La Cassazione smonta il sistema: la decadenza non può essere una scorciatoria
( Napoli 12 dicembre 2025) La Corte Suprema di Cassazione, con la sentenza n. 32004/2025, depositata il 9 dicembre 2025, segna un punto di svolta nel diritto minorile e mette in discussione prassi ormai consolidate che, negli ultimi anni, hanno finito per snaturare il significato stesso della tutela del minore.
La Suprema Corte cassa integralmente il decreto della Corte d’Appello di Napoli che aveva confermato la decadenza di entrambi i genitori dalla responsabilità genitoriale e il collocamento della figlia in comunità. Nel giudizio di legittimità la madre era difesa dall’avv. Miraglia, che ha sostenuto l’illegittimità della misura ablativa in assenza di condotte realmente pregiudizievoli e senza l’attivazione di percorsi di recupero del legame familiare.
«Questa sentenza rappresenta una boccata d’ossigeno per il diritto minorile – osserva l’avv. Miraglia – ed è un richiamo severo a pratiche che si erano pericolosamente normalizzate. La Corte di Cassazione rimette ordine e chiarisce che la decadenza dalla responsabilità genitoriale non può diventare una scorciatoia per gestire il conflitto o per semplificare situazioni complesse».
Ma il dato realmente rilevante non è l’esito del giudizio, bensì la demolizione argomentativa di un modello decisionale fondato su automatismi, scorciatoie e motivazioni apparenti.
La Cassazione afferma un principio destinato a incidere profondamente sulla giurisprudenza futura: la decadenza ex art. 330 c.c. è una misura estrema, non una risposta ordinaria al conflitto familiare. Non è una sanzione, non è uno strumento di gestione del disagio, non è una soluzione amministrativa alle difficoltà educative o relazionali. È una misura ablativa che può essere adottata esclusivamente in presenza di condotte genitoriali gravi, concrete e realmente pregiudizievoli, accertate in modo rigoroso e accompagnate da una prognosi negativa sull’effettiva possibilità di recupero della genitorialità.
«La Suprema Corte afferma un principio fondamentale – sottolinea ancora l’avv. Miraglia –: senza condotte gravi, concrete e realmente pregiudizievoli, lo Stato non può sostituirsi ai genitori né recidere i legami familiari. Il rifiuto del minore, le difficoltà relazionali, la fragilità emotiva degli adulti non sono colpe giuridiche. Sono segnali di disagio che impongono sostegno, non espulsione».
Nel caso esaminato, tutto questo mancava.
La Corte smonta senza ambiguità le motivazioni per relationem, generiche e stereotipate, l’uso improprio del comportamento processuale del genitore come argomento di prova, l’adesione passiva e acritica alle conclusioni della consulenza tecnica d’ufficio, la totale assenza di una valutazione concreta sulle possibilità di recupero del rapporto genitori–figlia e il mancato ascolto della minore in grado di appello, in violazione dei principi costituzionali e delle convenzioni internazionali.
Di particolare impatto è il passaggio in cui la Cassazione chiarisce che le difficoltà dei genitori nel comprendere o accompagnare il percorso identitario del figlio, anche con riferimento all’orientamento sessuale, non equivalgono automaticamente a maltrattamento o violenza psicologica. La distanza emotiva, l’inadeguatezza, la confusione non sono, di per sé, colpe giuridiche. Il diritto non può trasformare ogni fragilità relazionale in una causa di espulsione della famiglia.
Ancora più severo è il giudizio sul ruolo dei servizi sociali. La Corte evidenzia come non sia stato attivato alcun serio tentativo di sostegno, mediazione o riavvicinamento. Nessun progetto personalizzato, nessun percorso graduale, nessuna alternativa concreta alla misura più drastica. Il collocamento in comunità si è trasformato, di fatto, in una soluzione definitiva per inerzia istituzionale.
«È particolarmente significativo – evidenzia l’avv. Miraglia – il richiamo al ruolo dei servizi sociali, che non possono limitarsi a gestire l’allontanamento, ma hanno il dovere di lavorare attivamente per il recupero del rapporto genitori–figli. Senza progetti, senza percorsi, senza tentativi reali di riavvicinamento, il sistema fallisce la propria funzione di tutela».
Il messaggio che emerge è chiaro e non lascia spazio a interpretazioni: la tutela del minore non coincide con l’allontanamento dalla famiglia; la protezione non è sinonimo di recisione dei legami; il giudice non può limitarsi a ratificare relazioni tecniche, ma deve governare il processo decisionale, assumendosene pienamente la responsabilità.
«Questa decisione – conclude l’avv. Miraglia – manda un messaggio chiaro a tutti gli operatori: basta automatismi, basta motivazioni di facciata, basta deleghe in bianco alle consulenze tecniche. Il diritto minorile non è un diritto dell’emergenza permanente, ma un diritto di responsabilità, proporzionalità e garanzie. È un segnale forte, nella direzione giusta».
Non si tratta solo di una cassazione con rinvio.
È una presa di posizione netta.
Ed è un avvertimento all’intero sistema.

