L’indiscreto

Presunti maltrattamenti L'avvocato Miraglia risponde a Flavio Amico

Non è certamente mia intenzione scendere in una disputa personale con il Sig. Flavio Amico, che tra l’altro non ho mai conosciuto.
Ma è opportuno precisare che sul mio conto ci sono solo cronache giornalistiche che lasciano il tempo che trovano e che, sopratutto, non trovano alcun riscontro nel mio casellario penale. È pacifico che, a sfatare ogni dubbio, sono pronto a renderlo pubblico in ogni momento.
Mi chiedo: il Sig. Flavio Amico è altrettanto pronto a pubblicare il suo casellario?
Al contrario di quest’ultimo, infatti, il sottoscritto non ha mai riportato alcun tipo di condanna né per calunnia né per altro qualsivoglia tipo di reato.
Per quanto riguarda l’asserita (mia) difesa legale ad un “pedofilo reggino”, mi preme ricordare al Sig. Amico che sono un avvocato, il cui dovere è quello di garantire la difesa tecnica a qualsiasi persona e che, in ogni modo, personalmente,quando assumo una difesa l febbrao a faccio con convinzione di innocenza del mio assistito,e comunque ho rinunciato al mandato ben prima che il mio assistito fosse raggiunto da una sentenza di condanna in primo grado.
 
E’ inoltre doveroso precisare al Sig. Flavio Amico che il sottoscritto non rappresenta e appartiene ad alcuna associazione, e tanto meno lo stesso vuole atteggiarsi a “paladino dei minori”, ma si limita, a rispondere al mandato conferito dai propri assistiti.
Ritengo a questo punto, che sia alquanto indicativo, rispetto alla veridicità di quanto pubblicato dalla Gazzetta di Parma, l’intervento del Sig. Amico, diretto principalmente a cercare di screditare la mia persona e la mia professionalità, oltre che a giustificare i fatti attribuitigli.

Fidenza – Gestisce una casa famiglia: accusato di maltrattamenti. E' un ex Br

Fidenza – Gestisce una casa famiglia: accusato di maltrattamenti. E’ un ex Br
Una comunità familiare che accoglie minori in difficoltà. Una «casa famiglia» dove bambini e adolescenti, allontanati da genitori giudicati inadeguati ad occuparsi di loro, dovrebbero ritrovare un ambiente sereno per ricostruire il loro equilibrio. Proprio in una di queste strutture, nata nel 2004 nella periferia di Fidenza, sarebbero avvenuti i fatti di cui è accusato Flavio Amico, che gestisce insieme alla moglie Margherita Fortisi la comunità legata all’associazione onlus «We are here – Noi siamo qui». Flavio Amico, nato a Caltanissetta nel ’55, è imputato dei reati di maltrattamento di minori e abuso di mezzi di correzione in un processo in corso nel Tribunale di Parma sede distaccata di Fidenza. La denuncia, sporta da un educatore che all’epoca dei fatti lavorava nella struttura fidentina, si riferisce a due episodi, uno avvenuto nel 2008 e uno nel 2009, ai danni di due ragazzi allora ospiti dalla comunità gestita dai coniugi Amico. Le prossima udienza del processo, la quarta, è prevista per venerdì prossimo. Nel frattempo Flavio Amico continua a gestire la comunità familiare a Fidenza e inoltre lavora come educatore anche nella comunità educativa per minori Cà degli Angeli di Tabiano, aperta nel 2009 e recentemente trasferita all’interno di una struttura di accoglienza più ampia, Casa Viburno, nata lo scorso anno sempre per mano dell’associazione «Noi siamo qui», di cui la moglie di Amico, Emanuela Fortisi, è presidente. Ma ora si aggiunge un’altra notizia inquietante sulla figura di Flavio Amico: un passato da brigatista. L’educatore di minori in difficoltà sarebbe infatti stato coinvolto nel sequestro Moro e per questo condannato a 18 anni di carcere per associazione sovversiva. Lo segnala in una lettera molto dettagliata (indirizzata, oltre che alla Gazzetta e al diretto interessato Flavio Amico, al Garante per l’infanzia, all’assessore regionale alle Politiche sociali, al presidente della Regione e al ministro Elsa Fornero) l’avvocato Francesco Miraglia, autore del libro sui diritti violati dell’infanzia «Mai più un bambino» e legale rappresentante dei genitori di un ragazzino ospitato nel 2010 nella comunità Cà degli Angeli di Tabiano. Nella lettera si afferma che «nel ’78 Flavio Amico era stato arrestato insieme ad altri esponenti delle Brigate Rosse in via Montenevoso 8, a Milano, nella cosiddetta “prigione del popolo”. Al momento dell’arresto Amico si dichiarava “combattente comunista” e, in un’altra occasione, “prigioniero di guerra”. Risulta inoltre che per il suo coinvolgimento nel sequestro Moro Flavio Amico, appartenente alla colonna «Walter Alasia», che si autodefiniva “irriducibile”, fu condannato a 18 anni di carcere per associazione sovversiva». «Dal ’78 al ’98 Flavio Amico risulta inoltre aver collezionato numerose condanne – continua la lettera – anche per reati contro la persona, e ora sta subendo un processo a Fidenza (Pr) dove figura imputato con l’accusa di maltrattamenti di minori». Dopo questa premessa, l’avvocato Miraglia si rivolge agli organi e agli enti preposti a vigilare sul buon funzionamento delle strutture di accoglienza per minori, dichiarando che «sia io che il mio assistito auspichiamo si tratti di un caso di omonimia. In caso contrario sarebbe gravissimo che un ex brigatista, oltre ad usufruire di fondi pubblici, si occupi, come educatore, di minori già provati da situazioni famigliari particolari». Anche durante la presentazione del suo libro al Senato della Repubblica il 31 gennaio scorso, Miraglia aveva citato la singolare vicenda della comunità come caso emblematico del cattivo funzionamento degli enti controllori. La richiesta di fare chiarezza su questa complessa vicenda è approdata dunque anche sul tavolo del dottor Luigi Fadiga, Garante per l’infanzia e l’adolescenza, organo istituito nel 2011 presso la Regione Emilia Romagna con il compito di individuare e attivare tutte le competenze che riguardano i minori e che devono garantirne i diritti. Ed è quello che il dottor Fadiga si appresta a fare, come ci ha confermato al telefono, con l’apertura di un fascicolo sul caso.

Agli antipodi dell’azzeccagarbugli

Modena 22 aprile 2011

C’è l’immagine folcloristica dell’avvocato callido, che offende la sua etica e la sua cultura. Chi parla dovrebbe possedere due doti: onestà e talento, raccomandava Catone il Vecchio al figlio. Sono le due qualità che danno vita a credibilità ed a reputazione. L’avvocato  che fa? READ MORE

Esperti di vita

“Gli esperti? Sono spesso i nemici dell’infanzia, nemici spesso inconsci poiché sono nemici di se stessi, e questo fin dalla prima gioventù”(Fernand Deligny)
“Mi hanno dato il sopranome di educatore selvaggio e libertario; in realtà non sono neanche un educatore pure avendo fatto finta di esserlo; non si è neanche un maestro per il solo fatto di essere stato nominato, d’altronde non sono mai stato un soldato neanche negli anni 1940 anche se mi avevano dato una divisa…Cosa sono? Dicono uno psicologo. Sono stanco di queste etichette, d’altronde come lo sono i bambini, non smetto mai di dare le dimissioni da queste funzioni che mi attribuiscono, dico che un bambino non viene qui per essere curato o essere educato ma semplicemente in vacanze. Certo non è facile sfuggire a queste funzioni che ti vengono attribuite.” (Fernand Deligny)
 
 
Essere esperto viene spesso identificato con un sapere tecnico e teorico, spesso molto specializzato,
vi sono gli esperti dei ‘disturbi pervasivi dello sviluppo’, quelli dell’autismo, quelli degli autistici ‘Asperger’ o con ‘la sindrome di Rett’; sanno esattamente cosa serve per ‘curare’ il bambino, sanno come programmare le sue giornate, sanno cosa devono fare i genitori, spiegano, spiegano, spiegano in continuazione ma ascoltano poco. Come dicevano Séguin, ‘il maestro degli idioti’ e Fernand Deligny, ‘l’educatore dei bambini pazzi’, guardano senza vedere e ascoltano senza comprendere. Da molto tempo nel mio percorso di ‘amico dell’umanità’, più che di esperto di non saprei dire cosa esattamente, mi chiedo come fare, cosa ha voluto dirmi quella persona o quel bambino. Non ho le certezze che hanno in tanti, ho delle idee, ho anche dei pregiudizi, ma vengono continuamente messi in discussione dalla pratica relazionale, dall’incontro con l’altro, dalle situazioni inedite, dall’incertezza del vivere e del funzionamento umano. Mi ha sempre colpito come spesso gli ‘esperti’ pretendono ad essere dalla parte della scienza che secondo loro fonda le loro teorie e le loro idee; teorie e idee che sono spesso ritenute indiscutibili (perché fondate scientificamente). Ma basta  una variabile, una eccezione, una nota fuori dal coro, un comportamento non inquadrabile; ed ecco che saltano tutti gli schemi scientifici, saltano le certezze tecniche, anzi i dogmi metodologici. E quando le cose diventano troppo complesse e non rientrano più negli ‘schemi di spiegazione scientifica’ si fa come Frankenstein; l’abbandono o la stigmatizzazione. Mi ha anche spesso colpito come  gli esperti sul piano scientifico e tecnico siano così inesperti nella vita quotidiana; certo non bisogna generalizzare ma è una costante che si riscontra in tante situazioni. L’incongruenza evidente tra l’essere esperto delle condotte umani e del loro funzionamento e poi profondamente inesperto nella propria vita di relazione. La domanda che viene subito in mente è come un inesperto della propria vita possa essere un esperto della vita degli altri, soprattutto, quando poi si tratta di vite particolari e fuori da quello che viene considerato ‘sano’ oppure ‘adeguato’. Fernand Deligny preferiva gli ‘esperti di vita’ agli ‘esperti della scienza medica, psichiatrica, psicologica e pedagogica’; ‘esperti di vita’ diventati amici dell’umanità, operai, artigiani, casalinghe, esperti diventati conoscitori intanto della propria umanità attraverso la propria esperienza di vita, e dell’umanità che ci accomuna tutti al di là del come siamo e dal dove veniamo.
Scriveva Deligny a questo proposito:
“Questi insufficienti sociali della vita docilmente rassegnati ad un impiego monotono, notoriamente  inefficace, cosa possono capire, con tutto il loro sapere scientifico, di quei bambini che hanno la spudoratezza di manifestare dei ‘disturbi del comportamento’? In realtà amano l’ordine, le relazioni scritte, per essere coperti, e anche i giudizi orali per essere informati. Non sanno quanta energia possa consumare e spendere un bambino”.
 
Per fare quello che dice Deligny bisognerebbe uscire dagli uffici, eliminare le scrivanie, non nascondersi dietro la scientificità delle griglie prefabbricate, non nascondersi dietro la somministrazione dei farmaci di cui spesso non si misura veramente gli effetti sulla vita del bambino, evitare di difendersi in continuazione solo perché si ha un titolo, un ruolo di potere istituzionale, una nomina che legittima anche i più grossi errori in nome della scienza. Gli esperti della scienza psichiatrica, psicologica e pedagogica tendono spesso a comportarsi come una ‘casta aristocratica’ che dà ordini e dice come devono e dovrebbero essere le cose; i ragazzi, che da molto tempo hanno capito come funziona la relazione, una relazione dove loro sono solo degli oggetti, ovviamente si ribellano, diventano testardi, non vogliono saperne nulla delle indicazioni degli esperti. I loro comportamenti, le loro condotte sono considerate come conferme dello sguardo scientifico che li giudica e li classifica perché devono essere adattarsi ed essere adattati. Poi non cambia se tutto ciò viene velato dalla retorica sull’integrazione o sull’inclusione; quello che conta è la natura, l’essenza stessa della relazione che viene a costruirsi tra questi piccoli ‘pazienti’, che spesso giustamente diventano impazienti, e gli esperti di varia natura: una relazione che assomiglia più ad un rapporto di dominio, ad un rapporto di tipo feudale tra padroni e servo. Ma vi è anche una aggravante. Alla differenza di quello che il filosofo Hegel chiamava la dialettica servo-padrone, che secondo lui implicava non solo la sottomissione del servo ma anche in qualche modo l’apprendimento del padrone, la relazione tra bambino ‘autistico’, con ‘disturbi pervasivi dello sviluppo’, o quello che volete voi, è si un rapporto di sottomissione del bambino ma di non apprendimento da parte dell’esperto che spesso non ascolta, poiché immerso nella certezza egocentrica e autoreferenziale del suo ‘sapere tecnico e teorico’, l’esperto in quanto esperto non apprende poiché che lo facesse dovrebbe confessare l’incertezza fondamentale del suo sapere. Come pensavano Séguin e Deligny sono profondamente convinto che il valore del cosiddetto esperto sta nell’essere veramente esperto di vita, intanto della propria vita, cioè capace dell’implicarsi autenticamente nella relazione con la persona, con il bambino che ha un suo linguaggio, un suo modo di essere, di saperlo ascoltare senza etichettare subito e giudicare, di saperlo osservarlo vedendo quello che sta dicendo il bambino, insomma un esperto di vita, della relazione umana che non inganna e non s’inganna, che sappia aprire la finestra del rischio e dell’incertezza dell’incontro. E non basta neanche richiamare i diritti astratti, quelli che riguardano i bambini autistici ed altri, per costruire una relazione autenticamente affettiva e emancipatrice sul piano umano. È il vecchio Rousseau che ci ha insegnato che la cosa più importante è il sentimento dell’eguaglianza cioè il sentire che l’altro sente come noi anche se lo fa in modo diverso e incomprensibile, questo sentire l’altro vuol dire ascoltare la pulsione dei suoi tempi, le vibrazioni della sua anima (so che è poco scientifico!), non  tanto la sua autoefficacia (poi rispetto a cosa?) ma piuttosto l’efficacia del suo stare bene con se stesso, del suo vivere la vita, il suo flusso nella relazione con un altro che sappia accogliere questa sua differenza. Ma per fare questo ci vuole intuizione, l’intuizione che è frutto dell’esperienza di vita, di chi ha imparato e impara continuamente a conoscere se stesso nel rapporto con l’altro. È quello che personalmente sento nel mio lavoro di educatore, nel mio ‘mestiere di uomo’; i ragazzi incontrati mi hanno insegnato tanto non sull’autismo o i ‘disturbi pervasivi dello sviluppo’; ma su me stesso e mi è spesso capitato d’invidiare alcuni di loro. Ho sempre avuto la sensazione che molti di loro avessero anche toccato delle verità umani che noi ‘normali ed ‘esperti’ non riusciamo neanche a sfiorare. Molti poi non si sforzano neanche poiché sono lì per spiegare, dire quello che bisogna fare, visto che hanno delle ‘certezze scientifiche’. Ricordo Mauro, diagnosticato con ‘ritardo mentale profondo’, andava spesso in giro ruttando e facendo di qua e di là qualche scoreggia, parlava poco, anzi nell’arco di una giornata diceva quattro parole. Era un ragazzone spesso vestito con la tuta blu; si sentiva operaio, un po’ come il suo babbo. Mauro capiva tutto con lo sguardo e i suoi movimenti che lo facevano dondolare dicevano tante cose. Quanto abbiamo riso insieme a crepa cuore; ammetto che era un intervento poco ‘scientifico’; quante volte vedendo partire Mauro mi dicevo dentro di me che aveva toccato una verità che non riuscivo a cogliere. Ma potrei parlare del ragazzino di 10 anni che avevo conosciuto durante un soggiorno con degli educatori e dei ragazzi di una gruppo appartamento; anche lui con ‘disturbi pervasivi dello sviluppo’. Si nascondeva sotto il tavolo, era il suo posto preferito, quando uscivamo per andare in spiaggia, aspettava che fossero usciti tutti poi strisciando per terra si affacciava. Michele non parlava, o meglio diceva tante cose pure essendo muto. Quante volte mi sono chiesto con quale diritto e in base a cosa noi dovevamo adattarlo, l’adattamento voluto dagli ‘esperti’ (che sono spesso degli agenti del sistema di controllo sociale) non corrisponde quasi mai ai bisogni veri e alla soggettività del bambino che non riesce ad esprimersi o ad essere riconosciuta. Ricordo che con Michele mi mettevo a cantare delle canzoni popolari in francese e mi accorgevo che mi osservava, rimaneva come sorpreso perché era un suono diverso che veniva da un altrove, quell’altrove che conoscono bene i bambini chiamati autistici perché un altrove che noi ‘normali’ o ‘esperti’ non capiamo perché non riusciamo più ad ascoltarci.
A Michele piaceva strappare in continuazione l’erba e a dondolarsi davanti al movimento del mare; in quei momenti ‘anormali’ sinceramente devo confessare che mi sembrava dire cose importanti e profonde e che si trovava nel suo elemento; allora perché volerlo ‘normalizzare’? Ecco le domande che mi facevo, che continuo a farmi. Domande che spesso non trovano risposte, domande della vita che è cosa complicata. So che sono in tanti ad avere delle risposte, beati loro, io devo confessare la mia grande ignoranza ma anche la mia grande curiosità fatta soprattutto di domande. Sappiamo che è spesso il comportamento dell’esperto che determina i comportamenti del bambino; diceva Deligny: “Se tu giochi al poliziotto loro faranno i banditi, se giochi al buon Dio, faranno i Diavoli. Se giochi alla guardia carceraria, giocheranno a fare i detenuti. Se giochi a fare il medico, faranno i malati. Ma se tu sei te stesso, saranno in grande imbarazzo”.
Ecco essere stesso, imparare ad essere vero, autentico nella relazione; è la cosa che crea le condizioni del contatto, del possibile incontro e della possibilità di vivere una esperienza comune dove tutti imparano qualcosa. Ma è difficile che gli ‘esperti’ si pongano così; hanno troppa paura di perdere i loro ‘saperi’ che sono spesso strumenti di potere e di difesa. Spesso sento parlare di autoefficacia e di competenze; ma cosa vuol dire esattamente? L’efficace è sempre rispetto a qualche cosa e nella parola competenza vi è una dimensione del competere che lascia perplesso. Deligny, e devo confessare io come lui, preferisce il ‘vagabondaggio efficace’; l’incognita dell’incontro, del cammino imprevisto, della scoperta non preventivata. Ma sono anche i genitori di quei ragazzi che vanno ascoltati; come andrebbero ascoltati i genitori in generale che, oggi, si sentono molto soli. Soli perché non basta l’incontro con ‘l’esperto’ che definisce, classifica e dall’altezza delle sue certezze scientifiche decide cosa bisogna fare e quale trattamento seguire. Il rapporto è sempre quello della relazione servo-padrone, della non esistenza di uno spazio di cittadinanza autentico per chi vive quella situazione. Invece i genitori, nel bene e nel male, sono degli esperti di vita perché vivono con i figli, li sentono, li osservano. Questo materiale vivo, esperienziale non è contemplato dagli ‘esperti’ che ascoltano poco e non prendono in considerazione che il punto di vista dei genitori possa essere un punto di vista che conosce e può offrire delle indicazione di comprensione.
 Ecco quello che dichiara Barbara Donville, psicologa francese e  mamma di un ragazzo autistico:
“Sono qui a parlare oggi come madre di un figlio autistico; sono qui per spiegarvi cosa è successo il giorno in cui ho deciso di non affidarlo più alla medicina e alla psichiatria; volevo io provare a fare qualcosa. Questa idea mi era anche venuta leggendo le testimonianze di genitori americani come Barry e Suzy Kaufmann, che seppero trovare delle risposte con il loro figlio autistico, molto più grave di Romain; mi sono semplicemente detta: ‘se altri genitori hanno provato, perché non dovrei farlo io’. Non mi ponevo la questione se fosse possibile ‘sconfiggere’ l’autismo ma come aiutare mio figlio. Quando ho preso la decisione di lavorare direttamente con mio figlio fuori dagli schemi medico-psichiatrici tradizionali, mi sono resa conto che la prima cosa che dovevo fare era di lavorare su me stessa. Ho passato mesi e ore a scovare dentro di me tutto ciò che mi faceva ostacolo, tutto ciò che mi era insopportabile, che bisognava tuttavia sapere nominare e raccontare, questo per rendere tutto ciò positivo. Quando ho iniziato a lavorare direttamente con lui, era un lutto di ogni giorno, sconfitte continue, fallimenti permanenti, lutto di ogni attesa, lutto di ogni aspettativa, lutto di ogni risultato e anche lutto di ogni possibilità di giudicare quello che accadeva. Quando si è di fronte all’autismo, nelle sue diverse forme, si è di fronte ad una assenza. Qui non si tratta di ri-educare ma di educare… Con lui provavo come Pollicino che seminava le sue briciole senza sapere se avrei trovato una casa, la mia casa, la nostra casa, ma d’altronde non v’era altra via che proporre delle piccole porzioni, dei piccoli passi impercettibili per far sì che mio figlio si avvicinasse a me.”
 
Il materiale emotivo, affettivo di una madre che osserva il figlio con i suoi occhi di madre, e non con quelli del neuropsichiatra di turno, è estremamente importante poiché le madri, per la loro condizione materna, vedono cose che non possono e non vedranno mai gli esperti. Ma questi dovrebbero riconoscerlo, e questo è faticoso poiché bisognerebbe confessare l’inconfessabile: la fragilità e l’incertezza del proprio sapere. Le madri ma anche i padri hanno un sapere intuitivo accumulato attraverso l’esperienza di relazione con il figlio o la figlia; ma questa facoltà non viene presa in considerazione dal sapere ‘scientifico’ degli esperti. I genitori si ritrovano tra gli specialisti della diagnosi che sono perentori nel dare loro informazioni sui loro figli, ‘esperti di un sapere scientifico’ e non ‘esperti di vita’, e i ‘chimici dello spirito’ e ‘i meccanici del comportamento’: spesso i genitori che vivono la sofferenza del vissuto si sentono come in balia alle onde e si aggrappano agli ‘esperti’ che poi li lasciano quando i problemi aumentano e diventano sempre più complessi con la crescita. I genitori sono spesso combattuti tra le loro intuizioni, questo sapere pratico, esperienziale che li viene dalla loro condizione genitoriale e le indicazioni tecniche degli ‘esperti’ della salute e del comportamento. Dobbiamo anche confessare come operatore della pratica umana, come ‘amico dell’umanità’ e ‘esperto di vita’, che si vedono spesso anche educatori che finiscono per scimmiottare gli esperti dei ‘saperi forti’; un po’ come i genitori smettono di fare funzionare le loro facoltà intuitive prodotte dall’esperienza di relazione; finiscono per omologarsi ai ‘protocolli preconfezionati’ dagli ‘esperti della scienza medica, psicologica e psichiatrica’. Sempre il nostro Deligny notava in proposito:
“Educatori? Ma chi siete? Cosa siete? Formati, come si dice, negli stages nazionali ed internazionali, istruiti senza nessuna preoccupazione preliminare se avete in pancia un minimo di intuizione, d’immaginazione creatrice e di simpatia verso l’uomo, imbevuti di un vocabolario medico-scientifico e di tecniche appena abbozzate, vi gettano come degli esseri infantili usciti dalla condizione  borghese, ancora rinchiusi dentro di voi, in piena miseria umana. Più o meno piccoli burattini di qua, piccoli coristi di là, test, griglie, statistiche, congressi, relazioni ‘scientifiche’ tessono un velo che nasconde la condizione sociale vera dell’infanzia ‘disadattata’ che crepa nelle vostre istituzioni e nei vostri luoghi esperti pieni di disumanità”.

I Camparini dimenticati da tutti

Modena, 30 novembre 2010  
 
Dopo 4 mesi, 120 giorni e 120 notti da quel famoso 29 luglio in cui a Massimiliano e Gilda Camparini fu sottratta dai Tribunali e da una giustizia con la “g” minuscola, la piccola Anna Giulia di 5 anni, soltanto oggi viene riesaminata la loro posizione.
Dimenticati da tutte le istituzioni e in particolar modo dal Ministro della Famiglia Giovanardi e da quello della Giustizia Alfano che avevano garantito di interessarsi al caso, papà Massimiliano e mamma Gilda sono tutt’ora detenuti in carcere, separati, allo stesso modo di delinquenti incalliti che invece riescono ad ottenere arresti domiciliari o comunque provvedimenti difficili da spiegare.
Tanto è vero, che perfino gli altri detenuti, i sorveglianti, gli operatori dei due carceri li trattano come ospiti/visitatori.
Per i Giudici di Massa i due genitori, che si sono riappropriati della propria figlia, incapaci di accettare provvedimenti di un Tribunale per i Minorenni e di consulenti/psicologi del Tribunale per i Minorenni scelti per dare un esempio punitivo e rapire la propria figlia, sono dei sequestratori, dei violentatori delle suore a cui ora è affidata Anna Giulia.
Ridicole  e di nessuna validità giuridica le motivazioni del GIP di Massa che ha addirittura sostenuto la tesi del sequestro di persona.
Per tutto questo tempo l’importante era fare diventare invisibile questa piccola famiglia; nascosti in carcere i due genitori, sequestrata dai Giudici e riaffidata allo stesso personale, agli stessi dirigenti, nello stesso posto la bambina,
senza sostegno psicologico da 2 anni, una tutrice matrigna, le sorellastre religiose con compiti educativi e vice genitori sono riusciti a martellare psicologicamente Giulia fino a farle dimenticare di avere una sua famiglia con tanto di mamma e papà, nonni materni e paterni.
La CTU del Tribunale che avrebbe dovuto risolvere tutto in tre mesi, da 9 mesi è riuscita nell’intento di non fare mai incontrare anche solo per esaminarli e valutarli, la bambina e i genitori.
A contatto diretto,  con i Giudici del Tribunale per i Minorenni, la CTU è stata contestata, più volte segnalata al Presidente del Tribunale per i Minorenni per gli eventuali pregiudizi sui genitori di Anna Giulia ed per gli errori procedurali.
Dopo 9 mesi , ai consulenti di parte il Tribunale non ha mai risposto.
Questa mattina al Tribunale Ordinario in funzione Collegiale Massimiliano e Gilda Camparini per poche ore ora tornano ad essere visibili, sperano ancora che la scritta alle spalle dei Giudici “La legge è uguale per tutti” valga anche per loro.
Purtroppo la loro condizione sociale, il mercato dell’assistenza attraverso  centri di aiuto non meglio definiti, un personale Armata Brancaleone che non tiene minimamente conto dei diritti dei bambini, fanno si che questi genitori e questa bambina non facciano notizia.
Quanto prima questa famiglia deve ritornare ad essere  visibile.
L’accuse del legale dei genitori che rapirono la figlia a Marina di Massa

 
«I Camparini dimenticati da tutti»

 MASSA. Sono passati 4 mesi dal 29 luglio, giorno in cui a Massimiliano e Gilda Camparini fu sottratta dai tribunali la figlia di 5 anni. Questa mattina, dopo 120 giorni di carcere, inizia il processo. Le accuse nei confronti dei due genitori sono davvero pesanti. Il loro avvocato, Francesco Miraglia, è pronto a dare battaglia in aula. «Non è stato un rapimento», dice il legale.  Massimiliano Camparini, 40 anni, e Gilda Fontana, 45 anni, al giudice per le indagini preliminari Giuseppe Laghezza hanno già raccontato tutta la loro disperazione, motivando così il gesto disperato di portare via la figlia Anna Giulia dalla casa famiglia gestita dalle suore.  Agli inquirenti la coppia – protagonista una settimana fa di un appello a Chi l’ha visto? – ha mostrato anche cinque fotografie scattate subito dopo aver preso la bambina: si vede la piccola che sorride ed è felice di stare con i genitori. L’avvocato Miraglia aveva chiesto, proprio per questi scatti, che il reato contestato passasse da sequestro di persona a sottrazione di minore. Invece non c’è stato nulla da fare e moglie e marito sono rimasti in cella. Lui a Massa e lei a Livorno. Secondo l’avvocato, nella vicenda manca uno dei presupposti del sequestro di persona, cioè la privazione della libertà personale. E su questa linea continuerà a difendere i suoi assistiti. Oggi potrebbe anche chiedere al tribunale di ascoltare la piccola. Intanto va giù pesante contro mil sistema giudizioario italiano: «Sono stati dimenticati da tutte le istituzioni e in particolar modo dal ministro della Famiglia Giovanardi e da quello della giustizia Alfano che avevano garantito di interessarsi al caso. Papà Massimiliano e mamma Gilda sono tutt’ora detenuti in carcere, separati, mentre delinquenti incalliti che invece riescono a ottenere arresti domiciliari o comunque provvedimenti difficili da spiegare».  Miraglia rivela un aspetto della loro vita da reclusi: «Perfino gli altri detenuti, i sorveglianti, gli operatori dei due carceri li trattano come ospiti. Per i giudici di Massa i due genitori, che si sono riappropriati della propria figlia, incapaci di accettare provvedimenti di un Tribunale per i Minorenni e di consulenti del tribunale per i Minorenni scelti per dare un esempio punitivo e rapire la propria figlia, sono dei sequestratori, dei molestatori delle suore a cui ora è affidata la bimba». Infine Miraglia se la prende con il gip: «Di nessuna validità le motivazioni dove si sostiene la tesi del sequestro di persona. Per tutto questo tempo l’importante era fare diventare invisibile questa piccola famiglia; nascosti in carcere i due genitori, sequestrata dai giudici e riaffidata allo stesso personale, agli stessi dirigenti, nello stesso posto la bambina, senza sostegno psicologico da due».  È un processo delicato. Come detto sette giorni fa la mamma di Massimiliano è andata a Raitre, alla trasmissione della Sciarelli, per accendere i riflettori su una vicenda che dopo aver conquistato le cronache nazionali è finita nel dim enticatoio. I genitori della piccola hanno alle spalle una vita difficile ma chiedono di poter avere un’altra possibilità. «Non hanno fatto nulla – ha detto la donna davanti alle telecamere di Chi l’ha visto? – con la loro bimba hanno passato una bella vacanza dopo tanto tempo che non si vedevano. Adesso hanno bisogno di aiuto». Intanto questa attina parte il processo per rapimento.

 

Prelevano figlia: Giovanardi, governo non incide sui giudici

                                                                                                                      
(v.”prelevano figlia:legale genitori…” delle 14.07 circa)
(ANSA) – Bologna, 28 SET – L’avvocato Miraglia “forse dovrebbe avere il senso della separazione dei poteri che c’è in Italia. Non è che chi fa parte del Governo può incidere sulle decisioni della magistratura”. Così il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alla Famiglia, Carlo Giovanardi, ha replicato, a margine di un convegno a Bologna, al legale dei genitori della piccola che lo ha accusato di essersi trincerato nel silenzio, sulla vicenda. I coniugi, tra l’altro, per Giovanardi “hanno commesso un reato e c’è stata la sottrazione del minori. Davanti all’appello mio di restituirlo, non l’hanno restituito. E questo sicuramente non ha migliorato la loro situazione”. Il sottosegretario  ha ricordato l’appello fatto a suo tempo . “ma i genitori hanno tenuto la figlia – ha insistito – finchè non li hanno arrestati”. Così facendo, “si sono messi in una situazione di totale e assoluta conflittualità”.questo tipo di atteggiamento, come ho spiegato fin dall’inizio non avrebbe aiutato la loro situazione”. (ANSA).
 
Con molto stupore ho preso atto della risposta del sottosegretario  alla presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi, al mio appello.
Forse l’ Onorevole Giovanardi, alla stregua   dello smemorato di Collegno, poco ricorda della vicenda della piccola Anna Giulia, che solo da poco ha compiuto 5 anni e da più di due anni è “sequestrata” dal Tribunale per i Minorenni di Bologna.
Il sottosegretario ben dovrebbe sapere che la piccola Anna Giulia si trova in un orfanotrofio,portata via dai suoi genitori per un presunto e mai accertato problema di tossicodipendenza.
Nessuno si è mai sentito in dovere di spiegarle cosa sta succedendo!
 Eppure il sottosegretario parla di separazione di poteri!
Allora chiedo direttamente e pubblicamente all’Onorevole Giovanardi: oltre a proporre il test  antidroga per i presentatori della televisione, a quali vicende si deve interessare un sottosegretario alla famiglia?
Questo avvocato ha chiesto l’intervento del governo nei confronti di un Tribunale per i minorenni che fa acqua da tutte le parti. Ha chiesto l’intervento del Governo per tutelare una bambina di 5 anni! Eppure un sottosegretario con delega alla famiglia sostiene che non è compito suo occuparsi dell’infanzia.
Lo stesso Giovanardi di fatto si  allinea a quei giudici che mantengono in carcere due genitori le cui azioni sono state dettate unicamente dall’amore.
In un paese dove sindaci, vescovi, sottosegretari, ministri, assessori, e giudici stessi si riempiono la bocca di tutela dell’infanzia, è inammissibile che quanto sta succedendo alla piccola Anna Giulia  non interessi a nessuno.
Fa specie che un sottosegretario con la delega alla tutela della famiglia intervenga sostenendo che il governo nulla ha a che vedere con la stessa tutela, attribuendo la responsabilità ai genitori per non aver ascoltato il suo appello di restituire la piccola.
Spero che il sottosegretario ancora una volta non si trinceri dietro al silenzio ma ci spieghi di che cosa deve occuparsi e soprattutto come poter intervenire a favore di Anna Giulia. ( F.M.)

AL MINISTRO DEGLI AFFARI SOCIALI

 

INTERROGAZIONE A RISPOSTA ORALE

 

 

AL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA
AL MINISTRO DEGLI AFFARI SOCIALI
 
Premesso che:
 nel comune di Castelfranco, in provincia di Modena, si è verificata una vicenda molto delicata, che vede coinvolta una bambina di solo 6 anni,  nella quale sono indagate le assistenti sociali del Comune, unitamente  ad una psicologa e al referente dell’Istituzione per i servizi sociali;
la storia tragica di questa minore è iniziata quando i servizi sociali hanno deciso di sottrarla alle cure della madre, la signora Francesca Famigli, che da oltre un anno lotta, anche pubblicamente, contro i servizi sociali per riavere la propria figlia;
la madre, che nei mesi scorsi aveva riscontrato uno stato di salute non ottimale nella bambina, in particolar modo legato ad arrossamenti e bruciori nelle parti intime, dopo che la stessa aveva dovuto insistere perché le assistenti sociali si facessero carico degli accertamenti approfonditi del caso e dopo che l’avvocato che la assiste aveva verificato come le stesse assistenti non si erano rivolte, come di dovere per la loro carica, al tribunale di Bologna per segnalare anche solo vaghi sospetti relativi alla buona condizione della bimba, oggi affidata alle cure del padre, ha depositato una circostanziata querela;
il procuratore aggiunto del Tribunale di Bologna, dottoressa Lucia Musti, ha aperto un fascicolo sulla vicenda e al momento risultano iscritti nel registro degli indagati  le assistenti sociali dell’area minori del Comune di Castelfranco, la psicologa dei servizi sociali  e i responsabili che, parallelamente ai servizi si occupano di sociale;
le indagini riguardano tutti i responsabili dei servizi cui la bambina è affidata, con capi d’accusa importanti come omessa denuncia, abuso d’ufficio, violenza privata, lesioni perosnali anche se ognuno dovrà rispondere per il ruolo che effettivamente ricopre;
al di là del grave episodio la vicenda di Francesca Famigli è particolarmente complessa e procede, anche giudizialmente, dal 2004, prendendo origine dalla separazione e dai dissidi tra il padre e la madre della bambina;
va ricordato che la signora Famigli, che può vedere sua figlia solo una volta alla settimana, non è stata mai accusata di violenza o di abusi di nessun genere sulla minore e che, nonostante questo, la bambina le è stata sottratta e attualmente è stata affidata al padre;
sembrerebbe che la situazione della bambina sia molto grave, e dai dati esposti emerge una urgenza di verificare lo stato attuale dell’affidamento e rivedere tramite apposita consulenza tecnica di ufficio del tribunale dei minorenni lo stato di salute psicologica della bambina e la capacità genitoriale della madre al fine di valutare nei tempi minori possibili l’effettivo reintegro della stessa nell’accudimento della figlia;
quanto riportato impone una riflessione su come spesso gli assistenti sociali, coadiuvati da psicologi e psichiatri, non solo non siano in grado di risolvere i problemi della famiglia, ma contribuiscano a crearli loro stessi con il loro comportamento;
in aggiunta, nella vicenda appare inopportuno l’intervento del Sindaco di Castelfranco che, pur dichiarando “di non conoscere nel merito la vicenda”,  ha espresso solidarietà agli stessi operatori dei servizi sociali, dimenticando il suo ruolo istituzionale e il coinvolgimento di un minore che, in quanto soggetto più debole, ha il compito di difendere e tutelare visto il suo ruolo istituzionale;
 
per sapere:
 
se i Ministri conoscano il fatto descritto in premessa e non ritengano che, più in generale,  il dolore e il danno morale causato ai genitori e ai bambini sia irreparabile;
quali strumenti ritengano utili ad incidere sulla drammatica situazione esistente, posto che la normativa consente che ad una famiglia qualsiasi possono essere sottratti i figli, tramite una decisione del tribunale dei minori spesso adottata sulla base di perizie scritte da psicologi, assistenti e psichiatri che valutano l’operato dei genitori in modo del tutto unilaterale, secondo opinioni che spesso sembrano completamente destituite di ogni fondamento e determinate da puro arbitrio;
se non ritengano, come confermato da molti casi di cronaca, che tali strutture sia assolutamente lontane dai bisogni della gente e vadano riformate;
se non ritengano che sia drammaticamente alto il numero dei bambini sottratti alle famiglie, oggi quasi 35 mila in Italia, anche se il numero non è definitivo.
 
On. Carolina Lussana
On. Massimo Polledri