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Affido eterofamiliare: la Cassazione richiama i giudici. Non bastano formule generiche o conflitti con i servizi sociali per allontanare un bambino dalla propria famiglia

 (Roma 29 luglio 2026) Una delle pronunce più importanti degli ultimi anni in materia di tutela dei minori arriva dalla Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione che, con l’ordinanza n. 23759 del 22 luglio 2026, ha cassato il decreto della Corte d’Appello di Milano disponendo un nuovo esame della vicenda da parte di un diverso collegio.

La Suprema Corte ribadisce un principio fondamentale: il diritto del minore a crescere nella propria famiglia costituisce la regola, mentre l’allontanamento rappresenta l’extrema ratio, ammissibile solo in presenza di un concreto e attuale pregiudizio non eliminabile con misure meno invasive. Il richiamo è all’art. 1 della legge n. 184/1983, all’art. 315-bis c.c., all’art. 8 CEDU e agli artt. 8 e 9 della Convenzione ONU sui diritti del fanciullo.

Il passaggio più significativo dell’ordinanza riguarda però il metodo di valutazione. Secondo la Cassazione non è sufficiente parlare genericamente di “criticità”, “comportamenti disfunzionali” o “scarsa collaborazione” del genitore con i servizi sociali. Il giudice deve accertare fatti concreti, specifici e verificabili che dimostrino un reale pregiudizio per il minore.

La Corte afferma inoltre che l’attenzione deve concentrarsi sul rapporto tra genitore e figlio e non sul rapporto tra il genitore e i servizi sociali. Il conflitto con gli operatori non può, di per sé, giustificare l’allontanamento del bambino. Richiamando Cass. n. 7391/2016, la Suprema Corte ribadisce che non possono trovare ingresso giudizi sommari di incapacità genitoriale, anche se formulati da esperti, quando non siano fondati su precisi elementi fattuali.

Un ulteriore principio riguarda la durata dell’affidamento eterofamiliare. Richiamando la propria giurisprudenza (Cass. n. 16569/2021, Cass. n. 10706/2010 e Cass. n. 1837/2011), la Corte ricorda che si tratta di una misura necessariamente temporanea, finalizzata al recupero della famiglia di origine, che deve indicare una durata prevedibile e un concreto progetto di rientro del minore. Un affidamento destinato a protrarsi senza limiti temporali è incompatibile con la natura dell’istituto.

L’Avvocato Francesco Miraglia commenta:

«Questa ordinanza rappresenta un richiamo fortissimo a tutto il sistema della tutela minorile. La Cassazione afferma un principio che condivido da anni: non bastano formule stereotipate, giudizi generici o la conflittualità tra un genitore e i servizi sociali per giustificare l’allontanamento di un bambino. Servono fatti concreti, specifici e dimostrabili dai quali emerga un reale pregiudizio per il minore.»

«È altrettanto importante il richiamo alla temporaneità dell’affidamento eterofamiliare. Un bambino non può rimanere per anni in comunità senza un vero progetto di recupero della famiglia di origine. L’affidamento non può trasformarsi in una sospensione indefinita della genitorialità. Questa ordinanza riafferma che lo Stato deve certamente proteggere i minori quando vi sia un pericolo concreto, ma deve anche fare tutto il possibile per sostenere e recuperare la famiglia, nel rispetto della legge e delle convenzioni internazionali.»

L’ordinanza n. 23759/2026 rappresenta un importante punto di riferimento per tutti i procedimenti di affidamento eterofamiliare, riaffermando che una misura tanto invasiva può essere disposta e mantenuta solo sulla base di una rigorosa motivazione fondata su fatti concreti, nel pieno rispetto del principio di proporzionalità e della finalità di recupero della famiglia di origine.

Un abbraccio ai figli e poche parole d’amore: una madre finisce in carcere.

 

Condannata per aver abbracciato i figli incontrati per caso e per aver cercato di rivederli davanti alla loro scuola. L’Avvocato Miraglia: «Chiediamo l’intervento del Presidente Mattarella. Una madre non può finire in carcere per aver manifestato il proprio amore».

 Roma, 29 luglio 2026. Nelle prossime ore una madre sarà condotta in carcere per scontare una condanna a un anno e nove mesi di reclusione per i reati di stalking e tentato sottrazione di minorenni. Una vicenda che trae origine da quattro episodi avvenuti nell’arco di circa due anni, tutti riconducibili al tentativo della donna di rivedere i propri figli, dichiarati adottabili e successivamente adottati da un’altra famiglia.

L’ordine di esecuzione della pena è stato emesso e non è stato sospeso. Una prospettiva che suscita profondo sdegno e apre interrogativi destinati ad andare ben oltre il singolo caso giudiziario: può davvero una madre essere privata della libertà personale per avere cercato di mantenere vivo, seppur da lontano, un legame affettivo con i propri figli? Può l’amore di una madre, manifestato senza violenza e senza aggressività, essere equiparato a una condotta tale da giustificare il carcere?

Secondo la ricostruzione processuale, il primo episodio avvenne del tutto casualmente nel centro di Roma. La donna si imbatté nei propri figli, che la riconobbero immediatamente, e tra madre e bambini vi fu un abbraccio spontaneo. Fu la famiglia adottiva a richiedere l’intervento dei Carabinieri. Successivamente, in altre occasioni, la madre si limitò a recarsi nei pressi della scuola frequentata dai figli con il solo intento di poterli vedere da lontano. In due circostanze riuscì soltanto a rivolgere loro poche parole, dicendo quanto continuasse a voler loro bene. Da questi episodi è scaturita la condanna che oggi potrebbe condurla in carcere.

Ma è un’altra circostanza a rendere questa vicenda ancora più controversa. Il Tribunale per i Minorenni di Roma ha dichiarato adottabili i due bambini recependo le conclusioni della consulenza tecnica d’ufficio, che aveva ritenuto i genitori gravemente inadeguati sotto il profilo delle capacità genitoriali. Tuttavia, gli stessi genitori hanno continuato a crescere la loro terza figlia, oggi di sei anni, senza che nei suoi confronti sia mai stato aperto alcun procedimento di adottabilità né disposto alcun allontanamento. Gli atti richiamati nel ricorso contro la dichiarazione di adottabilità evidenziano inoltre che la bambina vive con i genitori, è seguita dai servizi territoriali e viene descritta come ben curata e in buone condizioni di salute.

«È questa la domanda alla quale qualcuno dovrà prima o poi rispondere – dichiara l’Avvocato Francesco Miraglia –: come possono gli stessi genitori essere stati ritenuti definitivamente incapaci di crescere due figli e, allo stesso tempo, essere considerati pienamente idonei a crescere una terza figlia? Se la loro inidoneità era davvero irreversibile, perché non è mai stato aperto alcun procedimento anche nei confronti della figlia più piccola? Se, invece, quella capacità genitoriale esisteva, allora è doveroso interrogarsi sulla correttezza delle valutazioni che hanno portato alla dichiarazione di adottabilità.»

«Sono profondamente indignato – prosegue Miraglia – perché questa madre  entrerà in carcere non per avere aggredito, minacciato o perseguitato i propri figli, ma per averli abbracciati dopo un incontro del tutto casuale e per avere successivamente cercato di rivederli da lontano davanti alla loro scuola. Una madre può davvero essere considerata colpevole di essere madre? Può essere considerata colpevole di continuare ad amare i propri figli? Sono domande che ogni cittadino dovrebbe porsi.»

«Lo affermo con la serenità di chi, già nel 2001, sosteneva la necessità di introdurre nel nostro ordinamento il reato di stalking quale fondamentale strumento di tutela delle vittime di autentiche condotte persecutorie. Continuo a ritenere quella scelta giusta e necessaria. Proprio per questo, però, ritengo che ogni vicenda debba essere valutata nella sua concreta specificità. Il diritto non può rinunciare alla proporzionalità e all’umanità. Applicare la legge significa anche comprendere il contesto nel quale i fatti si verificano.»

C’è poi un altro dato che non può essere ignorato: questa è una famiglia Sinti. Non voglio dire che questo abbia influito sulle decisioni, ma una domanda viene spontanea: siamo sicuri che tutti i cittadini vengano giudicati sempre con gli stessi criteri?

«Per questo – conclude l’Avvocato Miraglia – chiediamo l’intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella affinché questa vicenda venga attentamente valutata. Qui non è in discussione soltanto il destino di una madre. È in discussione la capacità del nostro ordinamento di distinguere una vera condotta persecutoria dall’estremo e disperato tentativo di una madre di non recidere per sempre il legame con i propri figli. Se una madre può finire in carcere per un abbraccio e per avere cercato di vedere da lontano i propri figli, allora questa vicenda merita una riflessione profonda da parte delle istituzioni e dell’intera opinione pubblica.»

 

 

Due fratellini in affido, denuncia alla Procura di Reggio Emilia: «Possibili segnali gravissimi ignorati per mesi»

( Ferrara- Reggio Emilia 27 luglio 2026) Due bambini di appena tre e quattro anni che manifestano ripetuti comportamenti sessualizzati. Uno di loro che, secondo la denuncia, indica spontaneamente il presunto autore di atti di natura sessuale nei suoi confronti. Una relazione tecnica che parla di “trauma attuale”, di “modelli francamente negativi” e di un intervento istituzionale definito “tecnicamente ampiamente criticabile”.

È questo il quadro descritto nella denuncia-querela depositata alla Procura della Repubblica di Reggio Emilia da una madre, assistita dall’Avvocato Francesco Miraglia del Foro di Napoli Nord, che chiede di accertare se vi siano state omissioni nella tutela dei propri figli durante il periodo di affidamento.

Secondo quanto esposto nell’atto, il primo episodio risale al 27 febbraio 2026, quando, durante un incontro protetto, uno dei due bambini avrebbe manifestato un comportamento sessualizzato direttamente osservato e verbalizzato dagli operatori. Sempre secondo la denuncia, quell’episodio non avrebbe determinato alcuna segnalazione all’Autorità Giudiziaria né l’attivazione di misure immediate di protezione.

La querela riferisce inoltre che il bambino avrebbe poi indicato spontaneamente una persona come autore di comportamenti sessuali nei suoi confronti. Tale dichiarazione, riportata nella documentazione clinica, non avrebbe dato luogo, secondo l’esposto, né all’identificazione del soggetto indicato né all’avvio di immediate verifiche investigative.

Anche il fratello minore avrebbe manifestato ripetuti comportamenti sessualizzati e pronunciato espressioni ritenute incompatibili con la sua età, anch’esse documentate dagli operatori ma, secondo la denuncia, rimaste prive di adeguate iniziative di tutela.

A rafforzare il quadro richiamato nella denuncia vi è la relazione di un professionista già Direttore di Dipartimento dell’Università di Ferrara, che descrive una situazione caratterizzata da un “trauma attuale”, dalla presenza di “modelli francamente negativi” e da un intervento istituzionale ritenuto “tecnicamente ampiamente criticabile”.

Sulla base di tali elementi, la denuncia ipotizza, a vario titolo, i reati di omessa denuncia da parte di pubblici ufficiali e incaricati di pubblico servizio, maltrattamenti in concorso omissivo e ulteriori ipotesi di reato, chiedendo alla Procura l’audizione protetta del minore, l’identificazione della persona indicata dal bambino, l’acquisizione dell’intera documentazione e ogni misura necessaria a garantire la tutela dei due fratelli.

La vicenda presenta, secondo la denuncia, un ulteriore profilo di particolare rilievo. I fatti descritti, unitamente alla documentazione sanitaria e alle relazioni degli operatori, sarebbero già stati portati all’attenzione del Tribunale per i Minorenni competente. Nonostante ciò, il procedimento risulterebbe rinviato al mese di febbraio 2027, senza che siano stati nel frattempo adottati provvedimenti urgenti a tutela dei minori. Una circostanza che, qualora corrispondesse al vero, solleverebbe inevitabili interrogativi sull’effettività della tutela giudiziaria assicurata ai due bambini, a fronte di fatti che la stessa denuncia qualifica come estremamente gravi.

«Questa vicenda – dichiara l’Avvocato Francesco Miraglia – investe la credibilità dell’intero sistema di tutela dei minori. Quando sono gli stessi atti ufficiali a descrivere fatti di tale gravità, è doveroso accertare se chi era chiamato a proteggere questi bambini abbia fatto tutto ciò che la legge impone. Ancora più difficile da comprendere è che tali circostanze risultino già portate all’attenzione del Tribunale per i Minorenni e che, nonostante ciò, il procedimento sia stato rinviato fino a febbraio 2027 senza l’adozione, allo stato, di misure urgenti a tutela dei due fratellini. Se quanto denunciato dovesse trovare conferma, non ci troveremmo soltanto di fronte a eventuali responsabilità individuali, ma al possibile fallimento di un sistema che dovrebbe garantire la protezione dei più fragili. Confidiamo che la Procura svolga ogni accertamento con il massimo rigore. Ci auguriamo inoltre che anche l’Amministrazione comunale di Ferrara segua con attenzione questa vicenda e che, qualora emergessero criticità, vi sia la volontà di interrogarsi senza pregiudizi sul funzionamento dei servizi sociali. Le istituzioni si rafforzano quando cercano la verità e correggono i propri errori.»

Adesso spetterà alla Procura della Repubblica di Reggio Emilia verificare il contenuto della denuncia, acquisire la documentazione richiamata nell’esposto e accertare se i fatti denunciati trovino effettivo riscontro. Qualora le circostanze rappresentate dovessero essere confermate, la vicenda riaprirebbe inevitabilmente il dibattito sul funzionamento del sistema di tutela minorile e sulle modalità con cui vengono esercitati i poteri di protezione nei confronti dei bambini e delle persone più vulnerabili. L’auspicio della madre e del suo difensore è che venga fatta piena luce sui fatti, nell’interesse esclusivo dei minori e della collettività.

 

 

Dopo due anni in Casa Famiglia una bambina torna finalmente a casa e riabbraccia i nonni

Una decisione che restituisce speranza e conferma l’importanza del lavoro svolto dalla Prof.ssa Vincenza Palmieri e dall’Avv. Francesco Miraglia a tutela del diritto di ogni bambino a crescere nella propria famiglia.

(Verona 24 luglio 2024) Anche uno spiraglio di luce può diventare un faro, quando arriva dopo un lungo periodo di buio. Oggi quella luce si è finalmente accesa. Una bambina che ha trascorso tutta la sua vita in Casa Famiglia esce dalla struttura e rientra nella sua famiglia, accolta dall’abbraccio della mamma e dei nonni. È una notizia che restituisce speranza e ricorda quanto sia importante non smettere mai di credere che ogni bambino abbia il diritto di crescere nei propri affetti.

La piccola è entrata in Comunità quando aveva appena un mese di vita. Da allora non ha conosciuto una casa, una cameretta, una quotidianità familiare. È cresciuta all’interno di una struttura, privata di quei riferimenti affettivi che rappresentano il fondamento dello sviluppo di ogni bambino.

Oggi quel periodo si interrompe. La bambina lascia la Casa Famiglia e torna finalmente a vivere con la sua mamma, ritrovando anche il calore e l’abbraccio dei suoi nonni. È un momento di straordinaria emozione, anche se la vicenda è tutt’altro che conclusa. Tre suoi fratellini, infatti, sono ancora lontani dalla famiglia, collocati in due strutture differenti e separati non solo dai genitori e dai nonni, ma anche tra loro. Una scelta che continua a pesare profondamente sulla loro crescita e sui loro legami affettivi. L’intera vicenda ha avuto origine da un banale incidente domestico. Da quel momento, però, la famiglia è stata coinvolta in un lungo percorso di valutazioni e provvedimenti che hanno progressivamente portato all’allontanamento dei figli dal loro ambiente familiare. Per questo oggi non parliamo di una vittoria piena. Nessuno può considerare una vittoria il fatto che una bambina abbia trascorso i primi due anni della propria vita in una struttura. Ma il suo ritorno rappresenta un passo fondamentale verso il ripristino di quella normalità che ogni bambino merita.L’emozione dei nonni è indescrivibile. Con la voce rotta dalla commozione dichiarano: «La nostra gioia è immensa e incontenibile. Ora aspettiamo soltanto di poter riabbracciare e prenderci cura anche degli altri piccoli.» Questa giornata dimostra ancora una volta che, quando si lavora con competenza, determinazione e una strategia condivisa, è possibile costruire percorsi alternativi all’istituzionalizzazione e restituire ai bambini il diritto di vivere nella propria famiglia. L’Avv. Francesco Miraglia dichiara: «Oggi non celebriamo una vittoria processuale, ma il ritorno di una bambina nella sua famiglia. È la dimostrazione che i minori devono essere aiutati a crescere nei propri affetti ogni volta che ciò è possibile. Il nostro lavoro continua, perché ogni bambino possa vivere nella propria casa, circondato dall’amore della sua famiglia.» La Consulente della Famiglia, Prof.ssa Vincenza Palmieri, spiega il percorso che ha reso possibile questo risultato: «È stato un lavoro silenzioso, rigoroso e profondamente tecnico, costruito sui fatti e su una strategia precisa. Un impegno svolto lontano dai riflettori, affrontando con determinazione ogni criticità e utilizzando tutti gli strumenti professionali e giuridici necessari per restituire a questa bambina il diritto di vivere nella propria famiglia.» «L’unica conclusione possibile – affermano all’unisono Vincenza Palmieri e Francesco Miraglia – è un abbraccio ideale a tutti i bambini che attendono ancora di tornare a casa. Tutte le volte che è possibile, e sempre e sempre, i bambini hanno diritto ad essere liberi e liberati ed a crescere nella propria famiglia»

Una bambina di soli tre anni, per la prima volta, potrà dormire a casa dei propri nonni

(Verona 22 luglio 2026) Un risultato importante ottenuto nel procedimento in cui assisto i nonni, che rappresenta un concreto riconoscimento del valore dei legami familiari e del ruolo insostituibile che i nonni possono svolgere nella crescita di un bambino.

Dietro ogni provvedimento come questo non c’è soltanto una decisione giuridica: c’è la restituzione di un affetto, di una quotidianità, di un rapporto che merita di essere coltivato e protetto.

Il diritto di un minore a mantenere rapporti significativi con i propri nonni è un principio che trova fondamento nella legge e nella giurisprudenza e che deve essere sempre valutato nell’esclusivo interesse del bambino.

Continuerò a difendere con determinazione questi diritti, perché ogni volta che un bambino recupera un pezzo della propria famiglia, vince non una parte processuale, ma l’interesse superiore del minore.

Ferrara, nove anni di affido e oggi gli incontri con la madre sono sospesi: il caso arriva al Sindaco

L’Avvocato Francesco Miraglia chiede un confronto con l’Amministrazione comunale: «Un genitore in difficoltà deve essere aiutato, non abbandonato». Il caso riapre il dibattito sul funzionamento del sistema degli affidi e dei Servizi Sociali.

 Ferrara – Un bambino lontano dalla propria famiglia da nove anni. Un affidamento eterofamiliare nato come misura temporanea di protezione e che, a distanza di quasi un decennio, è ancora in corso. Oggi gli incontri con la madre risultano sostanzialmente sospesi e la vicenda torna al centro dell’attenzione pubblica dopo che l’Avvocato Francesco Miraglia, difensore della madre, ha chiesto un incontro al Sindaco di Ferrara per sollecitare una riflessione istituzionale sul funzionamento del sistema degli affidi e sul ruolo dei Servizi Sociali.

La storia giudiziaria prende avvio nel 2018, anche se il bambino vive in affido eterofamiliare da nove anni. In tutto questo tempo la madre non ha mai rinunciato a cercare di recuperare il rapporto con il figlio. Attraverso il procedimento promosso davanti al Tribunale ha chiesto più volte che venisse avviato un concreto percorso di sostegno alla genitorialità, che fossero progressivamente ampliati gli incontri e che venisse costruito un serio progetto finalizzato al rientro del bambino nella famiglia d’origine. La donna sostiene di avere affrontato un importante percorso personale per superare le difficoltà che avevano determinato l’allontanamento e di avere sempre manifestato la volontà di ricostruire il proprio ruolo genitoriale.

Secondo quanto emerge dagli atti depositati nel procedimento, il nodo centrale della vicenda non riguarda soltanto l’allontanamento originario, ma ciò che sarebbe accaduto negli anni successivi. La difesa sostiene infatti che non sia mai stato predisposto un vero progetto di recupero della genitorialità, caratterizzato da obiettivi concreti, verifiche periodiche e da un percorso progressivo di riavvicinamento tra madre e figlio. Al contrario, gli incontri sarebbero stati progressivamente ridotti fino a risultare oggi sostanzialmente sospesi. Negli atti si evidenzia inoltre come le trascrizioni degli incontri descriverebbero un rapporto ancora caratterizzato da manifestazioni spontanee di affetto reciproco e dal desiderio del bambino di mantenere il legame con la madre, circostanze che, secondo la difesa, avrebbero dovuto costituire il punto di partenza per un graduale ricongiungimento familiare e non per un ulteriore allontanamento.

Nel ricorso vengono formulate anche numerose contestazioni sul percorso seguito dai Servizi Sociali e sulle valutazioni recepite dall’autorità giudiziaria. La difesa sostiene che le consulenze tecniche, le osservazioni difensive e le richieste istruttorie presentate nel corso del procedimento non avrebbero trovato un adeguato approfondimento e che sarebbe mancato un effettivo confronto con le criticità evidenziate dalla madre. Tra gli aspetti richiamati figurano anche l’assenza di un progetto di ricongiungimento familiare, la mancata valutazione della rete parentale e la progressiva riduzione dei contatti tra il bambino e la madre. Si tratta di questioni che saranno oggetto delle valutazioni delle competenti sedi giudiziarie.

È proprio questo, secondo il legale, il punto sul quale occorre aprire una riflessione che va oltre il singolo procedimento. L’affidamento familiare, infatti, non nasce come una misura destinata a sostituire definitivamente la famiglia d’origine, ma come uno strumento temporaneo volto a proteggere il minore mentre le istituzioni lavorano per consentire ai genitori di superare le difficoltà che hanno determinato l’allontanamento. La legge impone che, quando ciò è possibile e compatibile con l’interesse del bambino, venga costruito un percorso di sostegno alla genitorialità e di graduale ricongiungimento familiare. Per la difesa, dopo nove anni è inevitabile domandarsi quale sia stato il progetto concretamente realizzato per raggiungere questo obiettivo.

Proprio per questo motivo l’Avvocato Francesco Miraglia ha inviato una formale richiesta di incontro al Sindaco di Ferrara, chiedendo all’Amministrazione comunale di verificare, nell’ambito delle proprie competenze istituzionali, se il percorso seguito dai Servizi Sociali sia coerente con i principi che regolano l’affidamento familiare e con il dovere di favorire il recupero della famiglia d’origine. La richiesta non mira a interferire con l’attività della magistratura, ma a promuovere un confronto istituzionale sul funzionamento dei servizi pubblici e sull’effettiva attuazione delle finalità previste dalla legge.

«Questa vicenda», afferma Miraglia, «non riguarda soltanto una madre e suo figlio. Riguarda il modello di tutela dell’infanzia che il nostro Paese intende perseguire. Un genitore in difficoltà non è un genitore da abbandonare, ma una persona che le istituzioni hanno il dovere di aiutare. L’allontanamento di un bambino dovrebbe rappresentare l’inizio di un percorso di recupero della famiglia, non la sua conclusione.»

Il legale aggiunge che «dopo nove anni è legittimo chiedersi quale progetto sia stato concretamente costruito per consentire a questa madre di riabbracciare suo figlio. Se gli incontri vengono progressivamente ridotti, se manca un reale percorso di recupero della genitorialità e se il tempo diventa l’unico elemento che consolida l’allontanamento, allora è doveroso interrogarsi sul funzionamento del sistema. L’affidamento familiare è previsto dalla legge come una misura temporanea e non può trasformarsi, semplicemente con il trascorrere degli anni, in una separazione definitiva.»

Secondo Miraglia, la questione non riguarda soltanto Ferrara ma investe un tema più ampio di interesse nazionale. «I Servizi Sociali svolgono un ruolo essenziale nella tutela dei minori e nessuno mette in discussione la loro funzione. Proprio per questo è necessario verificare, caso per caso, se siano stati utilizzati tutti gli strumenti che la legge mette a disposizione per ricostruire la famiglia quando ciò è possibile. La vera tutela dell’infanzia non consiste soltanto nel proteggere un bambino da una situazione di difficoltà, ma anche nel lavorare affinché possa ritrovare la propria famiglia una volta superate le cause che avevano reso necessario l’allontanamento. Quando ciò non accade, è doveroso interrogarsi se il sistema abbia realmente perseguito l’obiettivo che il legislatore gli affida.»

La vicenda resta ora all’esame dell’autorità giudiziaria. Parallelamente, la richiesta di incontro rivolta al Sindaco di Ferrara punta ad aprire un confronto istituzionale su un interrogativo destinato ad andare oltre il singolo caso: se, nell’attuale sistema di tutela dei minori, l’affidamento familiare riesca sempre a conservare la propria natura temporanea e orientata al ricongiungimento, oppure se, in alcune situazioni, il trascorrere del tempo rischi di trasformare una misura nata per proteggere il bambino in una separazione destinata a diventare definitiva.

 

 

Quattordicenne violenta e autodistruttiva abbandonata dalle istituzioni

Drammatico caso in provincia di Macerata svela i paradossi del sistema di tutela dei minori.

Avvocato Miraglia: «Ragazzi tranquilli tolti alle famiglie, quelli complicati lasciati allo sbando»

 

MACERATA (9 giugno 2026).  La rete di protezione istituzionale attorno ai minori mostra le ennesime crepe in provincia di Macerata, dove la vicenda di una quattordicenne in stato di grave vulnerabilità sta assumendo i contorni di una vera e propria emergenza. Attraverso un’istanza urgente presentata al Tribunale per i Minorenni di Ancona, l’avvocato Francesco Miraglia, legale della famiglia della ragazza, ha sollevato pesanti accuse nei confronti dei Servizi sociali, delle forze dell’ordine e delle strutture sanitarie, denunciando una situazione di totale inerzia e omissione davanti a un pericolo concreto, attuale e in rapido aggravamento. E chiede con assoluta fermezza che venga data immediata e concreta attuazione al provvedimento già emesso dallo stesso Tribunale, affinché la giovane sia urgentemente presa in carico, inserita all’interno di una comunità terapeutica idonea e sia finalmente avviato un progetto assistenziale multidisciplinare adeguato alla gravità del suo stato. «Siamo di fronte a un paradosso – dichiara l’avocato Francesco Miraglia – o, più probabile, a un vero e proprio sistema che si dimostra spesso fin troppo solerte e tempestivo nell’allontanare figli da contesti familiari tranquilli, ma che decide di voltarsi dall’altra parte e lasciare a casa i minori quando questi presentano problematiche complesse, autodistruttive e violente, scaricando l’intero peso della loro gestione sulle famiglie, spesso impotenti».

La ragazzina versa da tempo in una condizione di profonda sofferenza psicofisica ed educativa. Non si tratta più di un rischio potenziale, ma concreto, con ripetuti allontanamenti da casa, esposizione a contesti notturni incontrollati, frequentazioni con uomini adulti e aggressioni fisiche dirette verso i propri familiari. La spirale di alterazione ha toccato il culmine lo scorso quattro giugno, quando una violenta crisi comportamentale ha reso necessario il ricovero ospedaliero della quattordicenne, con la conseguente somministrazione di sedativi farmacologici e l’applicazione del contenimento fisico. Eppure, nonostante la gravità del quadro, le risposte istituzionali si sono rivelate del tutto inadeguate.

Il dato più allarmante risiede nel fatto che questa drammatica evoluzione degli eventi fosse ampiamente prevista e documentata: le ripetute denunce della madre avevano già spinto il Tribunale per i Minorenni a disporre, diversi mesi fa, l’inserimento della ragazza in una struttura comunitaria terapeutica. Di conseguenza, gli episodi critici verificatisi a giugno non possono essere considerati imprevedibili, ma rappresentano l’esatta conseguenza della mancata esecuzione dei provvedimenti giudiziari. La minore, ora, rischia di essere dimessa senza una struttura di riferimento e senza un progetto terapeutico definito in grado di garantirne l’incolumità. «Questa ragazzina va aiutata e subito – prosegue l’avvocato Miraglia – perché, dato il rischio reale che la minore finisca preda di adulti malintenzionati, se dovesse succederle qualcosa di brutto chi se ne assumerebbe la responsabilità?».

In questo scenario di solitudine istituzionale, l’istanza presentata al Tribunale di Ancona intende chiarire che non vi è alcuna inadeguatezza o disinteresse da parte della madre. La donna ha costantemente cercato la collaborazione di tutte le autorità competenti, ha formalizzato denunce, segnalato ogni singolo episodio e sollecitato misure di protezione, ricevendo in cambio solo risposte tardive o del tutto inefficaci. «La vicenda rappresenta il fallimento della rete assistenziale – conclude l’avvocato Miraglia – che avrebbe dovuto tutelare la minore, rendendo ormai improrogabile l’adozione di provvedimenti immediatamente esecutivi per sottrarre la quattordicenne a una condizione che rischia di produrre danni irreversibili, da anni denuncio una contraddizione che continua a ripetersi: bambini e ragazzi vengono allontanati da famiglie recuperabili con estrema rapidità, mentre quando esistono situazioni di reale emergenza, con rischi concreti per l’incolumità del minore, il sistema si blocca. Se una quattordicenne arriva a essere sedata e contenuta in ospedale dopo mesi di allarmi ignorati, significa che qualcuno ha fallito. E quando i provvedimenti esistono ma non vengono eseguiti, il risultato è che la sofferenza dei minori diventa l’oggetto di una gestione amministrativa anziché di una vera tutela.

 

 

“Non le avevano detto che la bisnonna era morta”: dopo mesi di accuse e relazioni contestate, il Tribunale revoca la casa famiglia

(La Spezia 13 maggio 2026) Solo pochi giorni fa avevamo raccontato la vicenda della bambina di tre anni collocata sin dalla nascita in comunità insieme alla madre e della denuncia presentata dalla famiglia contro operatori, assistenti sociali e psicologi della struttura.

Secondo quanto denunciato dai familiari e dalla difesa, le relazioni trasmesse al Tribunale avrebbero rappresentato in modo parziale e distorto gli incontri tra la bambina, i genitori e i nonni, omettendo invece numerosi elementi positivi emersi durante gli incontri protetti.

Tra gli aspetti che avevano maggiormente colpito l’opinione pubblica vi era il fatto che i servizi sociali avessero valorizzato negativamente persino la scelta della famiglia di non comunicare immediatamente alla bambina di tre anni la morte della bisnonna, spiegandole inizialmente che fosse “in vacanza”.

Ulteriore elemento contestato era stato anche il fatto che la minore avesse trascorso alcune ore con l’altra bisnonna durante le festività pasquali senza preventiva autorizzazione del servizio.

La famiglia aveva quindi presentato denuncia-querela alla Procura della Repubblica della Spezia ipotizzando gravi irregolarità nella gestione della vicenda, contestando inoltre il contenuto delle relazioni sociali e le modalità operative della comunità.

Oggi è arrivato il decreto del Tribunale per i Minorenni di Genova.

Il Tribunale ha disposto la revoca del collocamento in casa famiglia della madre e della bambina, autorizzandone il rientro presso la propria abitazione.

Una decisione che rappresenta un passaggio fondamentale in una vicenda che riapre ancora una volta il tema del controllo sulle relazioni dei servizi sociali e del peso enorme che determinate valutazioni possono avere sulla vita concreta dei bambini e delle famiglie.

Avv. Francesco Miraglia

“Non le hanno detto che la bisnonna era morta: per i servizi sociali questo basterebbe a togliere una bimba alla sua famiglia”

Audio shock e denuncia contro comunità e assistenti sociali: genitori e nonni accusano relazioni distorte e pressioni psicologiche

 

LA SPEZIA (6 Maggio 2026). Una bambina di appena tre anni, collocata sin dalla nascita in comunità su disposizione del Tribunale per i Minorenni di Genova, rischia oggi di essere trasferita presso un’altra famiglia sulla base di relazioni che i genitori e i nonni definiscono gravemente distorte, parziali e non aderenti alla realtà.

La minore vive attualmente all’interno della comunità insieme alla madre, ma anche questa permanenza sarebbe oggi in discussione. Secondo quanto riferito dalla famiglia, infatti, la struttura avrebbe chiesto le dimissioni della madre dopo che quest’ultima avrebbe iniziato a contestare apertamente il comportamento degli operatori, le modalità con cui venivano gestiti i rapporti con la figlia e le ricostruzioni contenute nelle relazioni inviate al Tribunale. Una presa di posizione che, secondo i parenti e la difesa, avrebbe ulteriormente aggravato il clima di tensione all’interno della struttura.

Per questo motivo, i genitori della minore e i nonni paterni hanno presentato una formale denuncia-querela alla Procura della Repubblica della Spezia contro psicologi, assistenti sociali e operatori della comunità, ipotizzando i reati di falso ideologico in atto pubblico ex artt. 479 e 481 c.p., violenza privata ex art. 610 c.p. e omissione di atti d’ufficio ex art. 328 c.p.

Secondo quanto emerge dalla denuncia, il cuore della vicenda sarebbe rappresentato dalla clamorosa difformità tra le relazioni depositate agli atti del Tribunale e il contenuto reale dei colloqui registrati tra gli operatori e la famiglia. Le registrazioni audio integrali, trascritte all’interno della consulenza tecnica di parte, mostrerebbero infatti conversazioni riportate in modo selettivo e parziale, con omissioni delle contestazioni dei familiari e una sistematica enfatizzazione degli aspetti negativi, ignorando invece gli elementi favorevoli emersi durante gli incontri protetti.

Secondo la denuncia, le stesse schede osservative descriverebbero una bambina serena, affettuosa e profondamente legata al padre e ai nonni, con continui momenti di gioco, abbracci, ricerca del contatto fisico e relazioni positive, dati che tuttavia sarebbero stati ridimensionati o omessi nelle relazioni conclusive trasmesse al Tribunale.

Particolarmente grave, secondo i familiari, sarebbe quanto emerso nel corso dell’ultima udienza davanti al Tribunale per i Minorenni, durante la quale gli assistenti sociali avrebbero ribadito la presunta incapacità genitoriale e l’inadeguatezza anche dei nonni paterni – che in subordine avevano chiesto l’affidamento della minore – sostenendo che tali carenze deriverebbero dal fatto che, dopo la morte della bisnonna paterna, i familiari non avrebbero detto immediatamente la verità alla bambina di tre anni, spiegandole invece che la donna fosse “in vacanza”.

Secondo quanto riferito dai familiari, un ulteriore elemento valorizzato negativamente dai servizi sociali sarebbe stato il fatto che, durante le festività pasquali, la bambina abbia trascorso   un breve tempo con l’altra bisnonna senza che il servizio avesse dato l’autorizzazione. Circostanza che, secondo la famiglia e la difesa, dimostrerebbe il livello ormai estremo e ideologico delle contestazioni mosse contro il nucleo familiare, arrivando a trasformare normali dinamiche affettive e relazionali in presunti indicatori di inadeguatezza.

Nella denuncia vengono inoltre riportate pesanti contestazioni sulle condizioni della comunità dove la bambina vive con la madre. I familiari descrivono un clima fortemente conflittuale e intimidatorio, caratterizzato – a loro dire – da atteggiamenti aggressivi da parte di alcuni operatori, scarsa cura degli ambienti, problemi igienici e modalità relazionali giudicate non compatibili con il benessere di minori molto piccoli.

Secondo la querela, le pressioni esercitate sulla madre sarebbero arrivate persino a interferire con la libertà difensiva della donna. Le registrazioni riportano infatti frasi rivolte dagli operatori alla madre come: “Hai capito che devi cambiare avvocato?” oppure “Se tu ti presenti con l’avvocato del padre risultate coppia”. Circostanze che la denuncia considera estremamente gravi perché idonee a condizionare le scelte personali e processuali della donna.

I familiari, assistiti dall’Avv. Francesco Miraglia, chiedono ora che la Procura e il Tribunale verifichino integralmente la corrispondenza tra quanto realmente avvenuto durante gli incontri e quanto successivamente trascritto nelle relazioni ufficiali, contestando inoltre la richiesta di collocamento della bambina presso un altro nucleo familiare.

«I tribunali – dichiara l’Avv. Francesco Miraglia – non dovrebbero fidarsi ciecamente dei servizi sociali, che troppo spesso dimostrano di non essere né obiettivi né trasparenti. Da anni chiedo che venga finalmente istituito un sistema capace di controllare chi esercita un potere così invasivo sulla vita delle famiglie. Quando relazioni incomplete o distorte finiscono per determinare l’allontanamento di una bambina dalla propria famiglia biologica, non siamo più davanti a semplici errori tecnici: siamo davanti a un problema enorme di responsabilità istituzionale. In questa vicenda stiamo parlando del futuro di una bambina di tre anni e della possibilità concreta che cresca lontana dai propri genitori e dai propri nonni sulla base di una rappresentazione dei fatti che la famiglia sostiene essere falsa e manipolata»

Via dalla comunità, si torna a casa”: il Tribunale ribalta il caso e restituisce il minore alla famiglia. “Le misure non possono diventare una prigione”

Venezia, 21 aprile 2026 – Un bambino che chiedeva di restare a casa. Una famiglia considerata fragile che oggi viene ritenuta idonea. E una comunità che, da soluzione temporanea, rischiava di trasformarsi in permanenza indefinita.

È su questo equilibrio che interviene il Tribunale per i Minorenni di Venezia, che con un decreto netto ha disposto la revoca del collocamento in comunità e il rientro del minore nel proprio contesto familiare, riconoscendo che la misura, alla luce dei fatti aggiornati, non è più giustificata.

Il provvedimento segna un cambio di passo preciso: il giudice prende atto che il quadro è evoluto. Il bambino è sereno, mantiene un legame stabile e significativo con entrambi i genitori e manifesta chiaramente la volontà di vivere in famiglia. Parallelamente, i genitori hanno dimostrato, nei fatti, un percorso concreto di recupero, fatto di collaborazione, responsabilità e progressiva stabilizzazione.

A fronte di questo scenario, il Tribunale compie una scelta che va oltre il singolo caso: afferma che la permanenza in comunità è divenuta sproporzionata rispetto al rischio reale e dispone non solo il rientro del minore, ma anche la revoca della sospensione della responsabilità genitoriale, restituendo pienamente ai genitori il loro ruolo.

Ma il dato che emerge con forza è un altro, ed è sistemico. Troppo spesso, nei procedimenti minorili, le misure nascono come temporanee e finiscono per prolungarsi oltre il necessario, non per reali esigenze di tutela, ma per inerzia, per mancata rivalutazione o per una lettura statica delle relazioni dei servizi.

In altre parole: il rischio iniziale viene superato, ma la misura resta. E questo crea una frattura tra realtà e decisione.

Questo caso dimostra che quella frattura può essere sanata, ma solo quando il procedimento viene riportato su un piano concreto, aggiornato e verificabile.

«Qui il punto è molto semplice sostiene l’avvocato Francesco Miraglia, difensore dei genitori: quando una misura continua a esistere senza più un rischio attuale, diventa illegittima. Non è più tutela, è compressione dei diritti. Il sistema minorile ha una criticità evidente: tende a entrare facilmente nelle famiglie, ma fatica a uscirne, anche quando le condizioni sono cambiate. Questo decreto è importante perché rompe questa logica. Dimostra che le decisioni non sono intoccabili e che, se si lavora in modo tecnico e mirato, è possibile ribaltare situazioni che sembrano già scritte. Il vero problema oggi non è solo l’abbandono: è l’eccesso di intervento che non viene aggiornato. E su questo serve chiarezza, perché dietro ogni ritardo c’è un bambino che resta lontano da casa senza una ragione attuale.»

La decisione del Tribunale di Venezia rilancia un principio che nel sistema minorile dovrebbe essere centrale ma che spesso viene sacrificato: il diritto del minore a crescere nella propria famiglia, quando le condizioni lo consentono, non è residuale, è prioritario.

E soprattutto introduce un messaggio operativo chiaro: le misure non sono definitive. Devono essere continuamente verificate, contestate quando necessario e adeguate alla realtà.

Perché quando la realtà cambia, anche le decisioni devono cambiare. E quando non cambiano, devono essere messe in discussione.