Spezzare il silenzio: il volto nascosto della violenza di genere e la sfida del femminicidio

Spezzare il silenzio: il volto nascosto della violenza di genere e la sfida del femminicidio

L’articolo che segue sarà pubblicato a livello internazionale sull’International Journal of Advanced Research (IJAR), una rivista scientifica che raccoglie contributi di ricerca di rilevanza per la comunità accademica mondiale. La pubblicazione su tale rivista, indicizzata nelle principali banche dati, garantisce diffusione globale e riconoscimento scientifico al lavoro svolto.

La violenza di genere, nelle sue molteplici manifestazioni, rappresenta una delle più gravi violazioni dei diritti umani del nostro tempo e continua a costituire una ferita aperta nelle nostre società. Non è soltanto una sequenza di fatti di cronaca o un elenco di reati codificati, ma un fenomeno strutturale che affonda le sue radici in secoli di disuguaglianze, pregiudizi e rapporti di potere asimmetrici. Per affrontarlo è necessario rompere il silenzio, chiamare le cose con il loro nome, imparare a riconoscerne i segnali e denunciare con chiarezza.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha descritto la violenza come l’uso intenzionale della forza fisica o del potere, reale o minacciato, capace di provocare lesioni, morte, danni psicologici, privazioni. Dentro questa definizione entrano la violenza fisica, sessuale, psicologica, economica e perfino quella digitale, fino all’atto estremo del femminicidio, l’omicidio della donna in quanto donna. Parlare di femminicidio significa riconoscere che non siamo di fronte a un omicidio qualunque, ma alla soppressione di una persona per il solo fatto di essere donna, per punirla della sua libertà, per riaffermare un controllo che si teme di perdere.

Le donne, in tutto il mondo, sono le vittime principali di questo fenomeno. La Dichiarazione ONU del 1993 sull’eliminazione della violenza contro le donne lo aveva già messo nero su bianco: qualsiasi atto di violenza basata sul genere che provochi sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche, comprese le minacce e le coercizioni, è violazione dei diritti fondamentali. Eppure, a distanza di trent’anni, i numeri continuano a raccontare una realtà drammatica. In Italia ogni anno più di cento donne vengono uccise, spesso da chi avrebbe dovuto amarle e proteggerle: partner, ex partner, familiari. Oltre 6,7 milioni di donne hanno subito nella loro vita violenze fisiche o sessuali. In Europa, una donna su tre ha sperimentato violenza maschile.

Ma dietro ogni cifra c’è un volto, una storia, una vita spezzata. Ogni femminicidio è solo l’ultima tappa di un percorso iniziato molto prima: nelle parole svalutanti, nella gelosia malata, nel controllo ossessivo, nella violenza psicologica, nell’isolamento dai propri affetti, nei ricatti economici. È un continuum che spesso dura anni, fino a quando la spirale non si chiude con la morte.

Il legislatore italiano ha cercato di intervenire. Nel 1996 lo stupro è stato finalmente riconosciuto come reato contro la persona e non più contro la moralità. Nel 2009 è arrivato il reato di stalking. Nel 2013, dopo l’ondata di femminicidi che aveva scosso l’opinione pubblica, è stato introdotto un decreto con misure urgenti. Nel 2019 il Codice Rosso ha imposto corsie preferenziali per le denunce di violenza domestica e sessuale, e nel 2023 la legge 168 ha rafforzato la protezione immediata delle vittime. Sul piano internazionale, l’Italia ha ratificato la Convenzione di Istanbul, che resta lo strumento più avanzato per prevenire, punire e proteggere.

Ma non basta. Le donne che trovano il coraggio di denunciare spesso si scontrano con la vittimizzazione secondaria: procedure lente, interrogatori umilianti, protezione insufficiente per sé e per i figli, servizi sociali impreparati. Ci sono casi in cui la vittima diventa paradossalmente imputata, giudicata per le proprie scelte o per non essere riuscita a sottrarsi prima alla violenza. È un paradosso crudele che alimenta la sfiducia e spinge molte donne a non denunciare.

Accanto alla violenza diretta c’è la violenza assistita, che segna profondamente i figli costretti a crescere in un clima di paura e sopraffazione. Secondo Save the Children sono circa 400.000 i minori coinvolti ogni anno in Italia. Per la psicologia dello sviluppo, subire o assistere a violenza produce effetti devastanti simili: ansia, regressioni, difficoltà scolastiche, rischio di riprodurre da adulti gli stessi modelli di abuso.

Le radici culturali sono profonde. Molti uomini, di fronte al percorso di emancipazione femminile, ricorrono alla violenza per riaffermare un potere patriarcale che sentono messo in discussione. La dinamica è ricorrente: controllo economico, minacce, umiliazioni, isolamento, abuso dei figli come strumento di ricatto. Ogni donna intrappolata nella spirale si pone sempre le stesse domande: “Se lo lascio dove andrò? E se davvero mi uccidesse? E se perdesse il controllo davanti ai bambini? È colpa mia?”. Queste domande diventano catene invisibili che la tengono prigioniera.

Per spezzare queste catene non basta la repressione penale, serve un cambiamento culturale. La scuola deve insegnare il rispetto, il consenso, la parità. I media devono smettere di parlare di “raptus” o di “tragedie familiari” che assolvono implicitamente l’aggressore. Servono servizi sociali preparati, case rifugio ben finanziate, percorsi di autonomia economica per le donne che decidono di uscire dalla violenza. La società intera deve farsi carico di questo problema, perché non riguarda solo le vittime, ma la qualità stessa della nostra democrazia.

Ed è qui che interviene la politica con strumenti nuovi. Alla Camera dei Deputati è in discussione un disegno di legge che introduce per la prima volta nel codice penale un reato autonomo di femminicidio. Non più solo omicidio, ma riconoscimento esplicito dell’uccisione di una donna come atto di odio, discriminazione, possesso o punizione della sua libertà. Il nuovo articolo 577-bis punisce con l’ergastolo chi commette un femminicidio, stabilendo aggravanti specifiche anche per i reati di maltrattamenti, stalking, violenza sessuale e lesioni. È previsto che il Ministro della Giustizia presenti ogni anno una relazione sullo stato di applicazione della norma, per monitorare dati e risultati. Sono introdotte inoltre nuove misure processuali per garantire la protezione immediata delle vittime, rafforzare la formazione obbligatoria di magistrati e operatori sanitari, e sostenere economicamente gli orfani di femminicidio.

Si tratta di un passo storico, che segna una svolta culturale oltre che giuridica. Inserire nel codice penale il reato di femminicidio significa dire che la società riconosce la specificità di questo crimine, che non è un omicidio qualsiasi, ma un atto contro le donne in quanto tali. È un messaggio potente, che si accompagna a misure concrete per rafforzare la protezione, ridurre la vittimizzazione secondaria e sostenere i percorsi di uscita dalla violenza.

Il cammino è ancora lungo, ma la direzione è chiara. Spezzare il silenzio, rompere il ciclo dell’abuso, proteggere i bambini, sostenere le donne, cambiare la cultura: questa è la sfida che abbiamo davanti. Non riguarda solo chi subisce violenza, ma riguarda tutti noi, la qualità delle nostre relazioni, la giustizia della nostra società, la credibilità stessa della democrazia.

Bibliografia essenziale

Miraglia, Francesco; Vita, Daniela (2025). Ma il problema sono io?! La vittimizzazione secondaria ad opera del sistema giudiziario: violenza domestica e allontanamento dei figli dalle madri. Roma: Armando Editore. Collana Politiche sociali e dintorni.

Miraglia, Francesco; Vita, Daniela (2023). Ci sono anch’io. La disabilità è una dimensione della diversità umana. Roma: Armando Editore.

Miraglia, Francesco (2024). I Malamente. Le nuove marginalità. Ragazzi messi alla prova. Roma: Armando Editore.

Miraglia, Francesco (2021). Bambini prigionieri. Roma: Armando Editore.

Miraglia, Francesco (2022). L’avvocato dei bambini. Troppo potere senza controllo…. Roma: Armando Editore.

World Health Organization (2002). World Report on Violence and Health. Geneva: WHO.

Assemblea Generale delle Nazioni Unite (1993). Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne. Risoluzione 48/104 del 20 dicembre 1993.

Consiglio d’Europa (2011). Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica.

Corte europea dei diritti dell’uomo (2009). Caso Opuz c. Turchia.

ISTAT (2015). La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia. Roma: Istituto Nazionale di Statistica.

Save the Children (2011). La violenza assistita in Italia. Rapporto con CISMAI.