Obbligato a vedere il padre violento, pena il trasferimento in comunità

Obbligato a vedere il padre violento, pena il trasferimento in comunità

 
Incomprensibile provvedimento emanato dal Tribunale dei Minori di Bolzano
Il ragazzino sarebbe persino disposto ad allontanarsi da casa piuttosto che vedere suo padre
 
BOLZANO – 28 febbraio 2018. «Dopo tutto quello che mi ha fatto, non voglio più avere a che fare con lui»: è perentorio un ragazzino che abita a Bolzano, quando gli chiedono di rivedere il padre, separato da alcuni anni da sua madre. Il ragazzo è stato ripetutamente picchiato da questo padre violento ed ora che ha ritrovato un po’ di serenità con il nuovo compagno della mamma e la sorellina appena nata, è nuovamente vittima; questa volta però di un incomprensibile decisione del Tribunale dei Minori, che lo obbliga a tutti i costi a vedere il genitore. Il giudice è arrivato persino a minacciarlo: se si ostinerà a non voler vedere suo padre, sarà strappato dalla mamma e finirà in una comunità. «Il ragazzino piuttosto che vedere il padre accetterebbe pure di venire allontanato, ma a questo punto è lecito chiedersi: perché assumere una decisione tanto crudele contro un ragazzo che ha già sofferto tanto?» si interroga l’avvocato Francesco Miraglia, che sta seguendo il caso. «Dopo quello che mi ha fatto, dopo che mi ha picchiato più di una volta, reso un inferno tutto il tempo che passavo da lui, non ci voglio andare. Io vorrei soltanto vivere in pace con la mia famiglia». Queste sono le parole pronunciate solo pochi giorni fa da questo ragazzino alla psicologa del centro presso cui il giudice l’ha obbligato ad andare per sottoporsi all’ennesimo percorso, col fine di tentare di riavvicinarlo al padre. Questo nonostante un precedente percorso sia già stato compiuto senza tuttavia alcun esito positivo. «Perché allora continuare e sempre nello stesso centro» prosegue l’avvocato Miraglia «e soprattutto perché nel verbale dell’udienza dell’8 gennaio scorso lo stesso giudice sottolinea e rimarca che la madre non abbia pagato le fatture al centro del primo percorso di sostegno intrapreso? Ammesso che non si capisce come mai uno debba pagare il conto degli psicologi da cui è stato obbligato ad andare non certo per sua scelta e volontà, che c’entra l’insolvenza delle fatture con il recupero del ragazzino? Ma soprattutto vorrei una risposta: le minacce di venire trasportato in comunità se non si deciderà a vedere il padre (ovvero da una situazione orrenda a un’altra che lo è altrettanto), fanno forse parte del percorso terapeutico ed è stato questo autorizzato proprio dal giudice? Attendiamo che qualcuno ci illumini e faccia chiarezza in merito».
Incomprensibile resta il fatto che invece di propendere a far sottoporre il padre a un percorso psicologico per riavvicinarlo al figlio, si minaccia un ragazzino di finire in una comunità, lontano quindi dalla mamma e dalla sorellina, dal nucleo familiare rassicurante in cui vive ora, nonostante abbia ripetuto continuamente, allo sfinimento, a qualsivoglia dottore, psicologo, assistente sociale o autorità giudiziaria che lui, quel padre, non lo vuole vedere mai più.