Quando i servizi sociali sbagliano, chi risponde? Nessun potere può essere senza controllo

Quando i servizi sociali sbagliano, chi risponde? Nessun potere può essere senza controllo

( 22 Modena 2026)Basta una relazione per cambiare la vita di una famiglia? Può una valutazione incidere profondamente sul rapporto tra un genitore e suo figlio? E soprattutto, se quella valutazione è sbagliata, chi ne risponde? Sono domande che dobbiamo avere il coraggio di porre senza trasformarle in una battaglia contro i servizi sociali o contro una categoria professionale. Sono, prima ancora, domande di legalità, di responsabilità e di democrazia. Quando lo Stato entra nella vita di una famiglia e dispone di strumenti capaci di incidere sui rapporti tra genitori e figli, quel potere deve necessariamente essere accompagnato da regole precise, controlli effettivi e responsabilità chiaramente individuabili.

I servizi sociali svolgono una funzione fondamentale. Ogni giorno moltissimi operatori lavorano con professionalità per proteggere bambini realmente in pericolo e sostenere famiglie che attraversano situazioni difficili. Proprio per questo chiedere trasparenza e controlli non significa essere contro i servizi sociali. Significa essere dalla parte dei servizi sociali che funzionano e degli operatori che svolgono seriamente il proprio lavoro. Nessuna professione, tuttavia, può essere considerata infallibile e nessun potere pubblico può essere sottratto alla possibilità di verifica.

Dietro ogni fascicolo esiste una vita. Dietro ogni relazione esiste una famiglia. Dietro ogni provvedimento riguardante un minore esiste un bambino che continua a crescere mentre gli adulti discutono, valutano, scrivono relazioni e attendono decisioni. Questo non dovrebbe mai essere dimenticato.

Esiste allora un principio sul quale occorre essere molto chiari: il servizio sociale non è il giudice. Il contributo dei servizi sociali può essere fondamentale, le loro valutazioni possono fornire elementi importanti all’autorità giudiziaria e gli operatori possono essere chiamati a collaborare all’attuazione dei provvedimenti. Ma valutare non significa giudicare e collaborare all’esecuzione di una decisione non significa poterla modificare. Una relazione che entra in un procedimento e può contribuire a incidere sul rapporto tra un bambino e i propri genitori deve essere rigorosa, verificabile e sottoposta al contraddittorio. Nessuna valutazione professionale può trasformarsi in una verità incontestabile soltanto perché proviene da un’istituzione.

La domanda diventa inevitabile: cosa accade quando una relazione contiene un errore? Cosa accade quando una circostanza viene interpretata in maniera non corretta, quando un provvedimento non viene tempestivamente eseguito oppure quando una misura nata come temporanea continua per mesi o addirittura per anni? Non significa presumere che qualcuno abbia sbagliato. Significa affermare un principio elementare dello Stato di diritto: nessuno deve essere considerato responsabile senza accertamento, ma nessuno può essere considerato infallibile senza controllo.

La questione non è soltanto teorica. Con la sentenza dell’8 ottobre 2026 nel caso L.Z. e D.Z. c. Italia, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha accertato una violazione dell’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e ha richiamato l’attenzione su problemi relativi alla tempestiva esecuzione delle decisioni dei Tribunali per i minorenni e all’effettività del controllo giudiziario sull’attività dei soggetti incaricati della loro attuazione. La Corte ha inoltre posto l’accento sulla necessità di definire con maggiore precisione poteri, obblighi e responsabilità e di assicurare adeguati meccanismi di controllo.

È un richiamo che non può essere liquidato come una polemica contro i servizi sociali. Riguarda il funzionamento stesso del sistema di tutela dei minori. Perché quando un potere può incidere sul rapporto tra un bambino e la sua famiglia, più grande è quel potere, maggiore deve essere il controllo.

C’è poi un elemento ancora più delicato, qualcosa che nessun tribunale potrà mai restituire: il tempo. Un procedimento può essere corretto. Una relazione può essere integrata. Una decisione può essere modificata. L’infanzia no. Un bambino cresce mentre la giustizia decide. Costruisce nuovi legami, modifica le proprie abitudini, può progressivamente perdere rapporti precedenti. E ciò che inizialmente nasce come provvisorio può, attraverso il semplice trascorrere del tempo, diventare sostanzialmente definitivo.

È proprio qui che può prodursi il cortocircuito più grave. Prima una decisione non viene eseguita. Poi trascorrono i mesi e gli anni. Nel frattempo si consolidano nuovi equilibri. Infine quegli stessi equilibri possono essere utilizzati per sostenere che modificare la situazione sarebbe ormai traumatico per il bambino. L’inerzia non può creare il fatto compiuto e il fatto compiuto non può successivamente diventare la giustificazione dell’inerzia. Il ritardo non può trasformarsi in una decisione.

Da avvocato che da molti anni si occupa di bambini e famiglie, ritengo che sia arrivato il momento di affrontare questa materia senza paura, ma anche senza contrapposizioni ideologiche. Non sono contro i servizi sociali. Sono contro qualsiasi potere privo di controllo. Ho conosciuto operatori competenti, seri e pienamente consapevoli della delicatezza della propria funzione e proprio per rispetto verso questi professionisti considero necessario distinguere chi svolge correttamente il proprio lavoro da eventuali errori, omissioni o comportamenti che devono poter essere verificati.

Quando una relazione può contribuire a incidere sul rapporto tra un bambino e la propria famiglia, quella relazione deve essere rigorosa. Quando viene limitato il rapporto tra un genitore e un figlio, le ragioni devono essere concrete e verificabili. Quando un giudice assume una decisione, quella decisione deve essere eseguita. Quando non viene eseguita, deve essere possibile comprendere perché. Quando viene commesso un errore, devono esistere strumenti capaci di individuarlo e correggerlo prima che sia il tempo a renderne irreversibili le conseguenze.

Non possiamo accettare zone d’ombra quando è in gioco la vita di un bambino. Dobbiamo poter sapere chi ha deciso, sulla base di quali fatti, nell’esercizio di quali competenze e sotto quale controllo. Questa non è una battaglia contro una categoria professionale. È una battaglia per la legalità, per la trasparenza, per la responsabilità e, soprattutto, per una tutela dei minori realmente efficace.

Un bambino che si trova realmente in pericolo deve essere protetto immediatamente e senza esitazioni. Ma anche un bambino che ha diritto a crescere nella propria famiglia deve essere protetto da errori, ritardi ingiustificati e interventi sproporzionati. Le due esigenze non sono contrapposte. Sono entrambe espressione dello stesso principio di giustizia.

Nessun potere può essere senza controllo. E quando quel potere può cambiare la vita di un bambino, il controllo deve essere ancora più rigoroso.

Perché possiamo correggere un documento, possiamo correggere una valutazione e possiamo persino correggere una decisione. Ma gli anni perduti nell’infanzia non li può restituire nessuno.

Avv. Francesco Miraglia