Minori

Un abbraccio ai figli e poche parole d’amore: una madre finisce in carcere.

 

Condannata per aver abbracciato i figli incontrati per caso e per aver cercato di rivederli davanti alla loro scuola. L’Avvocato Miraglia: «Chiediamo l’intervento del Presidente Mattarella. Una madre non può finire in carcere per aver manifestato il proprio amore».

 Roma, 29 luglio 2026. Nelle prossime ore una madre sarà condotta in carcere per scontare una condanna a un anno e nove mesi di reclusione per i reati di stalking e tentato sottrazione di minorenni. Una vicenda che trae origine da quattro episodi avvenuti nell’arco di circa due anni, tutti riconducibili al tentativo della donna di rivedere i propri figli, dichiarati adottabili e successivamente adottati da un’altra famiglia.

L’ordine di esecuzione della pena è stato emesso e non è stato sospeso. Una prospettiva che suscita profondo sdegno e apre interrogativi destinati ad andare ben oltre il singolo caso giudiziario: può davvero una madre essere privata della libertà personale per avere cercato di mantenere vivo, seppur da lontano, un legame affettivo con i propri figli? Può l’amore di una madre, manifestato senza violenza e senza aggressività, essere equiparato a una condotta tale da giustificare il carcere?

Secondo la ricostruzione processuale, il primo episodio avvenne del tutto casualmente nel centro di Roma. La donna si imbatté nei propri figli, che la riconobbero immediatamente, e tra madre e bambini vi fu un abbraccio spontaneo. Fu la famiglia adottiva a richiedere l’intervento dei Carabinieri. Successivamente, in altre occasioni, la madre si limitò a recarsi nei pressi della scuola frequentata dai figli con il solo intento di poterli vedere da lontano. In due circostanze riuscì soltanto a rivolgere loro poche parole, dicendo quanto continuasse a voler loro bene. Da questi episodi è scaturita la condanna che oggi potrebbe condurla in carcere.

Ma è un’altra circostanza a rendere questa vicenda ancora più controversa. Il Tribunale per i Minorenni di Roma ha dichiarato adottabili i due bambini recependo le conclusioni della consulenza tecnica d’ufficio, che aveva ritenuto i genitori gravemente inadeguati sotto il profilo delle capacità genitoriali. Tuttavia, gli stessi genitori hanno continuato a crescere la loro terza figlia, oggi di sei anni, senza che nei suoi confronti sia mai stato aperto alcun procedimento di adottabilità né disposto alcun allontanamento. Gli atti richiamati nel ricorso contro la dichiarazione di adottabilità evidenziano inoltre che la bambina vive con i genitori, è seguita dai servizi territoriali e viene descritta come ben curata e in buone condizioni di salute.

«È questa la domanda alla quale qualcuno dovrà prima o poi rispondere – dichiara l’Avvocato Francesco Miraglia –: come possono gli stessi genitori essere stati ritenuti definitivamente incapaci di crescere due figli e, allo stesso tempo, essere considerati pienamente idonei a crescere una terza figlia? Se la loro inidoneità era davvero irreversibile, perché non è mai stato aperto alcun procedimento anche nei confronti della figlia più piccola? Se, invece, quella capacità genitoriale esisteva, allora è doveroso interrogarsi sulla correttezza delle valutazioni che hanno portato alla dichiarazione di adottabilità.»

«Sono profondamente indignato – prosegue Miraglia – perché questa madre  entrerà in carcere non per avere aggredito, minacciato o perseguitato i propri figli, ma per averli abbracciati dopo un incontro del tutto casuale e per avere successivamente cercato di rivederli da lontano davanti alla loro scuola. Una madre può davvero essere considerata colpevole di essere madre? Può essere considerata colpevole di continuare ad amare i propri figli? Sono domande che ogni cittadino dovrebbe porsi.»

«Lo affermo con la serenità di chi, già nel 2001, sosteneva la necessità di introdurre nel nostro ordinamento il reato di stalking quale fondamentale strumento di tutela delle vittime di autentiche condotte persecutorie. Continuo a ritenere quella scelta giusta e necessaria. Proprio per questo, però, ritengo che ogni vicenda debba essere valutata nella sua concreta specificità. Il diritto non può rinunciare alla proporzionalità e all’umanità. Applicare la legge significa anche comprendere il contesto nel quale i fatti si verificano.»

C’è poi un altro dato che non può essere ignorato: questa è una famiglia Sinti. Non voglio dire che questo abbia influito sulle decisioni, ma una domanda viene spontanea: siamo sicuri che tutti i cittadini vengano giudicati sempre con gli stessi criteri?

«Per questo – conclude l’Avvocato Miraglia – chiediamo l’intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella affinché questa vicenda venga attentamente valutata. Qui non è in discussione soltanto il destino di una madre. È in discussione la capacità del nostro ordinamento di distinguere una vera condotta persecutoria dall’estremo e disperato tentativo di una madre di non recidere per sempre il legame con i propri figli. Se una madre può finire in carcere per un abbraccio e per avere cercato di vedere da lontano i propri figli, allora questa vicenda merita una riflessione profonda da parte delle istituzioni e dell’intera opinione pubblica.»

 

 

“Non le hanno detto che la bisnonna era morta: per i servizi sociali questo basterebbe a togliere una bimba alla sua famiglia”

Audio shock e denuncia contro comunità e assistenti sociali: genitori e nonni accusano relazioni distorte e pressioni psicologiche

 

LA SPEZIA (6 Maggio 2026). Una bambina di appena tre anni, collocata sin dalla nascita in comunità su disposizione del Tribunale per i Minorenni di Genova, rischia oggi di essere trasferita presso un’altra famiglia sulla base di relazioni che i genitori e i nonni definiscono gravemente distorte, parziali e non aderenti alla realtà.

La minore vive attualmente all’interno della comunità insieme alla madre, ma anche questa permanenza sarebbe oggi in discussione. Secondo quanto riferito dalla famiglia, infatti, la struttura avrebbe chiesto le dimissioni della madre dopo che quest’ultima avrebbe iniziato a contestare apertamente il comportamento degli operatori, le modalità con cui venivano gestiti i rapporti con la figlia e le ricostruzioni contenute nelle relazioni inviate al Tribunale. Una presa di posizione che, secondo i parenti e la difesa, avrebbe ulteriormente aggravato il clima di tensione all’interno della struttura.

Per questo motivo, i genitori della minore e i nonni paterni hanno presentato una formale denuncia-querela alla Procura della Repubblica della Spezia contro psicologi, assistenti sociali e operatori della comunità, ipotizzando i reati di falso ideologico in atto pubblico ex artt. 479 e 481 c.p., violenza privata ex art. 610 c.p. e omissione di atti d’ufficio ex art. 328 c.p.

Secondo quanto emerge dalla denuncia, il cuore della vicenda sarebbe rappresentato dalla clamorosa difformità tra le relazioni depositate agli atti del Tribunale e il contenuto reale dei colloqui registrati tra gli operatori e la famiglia. Le registrazioni audio integrali, trascritte all’interno della consulenza tecnica di parte, mostrerebbero infatti conversazioni riportate in modo selettivo e parziale, con omissioni delle contestazioni dei familiari e una sistematica enfatizzazione degli aspetti negativi, ignorando invece gli elementi favorevoli emersi durante gli incontri protetti.

Secondo la denuncia, le stesse schede osservative descriverebbero una bambina serena, affettuosa e profondamente legata al padre e ai nonni, con continui momenti di gioco, abbracci, ricerca del contatto fisico e relazioni positive, dati che tuttavia sarebbero stati ridimensionati o omessi nelle relazioni conclusive trasmesse al Tribunale.

Particolarmente grave, secondo i familiari, sarebbe quanto emerso nel corso dell’ultima udienza davanti al Tribunale per i Minorenni, durante la quale gli assistenti sociali avrebbero ribadito la presunta incapacità genitoriale e l’inadeguatezza anche dei nonni paterni – che in subordine avevano chiesto l’affidamento della minore – sostenendo che tali carenze deriverebbero dal fatto che, dopo la morte della bisnonna paterna, i familiari non avrebbero detto immediatamente la verità alla bambina di tre anni, spiegandole invece che la donna fosse “in vacanza”.

Secondo quanto riferito dai familiari, un ulteriore elemento valorizzato negativamente dai servizi sociali sarebbe stato il fatto che, durante le festività pasquali, la bambina abbia trascorso   un breve tempo con l’altra bisnonna senza che il servizio avesse dato l’autorizzazione. Circostanza che, secondo la famiglia e la difesa, dimostrerebbe il livello ormai estremo e ideologico delle contestazioni mosse contro il nucleo familiare, arrivando a trasformare normali dinamiche affettive e relazionali in presunti indicatori di inadeguatezza.

Nella denuncia vengono inoltre riportate pesanti contestazioni sulle condizioni della comunità dove la bambina vive con la madre. I familiari descrivono un clima fortemente conflittuale e intimidatorio, caratterizzato – a loro dire – da atteggiamenti aggressivi da parte di alcuni operatori, scarsa cura degli ambienti, problemi igienici e modalità relazionali giudicate non compatibili con il benessere di minori molto piccoli.

Secondo la querela, le pressioni esercitate sulla madre sarebbero arrivate persino a interferire con la libertà difensiva della donna. Le registrazioni riportano infatti frasi rivolte dagli operatori alla madre come: “Hai capito che devi cambiare avvocato?” oppure “Se tu ti presenti con l’avvocato del padre risultate coppia”. Circostanze che la denuncia considera estremamente gravi perché idonee a condizionare le scelte personali e processuali della donna.

I familiari, assistiti dall’Avv. Francesco Miraglia, chiedono ora che la Procura e il Tribunale verifichino integralmente la corrispondenza tra quanto realmente avvenuto durante gli incontri e quanto successivamente trascritto nelle relazioni ufficiali, contestando inoltre la richiesta di collocamento della bambina presso un altro nucleo familiare.

«I tribunali – dichiara l’Avv. Francesco Miraglia – non dovrebbero fidarsi ciecamente dei servizi sociali, che troppo spesso dimostrano di non essere né obiettivi né trasparenti. Da anni chiedo che venga finalmente istituito un sistema capace di controllare chi esercita un potere così invasivo sulla vita delle famiglie. Quando relazioni incomplete o distorte finiscono per determinare l’allontanamento di una bambina dalla propria famiglia biologica, non siamo più davanti a semplici errori tecnici: siamo davanti a un problema enorme di responsabilità istituzionale. In questa vicenda stiamo parlando del futuro di una bambina di tre anni e della possibilità concreta che cresca lontana dai propri genitori e dai propri nonni sulla base di una rappresentazione dei fatti che la famiglia sostiene essere falsa e manipolata»

Separata dai figli per la lingua che parla: nove mesi di silenzio senza alcun provvedimento del giudice

(PIACENZA, 3 aprile 2026). Il Tribunale ordinario di Piacenza è stato più volte chiamato a intervenire con urgenza su una vicenda che solleva profondi interrogativi circa il confine tra il ruolo dei Servizi sociali e la riserva di giurisdizione in materia di affido dei minori. Una donna di origine russa, assistita dall’avvocato Miraglia, ha presentato istanza  per “denunciare “l’interruzione totale dei rapporti con i suoi due figli adolescenti: situazione che si protrae dall’agosto del 2025 non per disposizione di un magistrato, ma per una decisione unilaterale degli operatori sociali. La vicenda ha inizio nel 2019, quando il Tribunale ha disposto l’affidamento esclusivo al padre, ma da allora la madre non ha mai smesso di lottare per mantenere un legame significativo con i ragazzi, dichiarandosi sempre disponibile a seguire le prescrizioni e le modalità di incontro stabilite dalle autorità.

Nonostante la costante volontà di collaborazione, la relazione tra la madre e i figli è stata progressivamente ridotta a incontri protetti, una misura che per legge dovrebbe avere natura temporanea e finalizzata al recupero del rapporto genitoriale. Al contrario, per oltre cinque anni, questa condizione di estremo controllo si è trasformata in una realtà permanente, dove ogni gesto, parola o merenda preparata dalla donna è finita sotto la lente d’ingrandimento critica degli educatori. Sono state mosse contestazioni che appaiono del tutto marginali rispetto alla capacità genitoriale, come l’uso della lingua russa durante i colloqui o la scelta di cibi tradizionali.

«Si dimentica però che l’uso della lingua materna – dichiara l’avvocato Miraglia – e la condivisione delle radici culturali rappresentano un diritto identitario per i minori, che possiedono la doppia cittadinanza e che fino a pochi anni fa frequentavano regolarmente il paese d’origine della famiglia materna».

Il punto di rottura più grave si è verificato l’11 agosto dell’anno scorso, quando i Servizi sociali hanno deciso di sospendere ogni tipo di contatto, inclusi quelli telefonici, a seguito di alcuni messaggi scambiati tra la madre e uno dei figli. Tale sospensione, durata oltre sette mesi, è avvenuta in totale autonomia gestionale, senza che alcun decreto del Tribunale avesse mai autorizzato una misura così drastica e lesiva dei diritti fondamentali.

«Si tratta di un provvedimento discriminatorio – prosegue l’avvocato Miraglia – che non tiene conto del diritto di una madre a mantenere con i figli le tradizioni e la lingua del proprio paese di origine. Un’azione scaturita più da contrasti personali con gli operatori che da un reale pregiudizio per il benessere dei due ragazzi e che viola apertamente i principi della Riforma Cartabia, la quale stabilisce chiaramente che le decisioni incidenti sulla libertà e sulle relazioni familiari devono essere assunte esclusivamente dall’autorità giudiziaria».

La donna oggi chiede, con forza, il ripristino immediato del legame con i propri figli, un legame che non è solo giuridico ma profondamente umano, identitario, essenziale. Denuncia una situazione che ha progressivamente snaturato il ruolo dei Servizi sociali, da strumenti di sostegno alla genitorialità a soggetti di fatto decisori, investiti di un potere che non trova alcuna legittimazione nell’ordinamento.

Ciò che emerge è una frattura imposta, un isolamento che incide direttamente sulla vita dei minori, privandoli di una relazione fondamentale per il loro equilibrio affettivo e psicologico. Non si tratta di una mera questione procedurale, ma di un vulnus grave ai diritti dei figli, che hanno il diritto, prima ancora che l’interesse, di crescere mantenendo un rapporto autentico, continuo e significativo con entrambi i genitori.

Questa vicenda pone al centro una domanda netta: fino a che punto può essere compresso un legame familiare senza una base normativa chiara e senza un accertamento rigoroso dei fatti? Qui non siamo di fronte a una misura proporzionata, ma a una compressione che rischia di diventare definitiva, in assenza di presupposti reali.

Il punto è semplice: il diritto alla bigenitorialità non è negoziabile, non può essere sacrificato sull’altare di valutazioni generiche o prassi distorte. Va ripristinato, subito, con la stessa urgenza con cui è stato compromesso.

 

 

 

 

 

La mamma brasiliana non perde la figlia: il Tribunale di Torino dichiara il non luogo a provvedere sull’adottabilità e restituisce dignità alla famiglia d’origine

(Torino 12 novembre ) Una storia di dolore,   distanza e incomprensione culturale si conclude con un pronunciamento che restituisce umanità e giustizia. Il Tribunale per i Minorenni del Piemonte e Valle d’Aosta ha infatti dichiarato il non luogo a provvedere sulla richiesta di adottabilità di una bambina di due anni, disponendone l’affidamento ai familiari materni. Una decisione che segna un punto di svolta nel modo di intendere la tutela dei minori e riafferma con forza il principio secondo cui l’adozione deve rappresentare una soluzione estrema, mai un automatismo.

La sentenza giunge al termine di un percorso lungo e complesso, che ha visto una madre di origine brasiliana affrontare un sistema che troppo spesso non ha saputo comprenderla né accompagnarla. Giunta in Italia in condizioni di grande fragilità personale e sociale, la donna si è trovata immersa in un contesto istituzionale rigido e distante, dove le sue difficoltà linguistiche e culturali sono state scambiate per inadeguatezza. Nessuno, in realtà, le ha mai spiegato davvero cosa stava accadendo, quali diritti avesse, né come poter intraprendere un vero percorso di recupero e sostegno.

Come ha sottolineato l’Avv. Miraglia, difensore della madre:  «Questa sentenza dimostra che la verità e la giustizia esistono anche nei procedimenti più complessi. La madre brasiliana ha subito un pregiudizio evidente, perché nessuno le ha mai spiegato davvero cosa stava accadendo, e la sua diversità culturale è stata fraintesa come incapacità. Il Tribunale ha riconosciuto che il legame familiare, se autentico e solido, è la prima forma di tutela per un bambino. È un risultato che restituisce dignità a una madre, ma anche fiducia nel sistema, quando è capace di correggere i propri errori. Ogni donna, qualunque sia la sua origine, ha diritto a essere compresa prima di essere giudicata».

Le parole dell’Avv. Miraglia sintetizzano il senso profondo di questa vicenda: la necessità di una giustizia minorile che unisca rigore e sensibilità, che non si limiti a valutare, ma sappia ascoltare, comprendere e includere.

La differenza culturale, linguistica e di vissuto non può e non deve diventare un ostacolo, ma un elemento da interpretare con attenzione e rispetto. La tutela del minore passa anche attraverso la tutela della madre, del suo mondo e della sua identità.

Con il non luogo a provvedere sull’adottabilità, il Tribunale ha riconosciuto la piena idoneità dei parenti materni a occuparsi della bambina, assicurandole continuità affettiva e stabilità relazionale. È una pronuncia che valorizza la famiglia naturale e che riafferma la necessità di un approccio più umano, interculturale e competente nei procedimenti minorili.

Il caso della mamma brasiliana diventa così un simbolo di riscatto e consapevolezza, un esempio di come la giustizia, quando si apre all’ascolto e all’empatia, possa restituire dignità alle persone e senso alle istituzioni

“Ma il problema sono io?!”: all’Unical si accende il dibattito su giustizia minorile e vittimizzazione delle madri

RENDE (CS) – Nella giornata di ieri, l’Aula Magna gremita dell’Università della Calabria ha ospitato un confronto intenso sul delicato tema della violenza domestica e delle conseguenze giudiziarie per le madri denunciatrici. Al centro del dibattito il libro “Ma il problema sono io?!”, scritto da Francesco Miraglia e Daniela Vita, edito da Armando Editore.

L’evento, promosso dal Dipartimento di Matematica e Informatica (DEMACS), ha visto la partecipazione di numerosi rappresentanti istituzionali e professionali: tra questi, l’europarlamentare Giusi Princi (in collegamento da Bruxelles), l’assessore regionale all’Istruzione Maria Stefania Caracciolo, il Sostituto Procuratore Eugenia Belmonte e il Dirigente dell’Ufficio scolastico provinciale Loredana Giannicola. Presenti anche docenti e pedagogisti, tra cui la professoressa Ines Crispini e il professor Giovanbattista Trebisacce.

Nel suo intervento, Francesco Miraglia ha spiegato come il libro raccolga testimonianze di donne che, dopo aver denunciato abusi, si ritrovano a subire una seconda forma di violenza: quella esercitata da un sistema giudiziario che spesso le giudica inaffidabili. “La frase ‘Ma il problema sono io?!’ è il grido di chi si sente abbandonata dalle stesse istituzioni a cui aveva chiesto aiuto”, ha detto l’autore.

Il convegno ha offerto uno spazio di riflessione importante sul fenomeno della vittimizzazione secondaria, evidenziando la necessità di un cambiamento culturale nelle prassi legali e sociali. Accuse come quella di essere “madri ostative” o “manipolatrici” ricadono spesso sulle vittime, aggravando il trauma anziché sanarlo.

A chiudere i lavori, il professor Trebisacce ha lanciato un appello alla responsabilità collettiva: “La giustizia deve proteggere, non punire. Questo libro è un atto educativo e politico, che ci chiama a riflettere sul senso profondo delle nostre istituzioni”.

L’iniziativa si è confermata un momento di forte impatto civile, capace di unire accademia, magistratura, educazione e cittadinanza in un dialogo urgente su una ferita sociale ancora aperta.

Ancona: lo stato italiano condannato dalla Corte europea

Ha violato il diritto di una mamma allontanata dal figlio Richiesto risarcimento all’assistente sociale

ANCONA (6 agosto 2024). Lo Stato italiano ha violato i diritti umani di una mamma: così si è espressa la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, di fatto condannando anche l’Assistente Sociale che da anni impedisce a una mamma di Ancona di vedere il figlio. La mamma ha richiesto un risarcimento in ragione dei danni subiti.

«Anche la Corte dei Diritti Umani riconosce che molti allontanamenti di minori nascondono vere e proprie adozioni mascherate» commenta l’Avvocato Miraglia, legale della mamma ed esperto in Diritto di famiglia e Diritto minorile. Da almeno quindici anni, Miraglia si batte contro gli allontanamenti immotivati di bambini provenienti da famiglie fragili (spesso con scarse risorse economiche o di origine straniera), e che vengono affidati a coppie senza figli e mai restituiti alla famiglia di origine, nonostante l’affidamento dovrebbe essere temporaneo e con carattere d’urgenza.

La mamma, fin dalla nascita del figlio nel 2013, combatte contro i Servizi Sociali di un Comune della provincia di Ancona. Inizialmente, questi ultimi si prendevano cura di lei e del figlio neonato, ma con il tempo hanno allontanato il bambino, affidandolo a una coppia e impedendo gli incontri con la madre che bambino non riconosce più come genitrice.

Esausta, la mamma decide di ricorrere, nell’aprile 2020, alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Nel marzo 2022, la Corte rileva la violazione dell’art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti Umani da parte dello Stato Italiano, nella misura in cui «nonostante la decisione del Tribunale per i Minorenni di Ancona che disponeva gli incontri, questi non hanno mai avuto luogo, poiché i Servizi Sociali non li avevano organizzati, il tutore del bambino aveva preso atto di questa situazione senza intervenire e/o proporre ulteriori azioni, e lo stesso Tribunale non ha usato gli strumenti legali esistenti per controllare l’attività e le omissioni dei Servizi Sociali».

La Corte ha inoltre rilevato che il Tribunale per i Minorenni di Ancona non ha mai fornito spiegazioni sui motivi a fondamento della sospensione degli incontri tra madre e figlio, di fatto troncando qualsiasi rapporto tra loro per un periodo superiore a cinque anni e prolungando il collocamento del bambino presso una famiglia affidataria per un tempo indefinito. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha riconosciuto quindi un danno sia patrimoniale che non patrimoniale. A fine luglio, la mamma ha depositato la richiesta di risarcimento danni contro l’Assistente Sociale responsabile del provvedimento. Ha inoltre dato mandato per citare ai danni sia l’Assistente Sociale che l’amministrazione comunale per responsabilità oggettiva.

«Abbiamo ricevuto un riscontro anche dalla Corte Europea di quanto sosteniamo da anni – prosegue l’avvocato Miraglia – ovvero che in molti Servizi Sociali e Tribunali italiani si opera in modo da allontanare i minori affidandoli a coppie che li tengono per sempre, trasformandole in quelle che definiamo “adozioni mascherate”, senza considerare il dolore inferto ai genitori e gli strappi emotivi e lo stato di abbandono che questi bambini affronteranno da adolescenti e da adulti. Speriamo che tale iniziativa possa essere la prima di una lunga serie. Purtroppo, questo non è un caso isolato, sia ad Ancona che in tutti i Tribunali per i Minorenni d’Italia. Auspichiamo che il Tribunale per i Minorenni di Ancona non solo prenda atto di questa vicenda, ma anche che controlli che situazioni del genere non accadano più. Questa mamma ha subito un dolore paragonabile quasi a un lutto».

L’azione di risarcimento danni avanzata da questa mamma potrebbe essere la prima di una lunga serie. Purtroppo, questo caso di Ancona non è isolato.

Bari: Giudice vieta a un padre di comunicare con la comunità in cui è ricoverata la figlia

L’uomo ha perso la responsabilità genitoriale per aver chiesto informazioni sulla salute della ragazza

BARI (1 agosto 2024). Se non ci si preoccupa dei figli si è cattivi genitori e si rischia di vederseli togliere: ma è successo esattamente il contrario a un uomo pugliese, che aveva chiesto informazioni e approfondimenti circa lo stato di salute della figlia, ospite di una comunità riabilitativa. Non solo gli è stata sospesa la responsabilità genitoriale, ma addirittura il giudice ha vietato sia a lui che al suo legale, l’avvocato Miraglia, di chiamare la struttura. Ogni comunicazione dovrà avvenire esclusivamente attraverso il magistrato. L’avvocato Miraglia ha presentato istanza urgente per chiedere la revoca di questi provvedimenti assurdi e immotivati.
Da febbraio la figlia dell’uomo, quindicenne affetta da patologie neurologiche, è ospite di una comunità terapeutica di Otranto, dove lo scorso maggio è svenuta. È stata portata all’ospedale dove l’ha raggiunta il padre, il quale dai medici ha ricevuto la diagnosi di epilessia. L’uomo, preoccupato per la salute della figlia, ha chiesto che venissero svolti ulteriori accertamenti medici e diagnostici, per accertare fosse davvero epilessia prima di farle assumere nuovi farmaci.
Tale preoccupazione paterna è stata interpretata come un’opposizione a terapie salvavita e in un battibaleno il tribunale dei Minorenni di Bari gli ha sospeso la responsabilità genitoriale per quanto attiene alla materia sanitaria, affidando le decisioni sulle cure della ragazza a un curatore speciale.
L’uomo ha pensato allora di riportare a casa la ragazza, per occuparsene insieme alla nonna, dal momento che in comunità gli è impossibile avere accesso ad ogni informazione sul suo conto. Ma prima ha voluto verificare se questa sua decisione fosse davvero la cosa migliore per la ragazza, chiedendo tramite il suo legale che tipo di progettazione e di percorso stia seguendo la figlia all’interno della comunità.
«Siamo rimasti sbigottiti – dichiara l’avvocato Miraglia – in quanto ci è arrivata copia di una relazione senza il nome della ragazza e soprattutto riportante più volte il riferimento alla madre, che però nella vita di questa ragazzina non è presente, avendo solo il padre e la nonna. Pertanto riteniamo che non ci sia alcuna progettualità né in corso né prevista e che ci sia stata propinata una relazione “copia e incolla” presa chissà dove. Ancora più inaudito è quanto capitato all’udienza del 16 luglio: il giudice delegato ha revocato in toto la responsabilità genitoriale al padre e ha intimato al sottoscritto di evitare di contattare la comunità, ma di rivolgere d’ora in poi al Tribunale per i minorenni ogni istanza e osservazione. Ci chiediamo quale interesse giuridico e processuale possa mai esserci dietro a una simile decisione.

Revoca dell’affidamento ai servizi sociali: un caso che solleva interrogativi sulla tutela dei minori

Brescia, 13 luglio 2024 – Il Tribunale per i minorenni di Brescia ha recentemente emesso una sentenza che segna un punto di svolta in una vicenda complessa e controversa. Una sedicenne, Roberta (nome di fantasia), è stata finalmente autorizzata a tornare a vivere con i suoi familiari, dopo un lungo periodo trascorso in una struttura protetta. Questa decisione ha messo in luce diverse problematiche legate alla gestione della tutela dei minori da parte delle autorità locali.

Tutto è iniziato all’inizio del 2023, quando Roberta si è rifiutata di tornare a casa dal padre a causa di un grave episodio di conflitto familiare. Le autorità, ritenendo non idonea anche la residenza della madre, hanno deciso di collocare la ragazza in uno “spazio neutro”. Questo termine, apparentemente innocuo, indica una struttura dove i minori possono incontrare i genitori sotto stretta sorveglianza, in un ambiente considerato sicuro e imparziale.

Gli operatori dei servizi sociali hanno sostenuto questa decisione, evidenziando quelle che hanno definito “importanti fragilità” della ragazza. Tuttavia, con il passare del tempo, queste fragilità sono apparse sempre più come un pretesto per giustificare una misura drastica e forse non necessaria.

Dopo un anno e mezzo di permanenza forzata nella struttura, il Tribunale per i minorenni ha rivisto il caso di Roberta, concludendo che la ragazza poteva tornare a vivere con la sua famiglia. La corte ha infatti riscontrato che le fragilità di Roberta erano state probabilmente esagerate e che la residenza della madre, inizialmente considerata inidonea, era in realtà un ambiente sicuro.

Questa sentenza ha aperto un dibattito sulle pratiche adottate dai servizi sociali. L’avvocato della famiglia, Miraglia, non ha risparmiato critiche e ha lanciato un grido d’allarme:

“La recente decisione del Tribunale di Brescia mette in luce le gravi carenze e le disfunzioni all’interno del sistema di tutela minori. È inaccettabile che procedure affrettate e interessi economici possano prevalere sul benessere dei minori. Questo caso dimostra la necessità urgente di una riforma profonda e di un controllo rigoroso delle pratiche adottate dai servizi sociali.”

Miraglia ha sollevato una questione cruciale: il ruolo degli interessi economici nelle decisioni riguardanti la tutela dei minori. In un sistema dove le cooperative e i professionisti coinvolti nella gestione dei minori possono trarre profitti, è fondamentale garantire che le decisioni prese siano esclusivamente nel miglior interesse dei bambini.

Il caso di Roberta non è isolato. Ogni anno, migliaia di minori vengono allontanati dalle loro famiglie e collocati in strutture protette, spesso con motivazioni discutibili. Secondo i dati del Ministero della Giustizia, nel 2022 sono stati oltre 30.000 i minori affidati ai servizi sociali, con un aumento del 5% rispetto all’anno precedente. Gli allontanamenti forzati avvengono generalmente in situazioni di presunto pericolo per il minore, ma molte famiglie e avvocati sostengono che queste decisioni sono talvolta prese in modo affrettato e senza una valutazione approfondita delle circostanze.

Le motivazioni alla base degli allontanamenti sono spesso complesse e variegate. Possono includere abusi fisici o psicologici, trascuratezza, dipendenze dei genitori, violenza domestica o condizioni abitative inadeguate. Tuttavia, vi sono casi in cui le ragioni non sono così chiare e le decisioni vengono prese su basi di interpretazioni soggettive o rapporti insufficienti.

La procedura di allontanamento di un minore inizia generalmente con una segnalazione ai servizi sociali. Questa può provenire da scuole, medici, vicini di casa o dalla stessa famiglia. Una volta ricevuta la segnalazione, i servizi sociali avviano un’indagine per valutare la situazione familiare. Se ritengono che il minore sia in pericolo, possono richiedere un intervento immediato che, in molti casi, comporta il collocamento in una struttura protetta.

Gli effetti psicologici degli allontanamenti forzati possono essere devastanti per i minori. Studi psicologici hanno evidenziato che i bambini allontanati dalle loro famiglie possono sviluppare disturbi emotivi e comportamentali, tra cui ansia, depressione e problemi di attaccamento. La separazione dalla famiglia, specie se non necessaria, può compromettere il loro sviluppo emotivo e sociale.

Il caso di Roberta ha evidenziato la necessità di una riforma profonda del sistema di tutela dei minori. Gli esperti sottolineano l’importanza di adottare misure che garantiscano trasparenza e responsabilità, assicurando che il benessere dei bambini sia sempre al centro delle decisioni. Tra le proposte di riforma, vi è l’istituzione di un organismo indipendente di supervisione che possa valutare le decisioni dei servizi sociali e assicurare che vengano rispettati i diritti dei minori e delle loro famiglie.

Per Roberta e la sua famiglia, la decisione del Tribunale rappresenta una vittoria. La madre di Roberta, visibilmente commossa, ha espresso la sua gratitudine: “Finalmente, dopo tanto dolore, mia figlia può tornare a casa. Speriamo che nessun’altra famiglia debba passare ciò che abbiamo vissuto noi.”

La vicenda di Roberta ha sollevato interrogativi cruciali sulla gestione della tutela dei minori a Brescia e oltre. È chiaro che è necessario un controllo più rigoroso e una maggiore trasparenza nelle decisioni che riguardano i minori. Le autorità devono riflettere su questa vicenda e adottare misure per garantire che tutti i bambini possano crescere in un ambiente sicuro e protetto, senza essere vittime di decisioni affrettate e potenzialmente dannose.

Questo caso rappresenta non solo la fine di un calvario per una giovane ragazza, ma anche un richiamo alla necessità di riforme strutturali per proteggere meglio i nostri minori in futuro.

 

Francesco Miraglia con il libro “L’Avvocato dei bambini” nel corso di Laurea Magistrale in Innovazione e servizio sociale presso l’università di Padova.

La facoltà di scienze sociali, nella giornata di oggi, ospiterà Francesco Miraglia, autore del rilevante testo “L’avvocato dei bambini; Troppo potere senza controllo: ecco come si costruiscono i falsi abusi familiari e gli affidi illeciti” (Armando Editore).

Francesco Miraglia parteciperà come ospite speciale nel corso di “Innovazione socio-culturale nel lavoro di rete e comunità”, all’interno del percorso di laurea Magistrale in innovazione e servizi sociali.

L’evento avrà luogo presso la sede del Palazzo Ca’ Borin, in Via del Santo, Aula B2 e vedrà la partecipazione attiva degli studenti del primo anno della laurea magistrale.

Miraglia, noto sul territorio nazionale per il suo impegno nella difesa dei diritti dell’infanzia e autore di numerosi lavori sull’argomento, condividerà con gli studenti le sue esperienze dirette e il suo approccio alla tutela dei minori.

L’incontro si preannuncia come un’occasione unica per approfondire tematiche di grande attualità e importanza nel campo dei servizi sociali, con un focus particolare sul ruolo cruciale dell’innovazione nella risoluzione dei problemi sociali complessi.

Bergamo: quindicenne lotta per restare a casa con sua mamma

La mamma ha cercato di convincerlo ma lui è stato irremovibile. Ora la questione torna al Tribunale di Brescia.
Bergamo (6 marzo 2024). Oggi Massimo (nome di fantasia) rischiava di essere collocato in una comunità, lontano dalla sua famiglia e dai suoi amici e conoscenti; probabilmente, infatti, gli avrebbero anche cambiato scuola. Una decisione che Massimo non capiva e riteneva profondamente sbagliata.
Sebbene non comprendesse il provvedimento – dato che suo figlio era migliorato moltissimo, come confermato dalla relazione redatta dall’Istituto scolastico che frequenta – la mamma ha comunque cercato invano di convincerlo.
A quel punto, ha chiamato l’assistente sociale che ha parlato più volte con Massimo. Infine, l’assistente e una collega sono venute a casa e hanno avuto un colloquio riservato con lui, da sole, senza nessuna interferenza della mamma o della famiglia. Dopo aver constatato che Massimo si era informato leggendo le convenzioni internazionali sui diritti dei fanciulli, la Costituzione, le leggi italiane e le ultime sentenze della Corte di cassazione hanno probabilmente capito che la sua scelta era frutto di una decisione matura e meditata e lo hanno lasciato a casa.
Ora ci auguriamo che il Tribunale faccia chiarezza.
Secondo l’avvocato Miraglia, legale della mamma: “In qualità di avvocato di fiducia della famiglia di Massimo, intendo esprimere profondo disappunto e preoccupazione per le modalità con cui sono state gestite le questioni relative al collocamento coatto di Massimo.
Siamo particolarmente allarmati dalle modalità di interazione tra l’assistente sociale e Massimo, incluse le minacce inappropriatamente rivolte al ragazzo, riportate dallo stesso, e le implicazioni negative paventate nei confronti della genitorialità della madre. Tali azioni, insieme alla denigrazione subita dalla madre in presenza di altri operatori, non solo sono eticamente discutibili ma potrebbero configurare violazioni deontologiche e legali.
Riteniamo che la situazione meriti una revisione critica e approfondita da parte dell’autorità giudiziaria competente.”
In merito alla vicenda ci sono infatti alcuni aspetti questionabili che sollevano dei dubbi di incompetenza (o peggio?) che a nostro avviso meriterebbero di essere presi seriamente in considerazione.
In primis, come mai nonostante i grandi miglioramenti ottenuti da Massimo, i Servizi sociali hanno optato comunque per una decisione tanto grave come la sottrazione forzata dalla famiglia e l’istituzionalizzazione in comunità? Inoltre, ci risulta che l’assistente sociale che si occupa della famiglia sia una ragazzina senza esperienza; forse in un caso del genere sarebbe stato preferibile un professionista più esperto.
Ma non è tutto. La famiglia ha riferito dei fatti molto gravi.
Quando l’assistente sociale ha saputo che Massimo non voleva andare in comunità lo ha minacciato di chiamare i Carabinieri. Poi, avrebbe anche detto al ragazzo che se non andava in comunità la mamma avrebbe potuto avere delle ripercussioni e le avrebbero potuto sospendere la genitorialità. Quando Massimo le ha chiesto perché lo stesse minacciando, l’assistente non ha saputo replicare.
Un altro fatto gravissimo è stata la denigrazione della mamma da parte dell’assistente sociale in presenza della collega che non è intervenuta per correggerla. Mentre le due operatrici parlavano da sole con Massimo, l’assistente sociale ha affermato che doveva andare in comunità per “colpa” della mamma.
Ci auguriamo che Massimo possa trovare la giustizia e la serenità che merita.
FamiglieUnite.it