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Via dalla comunità, si torna a casa”: il Tribunale ribalta il caso e restituisce il minore alla famiglia. “Le misure non possono diventare una prigione”

Venezia, 21 aprile 2026 – Un bambino che chiedeva di restare a casa. Una famiglia considerata fragile che oggi viene ritenuta idonea. E una comunità che, da soluzione temporanea, rischiava di trasformarsi in permanenza indefinita.

È su questo equilibrio che interviene il Tribunale per i Minorenni di Venezia, che con un decreto netto ha disposto la revoca del collocamento in comunità e il rientro del minore nel proprio contesto familiare, riconoscendo che la misura, alla luce dei fatti aggiornati, non è più giustificata.

Il provvedimento segna un cambio di passo preciso: il giudice prende atto che il quadro è evoluto. Il bambino è sereno, mantiene un legame stabile e significativo con entrambi i genitori e manifesta chiaramente la volontà di vivere in famiglia. Parallelamente, i genitori hanno dimostrato, nei fatti, un percorso concreto di recupero, fatto di collaborazione, responsabilità e progressiva stabilizzazione.

A fronte di questo scenario, il Tribunale compie una scelta che va oltre il singolo caso: afferma che la permanenza in comunità è divenuta sproporzionata rispetto al rischio reale e dispone non solo il rientro del minore, ma anche la revoca della sospensione della responsabilità genitoriale, restituendo pienamente ai genitori il loro ruolo.

Ma il dato che emerge con forza è un altro, ed è sistemico. Troppo spesso, nei procedimenti minorili, le misure nascono come temporanee e finiscono per prolungarsi oltre il necessario, non per reali esigenze di tutela, ma per inerzia, per mancata rivalutazione o per una lettura statica delle relazioni dei servizi.

In altre parole: il rischio iniziale viene superato, ma la misura resta. E questo crea una frattura tra realtà e decisione.

Questo caso dimostra che quella frattura può essere sanata, ma solo quando il procedimento viene riportato su un piano concreto, aggiornato e verificabile.

«Qui il punto è molto semplice sostiene l’avvocato Francesco Miraglia, difensore dei genitori: quando una misura continua a esistere senza più un rischio attuale, diventa illegittima. Non è più tutela, è compressione dei diritti. Il sistema minorile ha una criticità evidente: tende a entrare facilmente nelle famiglie, ma fatica a uscirne, anche quando le condizioni sono cambiate. Questo decreto è importante perché rompe questa logica. Dimostra che le decisioni non sono intoccabili e che, se si lavora in modo tecnico e mirato, è possibile ribaltare situazioni che sembrano già scritte. Il vero problema oggi non è solo l’abbandono: è l’eccesso di intervento che non viene aggiornato. E su questo serve chiarezza, perché dietro ogni ritardo c’è un bambino che resta lontano da casa senza una ragione attuale.»

La decisione del Tribunale di Venezia rilancia un principio che nel sistema minorile dovrebbe essere centrale ma che spesso viene sacrificato: il diritto del minore a crescere nella propria famiglia, quando le condizioni lo consentono, non è residuale, è prioritario.

E soprattutto introduce un messaggio operativo chiaro: le misure non sono definitive. Devono essere continuamente verificate, contestate quando necessario e adeguate alla realtà.

Perché quando la realtà cambia, anche le decisioni devono cambiare. E quando non cambiano, devono essere messe in discussione.

Dalla comunità alla famiglia: la vicenda di un minore tra errori, sofferenze e il ritorno alla responsabilità genitoriale

Trieste 15 aprile 2026– Una storia complessa, segnata da anni di interventi istituzionali, decisioni discutibili e passaggi critici, che si chiude con una svolta netta: il Tribunale per i Minorenni di Trieste ha disposto la reintegrazione piena della responsabilità genitoriale in capo ai genitori e il definitivo rientro del minore nel proprio contesto familiare.

Il procedimento prende avvio nel 2021, a seguito di una segnalazione che evidenziava fragilità nel nucleo familiare, con difficoltà relazionali e criticità personali che portano all’attivazione del sistema di tutela. L’intervento segue il percorso tipico della giustizia minorile: presa in carico, monitoraggio e progressiva intensificazione delle misure, fino alla decisione più invasiva, ovvero il collocamento del minore in una comunità educativa.

È in questa fase che la vicenda assume contorni problematici.

Secondo quanto emerge dagli atti difensivi e dalla ricostruzione documentale, il collocamento in struttura non viene accompagnato da un progetto educativo concreto né da un piano terapeutico strutturato. Il minore viene allontanato dal proprio contesto di vita e inserito in un ambiente distante, senza una reale continuità affettiva e relazionale. Un intervento che, sul piano teorico, avrebbe dovuto garantire protezione e stabilizzazione, ma che nei fatti produce un effetto opposto.

La documentazione sanitaria e le relazioni evidenziano un peggioramento progressivo delle condizioni del minore, con episodi di crisi fino a rendere necessario l’intervento del pronto soccorso. In uno dei passaggi più critici dell’intera vicenda, viene inoltre compromessa la regolare frequenza scolastica, con una compressione diretta di un diritto fondamentale, senza che emerga una progettualità alternativa adeguata.

Il quadro che emerge è quello di un intervento che, anziché ridurre il rischio, finisce per amplificarlo in modo evidente e documentato. La fase realmente decisiva della vicenda non coincide con l’azione dei servizi, ma con una cesura netta rispetto ad essa. Il cambio di passo si registra infatti solo nel momento in cui il minore con la mamma scappano   dalla comunità e rientrano nel contesto familiare. È da quel momento che la situazione si stabilizza in modo concreto: cessano le crisi, si ripristina la continuità scolastica e si ricostruisce un equilibrio emotivo che nel contesto comunitario era progressivamente venuto meno.

Parallelamente, si assiste a un dato altrettanto significativo: l’operatività dei servizi sociali si riduce fino a risultare sostanzialmente assente proprio nella fase in cui il miglioramento diventa evidente. Il recupero non è quindi il prodotto di un intervento istituzionale efficace, ma il risultato di un ritorno alla centralità del nucleo familiare, unito a un cambio di impostazione difensiva e strategica.

In questo passaggio si inserisce in modo determinante l’attività della difesa, che ha imposto una rilettura complessiva della vicenda, spostando l’asse della valutazione dal dato astratto al dato concreto e attuale. È su questa base che si è arrivati alla decisione finale: non per inerzia del sistema, ma per effetto di una precisa azione giuridica che ha riportato il procedimento entro i corretti parametri di legalità sostanziale.

Il Tribunale, all’esito dell’istruttoria, prende atto di questo mutamento e introduce il passaggio dirimente: non sussistono più elementi attuali di pregiudizio per il minore.

Su questa base viene disposta la revoca del collocamento in comunità, il definitivo rientro presso l’abitazione familiare e la reintegrazione piena dei genitori nella responsabilità genitoriale.

La decisione non ignora le criticità del passato, ma le ricolloca in una prospettiva dinamica, valorizzando l’evoluzione concreta della situazione familiare e il recupero delle capacità genitoriali.

Sulla vicenda interviene l’avvocato Francesco Miraglia che rappresenta i genitori, con una presa di posizione netta:

«Questa decisione evidenzia una criticità strutturale del sistema della giustizia minorile e dell’operato dei servizi sociali. Quando un minore peggiora all’interno di un percorso che avrebbe dovuto tutelarlo, significa che il sistema ha smesso di verificare concretamente l’efficacia delle proprie scelte. In questo caso si è arrivati a comprimere diritti fondamentali senza un reale beneficio, e il recupero è avvenuto solo nel momento in cui si è interrotta quella dinamica e si è riportato il minore nel suo contesto naturale. La giurisdizione deve esercitare un controllo pieno e non meramente recettivo sulle relazioni dei servizi, perché il rischio è quello di trasformare la tutela in un automatismo. L’interesse del minore non si afferma per presunzione, ma si verifica sui risultati».

La vicenda si chiude con il ritorno alla famiglia e con una decisione che segna un punto fermo: il diritto del minore a crescere nel proprio nucleo non può essere compresso oltre il necessario e deve essere ripristinato non appena le condizioni lo consentano.

Resta però una riflessione di fondo: il sistema di tutela è realmente in grado di correggere i propri errori in tempi adeguati? In questo caso la risposta è arrivata, ma solo dopo un percorso complesso, segnato da passaggi critici e conseguenze concrete sulla vita di un minore.

“Ci sono anch’io” Al Caffè Dante di Verona: Francesco Miraglia e Daniela Vita propongono il loro libro,  che definisce la disabilità come diritto umano

 Giovedì 16 aprile 2026, ore 18:00 al Caffè Dante Bistrot in Piazza dei Signori a Verona, Francesco Miraglia e  Daniela Vita presentano il volume Ci sono anch’io. La disabilità è una dimensione della diversità umana (Armando Editore). Modera il giornalista Maurizio Pedrini. Intermezzi musicali alla tastiera a cura di Andrea Speri. Ingresso libero. 

 Verona, lunedì 13 aprile 2026 – Quante volte, di fronte a una persona con disabilità, la società ha scelto di non vedere e di non ascoltare? Dire “ci sono anch’io” non è una rivendicazione retorica: è un atto di esistenza, un’affermazione giuridica e sociale che impone attenzione e riconoscimento.

È con questa urgenza che giovedì 16 aprile 2026, alle ore 18:00, il Caffè Dante Bistrot a Verona ospita la presentazione del libro «Ci sono anch’io. La disabilità è una dimensione della diversità umana» (Armando Editore) scritto da Francesco Miraglia con Daniela Vita.

A moderare la conversazione è il Comm. Dott. Acc. Maurizio Pedrini, giornalista freelance, Segretario Nazionale UNCI, Direttore di testate nazionali e locali e responsabile dello Studio Verona Comunica, che offre una chiave di lettura sul ruolo dell’informazione nella costruzione di una cultura realmente inclusiva.

L’incontro rappresenta non solo un momento di presentazione editoriale, ma un’occasione di confronto aperto su temi centrali per la società contemporanea: inclusione, pari opportunità, tutela delle fragilità e responsabilità delle istituzioni. L’evento si inserisce in un più ampio percorso di sensibilizzazione e promozione dei diritti, con l’obiettivo di stimolare un cambiamento culturale concreto, che passi dalla conoscenza alla responsabilità.

IL LIBRO

Ci sono anch’io. La disabilità è una dimensione della diversità umana è scritto dall’Avv. Francesco Miraglia, cassazionista e penalista con consolidata esperienza nella tutela dei minori e dei soggetti vulnerabili, affiancato in veste di coautrice, da Daniela Vita, avvocato esperta in diritti umani, tutela delle persone con disabilità e politiche inclusive. Il testo si colloca in un contesto culturale e giuridico di assoluta attualità, affrontando il tema della disabilità non come limite, ma come espressione della pluralità dell’esperienza umana.

Attraverso la storia di Sara, la narrazione restituisce una rappresentazione autentica e concreta della quotidianità delle persone con disabilità, mettendo a fuoco criticità, ostacoli sistemici e, soprattutto, la forza identitaria di chi rivendica il proprio spazio nel mondo.

Dedicato a coloro che non sanno, affinché imparino innanzitutto a capire e poi ad agire di conseguenza, il volume racconta la vita di Sara giorno per giorno: gli sforzi, le difficoltà e la forza interiore per non lasciarsi abbattere e dare una dignità positiva alla propria vita. La sua storia è un invito a riflettere sull’unicità di ogni persona, sul diritto di essere diversi e di potersi esprimere in condizione di parità con gli altri. Affermare la propria esistenza, dire ci sono anch’io, significa riconoscere l’essere umano e trovarlo anche dove la voce è troppo flebile per arrivare da sola.

L’opera si configura come uno strumento di riflessione e di consapevolezza collettiva, capace di superare approcci assistenzialistici e stereotipati per affermare un paradigma inclusivo fondato sul riconoscimento dei diritti fondamentali della persona.

Non si tratta di un semplice racconto, ma di un vero e proprio percorso che richiama principi giuridici e costituzionali troppo spesso disattesi, ponendo al centro il diritto all’uguaglianza sostanziale, alla dignità e alla piena partecipazione sociale. Il volume si propone come un viaggio attraverso i principi di diritto a fondamento della tutela della persona nei suoi aspetti più profondi: principi troppo spesso trascurati, che hanno il bisogno di essere riaffermati, senza retorica. In una prospettiva sociale e inclusiva, se tanto è stato fatto, molto resta ancora da fare.

 

GLI AUTORI:

FRANCESCO MIRAGLIA

Avvocato e fondatore dello Studio Legale Miraglia Associato, cassazionista-penalista, giornalista-pubblicista e mediatore familiare e penale, criminologo Francesco Miraglia è una delle voci più riconosciute in Italia nella tutela dei minori e dei soggetti vulnerabili.

Docente e direttore di master all’INPEF (Istituto Nazionale di Pedagogia Familiare) di Roma, è stato Consulente per lo Stato dell’Ecuador per le vicende penali e di diritto di famiglia (2013–2015). Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive e radiofoniche nazionali, tra cui Porta a PortaI Fatti VostriLa Vita in direttaNon è l’Arena, Radio 24 e Radio Rai, ed è stato relatore in Commissioni parlamentari sul diritto minorile presso la Camera dei Deputati.

Tra i numerosi riconoscimenti: Medaglia d’oro del premio internazionale Maison des Artistes per l’impegno sociale (Università La Sapienza, Roma, 2012), Premio Nazionale “Pedagogia Familiare”, Life Gates 2015 per l’impegno in difesa dei minori e del diritto alla vita.

Francesco Miraglia è autore di numerosi volumi pubblicati con Armando Editore, tra cui Ridateci i nostri figli! (2011), Mai più un bambino (2013), Papà portami via da qui (2015), Bambini prigionieri (2021) e L’avvocato dei bambini (2022).

 

DANIELA MARIA VITA

Avvocato del Foro di Reggio Calabria, specializzato in diritto penale e diritto di famiglia, è un’autrice impegnata nella tutela dei diritti umani, con particolare attenzione ai diritti delle persone con disabilità, giustizia di genere e protezione dei minori tra Italia e Spagna. Promotrice della Tutela dei Diritti Fondamentali, delle Pari Opportunità e delle Politiche Inclusive a livello Nazionale  e Internazionale. Ha fondato lo Studio Legale VITA, con sedi in Italia e Spagna, è Vicepresidente della delegazione Spagna dell’Associazione A.N.I.L.D.D.. Esperta sia nella  gestione e coordinamento di team multidisciplinari, sia in attività di advocary e relazioni istituzionali, è docente e autrice di Pubblicazioni Giuridiche.  Ha conseguito il Riconoscimento Nazionale “Liberi e forti” per l’impegno nel mondo del sociale e della disabilità – conferito dalla Regione Lazio. Ha scritto alcuni libri, tra cui:  “Ci sono anch’io – la disabilità è una dimensione della diversità umana” – insieme a Francesco Miraglia  Armando Editore, 2023 ed è autrice del volume: “Ma il problema sono io?!” – la vittimizzazione secondaria ad opera del sistema giudiziario: violenza domestica e allontanamenti dei figli dalle madri” – Armando Editore 2025.

 

Cassazione: stop all’amministratore di sostegno per donna accusata di eccessiva prodigalità.

L’avvocato Miraglia denuncia: la misura di protezione non può diventare un business economico sulla pelle dei più fragili

VICENZA (18 marzo 2026). Dopo tredici anni di restrizioni alla propria libertà finanziaria e personale, una donna ha ottenuto giustizia dinanzi alla Corte Suprema di Cassazione, che ha annullato il provvedimento con cui le era stato imposto un amministratore di sostegno perché ritenuta incline a spese eccessive e superflue. La vicenda ha inizio nel 2013 presso il Tribunale di Vicenza, a seguito di un ricorso presentato dai familiari della donna per ragioni legate alla gestione del patrimonio. Nonostante svolga una regolare attività lavorativa presso uno studio professionale, percepisca un reddito stabile, viva autonomamente e si occupi della madre ultranovantenne, le era stato negato il ritorno alla piena autonomia.

La decisione della Suprema Corte ha accolto le tesi della difesa, guidata dall’avvocato Miraglia di Modena, il quale sottolinea come l’istituto dell’amministrazione di sostegno sia utilizzato sempre più frequentemente in modo improprio. «Mi sto occupando sempre più spesso – spiega l’avvocato Miraglia – di vicende in cui si estromettono le persone dalla gestione dei loro patrimoni attraverso il ricorso a questa misura, disposta dai giudici talvolta in modo incauto e senza una valutazione realmente approfondita dei singoli casi. Siamo di fronte a un fenomeno preoccupante, che sta emergendo con frequenza in diverse città, come dimostrano i casi registrati negli ultimi mesi a Parma, Lecco, Ancona, Ferrara, Roma e Perugia. Il rischio è quello di trovarci di fronte a un nuovo business economico sulla pelle dei più deboli, del tutto simile a certi scandali legati agli affidamenti dei minori, in cui la reale tutela della persona finisce in secondo piano». In molti casi i familiari ricorrono alla pratica dell’amministratore di sostegno per meri fini patrimoniali, trovando una sponda in provvedimenti che non tengono conto della reale capacità di intendere e di volere dei soggetti coinvolti. Nel caso specifico di Vicenza, la Cassazione ha infatti rilevato che né il Giudice Tutelare né il Tribunale avevano accertato l’effettiva sussistenza di una patologia o di una menomazione tale da rendere la donna incapace di provvedere ai propri interessi.

La tendenza a spendere in modo smodato per motivi futili o per ostentazione non può giustificare da sola la privazione della libertà di scelta se non è accompagnata da un reale rischio di indigenza o da un’alterazione delle facoltà mentali certificata da medici. Al contrario, la donna è seguita da una psicoterapeuta che ha attestato un ottimo funzionamento generale e l’assenza di patologie psichiatriche. Oltre al merito della questione, la Suprema Corte ha riscontrato una grave violazione del diritto di difesa: la donna non era stata né regolarmente convocata né ascoltata dal giudice, venendo privata della possibilità di esporre le proprie ragioni. La sentenza ha quindi cassato il provvedimento, rinviando gli atti al Tribunale per una nuova valutazione che rispetti finalmente la dignità della donna.

 Bucarest, a Palazzo Italia presentato “L’avvocato dei bambini”: Francesco Miraglia protagonista del confronto europeo sulla tutela dei minori

Bucarest – Presso Palazzo Italia, nella capitale romena, si è svolta la presentazione del volume “L’avvocato dei bambini”, scritto dall’avvocato Francesco Miraglia, da anni impegnato nella tutela dei diritti dei minori e delle famiglie nei procedimenti che riguardano l’affidamento, l’allontanamento e la protezione dell’infanzia.

L’incontro ha rappresentato molto più di una semplice presentazione editoriale. L’appuntamento si è infatti trasformato in un momento di confronto internazionale tra Italia e Romania sui modelli di tutela dei minori, sulle garanzie procedurali nei procedimenti minorili e sulle criticità operative che possono emergere nel rapporto tra autorità giudiziaria, servizi sociali e famiglie.

Al centro del dibattito la figura dell’avvocato Francesco Miraglia, autore del libro e protagonista di numerose iniziative giuridiche e culturali dedicate alla difesa dei diritti dei bambini e al rispetto del principio di bigenitorialità, tema sempre più centrale nel panorama della giustizia minorile europea.

Nel corso dell’incontro, Miraglia ha illustrato le ragioni che lo hanno portato alla scrittura del volume:

«Questo libro nasce dall’esperienza maturata nelle aule di tribunale, accanto a famiglie e bambini che spesso si trovano ad affrontare percorsi complessi e dolorosi. L’obiettivo non è quello di alimentare polemiche, ma di stimolare una riflessione seria sul funzionamento dei sistemi di tutela affinché ogni intervento sia realmente orientato all’interesse superiore del minore».

Il volume affronta con linguaggio tecnico ma accessibile alcune delle questioni più delicate della giustizia minorile contemporanea: il sistema degli affidi, il ruolo dei servizi sociali, le garanzie procedurali e il necessario equilibrio tra poteri istituzionali e tutela dei diritti fondamentali dei minori e delle famiglie.

Nel suo intervento, l’avvocato Miraglia ha anche lanciato un messaggio molto forte sul piano politico e istituzionale, denunciando le distorsioni che talvolta possono emergere nei sistemi di gestione degli allontanamenti:

«Quando il sistema perde trasparenza e controllo, esiste il rischio concreto che si sviluppi un vero e proprio mercato costruito sulla pelle dei bambini. È una realtà scomoda di cui si parla troppo poco. Ancora più grave è il silenzio delle istituzioni di fronte a situazioni che meritano invece attenzione, controllo e responsabilità. I minori non possono diventare oggetto di dinamiche burocratiche o interessi economici: devono restare al centro di ogni decisione».

Un contributo significativo alla realizzazione dell’evento è stato offerto da Giovanni Baldantoni, attivo nel rafforzamento delle relazioni culturali e istituzionali tra Italia e Romania attraverso le attività di Palazzo Italia Bucarest. La sua presenza ha favorito la costruzione di uno spazio di dialogo tra professionisti del diritto, rappresentanti istituzionali e operatori impegnati nella tutela dei diritti dell’infanzia.

Nel corso del dibattito è emerso come il tema della protezione dei minori rappresenti oggi una questione centrale nelle politiche sociali e giuridiche europee. Sempre più operatori del settore – magistrati, avvocati, studiosi e professionisti dell’area sociale – stanno infatti sollecitando una riflessione approfondita sui modelli di intervento nei procedimenti che riguardano i bambini e le famiglie.

Particolare attenzione è stata dedicata alla necessità di rafforzare trasparenza, garanzie procedurali e responsabilità istituzionale nei processi decisionali che incidono sulla vita dei minori, favorendo – quando le condizioni lo consentono – percorsi orientati al rafforzamento del legame familiare e alla tutela effettiva dei diritti dei bambini.

La presentazione di “L’avvocato dei bambini” ha così assunto il valore di un passaggio significativo in un percorso più ampio di sensibilizzazione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

Il lavoro e l’impegno professionale dell’avvocato Francesco Miraglia si inseriscono proprio in questa prospettiva: promuovere una cultura giuridica capace di mettere realmente al centro il bambino, garantendo equilibrio tra protezione, diritti e responsabilità istituzionali.

L’appuntamento di Bucarest ha rappresentato, dunque, non solo la presentazione di un libro, ma anche l’avvio di un confronto europeo sempre più necessario sul futuro delle politiche di tutela dell’infanzia, con l’obiettivo di rafforzare trasparenza, giustizia e protezione effettiva dei diritti dei minori.

 

Presentazione del volume “L’avvocato dei bambini” di Francesco Miraglia

Bucarest, 7 marzo – Palazzo Italia

Si terrà il prossimo 7 marzo alle ore 11:00, presso il Palazzo Italia di Bucarest, la presentazione del volume “L’avvocato dei bambini”, opera di Francesco Miraglia, professionista da anni impegnato a livello nazionale e internazionale nella tutela dei diritti dei minori e delle famiglie vulnerabili, con particolare attenzione alle criticità dei sistemi di protezione dell’infanzia e alle responsabilità istituzionali connesse agli interventi di allontanamento e affidamento.

L’iniziativa si inserisce in un più ampio percorso di sensibilizzazione sui diritti dei bambini e degli adolescenti e si configura non come un semplice evento culturale o editoriale, ma come un momento di confronto concreto e qualificato sui modelli di intervento, sulle prassi operative e sulle responsabilità condivise tra istituzioni, scuola, servizi sociali e società civile nella protezione dei soggetti più fragili.

Il volume affronta, con approccio tecnico ma accessibile, questioni di grande attualità quali gli affidi familiari, gli allontanamenti dei minori, il ruolo dei servizi sociali, le garanzie procedurali e le possibili distorsioni che possono emergere nei sistemi di tutela quando il potere decisionale non è adeguatamente bilanciato da controlli efficaci e da una piena tutela dei diritti fondamentali.

Francesco Miraglia ha dichiarato:

«Questo libro nasce dall’esperienza maturata sul campo, accanto a famiglie e minori che spesso si trovano ad affrontare percorsi complessi e dolorosi. L’obiettivo non è quello di muovere critiche sterili, ma di stimolare una riflessione seria e responsabile sul funzionamento dei sistemi di protezione, affinché ogni intervento sia realmente orientato all’interesse superiore del bambino e al rispetto dei diritti fondamentali. Proteggere un minore significa prima di tutto garantire giustizia, equilibrio e responsabilità istituzionale».

L’evento vedrà la partecipazione di rappresentanti istituzionali, professionisti del settore giuridico e sociale e associazioni impegnate nella tutela dei diritti umani, rappresentando un’importante occasione di dialogo internazionale tra Italia e Romania su buone pratiche, criticità operative e prospettive di miglioramento dei sistemi di intervento.

Come evidenziato dall’Ing. Mauro Pusceddu, Presidente della Sator Group Professional Association, la presentazione del volume si propone di promuovere una maggiore consapevolezza sociale e istituzionale sul tema della protezione dei minori, favorendo un dibattito costruttivo e orientato a soluzioni concrete.

Informazioni evento

Data: 7 marzo

Orario: 11:00

Luogo: Palazzo Italia – Bucarest

Contatti organizzativi:

mp.satorgroup@gmail.com

+39 335 446793

 

 

Caso Alessandra Di Meo: precisazioni necessarie tra responsabilità istituzionali e difese d’ufficio

A seguito dell’articolo pubblicato in data 1 febbraio u.s., dal titolo “Dai servizi sociali alle procedure di affido: la rete di protezione non ha funzionato”, e delle successive dichiarazioni del Presidente regionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali, nonché del Sindaco del Comune di Tufino andate in onda sulla televisione nazionale, in qualità di avvocato di fiducia del papà della piccola Alessandra mi corre l’obbligo di fare alcune doverose precisazioni.

Volutamente non intendo entrare nel merito processuale della vicenda, né anticipare valutazioni che competono esclusivamente alla magistratura e agli organi inquirenti.

Le sedi giudiziarie competenti sono e restano l’unico luogo deputato ad accertare fatti, responsabilità penali e nessi causali.

L’intervento che segue non ha dunque natura processuale e non intende interferire con le indagini in corso, ma si colloca su un piano diverso, quello del funzionamento della rete di tutela minorile e della correttezza del dibattito pubblico.

Colpisce, e non può non suscitare meraviglia, che a fronte di una tragedia che imporrebbe rigore, prudenza e senso di responsabilità, il Presidente regionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali abbia scelto la strada della difesa d’ufficio, anziché interrogarsi pubblicamente su eventuali criticità, omissioni o ritardi nell’operato dei Servizi Sociali coinvolti.

In una vicenda di tale gravità, l’atteggiamento istituzionalmente più corretto non è l’assoluzione preventiva, ma la richiesta di chiarezza e trasparenza.

Il tema, infatti, non è mettere in discussione il valore o la complessità del lavoro degli assistenti sociali, che nessuno nega.

Il tema è se, in questo caso concreto, la funzione di vigilanza, monitoraggio e tutela sia stata esercitata in modo effettivo, tempestivo e documentato.

Quando una bambina di quattro anni muore, in queste condizioni, il dovere delle istituzioni non è chiudere il dibattito, ma aprirlo, ponendo domande fondate sui fatti.

Alcuni dati oggettivi non possono essere ignorati.

La minore Alessandra era formalmente affidata al padre in forza di un provvedimento dell’Autorità giudiziaria.

La collocazione della minore agli indagati era nota ai Servizi Sociali del comune di Tufino già dall’agosto/settembre 2024.

Non si trattava, dunque, di una situazione ignota o sottratta al controllo istituzionale, ma di una condizione che rientrava pienamente nella cosiddetta rete di protezione.

Proprio per fare chiarezza su questi aspetti, in data 30 dicembre 2024 il sottoscritto, quale difensore del padre della minore, ha formalmente chiesto ai Servizi Sociali del Comune di Tufino di indicare se e quando fossero state effettuate visite domiciliari presso l’abitazione di collocazione della bambina, se e quando fossero state redatte relazioni sul suo stato di salute e di benessere, se e quando fosse stato informato il Tribunale per i Minorenni circa la collocazione effettiva e se fosse mai stata svolta una valutazione delle capacità di accudimento della coppia presso cui la minore viveva.

A oggi, tali richieste risultano prive di riscontro.

Il Sindaco di Tufino piuttosto che pensare a costituirsi parte civile nel procedimento penale che si celebrerà, come ha dichiarato in una intervista, pensasse a rispondere ai quesiti che da più di un anno il sottoscritto difensore ha posto.

È necessario chiarire anche un ulteriore profilo, spesso rappresentato in modo distorto: il padre, Giuseppe Di Meo, non ha mai abbandonato la figlia Alessandra.

Tale affermazione non trova riscontro negli atti e non può essere dedotta da una ricostruzione semplificata o emotiva dei fatti.

La situazione della minore era nota ai Servizi Sociali, che erano quindi tenuti, per funzione e mandato istituzionale, a svolgere le attività di controllo e vigilanza previste.

Vi è piena fiducia nell’operato della magistratura, che saprà chiarire con rigore e completezza cosa sia accaduto alla piccola Alessandra e individuare le responsabilità, non solo in relazione agli eventi che hanno condotto al decesso, ma anche rispetto all’operato di chi era chiamato a vigilare e a intervenire per tempo.

Solo un accertamento serio, completo e privo di automatismi difensivi potrà rendere giustizia alla memoria della bambina e restituire credibilità a una rete di protezione che, quando non funziona, deve essere analizzata e corretta, non giustificata.

Avv. Pasqualino Miraglia

Tratta di persone: quando la prevenzione smette di essere teoria

Il 4 febbraio 2026, alle 15  presso l’Ambasciata di Colombia in Italia, si terrà un evento in presenza dedicato al tema della tratta di esseri umani e alle sue connessioni con la violenza domestica, la giustizia di genere e la tutela dei minori. L’iniziativa è rivolta a operatori, cittadini, associazioni e, in modo particolare, alle associazioni di cittadini sudamericani residenti in Italia, con l’obiettivo di favorire consapevolezza, prevenzione e capacità di riconoscimento delle situazioni di rischio.

L’incontro è concepito come un taller operativo, non come una conferenza teorica. L’intento è fornire strumenti pratici e criteri di lettura utili a comprendere come la tratta e le forme di sfruttamento possano manifestarsi anche in contesti apparentemente ordinari, talvolta all’interno di relazioni familiari, percorsi migratori o procedimenti istituzionali.

I lavori si apriranno con l’intervento dell’Ambasciatrice Ligia Margarita Quessep, a conferma del rilievo istituzionale e del valore internazionale dell’iniziativa. Seguirà un momento di presentazione dei partecipanti, pensato come spazio di confronto e scambio diretto.

Il cuore dell’evento è rappresentato dallo sviluppo del laboratorio, condotto da Francesco Miraglia e Daniela Vita, autori del volume “Ma il problema sono io?”. Il libro, dedicato ai temi della vittimizzazione secondaria, della violenza domestica e delle conseguenze delle risposte istituzionali inadeguate, è diventato negli ultimi anni un punto di riferimento nel dibattito pubblico sulla tutela delle persone vulnerabili e dei minori.

L’opera è stata al centro di numerosi incontri, presentazioni e momenti di confronto promossi da enti e istituzioni di primo piano, tra cui università, ordini professionali, associazioni impegnate nella tutela dei diritti umani, organismi che si occupano di pari opportunità, violenza di genere e protezione dell’infanzia, nonché contesti istituzionali nazionali e internazionali. Il volume è stato utilizzato come base di lavoro in eventi ospitati da sedi istituzionali, contesti accademici e realtà associative attive sul territorio, contribuendo ad alimentare un confronto critico sulle prassi di intervento e sui limiti dei sistemi di protezione.

A partire dai contenuti del libro, il laboratorio propone un’analisi delle dinamiche che caratterizzano le situazioni di sfruttamento e di tratta, con particolare attenzione ai segnali di rischio, ai meccanismi di silenziamento delle vittime e alle difficoltà di emersione delle violazioni. Su questa base vengono illustrati i procedimenti applicabili nell’ordinamento italiano, le competenze delle istituzioni coinvolte e le misure di tutela concretamente attivabili, con l’obiettivo di fornire criteri chiari e operativi spendibili in contesti reali.

L’iniziativa intende offrire ai partecipanti strumenti di comprensione e di azione, favorendo una lettura critica delle risposte istituzionali e promuovendo una maggiore capacità di intervento tempestivo e consapevole.

L’evento si concluderà con uno spazio dedicato alle domande e al confronto, nella convinzione che solo attraverso il dialogo e la condivisione di esperienze sia possibile rafforzare le reti di prevenzione e protezione.

In sintesi, un appuntamento che affronta il tema della tratta di persone in modo concreto e responsabile, riducendo la distanza tra norme, prassi e tutela effettiva dei diritti fondamentali.

 

Violenza giovanile, non è emergenza ma sistema: se ne parla stasera a “Incidente Probatorio”

📺 IN DIRETTA TV – ORE 23.00

Questa sera Francesco Miraglia sarà ospite come esperto nel programma INCIDENTE PROBATORIO, in onda alle ore 23.00 sul canale FATTI DI NERA – Ch 122 del digitale terrestre.

La puntata affronterà il tema, sempre più urgente, della violenza tra i giovani, con particolare attenzione alla diffusione dell’uso di coltelli e armi bianche. Un fenomeno che non può più essere archiviato come devianza episodica, ma che presenta ormai caratteristiche strutturali, con un’espansione evidente anche nei contesti scolastici e nella quotidianità.

Il confronto partirà dai dati più recenti e da un’analisi dei fatti, per esaminare le cause profonde di questa deriva: la fragilità dei modelli educativi, l’assenza di presìdi preventivi efficaci, la progressiva normalizzazione della violenza e le responsabilità diffuse del mondo adulto e delle istituzioni.

L’obiettivo della trasmissione è superare la cronaca nera e offrire una lettura più consapevole e concreta del fenomeno, mettendo a fuoco non solo le conseguenze penali e sociali, ma anche le gravi carenze del sistema di prevenzione e di intervento.

📡 Appuntamento alle 23.00 – Diretta nazionale

La Cassazione smonta il sistema: la decadenza non può essere una scorciatoria

 

 ( Napoli 12 dicembre 2025) La Corte Suprema di Cassazione, con la sentenza n. 32004/2025, depositata il 9 dicembre 2025, segna un punto di svolta nel diritto minorile e mette in discussione prassi ormai consolidate che, negli ultimi anni, hanno finito per snaturare il significato stesso della tutela del minore.

La Suprema Corte cassa integralmente il decreto della Corte d’Appello di Napoli che aveva confermato la decadenza di entrambi i genitori dalla responsabilità genitoriale e il collocamento della figlia in comunità. Nel giudizio di legittimità la madre era difesa dall’avv. Miraglia, che ha sostenuto l’illegittimità della misura ablativa in assenza di condotte realmente pregiudizievoli e senza l’attivazione di percorsi di recupero del legame familiare.

«Questa sentenza rappresenta una boccata d’ossigeno per il diritto minorile – osserva l’avv. Miraglia – ed è un richiamo severo a pratiche che si erano pericolosamente normalizzate. La Corte di Cassazione rimette ordine e chiarisce che la decadenza dalla responsabilità genitoriale non può diventare una scorciatoia per gestire il conflitto o per semplificare situazioni complesse».

Ma il dato realmente rilevante non è l’esito del giudizio, bensì la demolizione argomentativa di un modello decisionale fondato su automatismi, scorciatoie e motivazioni apparenti.

La Cassazione afferma un principio destinato a incidere profondamente sulla giurisprudenza futura: la decadenza ex art. 330 c.c. è una misura estrema, non una risposta ordinaria al conflitto familiare. Non è una sanzione, non è uno strumento di gestione del disagio, non è una soluzione amministrativa alle difficoltà educative o relazionali. È una misura ablativa che può essere adottata esclusivamente in presenza di condotte genitoriali gravi, concrete e realmente pregiudizievoli, accertate in modo rigoroso e accompagnate da una prognosi negativa sull’effettiva possibilità di recupero della genitorialità.

«La Suprema Corte afferma un principio fondamentale – sottolinea ancora l’avv. Miraglia –: senza condotte gravi, concrete e realmente pregiudizievoli, lo Stato non può sostituirsi ai genitori né recidere i legami familiari. Il rifiuto del minore, le difficoltà relazionali, la fragilità emotiva degli adulti non sono colpe giuridiche. Sono segnali di disagio che impongono sostegno, non espulsione».

Nel caso esaminato, tutto questo mancava.

La Corte smonta senza ambiguità le motivazioni per relationem, generiche e stereotipate, l’uso improprio del comportamento processuale del genitore come argomento di prova, l’adesione passiva e acritica alle conclusioni della consulenza tecnica d’ufficio, la totale assenza di una valutazione concreta sulle possibilità di recupero del rapporto genitori–figlia e il mancato ascolto della minore in grado di appello, in violazione dei principi costituzionali e delle convenzioni internazionali.

Di particolare impatto è il passaggio in cui la Cassazione chiarisce che le difficoltà dei genitori nel comprendere o accompagnare il percorso identitario del figlio, anche con riferimento all’orientamento sessuale, non equivalgono automaticamente a maltrattamento o violenza psicologica. La distanza emotiva, l’inadeguatezza, la confusione non sono, di per sé, colpe giuridiche. Il diritto non può trasformare ogni fragilità relazionale in una causa di espulsione della famiglia.

Ancora più severo è il giudizio sul ruolo dei servizi sociali. La Corte evidenzia come non sia stato attivato alcun serio tentativo di sostegno, mediazione o riavvicinamento. Nessun progetto personalizzato, nessun percorso graduale, nessuna alternativa concreta alla misura più drastica. Il collocamento in comunità si è trasformato, di fatto, in una soluzione definitiva per inerzia istituzionale.

«È particolarmente significativo – evidenzia l’avv. Miraglia – il richiamo al ruolo dei servizi sociali, che non possono limitarsi a gestire l’allontanamento, ma hanno il dovere di lavorare attivamente per il recupero del rapporto genitori–figli. Senza progetti, senza percorsi, senza tentativi reali di riavvicinamento, il sistema fallisce la propria funzione di tutela».

Il messaggio che emerge è chiaro e non lascia spazio a interpretazioni: la tutela del minore non coincide con l’allontanamento dalla famiglia; la protezione non è sinonimo di recisione dei legami; il giudice non può limitarsi a ratificare relazioni tecniche, ma deve governare il processo decisionale, assumendosene pienamente la responsabilità.

«Questa decisione – conclude l’avv. Miraglia – manda un messaggio chiaro a tutti gli operatori: basta automatismi, basta motivazioni di facciata, basta deleghe in bianco alle consulenze tecniche. Il diritto minorile non è un diritto dell’emergenza permanente, ma un diritto di responsabilità, proporzionalità e garanzie. È un segnale forte, nella direzione giusta».

Non si tratta solo di una cassazione con rinvio.

È una presa di posizione netta.

Ed è un avvertimento all’intero sistema.