude puntando il dito contro «Tribunale dei minorenni nato con lo scopo di tutelare i bambini e non con quello di opprimerli. Questa vicenda è una beffa per tutti: i nonni avevano chiesto aiuto all’assessorato per un sostegno e la risposta è stata invece quella di dare il piccolo ad una famiglia, con la quale per fortuna hanno da subito instaurato buoni rapporti. Poi, altra decisione improvvisa: Marco con i genitori collocatari non può stare per sempre, non può neanche tornare dalla nonna perchè appunto non ha mostrato polso fermo con la figlia vent’anni fa, quindi non resta che la comunità “così si abitua prima a staccarsi da loro, visto che una volta adottato non li rivedrà mai più”». L’assessore comunale al Sociale Bertacco è altrettanto amareggiato: «Ciò che ha fatto il Tribunale di Venezia è crudele, si trattava di aspettare l’appello. Il bimbo non può certo star bene dove è adesso, sbattuto di qua e di là a 3 anni, ma che modo di agire è questo?». L’avvocato Miraglia gli risponde invitandolo a recitare il mea culpa e lancia un appello al sindaco Sboarina «perché si informi su ciò che accade nella sua civilissima città».