Minori

Verona: dopo sei annitre fratelli tornano in famiglia

Dal 2016 erano “parcheggiati” in una comunità di accoglienza a Marghera

VERONA (19 settembre 2022). Ci sono voluti sei anni di sofferenze, lontani dalla famiglia, ma oggi finalmente tre fratelli veronesi potranno lasciare la comunità in cui erano ospitati dal 2016 e torneranno in famiglia: due fratelli sono stati affidati ai nonni, la piccola alla zia. Non sono stati affidati alla mamma, ma almeno torneranno ad un clima disteso e sereno: per tutto questo tempo erano vissuti con la madre, in quattro, dentro a un’unica stanza fatiscente, con i loro beni accatastati in un angolo per mancanza di spazio. Lontano dalla loro provincia, dagli amici, dalla scuola.

«È una vittoria – dichiara l’avvocato Miraglia, che ha seguito in tutti questi anni la vicenda – sebbene parziale perché sarebbe stato auspicabile che tornassero con la mamma; ma almeno dopo tutto questo tempo possono vivere nuovamente in famiglia. Ci sono voluti anni di lotte, di perseveranza, di denunce anche agli esponenti politici: ma alla fine anche i Servizi sociali hanno compreso il disagio vissuto da questi ragazzi e hanno collaborato attivamente affinché tornassero a casa».

La vicenda trae inizio da un fatto agghiacciante: la madre dei ragazzi, rincasando, aveva sorpreso il marito mentre abusava della figlia maggiore, nata da una precedente relazione. L’aveva immediatamente denunciato, ma invece di un aiuto e di un sostegno, aveva trovato solo sofferenze, precipitando in un vero e proprio incubo. Siccome all’epoca la signora non lavorava, i Servizi sociali presero carico lei e i quattro figli, ospitandoli temporaneamente in una comunità di Verona. Poi a sorpresa e senza un vero motivo, la figlia maggiore era stata trasferita in una comunità, mentre la donna con i tre più piccoli era finita in un’altra struttura, per di più fatiscente, a Marghera, in provincia di Venezia.

Dove sono rimasti sei anni, senza che i Servizi sociali veronesi si prendessero in carico il loro caso, attivassero un progetto di sostegno e di rientro a casa. Nulla: parcheggiati a spese dei contribuenti, lontani da tutto e tutti. Anzi, più volte i Servizi sociali avevano tentato di togliere i bambini alla madre per affidarli ad alcune famiglie.

Esasperata, la donna, sempre sostenuta dall’avvocato Miraglia, nel 2019 aveva denunciato il dirigente dei Servizi sociali, due psicologhe, un’assistente sociale e la responsabile della comunità. E con loro anche l’assessore al Sociale del Comune di Verona.

Da ieri, grazie al pronunciamento del Tribunale per i minorenni di Venezia, i due ragazzi, che ormai hanno 15 e 14 anni, sono andati a vivere con i nonni materni, mentre la piccola, che nei suoi 6 anni di vita ha conosciuto solo comunità, è stata affidata alla zia.

 

2° Congresso Internazionale di Pedagogia Familiare: diritto internazionale e pedagogia familiare

di Francesco Miraglia

Una delle priorità di sempre è quella di proteggere bambini e ragazzi. I loro diritti sono tutelati dalla Convenzione Internazionale dei Diritti all’Infanzia e all’Adolescenza entrata in vigore nel 1989. Questo documento è tutt’ora il più completo per la protezione dei più giovani e si basa essenzialmente su due principi: l’ascolto delle loro opinioni da parte dello Stato (perché i ragazzi hanno voce in capitolo in ciò che li riguarda) e la non discriminazione, perché tutti i minori, senza che vi siano differenze per razza, sesso ed età, devono poter godere dei diritti contemplati dalla Convenzione. Si sostiene, poi, che l’attenzione per i bambini debba essere anteposta a qualsiasi altro affare dei governi e che i minori debbano vivere nelle condizioni necessarie per garantire loro uno sviluppo integrale, fisico, emotivo, culturale e sociale. Il compito di controllare se e come questi diritti vengano rispettati è stato affidato all’UNICEF, un organo dell’ONU, costituito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Nonostante ciò, ci sono ancora paesi in cui i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza vengono sistematicamente violati, soprattutto nelle parti del mondo in via di sviluppo, dove è tutt’ora molto diffuso lo sfruttamento del lavoro minorile. Ciò accade perché i titolari di fabbriche e industrie beneficiano di un maggior guadagno dando un salario minimo ai bambini, ma precludendoli, così, non solo dall’istruzione ma anche dalla possibilità di un’infanzia libera e spensierata con la loro famiglia.

Il ruolo dei genitori nella crescita e nella formazione dei figli è (non ci sarebbe bisogno di dirlo) fondamentale. A questo proposito, l’articolo 5 è particolarmente pregnante: “Gli Stati rispettano la responsabilità, il diritto ed il dovere dei genitori o, all’occorrenza, dei membri della famiglia allargata o della comunità secondo quanto previsto dalle usanze locali di tutori o delle altre persone legalmente responsabili del fanciullo di impartire a quest’ultimo, in modo consono alle sue capacità evolutive, l’orientamento ed i consigli necessari all’esercizio dei diritti che gli riconosce la presente Convenzione”. È importante, infatti, che chi si occupa dei minori li educhi alla cultura dei diritti, affinché non sviluppino un atteggiamento negativo sia per loro stessi che per gli altri. Conoscere i propri diritti significa essere consapevoli delle proprie libertà e, allo stesso tempo, dei propri limiti e dei rispettivi doveri. Affinché questo sia possibile serve l’autorità dei genitori, nel senso latino del termine: auctoritas viene da augeo, letteralmente “far crescere”. Non si tratta, quindi, dell’esercizio di un potere, piuttosto di “orientare” e, dunque, mostrare i punti cardinali della vita. I genitori devono, quindi, educare e non lasciare che i loro figli si abituino pian piano, poiché, in quanto “autori”, rendono il processo educativo non un adattamento passivo, ma un’interazione attiva. In questa prospettiva, non bisogna rimproverare, bensì correggere nel senso di mostrare indicazioni, affinché i ragazzi sviluppino un pensiero critico. Papà e mamma sono “consiglieri” di vita, ancora una volta nel significato originario del termine: “riflettere” e “decidere insieme”, ma anche “prendersi cura”, “venire in aiuto”. Di conseguenza, le regole che si insegnano ai figli non si inventano né si impongono, ma si condividono e si costruiscono prima tra i genitori e poi con i bambini. A questo proposito, l’articolo 29 della Convenzione recita: “L’educazione deve tendere a: promuovere lo sviluppo della personalità del fanciullo, dei suoi talenti, delle sue attitudini mentali e fisiche, in tutto l’arco delle sue potenzialità”. L’educazione è un processo di continua tensione in cui tutti i soggetti educativi si mettono in discussione e in collaborazione verso la stessa direzione, che porta alla valorizzazione dei bambini e non alla loro cieca obbedienza ad ordini. Per farlo ci vuole rispetto, sia da parte dei genitori che dei figli, che devono essere educati a questo. “Rispetto”, etimologicamente, significa “guardare di nuovo, guardare dietro”: volgendo lo sguardo all’altro ci si rispecchia, si ritorna alle origini, ai nodi irrisolti. È la chiave fondamentale per affrontare tutte le questioni della vita, in quanto un soggetto rispettato in quel che è e per quel che è sarà più portato a rispettare gli altri. Un altro concetto interessante menzionato nel medesimo articolo è quello di “potenzialità”. Quando si parla di educazione dei minori non bisognerebbe riferirsi alle loro capacità (che propriamente significa “ciò che si contiene”), ma piuttosto alle loro potenzialità, ovvero “ciò che si può”: questo termine è dinamico, allude alla possibilità di evoluzione, alla realizzazione futura di semi che già si possiedono e che potranno germogliare con una buona educazione. Quest’ultima, infatti, insegna come portare a frutto i propri talenti, le proprie aspirazioni, i propri desideri. A questo punto, l’autorità non è potere, è riconoscimento nella relazione: vuol dire mostrare le direzioni, ma poi procedere insieme e dare fiducia. L’educazione è ciò che caratterizza l’essere umano, pertanto genitori e educatori hanno una grossa responsabilità: una responsabilità di vita, per tutta la vita.

 

 

Reggio Emilia: Processo Angeli e Demoni

Tribunale di Reggio Emilia: condannato a 4 anni lo psicoterapeuta Foti; 17 imputati rinviati a giudizio. Orgoglioso di essere considerato il ” grande accusatore” del sistema degli affidi illeciti. Sarà ancora un raffreddore???

Velletri: bimbo strumentalizzato dal padre, rifiuta la madre

Il tribunale si disinteressa di lui

(VELLETRI, 10 Settembre 2021). C’è un bambino che rifiuta di vedere la mamma, separata dal padre: lei non gli ha fatto nulla eppure la rifiuta con astio. Ha soltanto 11 anni, ma non vuole stare con lei, la maltratta, se si vedono scappa dopo pochi minuti, al telefono le urla di sparire. È chiaro che il bambino, che vive con il padre per ordine del tribunale, non è arrivato da solo a scatenare questa forma di rifiuto verso di lei, ma è con tutta probabilità strumentalizzato dal genitore contro la mamma. Eppure, nonostante i comportamenti conclamati, che evidentemente dimostrano un disagio profondo di cui soffre questo bambino, il tribunale di Velletri, dove il ragazzino vive, non prende alcun provvedimento, non esamina il caso, non approfondisce le cause del suo malessere, non interviene in suo aiuto. Si limita ad ignorare il caso e a lasciare il bambino nell’angoscia.

Si tratta di un bambino di appena 11 anni, che esprime un’avversione nei confronti della madre del tutto incomprensibile ed ingiustificabile, attuando comportamenti intransigenti nei suoi confronti. Ha ingaggiato quasi una campagna denigratoria nei confronti della mamma, arrivando persino ad affermare “spero di non vederla più!”. «Manifestiamo pubblicamente la nostra preoccupazione» dichiara l’avvocato Miraglia, al quale la madre si è rivolta, temendo per la serenità del suo bambino, «perché è chiaro che questo ragazzino vive un disagio. Eppure, nonostante le prove, il tribunale non prende nessuna posizione. Anzi, poiché il ragazzino rifiuta di vedere la madre, il tribunale ha accettato la sua decisione, nonostante abbia solo 11 anni, e da un anno e mezzo ha sospeso gli incontri con lei. Troviamo vergognoso che il tribunale faccia finta di niente e faccia passare tutto sotto silenzio, che trovi normale che un bambino rifiuti la madre, senza indagare sulle motivazioni che lo spingono a respingerla con tanto astio, senza verificare come stia realmente questo ragazzino e cosa motivi questa ingiustificata opposizione, senza, tra l’altro, preoccuparsi di avviare un percorso di aiuto e sostegno per lui».

Sconcerta infatti che, anziché avviare un percorso che ricongiunga madre e figlio e rassereni i loro animi, il tribunale abbia di punto in bianco sospeso i loro incontri, peggiorando la situazione: la madre, infatti, non lo vede né lo sente da un anno e mezzo, non sa come stia, come vada a scuola. Nulla. «Ma siamo o no in uno Stato di diritto, che garantisca anche alla madre di vedere suo figlio?» prosegue l’avvocato Miraglia. «Abbiamo assistito in altre situazioni a bambini che vengono allontanati da genitori per motivazioni molto più blande e invece qui, dove è assai probabile che il padre stia strumentalizzando il bambino, si passa tutto sotto silenzio, fingendo di non sapere, ignorando le numerose prove depositate».

Chiamata in causa dalla madre, la Professoressa Vincenza Palmieri, nota Tecnico Forense, ha esaminato la documentazione relativa, ed ha rilevato oltre allo svolgimento della CTU e della testistica effettuati a ridosso del parto con minacce di aborto certificate e durante il puerpuerio, come sia anche in atto un condizionamento da parte del padre verso il bambino fino a farle percepire la madre negativamente e a rifiutarla. Quali sono le prove scientifiche per asserire questo? La Professoressa Palmieri sostiene che:

“La risposta è proprio nella PLATEALITA’ DEL RIFIUTO E NELLA DRAMMATIZZAZIONE che il bambino ha agito pubblicamente. Un bambino che rifiuta un genitore, verso cui l’altro comunque svolge un’azione educativa e di accettazione del genitore rifiutato, lo fa a bassa voce, a mono sillabe, quasi vergognandosi. In questo caso: se il padre avesse svolto un’azione educativa e non ostacolante l’accesso all’altro genitore, il bambino avrebbe mantenuto la sua relazione con la madre, non avrebbe utilizzato motivazioni adultizzate tipo “mia madre mi da troppe caramelle” o il rifiuto non sarebbe stato così teatrale.

Il piccolo invece ha bisogno – o è costretto ad adeguarsi mostrandolo a tutti – come se recitasse su un palcoscenico il suo rifiuto DRAMMATIZZANDOLO. Il piccolo dunque ha posto in essere comportamenti di tipo oppositivo dovuti all’alleanza con il padre, che non ha mai nascosto disprezzo ed ostilità verso la madre, che assume una portata ancora più negativa dopo l’impossibilità di vedere la madre per quasi un anno, disposto acriticamente dalle Autorità, contro ogni sapere scientifico. Ciò che è inconcepibile – commenta Palmieri – è come le istituzioni ma anche i tecnici abbiano omesso di occuparsene, oscurando aspetti così gravi e soprattutto privando il bambino della madre, esponendolo ad un grave serio disagio evolutivo. E’ pertanto urgente rivedere le scelte ed aiutare questo bambino che sta chiedendo aiuto, ben oltre l’apparente ed immotivato rifiuto.”

La madre, quindi, tramite l’avvocato Miraglia, ha così presentato istanza urgente al Tribunale ordinario di Velletri, chiedendo l’immediata ripresa degli incontri con il figlio, di poterlo sentire al telefono almeno due volte a settimana così da partecipare alla sua vita in modo costante e continuativo, e che il giudice valuti quale sia il miglior collocamento per questo ragazzino.

Bimbo di Monza reso disabile per incuria: il Tribunale non ricusa il Giudice

 Avvocato Miraglia: «Il bimbo rischia di tessere abbandonato a stesso: intervenga il Governo al più presto»
 
MONZA (9  Giugno 2020). Il Tribunale di Monza non ha ricusato il giudice incaricato della vicenda del piccolo di cinque anni di Monza, in coma, semiparalizzato e ipovedente a causa di un’infezione non curata.
Il Tribunale non ravvisa manchevolezze nell’operato del magistrato, che in realtà, disinteressandosi palesemente delle sorti del piccolo, mai ha ascoltato le richieste presentate dalla madre, che, prove alla mano, aveva più volte chiesto un intervento, visto il profondo stato di incuria in cui il figlioletto versava da quando il giudice glielo aveva tolto per affidarlo esclusivamente al padre. Il giudice non ha assunto alcun tipo di decisione e purtroppo il bambino adesso giace immobile in un letto, privato dall’uso delle gambe e anche della vista.
«Avevamo richiesto la ricusazione del giudice del Tribunale ordinario di Monza» dichiara l’avvocato Francesco Miraglia, legale della mamma del bimbo, «ma il fatto che sia stata respinta la nostra domanda e che il giudice sia ancora come relatore del caso, non significa che abbia fatto un buon lavoro. Eravamo consci che giuridicamente mancavano i presupposti per il suo allontanamento dal caso, ma speravamo che prevalessero il senso di giustizia e l’etica morale. Ma visto cosa sta succedendo nella magistratura, non ci aspettavamo certo che dei giudici prendessero posizione contro un collega. Nella sostanza le cose però non cambiano: non ci fidiamo più di questo giudice, la madre stessa non ha più fiducia nell’operato di questo magistrato, qualunque decisione assumerà in futuro».
Purtroppo però esiste il grave rischio che il bambino venga riaffidato al padre, dal momento che nessun magistrato ha disposto diversamente, finora, nonostante la gravissima condizione in cui si trova. A causa di un’infezione che il padre non aveva curato, a febbraio era stato ricoverato all’ospedale di Bergamo con una Encefalomielite acuta: dopo settimane di coma, il bimbo si è svegliato paralizzato e ipovedente. Adesso è stato trasferito in un centro di riabilitazione di Lecco, dove la madre lo accudisce quotidianamente, con grandi sacrifici perché non è vicino a casa sua, preoccupata dalle sue condizioni: nessuno, al momento, può dire quante funzionalità potrà recuperare il suo bambino, che fino a quattro mesi fa correva, saltava e giocava spensierato.  
«Sarebbe il momento che qualcuno intervenisse seriamente» prosegue l’avvocato Miraglia, «che gli ispettori andassero a vedere come funziona il Tribunale di Monza, che la ministra per la famiglia Elena Bonetti e il ministro per la Giustizia Alfonso Bonafede intervenissero ad occuparsi di questo caso, di questo bambino, già trascurato anche troppo. Dove sono la specchiata onorabilità e l’etica morale che dovrebbe caratterizzare l’operato di un magistrato? Dov’è l’interesse primo verso i bambini che dovrebbe perseguire il tribunale dei minorenni? Dove sono il senso di giustizia e il buon senso che dovevano prevalere nel trattare il caso di questo bambino? Il giudice non si dovrebbe certo dichiarare colpevole, ma dal punto di vista etico e morale ci permettiamo di sollevare più di qualche dubbio sul suo operare: non si può trattare un bambino come un numero di pratica, non stiamo parlando di quote societarie da suddividere. Qui parliamo di un bambino di cinque anni, che ha potenzialmente altri ottant’anni di vita davanti a sé e chissà in quali condizioni. Il giudice ha dimostrato superficialità, non si è mai preoccupato seriamente di questo caso, non ha nemmeno fissato un’udienza per valutare il caso: semplicemente si è dimostrato indifferente alle sorti di questo bambino, che merita invece, giustizia».
 

Bimbo seguito dai servizi sociali giace in coma e semiparalizzato per incuria

Un’infezione non curata dal padre, cui era affidato, l’ha portato quasi allo stato vegetativo
L’avvocato Miraglia: «Tutti sapevano, giudice in primis, che veniva trascurato, ma nessuno ha mosso un dito»

MONZA (12 Febbraio 2020). Si trova in coma, all’ospedale di Bergamo, il corpo semiparalizzato, nessuna capacità di esprimersi se non con dei versi. I medici non sanno nemmeno se riprenderà mai a parlare e a camminare e se riporterà danni neurologici permanenti. Ha solo quattro anni, il giudice lo ha tolto alla madre perché “lo curava troppo”, affidandolo a un padre che non se ne è mai occupato. Lo ha lasciato sporco e malnutrito per mesi e nei giorni scorsi, pur avendo il piccolo 40 di febbre e la madre, disperata, lo scongiurasse di portarlo dal medico, non se ne è curato affatto. Il bambino è ricoverato adesso in condizioni disperate. «Quanto ha sofferto questo povero bambino?» sottolinea l’avvocato Francesco Miraglia, che difende la mamma «e quanto forse soffrirà ancora, prima che qualcuno finalmente intervenga? Era da mesi che segnalavamo lo stato di pericolo in cui si trovava. Da mesi la nostra consulente di parte, la dottoressa Vincenza Palmieri, sosteneva che il bambino corresse dei rischi per il suo sviluppo e la sua salute, a causa dell’incuria e della decisione assurda, assunta dal giudice, di allontanarlo dalla mamma per affidarlo al padre che vive in un paesino di montagna del Bergamasco, abitato da nemmeno 300 anime, tre bambini appena, la scuola più vicina a venti chilometri». Tanto si è disinteressato il padre di lui che non vivrebbero nemmeno insieme, ma lo avrebbe affidato alla sorella. L’ultima richiesta di intervento da parte della mamma risale a pochi giorni fa, dopo che il tribunale di Monza aveva lasciata inascoltata l’istanza urgente presentata ad ottobre. Con numerose prove fotografiche era stato chiesto nuovamente al giudice di riaffidare il bimbo alla madre: il piccolo versava in uno stato di incuria e malnutrizione da fare pena al cuore. Da quanto era sporco aveva le croste sul collo e aveva sviluppato delle infezioni da funghi alle mani e ai piedini; un vistoso eritema ai glutei era dovuto invece all’assenza di igiene e di pulizia della biancheria che indossava. Il bambino continuava, poi, a perdere peso per la malnutrizione. Qualche giorno fa la mamma si era accorta che aveva la febbre a 40 e aveva chiesto al padre – unico deputato dal tribunale ad occuparsi della salute del bambino – di portarlo dal medico, ma lui non le aveva nemmeno risposto. Adesso un innocente bambino di quattro anni giace in un letto d’ospedale privo della capacità di parlare e di muoversi, con una possibile lesione al cervello che potrebbe lasciargli pesanti strascichi permanenti. «Il giudice sapeva e lo riteniamo responsabile» prosegue l’avvocato Miraglia. «Sapeva dell’incuria, della malnutrizione, della sporcizia, di quelli che sono dei veri e propri maltrattamenti. Sapeva tutto e non ha mosso un dito per questo bambino.  La consulente del tribunale che aveva relazionato sul cambio di collocamento del bambino è molto vicina ad una associazione onlus che addirittura viene presentata come ausiliaria del Giudice. Abbiamo già denunciato la consulente tecnica del tribunale, ma è evidente che i rapporti tra queste figure debbano essere indagati con urgenza, per il bene dei bambini che, è sotto gli occhi di tutti con questa tristissima vicenda, non è certamente la priorità per la quale tutti costoro operano».
A questo punto occorre che chi di dovere intervenga a fare chiarezza su quanto succede nel Tribunale di Monza.

Bergamo:condannato per maltrattamenti un uomo al quale il Tribunale le AVEVA AFFIDATO IL FIGLIO

      L’avvocato Miraglia: «Ma il tribunale con quali criteri gestisce gli affidi?»

BERGAMO (10 dicembre 2019). E’ stato condannato a un anno e quattro mesi di reclusione l’uomo di Bergamo al quale il tribunale aveva affidato il figlioletto, nonostante il piccino fosse terrorizzato dai sui sfoghi violenti e la madre, considerata “psichiatrica”, sia invece del tutto sana. Il tribunale di Bergamo lunedì ha condannato l’uomo per maltrattamenti in famiglia, comprovati da testimonianze e da prove schiaccianti. In numerose occasioni, anche davanti al bambino, aveva inveito violentemente contro la donna, invitandola persino ad ammazzarsi lanciandosi dal balcone, sbattendo con i pugni contro porte e muri, infrangendo gli oggetti in casa. Eppure, nonostante già si sapesse che le accuse erano queste, nella causa di separazione tra i genitori il tribunale ha affidato il piccolo al padre, lasciandolo a lui anche dopo un gravissimo episodio avvenuto esattamente un anno fa: le urla strazianti del piccolo che chiedeva di smettere e le grida minacciose del padre erano state segnalate dai vicini alle forze dell’ordine. Quanto alla madre, per le assistenti sociali non sarebbe adeguata al ruolo di genitore e per il tecnico che ha svolto la perizia per il tribunale sarebbe addirittura affetta dalla Sindrome di Münchhausen per Procura, una patologia che rappresenterebbe una forma di maltrattamento per il figlio in quanto, allo scopo di attirare l’attenzione su di sé e godere del supporto dei medici, sarebbe portata simulare o esagerare i sintomi di una malattia fisica o psicologica nel figlio che, ad un esame accurato, appare inesistente. Diagnosi smentita da successive perizie.
E per di più, il bambino continua ad avere problemi di salute, segno che la madre non è “malata”, ma solo un genitore attento e preoccupato della salute del proprio bambino.
«Ma il tribunale a  Bergamo con quali criteri gestisce gli affidi?» dichiara l’avvocato Francesco Miraglia, che tutela la mamma del piccolo. «Affida un bambino a un padre violento, mentre la madre può vederlo solo una volta alla settimana per un’ora, nel corso di incontri protetti. In questo caso se l’assistente sociale ha gestito e stabilito tutto e il consulente tecnico ha emanato già da solo e in anticipo la sentenza, il tribunale che ci sta a fare? Alla luce della condanna del padre, temiamo per l’incolumità del bambino e chiediamo di rivedere il procedimento di affidamento e di disporre l’immediato collocamento del minore presso la madre».

La sorellina affidata ai nonni, il fratellino per Tribunale per i Minorenni di Venezia deve andare in adozione  

VENEZIA (5 Ottobre 2019). Una giovane madre che cerca di rimettersi in carreggiata dopo alcuni errori commessi in gioventù. La donna va aiutata ed è giusto che i suoi bambini, nel loro interesse, vengano affidati a chi possa occuparsi di loro in maniera adeguata. Nulla da eccepire. Però perché la figlia maggiore può stare con i nonni materni, mentre il figlioletto più piccolo è stato dato in affidamento ad estranei e ora addirittura dichiarato adottabile? Sulla base di una consulenza redatta da un perito che invita addirittura a troncare i rapporti del piccolo con la famiglia di origine, quasi a volergli “resettare” la memoria, cancellandone l’identità. Perché? «Ce lo domandiamo pure noi e infatti con i genitori, i nonni materni e paterni e le zie siamo ricorsi alla Corte d’Appello di Venezia» spiega l’avvocato Francesco Miraglia, cui l’intero nucleo familiare si è rivolto, per contrastare la decisione assunta dal Tribunale dei minorenni veneziano. «Perché nonostante il bambino abbia una vasta e affidabile famiglia, viene affidato ad estranei che, pare, ricevano mille euro al mese per prendersene cura? I provvedimenti dei Tribunali dei minorenni devono tenere in considerazione il benessere dei bambini, salvaguardando per quanto possibile i loro rapporti con la famiglia di origine, affidandoli in primis ai parenti. E questo bambino ha nonni sia materni che paterni e zie amorevoli cui poteva venire affidato. A maggior ragione per il fatto che già la sorella maggiore vive con i nonni  materni , che lui stesso frequenta e con i quali ha istaurato un ottimo e affettuoso rapporto. A tal punto che la famiglia affidataria quando è andata in vacanza lo ha lasciato ai nonni. Perché allora devono essere buoni per una nipotina e per l’altro no? Ma ancora più insensato è il suggerimento del consulente tecnico della Corte di appello, noto professionista padovanoc,  secondo il quale il bambino deve essere dato in  adozione, addirittura tagliando totalmente i ponti con la famiglia, invece di garantirgli un supporto nell’ottica di farlo rientrare poi in senso al proprio nucleo familiare. A parte l’assurdità del provvedimento suggerito dal consulente, ci domandiamo perché dei nonni possano essere buoni per allevare una nipotina e non il suo fratellino, togliendo a quest’ultimo il diritto di vivere nella propria famiglia, come previsto, peraltro, dalla legge».

Allontanata da casa perchè i genitori sono poveri, tredicenne scappa dalla comunità per vederli

Il Tribunale dà ragione alla ragazzina e la reintegra in famiglia
L’adolescente aveva registrato l’assistente sociale mentre denigrava i suoi genitori, per convincerla ad andare in affidamento.
 
TRENTO. Cosa c’è dietro agli allontanamenti da casa e agli affidamenti in strutture e in famiglie affidatarie? C’è da chiederselo una volta di più, alla luce dell’ennesimo caso, che ha visto – fortunatamente – un esito felice in questi giorni. «Non solo una ragazzina per anni è stata allontanata dai suoi genitori perché indigenti» dichiara l’avvocato Francesco Miraglia «ma addirittura, dalla sua nativa Trento, è stata portata in comunità a Milano, come se nella sua Regione non ci fossero strutture idonee. I genitori, contando su un reddito minimo, non potevano pertanto andare a trovarla se non una volta al mese e a fronte di enormi sacrifici. Questo ha compromesso di molto il benessere della ragazzina, che doveva essere, invece, l’unico interesse degli assistenti sociali nel moment in cui l’hanno fatta allontanare. Scandaloso poi che proprio uno di questi assistenti, durante un incontro con l’adolescente che lei ha registrato, le abbia parlato male dei genitori, denigrandoli e giudicandoli incapaci di prendersi adeguatamente cura di lei, con l’intento di convincerla ad accettare l’affidamento in una famiglia milanese. Inaccettabile perché non si capisce, in tutto questo, dove sia l’interesse per la bambina e il suo benessere». La quale ad un certo punto è scappata dalla comunità milanese, facendo ritorno a casa
L’avvocato Miraglia ha presentato pertanto ricorso al Tribunale dei minori di Trento, che ha accolto la sua istanza: innanzitutto sono cambiati i servizi sociali chi compete seguire la ragazzina ed è stato deciso che sarà supportata nell’ambiente familiare e anche nello studio, ma soprattutto che potrà finalmente dormire nel suo letto e stare con mamma e papà tutti i giorni.
«Quando le decisioni vengono assunte con buonsenso, dando priorità all’aspetto umano e non burocratico» prosegue l’avvocato Miraglia, «si riesce, come in questo caso, a fare il bene dei minori, che deve essere il fine primo dei provvedimenti che vengono emessi a loro tutela, come appunto l’‘allontanamento da casa. C’è da domandarsi a chi abbia giovato tutto questo: alla ragazzina no, perché è stata per anni infelice. Ed è costata tanto non solo in termini di sofferenza, ma anche economica: quanti soldi pubblici sono costati gli anni in cui è stata alloggiata a Milano? Quante gravose spese i suoi genitori hanno dovuto sobbarcarsi per andare a farle visita almeno una volta al mese? Non era forse meglio, con gli stessi soldi, aiutare economicamente la famiglia a risollevarsi e permettere che questa ragazzina potesse vivere serenamente a casa propria? Inizialmente, invece, questo nucleo familiare è stato penalizzato – pur nella provincia di Trento, da anni in cima alla classifica delle città maggiormente vivibili anche per la qualità dei servizi offerti alla persona – per le difficoltà economiche in cui versava. “Mala cosa nascer povero, il mio caro Renzo” scriveva Manzoni nei “Promessi Sposi”: verità inconfutabile,oggi come allora».
 
 

In risposta alla Procura Minorile.

Dopo l’intervento del Procuratore Minorile facenti funzione:
Nessun inerzia della Procura”, in qualità di avvocato difensore della madre della bimba, sento il dovere nuovamente di rivolgermi all’opinione pubblica.
In primo luogo, né il sottoscritto né la sua assistita vogliono polemizzare con il Procuratore, ma quanto sostiene la stessa Procura è inaccettabile.
In  primis come cittadino italiano, in secondo luogo come avvocato di fiducia.
E’ inaccettabile sostenere che non ci sia stata nessun inerzia se ad oggi, a distanza di due mesi e mezzo, la madre non ha notizie della figlia e non sa nemmeno quali sono i motivi per cui le è stata allontanata la figlia.
Il Procuratore della Repubblica Minorile ben dovrebbe sapere che lo spirito normativo del 403 è l’urgenza, l’immediatezza e la celerità  sia da parte di chi lo attua sia da parte di chi ha per dovere l’impulso processuale e sia da parte di chi istituzionalmente  deve ratificarlo.
Secondariamente, mi sembra quantomeno discutibile l’atteggiamento della  Procura che,  invece di rispondere sul perché di tanto “ritardo”, cerca di sviare entrando nel merito della questione.
Oltretutto la Procura ben dovrebbe sapere che la difesa, nel momento in cui non riesce a prendere visione degli atti né a costituirsi in giudizio, ha poco da dire sul merito.
Ancora più inaccettabile è sostenere che la Procura, il 12 ottobre u.s. abbia inoltrato il ricorso al Tribunale.
In altre parole, come dire, se c’è una colpa non è la nostra.
Un dato è certo, dal 26 settembre ad oggi 7 dicembre la madre non ha avuto alcuna notizia della figlia  né da parte dei servizi né da parte delle autorità giudiziarie che non hanno messo in grado la signora di quel sacrosanto diritto, eventualmente, di difendersi
E’ tutto sulla pelle dei bambini.
E’ inverosimile che anche sui bambini vige quel principio consolidato nel nostro paese che la colpa è sempre di qualcun altro.
Mi permetto di suggerire al Procuratore della Repubblica di leggere quanto un Giudice Minorile, già nel 2011 sosteneva: “ il Provvedimento amministrativo con cui i servizi sociali, in via provvisoria ed urgente, prelevano dall’abitazione famigliare un minore (ex art. 403 c.c.) non può essere ratificato dal Tribunale dei Minori ma anzi deve essere revocato dove non sia adeguatamente motivato, con conseguente ordine di ricollocamento immediato del minore stesso nel proprio ambiente famigliare”.
Voglio concludere rivolgendomi, senza presunzione, sia al Procuratore della Repubblica facenti funzioni, sia al Presidente del Tribunale consigliando una riorganizzazione delle cancellerie che possa prevedere una corsia preferenziale su provvedimenti ex art. 403 c.c. attuati da un ente amministrativo che vanno ad incidere direttamente sulla libertà e sulla vita di ognuno di noi.
Affinché siffatti casi non avvengano mai più.